- Galleria fotografica
A partire dall'inizio degli anni Sessanta, si assiste in Italia all'affermarsi di un protagonismo giovanile che interessa e attraversa campi disparati: dai comportamenti agli stili di vita, alla musica, dalla mobilità territoriale alla politica. Come avverrà con ben altra intensità a partire dall'autunno del '67 con le prime occupazioni da cui prenderà le mosse il movimento studentesco, i giovani cominciano a far sentire la loro voce e soprattutto appaiono nelle strade e nelle piazze palesando una radicalità dei comportamenti e degli slogan inedita e che per molti versi, preannuncia l'esplosione successiva.
Il protagonismo dei giovani nelle manifestazioni antifasciste del luglio 1960; il ruolo dei giovani operai meridionali nei duri scontri di piazza Statuto nel luglio del 1962; la diffusione minoritaria, ma significativa, del movimento beat in alcuni dei maggiori centri urbani (Roma e Milano) e la conseguente messa in scena di comportamenti definiti “anomali” (capelli lunghi, abbigliamento trasandato, fughe da casa); la diffusione di un movimento pacifista e antimilitarista che prende le distanze dai due grandi schieramenti politici e militari attraverso i quali si articola la “guerra fredda”; le “prove di rivolta” nelle scuole medie superiori contro le deficienze strutturali e culturali che gravano sul sistema scolastico nazionale; le prime occupazioni di facoltà universitarie, ancora legate a specificità di carattere didattico, ma testimonianza di una crescita di radicalismo che di li a poco avrebbe determinato la crisi irreversibile delle organizzazioni giovanili universitarie, in gran parte direttamente riconducibili ai partiti nazionali; l'uccisione di Paolo Rossi, avvenuta a Roma nell'aprile del 1966, ad opera di un gruppo di neofascisti, che scuote profondamente la coscienza di ampi settori studenteschi; l'esplosione di un mercato, per molti versi dominato (si pensi alla crescita dell'industria discografica) dai prodotti destinati ai più giovani; l'affermazione del fenomeno del volontariato che in quegli anni conosce una rigogliosa crescita, costituiscono l'insieme di avvenimenti e fenomeni attraverso i quali si snoda il percorso di primo svelamento di un nuovo soggetto sociale, il giovane per l'appunto, negli anni che precedono il '68.
Lo studio degli anni Sessanta, intesi nella complessità di esperienze e simboli, spesso tra loro contraddittorie e divergenti, vissute e fatti propri dai ragazzi e dalle ragazze italiani cresciuti in quegli anni, ha posto gli storici che li hanno presi in esame, di fronte alla necessità di fare ricorso ad un approccio multidisciplinare, in grado di dare conto delle diversità degli spunti compresenti nell'universo giovanile: dai modelli mediati attraverso la televisione e i primi spot pubblicitari, a quelli veicolati dal cinema, dalle inchieste giornalistiche sui grandi quotidiani e settimanali nazionali, alla sempre crescente attenzione prestata ai gusti giovanili dalla radio. Documenti in precedenza scarsamente utilizzati dagli studiosi, hanno accresciuto il loro peso relativo all'interno dell'insieme delle fonti prese in esame. Tra queste le canzoni e le immagini. Queste ultime costituiscono una tipologia di documento prezioso per l'indagine delle trasformazioni che investono il mondo giovanile in quel decennio, con particolare riguardo per l'inedita voglia di contestazione che proviene da una parte di quella generazione: le numerose immagini delle manifestazioni giovanili restituiscono con immediatezza il clima di quella stagione di protesta, raccontando i volti e gli slogan di quei ragazzi; più in profondità, queste istantanee consentono di recuperare le tracce iniziali di quella radicalità politica e ideologica che si paleserà con l'esplosione del movimento studentesco; favoriscono inoltre la comprensione della scansione temporale del processo di politicizzazione di quella generazione e la ricostruzione dell'articolato complesso di percorsi seguiti, facendo emergere temi e simboli che il Sessantotto riceverà in eredità.
