N. 11 - Giugno 2006


ISSN 1720-190X





Roberto Brogi

L'Internazionale socialista e la questione delle riparazioni dopo la Grande Guerra

La pace e la distensione sono sempre state al centro dei programmi dell'Internazionale socialista. Per questo è molto interessante studiarne i comportamenti dopo la Grande guerra, a causa delle numerose incognite politiche e sociali ereditate dal conflitto.

Si trattava di un periodo estremamente difficile per il socialismo. La guerra aveva diviso non solo i socialisti appartenenti ai fronti opposti, ma anche all'interno delle varie nazioni. La Rivoluzione d'ottobre aggiunse poi un ulteriore motivo di disgregazione tra i cosiddetti riformisti e le ali sinistre rivoluzionarie.

L'argomento del presente contributo è focalizzato sui primi anni del dopoguerra, e si concentra sul problema delle riparazioni, una delle principali questioni della pace rimaste irrisolte. Essa toccava tutti i paesi del continente e la sua soluzione era un requisito basilare per ricostruirne le economie. Era però anche un banco di prova importante per la rinascita dell'Internazionale socialista, ed una cartina di tornasole della sua debolezza strutturale. In particolare sono qui analizzate le posizioni del socialismo internazionale nei confronti dell'occupazione della Ruhr, il punto di svolta della politica europea del primo dopoguerra, e si assume come termine ad quem il 1924, l'anno in cui gli Stati Uniti intervennero nel Vecchio Continente per stabilizzarne l'economia, avviando la distensione politica della seconda metà degli anni venti.

La storiografia ha a lungo ignorato il ruolo dell'Internazionale socialista dopo il primo conflitto mondiale, preferendo concentrarsi prevalentemente sulla Terza internazionale moscovita. La debolezza strutturale di questa organizzazione, già rilevata da molti contemporanei, non ha certo favorito la nascita di interesse verso la sua politica. I primi tentativi di storicizzare l'esperienza dell'Internazionale vengono da colui che ne è stato l'anima e il principale dirigente: Friedrich Adler 1. Successivamente anche gli storici iniziano a confrontarsi con l'argomento, all'interno però di opere a carattere generale sul socialismo: sia C. Landauer (1959) sia G.D.H. Cole(1968) affrontano la storia dell'Internazionale.

Fondamentale rimane ancora l'opera di J. Braunthal (1963), tra l'altro anch'egli proveniente dalla cerchia dei collaboratori di Adler. L'unico altro saggio di rilievo incentrato sull'Internazionale nel periodo tra le due guerre mondiali è di M. Sokolova (1954). Solo dagli anni '80 assistiamo allo sviluppo di una storiografia capace di porre nodi interpretativi di una certa rilevanza. Gli studi attualmente più aggiornati sono quelli di R. Sigel (1986) e la raccolta documentaria curata da Gerhardt Ritter (1980, I). Entrambi però riguardano soltanto i primi anni del dopoguerra, e si occupano quindi prevalentemente dei problemi legati alla difficile rinascita dell'Internazionale.

In Italia hanno fatto da apristrada i saggi di Aldo Agosti. Anzitutto nel suo Le Internazionali operaie (1974), evidenzia il problema del silenzio storiografico 2 rilevando come l'Internazionale abbia avuto comunque una certa influenza politica, nonostante tutte le sue insufficienze e debolezze. Inoltre lo studioso torinese sottolinea per primo l'importanza della politica estera di questa organizzazione nel convegno organizzato dall'Istituto Gramsci di Alessandria su Pace e guerra nella storia del socialismo internazionale (Malandrino 1984). Fondamentale non solo per la storiografia italiana rimane il volume curato da Collotti (1985) per gli annali della Fondazione Feltrinelli. Si tratta di una miscellanea di studi, solo in parte in italiano, dove si ripercorre in modo interdisciplinare la storia dell'Internazionale tra le due guerre.

Nonostante si possa dire che il silenzio storiografico sia stato in parte infranto, rimane però aperta la questione della politica estera di questo organismo.

Gli eventi del luglio-agosto 1914 dimostrarono quanto fosse illusoria per i socialisti l'idea di poter impedire una guerra in un mondo ancora dominato dal sistema capitalistico. La Seconda Internazionale franò sotto i colpi dello sciovinismo nazionalista.

Con l'approssimarsi della fine del conflitto si intensificarono i tentativi di ricostruire un organismo effettivamente funzionante, nonostante le grandi difficoltà politiche ed organizzative 3. L'iniziativa di ricucire i contatti era passata decisamente in mano ai laburisti britannici, dato che i socialdemocratici tedeschi, il motore dell'Internazionale prebellica, erano troppo screditati agli occhi dei socialisti dei paesi dell'Intesa per il supporto alla politica bellica del Kaiser .

