- Introduzione
- Media e Medio Oriente
- La pace in Medio Oriente tra storia e notizia
- Proposta metodologica
- Un accordo senza pace
- Il New York Times
- Conclusioni
“Grandi sono le nuove possibilità offerte dai mass media […] per la produzione di storia sia sul piano del linguaggio sia su quello delle fonti”. Tuttavia in questo senso esistono visioni spesso approssimative, “un certo indulgere a visioni meccanicistiche” (Cesareo 1995, 335), animate più da sentimento di giustizia sociale e dal desiderio, più che legittimo, di denuncia che dalla necessità di definire metodologie d'analisi per integrare storia e aspetti mediatici. Ne è una prova la vasta mole di produzione letteraria su eventi mediatici di forte impatto politico, in primo luogo i conflitti e le tensioni del Medio Oriente (Si veda, per esempio, I libri. Rivista bimestrale di bibliografia italiana , 11, 3, 2003, alla voce “Storia generale d'Asia”).
Se da una parte questa produzione aiuta la società civile e gli studiosi a mantenere una necessaria criticità rispetto al ruolo sempre più imperante dei media nella costruzione delle percezioni degli eventi che costituiranno la Storia, dall'altra tende a cadere nella stessa dinamica, proponendo una rilettura appassionata ma circoscritta, un qualcosa che si avvicina troppo alla stessa produzione mediatica e che riporta le caratteristiche tipiche del dibattito giornalistico in “editoriale”.
In questo modo si riflette una caratteristica attuale della narrazione mediatica degli eventi, che “di volta in volta si concentra su eventi, personaggi, processi di particolare “presa” e invita a una sorta di “turismo della memoria”(Cesareo 1995, 336). Scrive Mauro Wolf a proposito del dibattito pluridecennale sugli effetti dei media: “il rischio connaturato in un approccio mediacentrico è infatti di perdere di vista i legami tra le varie componenti del sistema sociale, quasi che nell'azione dei media si esaurissero i fattori principali del mutamento”(Wolf 1996, 481).
Il conflitto mediorientale rappresenta in questo senso un caso esemplare. Esso vive attraverso i media, i quali spingono politici e opinione pubblica a forti prese di posizione che, a loro volta, assumono rilievo in quanto pubblicizzate dai media. Si sviluppa così un canale parallelo alla storia degli eventi, il quale non si basa su fatti, bensì su interpretazioni e valutazioni. I legami con le componenti reali del conflitto israelo-palestinese rimangono sullo sfondo e assumono rilievo vicende e opinioni che acquistano determinate configurazioni in quanto soggetti dei media e nei media. Il rischio, in questo caso, è proprio quello di confondere i due piani e contribuire alla costruzione di questa pseudo-storia seguendone l'andamento e utilizzando il suo linguaggio.
Il dibattito pubblico sul Medio Oriente si sviluppa così su un piano dove non è possibile portare prove fattuali, e dunque più facilmente criticabile, che prende ad oggetto soprattutto l'aspetto negativo della questione, il conflitto, trascurandone gli altri elementi fondamentali. Nelle situazioni conflittuali internazionali le carenze nella ricostruzione degli avvenimenti divengono infatti più visibili, rivelando più clamorosamente ciò che avviene anche in tempi, e per argomenti, non conflittuali (Carruthers 2000, 16).
Questo canale parallelo, la presentazione mediatica degli eventi, permea e condiziona la nostra società, poiché “la presenza capillare e l'impatto dei mass media, insieme con l'elaborazione rapida dei dati e la loro trasmissione a distanza in tempi reali, [sono] alla base di fenomeni che la cultura occidentale tradizionale non è più in grado di padroneggiare. La società viene a porsi come una globalità sincronica, differenziata e ‘complessa' al suo interno eppure fondamentalmente unitaria, fluida ma nello stesso tempo vincolata a imperativi tecnico funzionali dai quali non v'è ritorno né scampo in quanto sono onnipervasivi e planetari (Ferrarotti 1986, 72).