Ora, le immagini fotografiche qui proposte provengono dall'archivio fotografico della biblioteca civica Gambalunga di Rimini e dalla fototeca dell'Istituto Gramsci Marche di Ancona (tra queste ultime, alcune sono confluite nel data base di “Imago on line – Laboratorio di ricerca storica e di documentazione iconografica sulla memoria del quotidiano”, www.imago.rimini.unibo.it ). Si tratta di istantanee scattate tra il 1962 e il 1969 in alcuni dei maggiori centri urbani posti tra Romagna e Marche, ad opera di fotografi professionisti: le fotografie relative alle manifestazioni giovanili di Forlì e Rimini sono state realizzate in gran parte da Davide Minghini, mentre quelle che ritraggono le manifestazioni di Pesaro e Ancona sono probabilmente opera di più fotografi incaricati dal Pci pesarese e anconetano che aveva promosso tali proteste ovvero vi aveva partecipato attivamente per mezzo dei suoi militanti, in special modo degli aderenti alla Federazione giovanile comunista.
Si tratta di istantanee che ritraggono manifestazioni di protesta che riguardano la condizione studentesca di questi gruppi di giovani e le vicende politiche e militari internazionali di quegli anni. Vicende e temi per così dire “localistici”, ma non troppo, se si tiene conto del fatto che le deficienze strutturali della scuola riguardavano di fatto l'intero impianto scolastico nazionale, senza distinzioni geografiche, e “globali” che procedono parallelamente fino al '68, quando l'onda della contestazione studentesca investirà il sistema nel suo complesso, facendo venire meno ogni forma di distinzione. I protagonisti degli eventi fotografati e qui riproposti sono in massima parte giovani e per quel che riguarda le foto provenienti dagli archivi del Pci, depositatati alcuni anni fa nella fototeca del Gramsci Marche, si tratta in gran parte di ragazzi e ragazze che militano nella Fgci. Quello che qui si propone è un'analisi complessiva di tali immagini al fine di rintracciare alcuni dei caratteri salienti di quelle proteste, recuperando gli slogan e il sistema culturale e valoriale che li ha originati, ed evidenziare alcuni dei temi che poi confluiranno nell'armamentario retorico del movimento.
Procedendo per ordine. Le immagini confermano come le scuole medie superiori, costituiscano il luogo originario di incubazione di una protesta giovanile che andrà aumentando la propria intensità nel corso degli anni Sessanta. Il dato che si impone parallelo all'emergere dei giovani come nuovo soggetto sociale è quello della partecipazione studentesca: gli studenti, come detto, iniziano a riempire le piazze. È nelle scuole medie superiori prima e nelle università poi, che i più giovani sperimentano le prime forme di protesta che puntano ancora in questa fase a risolvere problemi circoscritti, perlopiù relativi alla propria scuola. Dalle vicissitudini che essi sperimentano nella loro condizione di giovani, sempre più studenti, muovono per invadere spazi pubblici con una frequenza e una radicalità nei comportamenti e negli slogan via via crescente. In tal senso va ricordato come in Italia, l'avvento della scuola di massa si concretizza con la stessa rapidità, impressionante, che contraddistingue il processo di modernizzazione del paese: nel 1951 gli iscritti alla scuola secondaria superiore, di ogni ordine e grado, sono 416.000 circa, poco più del 10 per cento della popolazione tra i 14 e i 18 anni; dieci anni dopo sono già 840.000, con un tasso di scolarizzazione che sale al 21 per cento. La svolta definitiva si ha a partire dal 1962, anno in cui il primo governo di centro-sinistra presieduto dall'on. Fanfani con l'appoggio esterno dei socialisti, dà il via alla riforma della scuola “media unica” che innalza l'obbligo