La prima conferenza nel dopoguerra si tenne nel febbraio del 1919 a Berna. Nelle intenzioni dei laburisti 4 il congresso avrebbe dovuto sostenere una politica di pace basata sugli ideali wilsoniani. In realtà il presidente americano, nonostante avesse inviato un osservatore, deluse le aspettative dei socialisti moderati. Wilson non voleva assolutamente correre il rischio di essere identificato con un settore ben preciso della società, le classi lavoratrici ( Ritter 1980, I 28) , e non intendeva porsi in aperto contrasto con l'American federation of labour, il sindacato confederale americano contrario alla conferenza ( Ritter 1980, I 32) . Inoltre il rifiuto della delegazione belga e del Psi a partecipare all'incontro diminuì notevolmente le possibilità di influenzare le scelte di Wilson e dei Big Four a Parigi 5.

La delegazione francese era profondamente divisa tra l'ala moderata, fautrice della union sacrée ed ora però minoritaria nel partito, e l'ala massimalista, rappresentata da Ferdinand Loriot e molto critica sull'inclusione dei cosiddetti socialpatrioti nella conferenza. Per la destra della Sfio era importante ottenere la sanzione della colpa dei governi degli Imperi centrali nello scoppio del conflitto e la condanna del supporto dato dalla Spd alla politica bellica del proprio governo (Ritter 1980, I 43-44) .

La delegazione inglese era rappresentativa di tutte le anime del socialismo britannico, dai sindacati ai laburisti indipendenti. Nonostante la composizione piuttosto eterogenea, sentì come proprio obiettivo la necessità di riuscire a mediare tra le diverse posizioni per arrivare ad un risultato positivo. In questo modo aiutò moltissimo i tedeschi ad uscire dall'isolamento (Ritter 1980, I 45-48) .

La delegazione della socialdemocrazia tedesca, guidata da Otto Wels e Hermann Müller, si era posta l'ambizioso obiettivo di riuscire a mobilitare i lavoratori di tutti i paesi per fare pressioni sui governi dell'Intesa in favore di una pace non punitiva. Per questo scopo aveva il pieno appoggio del ministro degli Esteri del Reich Brockdorff-Rantzau, che aveva rimpiazzato l'ambasciatore a Berna con il socialdemocratico Adolf Müller per facilitare il compito della delegazione della Spd. La posizione dei tedeschi, costretti a difendersi dagli attacchi dei socialisti francesi e della maggior parte dei rappresentanti degli altri paesi riguardo alla politica del Burgfrieden , era però molto difficile (Ritter 1980, I 51-53) . La situazione dei delegati della socialdemocrazia indipendente (Uspd), Eisner e Kautsky in testa, era molto meno problematica proprio per la loro ammissione a priori della colpa tedesca nello scoppio del conflitto. Gli indipendenti fallirono comunque l'obiettivo di ricostruire un'Internazionale più orientata a sinistra, e questo li spinse successivamente verso la Terza internazionale moscovita (Ritter 1980, I 53-54) 6.

La conferenza di Berna fallì nel suo compito principale, quello di ricostruire l'Internazionale escludendo a priori i comunisti ma includendovi i socialisti di sinistra. Oltretutto il suo esito negativo portò i bolscevichi a tenere nel marzo 1919 il congresso costituente della Terza internazionale.

Un altro forte momento di frizione all'interno del fronte socialista fu il tentativo di sciopero generale di 24 ore proclamato dalla Sfio e dal Psi per il giorno 21 luglio 1919 per protestare contro i tentativi controrivoluzionari dell'Intesa in Russia e in Ungheria e contro il trattato di Versailles 7.

Tra il 2 ed il 9 agosto si riunì a Lucerna la Commissione permanente della Seconda internazionale, con lo scopo, nuovamente fallito, di dare una risposta unitaria ai problemi della pace. Un anno dopo, alla conferenza di Ginevra, dei grandi partiti socialisti europei erano rimasti nell'Internazionale solamente i laburisti ed i socialdemocratici tedeschi 8. La nascita, promossa alla fine del 1920 dai socialisti di sinistra, della cosiddetta Unione viennese, o Internazionale 2 e mezzo ( Steiner 1985) 9, ebbe lo scopo di cercare di superare le differenze tra il socialismo di destra, di sinistra ed i comunisti per arrivare ad una “organizzazione del proletariato mondiale” 10. I tentativi di costruire un ponte con Mosca parevano inizialmente dare buoni frutti, anche perché i bolscevichi speravano all'inizio del '22 di ricevere un aiuto in vista della conferenza di Genova. Successivamente però gli ottimi risultati ottenuti dai sovietici proprio a Genova (trattato di Rapallo) e la sempre più forte repressione interna nei confronti dei socialrivoluzionari allontanarono le due parti. Più fruttuoso fu invece il riavvicinamento con la Seconda internazionale, favorito dalla riunificazione dei due partiti socialdemocratici tedeschi 11 e dal pericolo di una deriva autoritaria e reazionaria che stava interessando diversi paesi europei, Italia ed Ungheria in testa. Nel maggio del 1923 si tenne ad Amburgo il congresso che unificò le due internazionali socialiste con la creazione della Sozialistische Arbeiter Internationale (Sai – Internazionale operaia socialista Ios).