I media intervengono “direttamente nel determinare le coordinate complessive al cui interno si realizza la storia contemporanea, intesa come vicenda collettiva dell'intera umanità” (De Luna 1993, 5). Ciò deriva dalla trasformazione dell'informazione mediatica in una fonte di potere, che esercita i suoi effetti sull' agenda della politica – in questo caso estera – dando rilevanza ad alcune tematiche invece che ad altre (Shaw 1996, 17).
Nel lungo lasso di tempo che impiega un avvenimento per diventare storia, il ruolo dei media oggi è dunque rilevante. Essi costruiscono memorie virtuali che possono, in un'epoca di mutamenti rapidissimi come questa, cristallizzarsi: “il paradosso è che, a questo punto, diventa apocrifa la memoria di quanto è realmente accaduto perché la memoria autentica è appunto la memoria virtuale” (Cesareo 1995, 337). Esercitando un potere che produce effetti reali sulla società, i media alterano la realtà stessa in modo sostanziale. Si tratta infatti di un ruolo di potere, del tutto analogo a quello descritto da Pocock: “informando la controparte di una data serie di fatti – o di quanto sia ritenuto tale – […] cerco di costringere lui ad agire rispetto a tale serie di fatti piuttosto che a un'altra, e rispetto a quella serie di valori che un insieme di norme convenzionali attribuisce a codesti fatti (Pocock 1990, 115). I loro effetti possono quindi essere considerati come elementi storici a tutti gli effetti, e in quanto tali suscettibili di essere analizzati nella ricostruzione degli avvenimenti.
La storia dell'avvio delle trattative tra israeliani e palestinesi è la storia di una serie di improvvise nuove condizioni politiche e di cambiamenti che denotano un contesto alquanto complesso. Condizioni che inaugurano un nuovo periodo storico per il Medio Oriente, quello del processo di pace tra palestinesi e israeliani, che inizia e finisce con la rivolta popolare, il “risveglio” (Codovini 2000, 55) dei palestinesi: la prima Intifada dell'8 dicembre 1987 e quella del 28 settembre 2000, cosiddetta di “Al Aqsa”, seguita al fallimento del vertice di Camp David tenutosi in luglio, e che segna la fine, nonostante altri tentativi e parziali avanzamenti poi finiti nel nulla, del lungo e discendente processo di pace inaugurato con la Dichiarazione di Principi del settembre 1993.
In quale modo i media hanno riportato, compatibilmente con quanto si può richiedere al loro ruolo, la complessità caratteristica di questo cambiamento? Quale memoria virtuale è stata lasciata a proposito degli accordi di pace del settembre 1993? Più in generale: quale rilevanza può avere il ruolo dei media nella ricostruzione storica? In altre parole: è possibile ipotizzare un quadro analitico che consenta di misurare il rapporto tra gli eventi e i media e che non snaturi il lavoro dello storico?
La firma degli Accordi di Oslo, avvenuta il 13 settembre 1993, oltre a rappresentare un evento conseguenza di determinate variabili storiche e geopolitiche, è stato infatti un evento di rilevanza mondiale in quanto rappresentato e discusso sui media: proprio questi ultimi gli hanno conferito quell'importanza tale da renderlo uno degli avvenimenti fondamentali della storia del conflitto israelo-palestinese, dotandolo di quella carica simbolica che ha avuto sicuramente notevoli ripercussioni sugli accadimenti successivi e soprattutto sulla percezione dell'andamento della storia.
L'avvio del processo di pace israelo-palestinese del settembre 1993 rappresenta un passaggio particolarmente significativo per l'analisi del rapporto tra studio storico e ruolo dei media. Infatti, se da una parte l'evento fu presentato con grande solennità sui media attraverso una “zoommata” improvvisa sul Medio Oriente, in termini storici il raggiungimento dell'accordo rappresentava una pace appena accennata nella sostanza, quella che si potrebbe definire una “pace negativa”, ossia una mera dichiarazione di fine belligeranza: qualcosa insomma che stava a metà strada tra la guerra e la pace intesa in senso pieno.