scolastico fino all'età di 14 anni eliminando così il precoce dirottamento di chi non avrebbe continuato gli studi verso le scuole di avviamento al lavoro. Gli effetti sulla frequenza alla scuola media superiore sono immediati: nell'anno scolastico 1966-1967 il numero degli iscritti sale a 1.372.319, con un tasso di scolarità pari al 35,2 (che nel biennio 1971-72 arriverà al 49 per cento circa). Parallelamente cresce il numero delle iscrizioni alle Università. Nonostante le limitazioni di accesso (la completa “liberalizzazione degli accessi” si avrà nel 1969, sotto la spinta dei movimenti studenteschi dell'anno precedente), il numero dei giovani che proseguono gli studi oltre la scuola media superiore sale ininterrottamente: tra il 1955-1956 e il 1962-1963, il numero delle matricole passa da 139.000 a 225.000, con un incremento percentuale pari al 62,4 per cento, e arriva poi nell'anno accademico 1970-71 a 682.000. In questo senso, si può affermare che nel corso del periodo in esame, in particolare durante gli anni '60, la condizione giovanile tende a definirsi sempre più come condizione studentesca. Ma la scuola italiana appare agli studenti “povera, antiquata, formale”. All'istituzione della “scuola media unica” non era seguita alcuna riforma che consentisse lo svecchiamento dei programmi didattici e dei metodi di insegnamento (l'ultima riforma universitaria era quella operata da Giovanni Gentile nel 1923) e non era stato approntato alcun intervento allo scopo di adeguare delle strutture scolastiche ed universitarie alla crescita della popolazione studentesca; nel 1968, per dare un'indicazione della situazione presente nelle università italiane, nell'ateneo romano 60 mila studenti sono costretti ad utilizzare strutture concepite per ospitarne 5.000. Ma aldilà delle carenze strutturali, gli studenti, ancora prima di accedere all'istruzione universitaria, puntano l'indice nei confronti della mancata corrispondenza dei contenuti dell'insegnamento alle esigenze generali dello sviluppo economico in atto e contestano una categoria di insegnanti formatisi alla vecchia maniera, che manifestano un atteggiamento autoritario e poco propenso al dialogo con gli alunni: la classe docente italiana è ancora votata al più provinciale conservatorismo. Elementi che possono essere rintracciati nelle motivazioni che stanno alla base delle manifestazioni studentesche documentate nelle prime immagini che presentiamo qui di seguito (foto nn. 1-5): I giovani protestano a Forlì, Rimini e Ancona per gli stessi problemi: la carenza di aule, a cui si lega la protesta per l'istituzione del doppio turno scolastico. Carenze strutturali che si sentono maggiormente negli istituti tecnici, nel caso riminese il Valturio e l'I.t.i., verso i quali si orienta la gran parte della nuova utenza, proveniente dalle classi sociali fino a quel momento escluse dall'istruzione superiore: operai e contadini. Da rilevare peraltro l'emergere della categoria di “solidarietà” tra gruppi di studenti appartenenti a scuole differenti, a testimonianza di una condizione comune; categoria, quella della solidarietà, che come noto avrà tanta parte nell'impalcatura ideologica sessantottina. Altrettanto significativa appare la scritta sul cartello degli studenti del Valturio, “W la libertà di vestire” che rinvia al già citato conservatorismo provinciale che anima la scuola italiana, nella quale sul finire degli anni '50 viene proibito di indossare i jeans.