Il fallito tentativo del congresso di Berna di influenzare l'operato dei “quattro grandi” non significa che l'Internazionale non abbia impostato una chiara linea politica nei confronti delle più pressanti tematiche sulla pace. Tra queste naturalmente vi erano già le riparazioni, viste ancora esclusivamente in connessione alla questione della responsabilità della guerra. Su questo delicatissimo punto l'Internazionale si pose su posizioni simili a quelle tedesche. Infatti accolse la dichiarazione della maggioranza della Spd, che diceva:

Attraverso la rivoluzione il proletariato tedesco ha abbattuto e distrutto il vecchio sistema politico responsabile della guerra. La socialdemocrazia tedesca, in qualsiasi modo si voglia giudicare la sua politica durante il conflitto, ha ora dimostrato con la sua ferma volontà di voler partecipare con tutte le sue forze alla ricostruzione del mondo flagellato dalla guerra e di voler combattere nella Società delle Nazioni per il socialismo con i partiti socialisti di tutti gli altri paesi (Ritter 1980, I 316) 12.

Così la conferenza riuscì a trovare un punto d'incontro molto labile nel fatto che i socialdemocratici tedeschi avevano ammesso le colpe del vecchio sistema politico pur lasciando chiaramente intendere la non colpevolezza della neonata Repubblica. Con questa dichiarazione la Spd si rifiutò però di esaminare criticamente la sua politica durante il conflitto, come richiesto a gran voce dalla Sfio.

Il distacco dalle responsabilità del vecchio regime imperiale venne ulteriormente ribadito nella risoluzione finale:

La conferenza di Berna riconosce che la questione della colpevolezza della guerra è risolta grazie alle dichiarazioni della maggioranza tedesca, che ha evidenziato lo spirito della nuova Germania e il suo totale distacco dal vecchio regime colpevole nello scoppio del conflitto (Ritter 1980, I 316) 13.

Alla conferenza della Commissione permanente dell'Internazionale tenuta a Lucerna tra il 2 ed il 9 agosto 1919 si dovette prendere atto delle crescenti difficoltà di incidere sugli assetti postbellici, visto l'insuccesso delle pressioni per ottenere una pace equa e vista l'ondata controrivoluzionaria che si stava abbattendo contro la Russia e contro l'Ungheria. Inoltre l'Internazionale stessa continuava ad essere paralizzata dalle divisioni interne. Adesso alla rivalità tra i delegati dei paesi ex-belligeranti si era aggiunto lo scontro interno tedesco tra Spd ed Uspd 14. Per questo si votarono tre diverse risoluzioni. La prima, accettata dalla maggioranza dei delegati, era la meno critica nel giudicare la situazione internazionale nata con la pace di Versailles: “la conferenza si rallegra fortemente che sia stata firmata la pace”, anche se “l'Internazionale non crede che i pericoli dei conflitti siano eliminati totalmente con la firma dei trattati. Sarà infatti compito del socialismo in tutti i paesi ripulire l'atmosfera diplomatica, con l'introduzione di una diplomazia aperta e liberale, con la creazione di rapporti economici, che non devono servire a reprimere interessi nazionali o a sollevare rancori, ma a dare a tutti i popoli le stesse possibilità di accedere alle ricchezze del mondo” (Ritter 1980, I 656) 15.

La seconda, votata dalla maggioranza dei socialisti francesi, dagli austriaci e dai socialdemocratici tedeschi maggioritari ed indipendenti, giudicava Versailles come un “Trattato imposto dai vincitori allo sconfitto. Gli Stati vittoriosi dell'Intesa hanno dato alla guerra una conclusione nazionalista e capitalista, in una forma simile a quella che le avrebbero dato gli Imperi centrali se avessero trionfato” (Ritter 1980, I 659) 16.