Come sostiene Mario Giacomarra (1997, 97), il trattamento delle notizie “produce una vera e propria ‘deformazione della realtà', poiché le informazioni di partenza sono sottoposte a un processo di lavorazione che le fa passare da un universo all'altro: dall'evento al racconto; da una realtà fatta di cose, azioni, persone, ad una fatta solo di parole”. Ed è proprio tramite il linguaggio utilizzato per descrivere il conflitto israelo-palestinese che i media agiscono attivamente, creando ed alimentando una percezione dei fatti autonoma rispetto alla storia degli eventi e capace di interagire col proprio contesto.
Il divorzio tra significante e significato è stato, in questo caso, una delle caratteristiche più interessanti di questa azione: Robert Fisk ha chiarito questo punto con un esempio: l'uso reiterato del termine “disputed” che ha pian piano sostituito nei comunicati del governo statunitense degli ultimi anni il termine “occupied” in riferimento ai territori occupati da Israele (Torrealta 2005, 26). E ancora, Eduardo Cohen (2005) in un articolo dal titolo Understanding Palestinian Rage nota che mentre gli israeliani “vengono assassinati” (are killed) i palestinesi “muoiono” (die) sulle colonne della stampa statunitense. Si tratta di scelte linguistiche che rispondono a necessità interpretative diffuse nel caso israelo-palestinese, e che aumentano il divario tra realtà e percezione. Esse contribuiscono non solo a invalidare l'uso dei testi mediatici come fonti storiche, ma oltretutto alimentano un'azione concreta nella definizione di eventi, personaggi, attraverso un meccanismo perverso che agisce a livello semantico-linguistico.
Oggi i media costruiscono la percezione degli eventi della storia, e il loro ruolo è maggiormente importante per eventi di grande valore simbolico ma relativamente vicini nel tempo, per i quali l'analisi storica ha ancora difficoltà ad intervenire. Il politico israeliano Shlomo Ben Ami riconosce l'importanza di questo approccio quando afferma che nella sua attività di storico e nella sua esperienza politica durante il processo di pace la percezione dei fatti ha avuto grande importanza: “À partir de cette considération se développe une nouvelle façon de concevoir l'histoire de l'humanité, qui ne doit plus être seulement envisagée à travers les conditions de la vie matérielle […] on pourrait dire aujourd'hui que c'est la conscience qui crée la réalité” (Ben Ami 2001, 83). Considerare il dibattito sviluppato sui media come fattore interagente con il proprio presente, con l'avvenimento storico, e dunque fautore di percezioni e riflessioni che sono essi stessi storia, è dunque essenziale per una prima ricostruzione che voglia dirsi completa e, allo stesso tempo, mantenere i suoi caratteri di scientificità.
Al fine di riportare alla storia l'approfondimento sul medium, l'analisi qui presentata tratta quest'ultimo come un protagonista attivo ed individua, come prima fase del lavoro, gli atti illocutori (Skinner 2002, 65) da esso compiuti, vale a dire le azioni esercitate nel contesto di riferimento attraverso l'uso del linguaggio.
L'analisi critica del discorso offre gli strumenti metodologici per poter procedere in questo senso. Nel caso preso in esame è stato applicato lo schema analitico proposto da Allan Bell nel capitolo terzo di Approaches to Media Discourse , curato da Allan Bell e Peter Garrett (1998), che in generale utilizza gli strumenti analitici proposti nel quadro della Critical Discourse Analysis . “CDA has an explicit socio-political agenda, a concern to discover and bear witness to unequal relations of power which underlie ways of talking in a society, and in particular to reveal the role of discourse in reproducing or challenging socio-political dominance” (6).
Lo schema di Bell è stato creato al fine di individuare, all'interno del testo che riporta la notizia, “what the story says actually happened” (66), mediante la ricostruzione della struttura dell'evento data dal testo-notizia. La griglia analitica presentata da Bell ripercorre e ricerca gli elementi fondamentali della notizia – What, Who, Where, When – allo scopo di decodificare il testo giornalistico per individuarne i topics , ossia le tematiche trattate, ricostruire il modo col quale queste vengono ricollegate tra loro nell'ambito del dibattito, e ricomporre, a partire dalla struttura piramidale delle notizie, la “storia” fornita dall'insieme degli articoli. Questo procedimento consente di individuare le caratteristiche attive del dibattito all'interno del proprio contesto, rendendo possibile, in una seconda e distinta fase di studio, il trattamento del medium come vero e proprio soggetto della storia.