Nelle fotografie relative alla “manifestazione antiatomica in favore della pace” che si svolge a Rimini nel 1967 (foto nn. 6-8), rintracciamo invece tutta una serie di temi che riflettono quella che è stata definita la “geografia mentale planetaria” che i ragazzi italiani e i loro coetanei stranieri presentano a partire dalla metà degli anni Sessanta. Da quel momento emerge il profilo di una generazione che presenta un'identità che travalica i confini nazionali. Per Peppino Ortoleva che ha messo a confronto l'esperienza dei movimenti europei ed americani, gli aspetti che hanno contribuito a determinare lo sviluppo di una “coscienza planetaria” nella generazione del '68, sono sostanzialmente i seguenti: la generazione del baby boom , venuta al mondo dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, è cresciuta nella consapevolezza che lo spettro della guerra nucleare non minacciava questo o quel paese ma l'intera specie, che risultava dunque accomunata da un destino comune; lo svolgersi dei processi ai criminali nazisti durante gli anni '60 e l'emergere del concetto di “crimine contro l'umanità” determinano che “il punto di vista della specie si poneva come il solo adeguato a giudicare quei delitti, e il solo capace di impedirne il ripetersi”. Al tempo stesso si formano le premesse per un nuovo diritto delle genti che fa venire meno il dovere di sottostare alle leggi del proprio paese: la disobbedienza civile acquisisce così “una base non solo morale, ma legale”; l'affermarsi dell'era della Tv (nel 1968 si inaugurerà la “mondovisione” televisiva) e la costruzione di un sistema di comunicazioni di massa globale “immerge” questa generazione in una cultura inevitabilmente più planetaria; l'avvento del satellite consente inoltre di vedere il pianeta dall'esterno: “la terra vista dal di fuori appare assai più unita, e vincolata a un comune destino […] il radicamento territoriale non può che relativizzarsi”; infine, l'idea di un'unità crescente del pianeta è espressa da molti dei prodotti quotidianamente consumati da i giovani (e non solo naturalmente): basti pensare al cinema, l'abbigliamento e soprattutto la musica. In sintesi, i giovani di quegli anni si trovano ad ereditare un mondo più unito, “più interdipendente, più dolorosamente consapevole del proprio comune destino, di quanto fosse mai stato prima. Senza questa eredità, la spontaneità, per così dire la “naturalezza” della circolazione internazionale delle lotte sarebbe incomprensibile” 1. Da qui il rifiuto di qualsiasi dimensione “geopolitica”: l'umanità intera è soggetto storico e morale di riferimento, senza ulteriori specificazioni di qualsiasi natura (religiose, politiche, economiche, etniche ecc.). Questo spiega il coinvolgimento morale ed emotivo da parte dei giovani studenti, in questo caso riminesi, con quanto accade in Vietnam, nella Grecia dei colonnelli, o ancora la protesta contro la minaccia della guerra atomica e le spese per gli armamenti, l'identificazione con le rivendicazioni politiche ed economiche portate avanti dai paesi del cosiddetto Terzo mondo: “Libere elezioni nel Vietnam”; “Quanto fa un'atomica tradotta in grano?”; “No al razzismo”; “No ai bombardamenti americani”; “Basta con l'escalation”;”Il potere decisionale ai popoli”.
Accanto all'aspirazione diffusa per una democrazia intesa come partecipazione diretta, concetto questo che punta a mettere in crisi la rappresentatività fondata sulla delega – “BASTA – si legge sui cartelli degli studenti romagnoli – con la delega dei poteri TUTTI dobbiamo partecipare alle decisioni che fanno la STORIA“- e che tanta parte avrà nello schema ideologico proposto successivamente dal movimento studentesco, altrettanto forte, appare in queste fotografie, il richiamo alle “vicende americane”. La scelta di stare con l'“ Altra america”, quella che si batteva per i diritti civili e per il ritiro delle truppe dal Vietnam, rinvia ad una trasformazione importante del rapporto tra i ragazzi italiani e l'America, da intendersi come Stati Uniti. Il sogno americano dei loro nonni emigranti (cioè al sogno americano della modernità) e dei loro padri antifascisti (il sogno americano della democrazia di massa), viene offuscato dalle contraddizioni interne alla società che a partire dai primi anni Sessanta emergono con forza. Il ritratto ironico del giovane italiano che “vuole fare l'americano” cantato nel 1954 da Renato Carosone ( Tu vuò fa' l'americano ) e messo in scena da Alberto Sordi nel 1957 ( Un americano a Roma ) appare ora piuttosto distante. D'altra parte, tali immagini confermano ancora una volta tutto il peso della cultura americana nel processo di formazione dei giovani di casa nostra del secondo dopoguerra: abitare nell'”altra America” era comunque un modo per continuare ad abitare in America; quella generazione cresciuta ascoltando il rock and roll, guardando film americani e leggendo fumetti americani, usava, inconsciamente, l'idea di “altra America” per continuare ad amare l'America.
Un corto circuito tra le rappresentazioni dell'America degli anni Cinquanta e le rappresentazioni del decennio successivo che si attiva sull'onda delle proteste per la guerra in Vietnam. Quest'ultima apre la strada a nuove, e imprevedibili, forse, nei loro sviluppi, prese di coscienza che investono direttamente (partecipazione alle manifestazioni) o indirettamente (a livello di immaginario collettivo) e in modo trasversale una parte importante di quella generazione: tra i manifestanti anconetani e pesaresi che protestano contro l'intervento militare degli Usa in Vietnam sfilando sotto le bandiere del Pci e i manifestanti forlivesi che manifestano per il ritiro degli americani dal sud est asiatico, senza presentare apparentemente alcuna appartenenza politica, rintracciamo alcune convergenze nelle espressioni linguistiche e nei concetti richiamati negli slogan (foto nn. 10-17), a partire dalla lotta contro l'imperialismo, che diventa una parola d'ordine a cui molti, come è noto, si richiameranno: “Razzismo, imperialismo, bombardamenti sono il vanto della civiltà americana”; “Via i fantocci imperialisti”. Aiutare il Vietnam, inteso come realtà storica, geografica, nazionale, specifica, significa in certo senso trascendere la sua specificità assolutizzando il suo valore di esempio morale, il suo essere incarnazione di un principio: la ribellione dei popoli del mondo contro l'imperialismo. Su questa base, è possibile trasferire un paese asiatico in tutti gli angoli del mondo, e non solo nel Terzo mondo: “Portare il Vietnam (o la guerra) a casa” per il movimento americano; fare dell'università (poi della Fiat, eccetera) “il nostro Vietnam” per quello delle città italiane.
Da ultimo, le immagini raccolte consentono di mettere in evidenza altri due elementi sui caratteri evolutivi della protesta giovanile negli anni Sessanta. Riordinando le immagini fin qui prese in esame in senso cronologico e aggiungendo a queste alcune istantanee delle manifestazioni studentesche del '68 (foto nn. 18-20), si evince che la presenza femminile si fa sempre più importante numericamente e sempre più protagonista: diversamente da quanto accadeva negli anni e nei mesi precedenti allo scoppio della contestazione nelle università, le ragazze del '68 sono spesso alla testa del corteo a fianco dei loro coetanei maschi; contestualmente, con il progressivo rifiuto delle tutele politiche, nelle manifestazioni di protesta guidate dai più giovani, la presenza degli adulti si fa sempre più esigua, fino a scomparire. Intanto i manifestanti presentano una trasformazione del proprio look, che ora si presenta decisamente più informale: il rifiuto della giacca e della cravatta testimoniano il rigetto di quelli che ora vengono definiti i simboli del potere borghese.

Foto 1 - Rimini 1967
|

Foto 2 - Rimini 1967
|

Foto 3 - Ancona 1965
|

Foto 4 - Ancona 1965
|

Foto 5 - Ancona 1965
|

Foto 6 - Rimini 1967
|

Foto 7 - Rimini 1967
|

Foto 8 - Rimini 1967
|

Foto 9 - Rimini 1967
|

Foto 10 - Forlì 1967
|

Foto 11 - Forlì 1967
|

Foto 12 - Ancona 1965
|

Foto 13 - Ancona 1965
|

Foto 14 - Ancona 1965
|

Foto 15 - Ancona 1968
|

Foto 16 - Ancona 1969
|

Foto 17 - Pesaro 1965
|

Foto 18 - Rimini 1968
|

Foto 19 - Rimini 1968
|

Foto 20 - Ancona 1968
|