Infine passò anche una risoluzione comune sui problemi territoriali e sulla revisione del trattato di Versailles. Su questi punti l'Internazionale accusò “gli Alleati di aver creato nuove ingiustizie, avendo tolto a popoli interi il diritto di far conoscere la loro opinione. Così si sarebbero poste le basi per nuovi conflitti, che si svilupperanno se la Società delle Nazioni rimane inefficace o viene guidata da motivi nazionalisti o imperialisti” (Ritter 1980, I 661) 17. I punti riguardo alla revisione del trattato prevedevano anche delle importanti prese di posizione sul problema delle riparazioni. Innanzitutto “la somma richiesta alla Germania andava fissata nel più breve tempo possibile”; inoltre “non doveva essere così alta da ridurre il tenore di vita delle classi lavoratrici tedesche al di sotto di quello degli operai delle altre nazioni”; infine “l'accordo riguardo alla regolamentazione dei pagamenti (cioè per la Commissione per le riparazioni) doveva passare per la Società delle Nazioni e non per gli Alleati” (Ritter 1980, I 663-664) 18.

Il giudizio sul trattato di Versailles era in ogni caso negativo. La risoluzione maggioritaria, apparentemente la più costruttiva, si rivelò uno strumento insufficiente per indirizzare la lotta per la revisione del trattato. Allo stesso modo anche la risoluzione della minoranza era insoddisfacente, in quanto troppo radicale nell'equiparare la politica delle potenze alleate a quella degli Imperi centrali. Era invece un fatto di notevole importanza che l'Internazionale prendesse per la prima volta posizione sul problema delle riparazioni. Per noi assume così un notevole interesse la risoluzione comune. In essa si precisano quelli che saranno i punti fermi degli anni successivi: la necessità della certezza del debito tedesco, il fatto che questo non doveva essere troppo gravoso 19, il coinvolgimento della Società delle nazioni nella questione.

La divisione interna dell'Internazionale diminuì ulteriormente la sua già scarsa influenza sulle decisioni degli Alleati. La ricerca dell'unità del movimento socialista ebbe così un effetto paralizzante sull'elaborazione di una politica estera efficace. Nel 1921, l'anno in cui fu fissata la somma definitiva dovuta dalla Germania, l'Internazionale non influì in alcun modo sulla decisione presa dagli Alleati 20, e solo nel 1922 avanzò nuove proposte concrete sul tema delle riparazioni.

Infatti proprio nel 1922, in seguito alle aspettative suscitate dalla convocazione della conferenza di Genova per la primavera di quell'anno, cominciarono una serie di incontri promossi dall'Internazionale tra i partiti socialisti dei paesi interessati alle riparazioni.

I delegati di Gran Bretagna, Belgio, Francia, Italia e Germania furono invitati per la prima volta a Parigi all'inizio di febbraio per discutere appunto su “la situazione economica e le riparazioni”. L'incontro, cui italiani e tedeschi non parteciparono, fu egemonizzato dai francesi. È molto interessante analizzarne le posizioni per comprendere la loro evoluzione rispetto al congresso di Berna del 1919, quando erano ancora pregiudizialmente ostili ai socialdemocratici tedeschi.

Il loro memorandum iniziava ricordando che “la ricostruzione dei distretti devastati in Francia e in Belgio è una delle condizioni essenziali per la ristabilizzazione morale e materiale dell'Europa” 21. L'indagine poi si spostava sul problema della mancata capacità di pagamento della Germania. La Sfio illustrò una serie di condizioni per permettere alla Germania di rinascere economicamente e quindi di poter pagare le riparazioni: riapertura di tutti i mercati stranieri; cessazione di acquisto di oro all'estero per cercare di salvare il marco; stabilizzazione della moneta tedesca come condizione principale per risanare il bilancio dello Stato; necessità di interrompere il circolo vizioso di comprare i beni interni con l'aumento della carta-moneta e di importare i materiali grezzi dall'estero, incrementando quindi l'inflazione 22. Per poter esercitare le necessarie pressioni sui propri governi era fondamentale un accordo completo su questi punti, e questo sarebbe stato per i socialisti francesi il motivo per organizzare l'incontro 23. La Sfio propose anche una bozza di risoluzione con alcune parti molto interessanti, soprattutto riguardo alle riparazioni:

[La conferenza] dichiara, come già avvenuto alla Conferenza di Amsterdam , che, affinché il lavoro di ricostruzione possa essere compiuto senza esaurire le risorse delle nazioni devastate, senza la bancarotta finanziaria del debitore stesso e senza la paralisi economica degli altri paesi, è necessario appoggiarsi all'assistenza delle nazioni interessate, ad un organismo internazionale per la ricostruzione che abbia allo stesso momento una natura economica e finanziaria, e che sia finanziato progressivamente dal capitalismo tedesco 24.