Nella prima parte dello studio proposto in questa sede viene presentato un quadro di riepilogo dei fattori che favorirono il processo di pace e delle sue peculiarità più importanti. Nella seconda parte vengono invece evidenziati i principali risultati dell'analisi critica applicata agli articoli di prima pagina del “New York Times” (di seguito NYT) del periodo compreso tra il 28 agosto 1993, giorno in cui la notizia dell'imminente raggiungimento di un accordo venne diffusa al pubblico, ed il 26 febbraio 1994, il giorno successivo alla strage di Hebron, primo segnale eclatante della crisi del processo di pace. Questa seconda parte consente di definire come venne descritto l'avvio del processo di pace in Medio Oriente sul quotidiano, quale fu l'interpretazione prevalente e la sua evoluzione con l'evolvere degli eventi e, in sostanza, permette di evidenziare l'eventuale ruolo attivo del medium sugli avvenimenti da esso narrati.
Dal punto di vista storico, l'accordo non fu il simbolo di una concordia d'intenti, ma di necessità peculiari e divergenti che, paradossalmente, trovarono il modo di affermarsi proprio tramite la Dichiarazione di Principi 1 (di seguito DoP), il testo siglato dai rappresentanti israeliani e palestinesi il 13 settembre 1993.
La fine della guerra fredda e l'evoluzione rapida ed imprevedibile delle dinamiche politiche ed economiche richiedevano una flessibilità che Israele, all'inizio degli anni '90, ancora non possedeva. La questione palestinese poteva infatti ancora fungere da scusante ideale per le interferenze dei paesi avversari ed era un elemento di forte impatto sulla politica interna e sui rapporti internazionali di questo paese.
I piani internazionali di pacificazione dell'area seguiti alla prima guerra del golfo non produssero alcun passo in avanti. Ciò fu dovuto essenzialmente alla scelta, imposta da Israele, di non trattare con esponenti dell'Olp, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, che all'epoca aveva sede a Tunisi, bensì con palestinesi dei territori occupati. L'inaspettata fermezza con la quale questa delegazione portò avanti le trattative della conferenza di pace per il Medio Oriente promossa dagli Stati Uniti nell'ottobre del 1991 (Heikal 1996), e che impedì qualsiasi progetto di normalizzazione, aveva le sue radici proprio nella provenienza di questi delegati: vicini alla realtà quotidiana dei territori occupati, essi erano molto più determinati dell'Olp ad ottenere garanzie sostanziali ed immediate per i diritti del loro popolo (Ashrawi 1995). Alla fine del 1992 il fallimento delle trattative ufficiali era evidente e per il giovane governo laburista israeliano era necessario trovare un interlocutore diverso e disposto a trattare subito.
Il nuovo interlocutore fu, paradossalmente, proprio il leader palestinese Yasser Arafat. La posizione del politico all'epoca era estremamente debole: disconosciuto come rappresentante del suo popolo in sede ufficiale e sostituito con una rappresentanza di palestinesi lontani dalle dinamiche interne della sua organizzazione, Arafat percepiva chiaramente la necessità di un cambiamento. Se per Israele la fine della contrapposizione delle due superpotenze apriva un periodo incerto, per l'Olp e per il suo presidente essa rappresentava una minaccia alla propria sopravvivenza come portavoce della causa palestinese. Con l'Intifada si erano infatti rafforzate nei territori rappresentanze autonome e determinate a portare avanti le proprie rivendicazioni, organizzate intorno alla nuova élite palestinese o strumentalizzate dal gruppo estremista di Hamas.