Si trattava di una posizione molto avanzata, in forte sintonia con le idee dei socialdemocratici tedeschi. Al termine della riunione parigina il memorandum francese fu accettato come base per una successiva conferenza da tenersi a Francoforte 25.

A questa parteciparono i rappresentanti di tutti e cinque i paesi con delegazioni di altissimo livello 26. Riguardo la ricostruzione delle aree devastate del Belgio e della Francia del nord, si ribadì con fermezza che

La ricostruzione delle regioni devastate, in particolare in Belgio e in Francia, deve essere assunta dalla Germania al limite massimo delle sue capacità 27.

Si affermò però anche che la politica degli Alleati impediva alla Germania di saldare l'onere che le spettava, e si riproposero una serie di misure atte a favorire una soluzione “internazionale” delle riparazioni 28.

L'andamento insoddisfacente della conferenza di Genova, con l'isolamento della Germania ed i contrasti nel fronte alleato, portò i socialisti belgi, francesi ed inglesi a riunirsi a Bruxelles nel maggio del 1922 per raggiungere un ulteriore accordo sui temi della pace 29. Essi concordarono i seguenti punti:

a) [La conferenza] riafferma le risoluzioni votate all'unanimità ad Amsterdam ed a Francoforte dai rappresentanti delle classi lavoratrici di Germania, Gran Bretagna, Belgio e Francia, dichiarando la necessità economica e morale delle riparazioni ed evidenziando che la loro esecuzione dipende dalla cooperazione economica e finanziaria di tutte le nazioni interessate.

b) Essa dichiara che l'articolo 18, annesso I, parte 8 del Trattato di Versailles non può da noi essere interpretato nel senso di dare ad una Potenza la possibilità di eseguire delle sanzioni nei confronti di una Germania inadempiente.

I delegati non possono accettare che un debitore dipenda dalla grazia del creditore come nel primitivo diritto romano. Ciò non è in accordo con le condizioni di giustizia di un mondo civilizzato.

c) In quanto fortemente determinati ad evitare il rischio di guerre, non possono accettare sanzioni in forma di occupazione militare, che sarebbe solamente guerra sotto altre vesti.

d) Essi condannano in particolare la pratica di decisioni unilaterali che diverrebbero chiaramente un pericolo ancora maggiore per la pace.

e) Essi dichiarano che le difficoltà che nascono dall'esecuzione dei trattati debbono essere risolte in conformità alle moderne idee di giustizia 30.

La capacità dell'Internazionale di incidere sulle decisioni assunte dagli Alleati in merito alle riparazioni rimase in ogni caso molto limitata, e l'occupazione della Ruhr evidenziò ulteriormente questa impotenza.

La costituzione del primo governo laburista inglese, guidato da Ramsay MacDonald nel 1924, segnò anche per la Sai un momento di svolta. Nel luglio di quell'anno, mentre si discuteva la proposta avanzata dalla commissione Dawes, il Bureau dell'Internazionale si riunì nuovamente ad Amsterdam assieme ai rappresentanti dei sindacati per pronunciarsi riguardo al nuovo piano. Dopo aver ribadito i punti cardine del progetto della Sai come erano già stati esposti a Francoforte nel 1922, si analizzò la proposta Dawes:

il piano della commissione di esperti cerca di risolvere il problema delle riparazioni ponendo sulle spalle delle classi lavoratrici un peso molto maggiore che sui capitalisti tedeschi e mettendo l'amministrazione delle ferrovie del Reich sotto l'influenza del capitale straniero. [...] Purtuttavia, nonostante questi limiti ed errori della proposta della commissione di esperti, un fallimento del presente progetto non porterebbe a nulla di migliore al suo posto, mentre aggraverebbe senz'altro la già grave crisi dell'Europa. Sotto queste condizioni l'applicazione del piano risulta l'unica soluzione possibile 31.

L'Internazionale sollecitò inoltre “la fine dell'occupazione militare” della Ruhr e “l'invito della Germania alla conferenza di Londra 32, così da sostituire il sistema delle trattative tra popoli aventi gli stessi diritti al sistema del Diktat 33.

L'occupazione della Ruhr da parte delle truppe franco-belghe, iniziata l'11 gennaio 1923, rimase il tema politico più scottante per tutto l'anno successivo.

La reazione dei socialisti europei alla notizia dell'azione militare fu pronta e di ferma condanna. Il 26 ed il 27 gennaio si tenne ad Amsterdam una prima riunione tra le due Internazionali e la federazione internazionale dei sindacati per concordare una linea comune. Nel dibattito ebbe un ruolo centrale la figura del Parteivorsitzende della Spd Otto Wels, che impose la visione del problema da parte del proprio partito. Innanzitutto respinse la proposta dei compagni inglesi di cercare di far ritirare in segno di protesta il contingente di occupazione britannico sul Reno 34, perché sarebbe stato sostituito da truppe francesi, e “la loro occupazione della Renania e della Ruhr aprirebbe la possibilità per una completa revisione delle aree economiche dell'Europa e permetterebbe alla Francia di crearsi una posizione dominante in Europa, non solo economicamente, ma anche politicamente” 35. Wels cercava fortemente “l'appoggio degli altri compagni” 36 in questa lotta, non confidando in un eventuale arbitrato della Società delle nazioni perché non la considerava un organismo imparziale 37.

Alla fine dei due giorni si giunse ad una risoluzione nella quale si condannava “nei termini più netti possibili l'occupazione militare della Ruhr, come anche l'uso della forza e della violenza per risolvere il problema delle riparazioni” 38 e si decidevano le seguenti azioni:

Si deve:

1) condurre una vigorosa campagna per la diffusione di questi principi in tutti i paesi attraverso la stampa, i comizi e le dimostrazioni;

2) organizzare uno scambio continuo di informazioni riguardanti la posizione dei vari paesi per mantenere e rafforzare i legami di fiducia che debbono esistere tra tutti i popoli;

3) usare ogni mezzo per convincere i governi interessati a demandare la questione alla Società delle Nazioni, nella quale la Germania deve essere ammessa come membro avente gli stessi diritti di tutte le altre potenze;

4) concentrare l'attenzione dei lavoratori sul pericolo di una nuova guerra e chiedere loro di utilizzare tutto il potere delle loro organizzazioni e la loro forza morale per contrattaccare gli assalti più o meno scoperti del militarismo e dell'imperialismo e per mantenere la pace 39.

Il passo successivo fu una importante conferenza interparlamentare tra i deputati socialisti belgi, francesi, inglesi ed italiani a Parigi (20 e 28-29 marzo 1923) inframezzata dalla visita di una delegazione 40 a Berlino per discutere la questione anche con i socialdemocratici tedeschi. Dopo il primo incontro i deputati giunsero alla conclusione che “la presente politica nella Ruhr non offre alcuna soluzione per i problemi suddetti e, se viene perseguita sino alla sua inevitabile crisi, incrementerà le incognite politiche ed economiche che stanno stroncando le nazioni europee” 41, e di dover trattare con i tedeschi “un adattamento ai bisogni presenti del piano di Francoforte per le riparazioni” e “le condizioni per ottenere la sicurezza nazionale francese” 42. L'incontro con i tedeschi, dopo iniziali incomprensioni, fu abbastanza proficuo, e le parti trovarono un accordo di massima che venne approvato nella seduta finale 43 della conferenza 44, dove si criticò nuovamente la politica francese:

La pace in Europa e la sicurezza della Francia sono garantite maggiormente dal rafforzamento della repubblica e della democrazia in Germania, la cui condizione è però la rinuncia da parte del governo francese di una politica tedesca che favorisca gli elementi nazionalisti e revanchisti in Germania. 45

Il piano venne proposto da Wauters a Theunis, primo ministro belga, che si mostrò interessato ma anche molto possibilista. Lo stesso Wauters sintetizzò la risposta di Theunis sul piano dell'Internazionale con le seguenti parole: “contiene delle buone idee. Non ha però ampio respiro. Vi è un serio ostacolo nell'uguaglianza economica. Sembra poi impossibile che l'occupazione della Ruhr possa cessare completamente in breve tempo” 46.

La costituzione della Sozialistische Arbeiter Internationale facilitò senz'altro le iniziative dei socialisti, ed il nuovo organismo si mosse speditamente nei confronti dell'occupazione della Ruhr. Dopo un primo sondaggio del Bureau a Bruxelles, dove si fece più che altro il punto della situazione in Francia ed in Belgio 47, nel luglio 1923 venne organizzato a Londra un incontro tra i rappresentanti di Francia, Belgio e Gran Bretagna 48 per discutere “la situazione internazionale e il comportamento che i rispettivi partiti devono tenere” 49. Dopo un esame della situazione nei vari paesi, si decise l'invio di Tom Shaw, segretario della Sai, nella zona occupata 50. Dal suo resoconto emerge come “i compagni della Ruhr fossero nei fatti molto isolati, quasi senza conoscenza delle ultime novità e vicini alla disperazione” 51. Alla fine Shaw giunge alle seguenti conclusioni:

1) vi è, se non iniziano immediatamente delle trattative, il pericolo che la Ruhr diventi una polveriera;

2) la popolazione della Ruhr è comunque pronta ad un compromesso accettabile;

3) i lavoratori della Ruhr riconoscono che i francesi non lasceranno il bacino se non dopo un accordo e sarebbero pronti, previe assicurazioni sulla libertà di poter tornare normalmente al lavoro, ad interrompere la resistenza passiva.