Per questi motivi, nell'estate del 1993, mentre il dialogo ufficiale agonizzava a Washington, si tennero in Norvegia trattative segrete tra esponenti del governo israeliano e selezionati esponenti dell'Olp (Abbas 1995; Beilin 1999). Si trattò di una preziosa opportunità che Olp e Israele colsero al volo al fine di trovare una rapida soluzione ai loro differenti problemi. Arafat ottenne, a prezzo di enormi concessioni, il tanto desiderato riconoscimento come rappresentante dei palestinesi e in quanto tale divenne l'interlocutore unico per il governo israeliano. L'élite dei territori fu estromessa da qualsiasi coinvolgimento ed il primo ministro israeliano Rabin ottenne un accordo di pace che lasciava ampio potere decisionale al suo governo, inaugurando così un pericoloso processo di tensione tra dirigenza e popolazione palestinese (Bishara 2002, 65).
Al di là dei contenuti dell'accordo di pace, che in questa sede non è possibile affrontare compiutamente, ma che ebbero fondamentali ripercussioni nei mesi successivi, è possibile individuare un ulteriore elemento che caratterizzò in negativo l'avvio del processo di pace, vale a dire la questione della legittimità dei negoziatori. Per Israele negoziava un governo rappresentativo, quello di Rabin, il quale aveva basato la sua campagna elettorale sulla promessa della pace coi palestinesi. Le trattative rispondevano dunque alla richiesta di un cambiamento da parte del popolo israeliano, una richiesta che doveva essere tenuta in conto e che rappresentava un elemento fondamentale per il compimento della nuova politica. Da parte palestinese negoziava invece un'organizzazione non realmente rappresentativa, l'Olp, un'organizzazione verticistica che aveva la sua sede lontano dai territori palestinesi, dove invece stavano prendendo spazio rappresentanze autonome fortemente radicate sul territorio. A differenza di Rabin, per Arafat l'accordo fu l'occasione per ricollocarsi come rappresentante unico dei palestinesi ed eliminare quelli che considerava possibili antagonisti politici, indipendentemente dalle richieste che venivano dal basso e che riguardavano la necessità di tutelare quei diritti che il popolo aveva “urlato” durante l'Intifada.
L'accordo riproponeva, infatti, un rapporto sbilanciato in cui le uniche differenze sostanziali col periodo precedente, quello non pacificato, erano la formale rinuncia, esclusivamente palestinese, all'uso della violenza e il riconoscimento della controparte come legittimo interlocutore per la soluzione negoziale delle controversie (Dajani 1994).
L'analisi della DoP ha evidenziato questa peculiarità. L'accordo non definiva e non prevedeva di definire con chiarezza la questione dei confini di Israele. Non chiariva in quale modo le risoluzioni Onu 242 e 338 e la relativa formula “pace in cambio di terra” dovessero essere applicate, non prevedeva nessun divieto di costruzione degli insediamenti israeliani nei territori. In gran parte esso era composto da formule ambigue che furono utili ai negoziatori soltanto per poter dichiarare al mondo il raggiungimento di un compromesso. I problemi alla base del conflitto israelo-palestinese non venivano risolti, ma semplicemente nominati e messi in calendario. Infine, l'accordo creava un soggetto nuovo, l'Autorità palestinese, un organismo di autogoverno dotato di enormi responsabilità, ma i cui limitati poteri rimanevano, per tutta la durata dei cinque anni di periodo transitorio del processo di pace, soggetti al continuo esame del governo israeliano (Usher 1995, 34-41).
In questo senso, appare adeguata la definizione della DoP data da Serena Marcerò e Salvo Vaccaro, che descrivono l'accordo come una “burocratizzazione” (Chomsky 2002, 9) del conflitto. La DoP semplicemente legittimava uno status quo di occupazione in cui di fatto era Israele, e non il processo negoziale, a poter decidere realmente l'assetto dei problemi lasciati in sospeso (Guyatt 1998, 66).
Se da una parte l'ambiguità nella quale restavano gli obiettivi finali dell'accordo rendeva più facile sedersi intorno ad un tavolo e affrontare gradualmente i problemi derivanti dalla normalizzazione dei rapporti tra israeliani e palestinesi, dall'altra lasciava la possibilità alle frange più estreme di strumentalizzare questa ambiguità e, alimentando le paure di entrambe le parti di essere i perdenti, non permise la costruzione di una visione e un consenso comune nelle popolazioni, elemento fondamentale per un vero processo di pace.