Il consiglio del segretario era quello di “aumentare le pressioni dell'opinione pubblica sul governo francese, per portarlo ad accordare le necessarie assicurazioni ai lavoratori tedeschi per giungere così alla fine della resistenza passiva. Questo per portare i contendenti al tavolo delle trattative mantenendo intatto l'amor proprio francese e liberando allo stesso tempo la Ruhr. Se non avvenisse questo, la Ruhr cadrebbe pian piano in un tale stato di disgrazia, che se ne potrebbe riprendere solo dopo molti anni” 52.

La fine della resistenza passiva, annunciata dal governo Stresemann il 26 settembre 1923, provocò l'immediata reazione anche della Sai, il cui Bureau si riunì nuovamente a Bruxelles il 3-4 ottobre. Dopo un giudizio generale di condanna dell'occupazione, si constatò che “la politica di Poincaré, con la quale la politica del governo belga va a braccetto, non ha ancora raggiunto alcuna riparazione. I pegni produttivi si sono dimostrati infruttuosi. La violenza come al solito non ha portato a niente. La crisi politica in Germania ed il caos dal quale è minacciata sono un pericolo per tutta l'Europa. Le organizzazioni dei lavoratori condannano pesantemente la politica di Poincaré e di tutti quelli che dopo la fine della resistenza passiva speculano sulla frantumazione politica della Germania e sulla sua distruzione economica e che rendono l'apertura di trattative dipendente da condizioni sempre più dure” 53. L'Internazionale chiese nuovamente “l'immediata apertura di trattative tra la Germania e le potenze alleate senza alcun nuovo presupposto” 54.

La sempre più acuta crisi politico-finanziaria del Reich accentuò l'impegno della Sai nel cercare di aiutare i compagni tedeschi. Dopo il Putsch di Hitler l'Internazionale convocò una conferenza, poi rinviata per motivi “logistici”, ma soprattutto pubblicò un importante appello a tutti i socialisti europei:

La politica di Poincaré è divenuta la padrona dell'Europa. Tutte le terribili previsioni, che l'Internazionale socialista dei lavoratori aveva predetto al suo congresso isitutivo ad Amburgo nel maggio di quest'anno, si sono avverate.

La reazione in Francia ha rafforzato le forze dei reazionari in Germania. L'ondata nazionalista, della quale Poincaré è l'artefice, ha creato la stessa ondata nella borghesia tedesca. Gli Hitler ed i Ludendorff predicano folli idee di rivincita. Gli obiettivi rapaci dei capitalisti, che furono la vera causa dell'occupazione della Ruhr, hanno, assieme alle manovre rapinatorie di Stinnes e consorti, che venivano coperte dai governi borghesi di Cuno e di Stresemann, messo alla fame nella sua forma peggiore il proletariato tedesco.

Fame, reazione e disillusione hanno preso la mano in Germania. [...]

La vittoria di Poincaré non solo distrugge le possibilità politiche ed economiche della Germania, ma anche le basi economiche delle organizzazioni dei lavoratori tedeschi. Un gran numero di quotidiani ha dovuto chiudere le pubblicazioni, per altri sussiste il medesimo rischio ogni giorno, il grande apparato del partito della socialdemocrazia tedesca, il secondo partito di lavoratori al mondo, corre il pericolo che possa essere fiaccato nelle sue funzioni a causa delle difficoltà materiali. [...]

Così vi chiediamo di cercare ogni sforzo possibile nel mettere a disposizione mezzi dai fondi dei partiti fratelli, di indire raccolte di denaro e di usare tutti questi aiuti per sostenere il SOCIALISMO IN GERMANIA E IN FRANCIA 55.

L'autunno caldo tedesco aveva ormai provocato una crisi che anche all'estero appariva come decisiva per le sorti dello Stato repubblicano. L'Internazionale comprese pienamente l'importanza politica della salvaguardia della democrazia in Germania per il futuro del socialismo europeo. In questo senso va interpretato l'appello ad aiutare anche finanziariamente la Spd. Dopoché il Reich ebbe superato la crisi autunnale, ed in seguito all'insediamento della commissione Dawes, l'interesse per l'occupazione della Ruhr scemò progressivamente.