Il periodo transitorio rappresentava infatti un passaggio rischioso poiché non concedeva piena soddisfazione alle rivendicazioni palestinesi e per gli israeliani era un lento venir meno di spazio, di risorse e soprattutto di libertà di azione per la tutela della sicurezza della collettività. La percezione di essere l'unica parte a concedere qualcosa ebbe un ruolo importante nel fallimento del processo già dalla firma degli accordi del 1993, e fu alimentata dalle tensione crescente nei territori e dalle dichiarazioni dei rappresentanti politici, che definirono la DoP come uno strumento per ottenere ciò che i rispettivi popoli avevano sempre desiderato: la sicurezza israeliana e lo stato palestinese.
Dal punto di vista israeliano, l'aumento della tensione rafforzava la tesi secondo la quale i palestinesi volessero distruggere l'accordo parziale per arrivare in un sol colpo all'accordo finale, mentre dal punto di vista palestinese prendeva sempre più spazio l'idea che il governo israeliano non avrebbe mai concesso una soluzione definitiva. Gli incidenti che segnarono da subito il processo di pace rafforzavano infatti la convinzione delle popolazioni di essere vittime e di essere stati traditi dalla controparte, non solo per i fatti in sé, ma anche per le definizioni che i leader e i media riportavano a proposito delle vittime di questi tragici avvenimenti, più volte definite come “vittime della pace” (Baskin 2005).
La stessa DoP, con la sua ambiguità, non eliminava la differenza di obiettivi tra palestinesi e israeliani. Il conflitto aveva forgiato le identità dei due popoli e i rispettivi obiettivi si erano formati in questo contesto. I popoli avevano aspettative precise e contrastanti dopo il 13 settembre 1993. Gli israeliani si aspettavano di vivere in pace poiché i palestinesi avevano rinunciato alla violenza e identificarono l'accordo con lo strumento utile a dividere, allontanare, ritagliare uno spazio di limitata autonomia per i palestinesi, nel quale questi avrebbero potuto occuparsi dei loro affari quotidiani. I palestinesi si aspettavano invece uno stato e l'evacuazione degli insediamenti. In questo senso, l'accordo rappresentava per ciascuno una vittoria sull'altro, l'imposizione delle proprie rivendicazioni o necessità, e dunque una continuazione del conflitto con mezzi diplomatici. Mancò quella che Harold Saunders definisce “the political leader's ability to change the political environment” (Saunders 1991, 1): la pace non fu il frutto di un nuovo modo di vedere il problema del conflitto, bensì il frutto di un cambiamento nella realtà politica globale; fu una possibilità di adoperare una tattica differente per proseguire la stessa politica (Giacaman e Lønning 1998, 59-76).
La debolezza intrinseca nell'accordo di pace fu aggravata dagli effetti che esso ebbe per il resto del mondo. Il carattere bilaterale del processo di pace costituì un alibi per un automatico declassamento del conflitto israelo-palestinese da oggetto di dibattito internazionale a questione contrattuale da regolare esclusivamente tra le parti. La DoP infatti non prevedeva meccanismi esterni per la risoluzione delle controversie tra le parti nell'ambito dell'applicazione degli accordi, ma soltanto la creazione di un organismo composto esclusivamente da israeliani e palestinesi, il Comitato di Collegamento: un organo dunque per sua natura non super partes, che difficilmente avrebbe potuto dirimere le questioni più spinose tra le parti, e che finì per essere infatti un ulteriore luogo di scontro prolungato tra le rispettive interpretazioni dell'accordo, dove alla fine la soluzione della controversia era data dalla parte contrattualmente più forte.
Frutto di questo declassamento furono i continui rinvii nell'applicazione dello scadenzario previsto dalla DoP, a partire dall'ottobre 1993. Israele rimase libera di imporre la propria politica secondo la quale non era importante rispettare le scadenze previste, bensì ottenere il massimo dalle trattative. Per Israele infatti l'allungamento dei tempi consentiva di allontanare lo scontro con l'unica forza interna che vedeva nell'applicazione dell'accordo una minaccia alla propria sopravvivenza: quella dei coloni e delle frange religiose più intransigenti. Al contrario, per Arafat, costantemente sotto l'occhio dei media, il prolungamento dei tempi del processo di pace aveva come primo effetto quello di acuire le tensioni interne palestinesi. Non essendovi intervento esterno, Arafat rimase ostaggio di questa dinamica: si era posto come partner paritario, ma non poteva imporsi sulle richieste israeliane poiché non ne aveva la forza.
L'esito delle trattative seguenti alla firma della DoP risentì di questa nuova e peculiare impostazione dei rapporti israelo-palestinesi. Israele portò sempre come priorità la questione della sicurezza. L'atteggiamento “difensivo” dei negoziatori israeliani corrispondeva al principio della “separazione” ed era dunque coerente con i motivi che avevano convinto gli israeliani all'accordo coi palestinesi. Arafat dovette adeguarsi, contribuendo con le sue stesse mani ad acuire il divario tra Olp e popolazione palestinese. Infatti, le “concessioni” di Israele erano talmente gravate di condizioni, vincoli e riserve che i palestinesi non riuscivano ad avere la sensazione di godere di una qualche parvenza di autodeterminazione.
L'accordo per il ritiro israeliano da Gaza e Gerico del maggio 1994, il primo passo del processo di pace, ne fu un esempio evidente. Esso prevedeva una presenza palestinese ai confini esterni puramente formale, il mantenimento del controllo israeliano delle vie di collegamento all'interno della Striscia di Gaza, il ritiro israeliano da Gerico limitato ad un'area di dimensioni minime.
In questo modo, la DoP aveva messo in moto un meccanismo che privava i palestinesi della possibilità di un effettivo sviluppo dei territori e dunque di toccare con mano i frutti concreti della pace. Il processo di pace modellò la realtà economica palestinese mantenendo il controllo israeliano dei confini, dei fattori di produzione, delle leggi militari. Questi elementi, accanto alla politica delle closures , resero nulle le previsioni di sviluppo attese dalla popolazione palestinese.
L'analisi critica degli articoli ha evidenziato le caratteristiche della descrizione data dal “New York Times” 2 ( NYT) a proposito dell'avvio del processo di pace. I risultati, ripercorsi in parallelo alla ricostruzione storica, delineano il rapporto e l'interazione tra la prima pagina del quotidiano e gli avvenimenti in corso all'epoca, convalidando più volte l'ipotesi iniziale di un ruolo attivo del medium sul contesto di cui narra.
Gli articoli scritti tra il 28 agosto e il 9 settembre 1993 precedono la firma del mutuo riconoscimento tra Israele e Olp, fatto che rende certo l'esito delle trattative segrete. Essi rappresentano il frutto di una situazione fattasi improvvisamente nuova, nella quale i giornalisti sono costretti a seguire il flusso rapido degli eventi. I toni aspri che caratterizzano questi resoconti sono una diretta conseguenza dell'effetto sorpresa dato dalla segretezza delle trattative. I giornalisti che scrivono sulla prima pagina in questo periodo ammoniscono, condannano, avvertono, sottolineano la pericolosità dell'ipotesi di un accordo con l'Olp disegnato al di fuori del canale ufficiale.
Questa durezza si rivela essere soprattutto il frutto della sorpresa e del timore di un ruolo marginale per gli Stati Uniti nel momento in cui l'Olp dichiara di aver raggiunto un accordo al suo interno per il mutuo riconoscimento con Israele e di poter dare per certa la firma dell'accordo di pace a Washington.
In conseguenza di questo “rilassamento”, dal 9 settembre la rappresentazione del NYT si avvicina progressivamente alla realtà, fino a giungere alla cronaca della cerimonia del 13 settembre. L'occhio della prima pagina del NYT abbandona il Medio Oriente e si dirige verso la cerimonia della firma. Infatti, dopo l'annuncio della conclusione delle trattative interne all'Olp i resoconti vengono scritti soprattutto negli Stati Uniti.