Come abbiamo visto in tutti questi esempi, le risoluzioni e le attività dell'Internazionale rimasero lettera morta e non sortirono quasi alcun effetto. L'impotenza di questo organismo suscitò anche diversi contrasti all'interno del fronte socialista. In una lettera databile alla fine del 1923, Troelstra, leader dei socialisti olandesi, fu molto critico nei confronti della politica della Sai:

Per attuare le nostre risoluzioni di Berna (1919) fu istituito un “comité d'action” che avrebbe dovuto negoziare con i “big four” a Parigi, con il ben noto risultato negativo. Da allora l'Internazionale ha spesso ripetuto le sue idee sulle questioni riguardanti la pace e le riparazioni in formule e richieste concrete, senza però che si potesse vedere anche solo un qualche risultato. Come istituzione diplomatica ha fallito completamente ed è ora di chiedersi se sia il caso di continuare su questa strada.

Quello che l'Internazionale non ha fatto o non ha potuto fare in questo lasso di tempo è stato creare un vero movimento tra le masse. Nel gennaio di quest'anno, in collegamento con l'organizzazione internazionale dei sindacati, è passata una risoluzione nella quale si menzionava l'eventualità di manifestazioni internazionali, ma da questo non venne niente di concreto. Persino i compagni tedeschi, ai quali sarebbe interessato in primo luogo dare un carattere internazionale alla lotta per la repubblica e contro l'occupazione straniera franco-belga, non hanno fatto uso di questo mezzo. Così sinora si è persa l'occasione di mobilitare le masse sotto la bandiera dell'Internazionale socialista contro i sempre più forti reazionari.

Non voglio mettere in evidenza questi fatti per esercitare una mera critica. Riconosco che, fino a quando l'unione di Vienna e Londra non era stata completata, non sia stata quasi possibile un'azione di massa internazionale e che, soprattutto nei primi anni dopo l'armistizio, le tendenze nazionaliste nel proletariato dei paesi belligeranti siano state un ostacolo per azioni internazionali.

Poiché l'unione [delle due Internazionali] è un dato di fatto e lo stato grave della Germania minaccia di portare alla fine economica e al pericolo della reazione le classi lavoratrici, andrebbe riconsiderata la questione, se non sia davvero l'ora di rivolgersi direttamente alle masse. Una ripetizione o un rinnovo dei consigli sinora dati ai governi ed alle frazioni parlamentari avrebbe in questi tempi critici un'importanza ancora minore che in passato.

Se l'Internazionale vuole esercitare un'influenza sui governanti ed essere centro di attrazione per i popoli, non deve più rivolgersi ai governi, ma alle masse 56.

Le tesi di Troelstra, in parte condivisibili, non consideravano la debole influenza esercitata dai singoli partiti socialisti sulla politica nazionale a causa principalmente delle loro divisioni interne.

L'esempio dei socialdemocratici tedeschi, per quanto caso limite, è certamente sintomatico. Prima della guerra la Spd era il più grande partito del Reich , ma, soprattutto, la disciplina interna era talmente forte che essa appariva all'esterno come un blocco unico, granitico. La guerra, con l'uscita dell'ala pacifista prima dal gruppo parlamentare e poi dal partito, mandò in frantumi l'unità della sinistra tedesca. Questa, dopo la nascita del partito comunista nel dopoguerra, non fu mai ricomposta. La divisione, con gli indipendenti prima e con i comunisti poi, ebbe un peso considerevole nell'indirizzare la politica dei socialdemocratici, che dovettero difendersi da un'opposizione “di sinistra” proprio nel momento in cui si trovarono alla guida dello Stato repubblicano tedesco. Inevitabilmente le coalizioni dei primi anni venti con le forze borghesi moderate erano destinate a sgretolarsi, ed il partito perse elettorato ed influenza politica.

Negli altri paesi europei la situazione era in parte simile, e la sinistra era fortemente divisa sia in Francia sia in Italia, paesi nei quali si sentì in modo notevole l'influenza di Mosca e della Terza internazionale. Il caso britannico ci appare invece come un caso unico, con il laburismo che nel periodo tra i due conflitti mondiali si impose nella logica bipartitica inglese come la forza capace di sfidare i conservatori e di determinare il declino dei liberali.

Questi problemi dei grandi partiti socialisti europei si ripercossero inesorabilmente sull'Internazionale. Il socialismo, nonostante fosse portatore di ideali di giustizia, di equità sociale e politica, del rispetto dei diritti dei popoli sconfitti, fallì nella sua funzione di influenza sui governi europei dell'Intesa, dominati ancora dall'odio nei confronti dei nemici e dagli egoismi nazionali.




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Autore Brogi Roberto
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