Questi articoli risentono del nuovo clima e danno spazio ad accurate descrizioni dei personaggi, si soffermano sul significato del cambiamento con ampie riflessioni che mettono in luce le probabili conseguenze dell'avvenimento. L'accordo, divenuto certo, viene interpretato come la fine di un'era, e ciò consente di classificare e analizzare il lungo conflitto israelo-palestinese come un'unità storica a sé.
Dal 14 settembre il divario tra informazione e avvenimenti reali aumenta improvvisamente, e il NYT torna ad ospitare il processo di pace in prima pagina solo in occasione di eventi rilevanti: la conferenza del 1° ottobre per il fondo di aiuti ai palestinesi promossa dagli Stati Uniti, la visita di Rabin negli Stati Uniti del 12 novembre, le evoluzioni, reali o desiderate dagli Stati Uniti, nei rapporti tra Israele e i suoi confinanti, l'aumento della tensione nei territori.
Il dibattito si sviluppa intorno a questi argomenti, dando vita ad una descrizione dell'applicazione dell'accordo che trascura le reali implicazioni del processo di pace e le reali evoluzioni dei suoi protagonisti, ma che mette in risalto il significato che esso ha per alcuni degli attori coinvolti.
Solo alla fine, di fronte alle evidenti difficoltà nel rispettare i tempi previsti dalla DoP, la prima pagina presenta i punti nodali delle trattative per l'applicazione dell'accordo. In questo caso, gli articoli sono dominati da un'apparente obiettività dei giornalisti che riportano asetticamente le interpretazioni israeliane e palestinesi, trascurando di definire la decisione israeliana di non rispettare le scadenze previste dalla DoP come un' infrazione dell'accordo e un rischio per tutto il processo di pace.
Ciò fu reso possibile dalla presentazione che il NYT aveva dato a proposito della DoP. La visione che si affermò sulla prima pagina del NYT fu quella di un accordo nato grazie ad un'evoluzione dell'Olp, ma non come il frutto di un parallelo cambiamento nella politica israeliana. La pace diventava possibile poiché l'organizzazione palestinese aveva cambiato politica, riconoscendo Israele e il suo diritto di vivere in pace. Secondo il NYT, l'Olp diventava dunque il garante del processo di pace, indipendentemente dalle responsabilità degli altri soggetti coinvolti.
A loro volta, le definizioni dei protagonisti negli articoli considerati evolvono sulla base della presentazione data all'accordo. Nonostante che, in alcuni casi, i giornalisti riflettano sulle difficoltà per la realizzazione concreta della pace, ciò non impedisce una classificazione di soggetti, popoli e paesi, in favorevoli ed oppositori della pace che trascura di fornire una definizione a sé stante per gli oppositori dell'accordo in sé, come per esempio gran parte dell'élite interna dei territori che aveva rappresentato i palestinesi alla conferenza di Madrid.
La conseguenza più importante di questa classificazione è la temporanea sparizione del popolo palestinese come soggetto dei resoconti giornalistici e la sua ricomparsa improvvisa di fronte all'acuirsi della tensione nei territori, in sporadici articoli che trattano di violenze nei territori e che evidenziano l'incapacità palestinese di organizzare il proprio autogoverno. Ciò, naturalmente, rende difficile mantenere distinti popolo palestinese e forze estremiste.
Il tipo di descrizione dato dalla prima pagina del quotidiano trova le sue ragioni innanzi tutto nell'influenza esercitata dal contesto. In primo luogo, l'analisi ha permesso di rilevare la forte dipendenza dal luogo nel quale gli articoli venivano scritti. La vicinanza alla leadership di Tunisi ha prodotto resoconti in cui Arafat appare come un protagonista seriamente intenzionato a portare a termine l'accordo. Gli articoli da Israele, invece, mettono in risalto lo stato d'animo della popolazione israeliana. Infine, chi scriveva dagli Stati Uniti ha centrato la sua analisi sul ruolo dell'amministrazione Clinton nel processo di pace mediorientale.
Tuttavia, il rapporto tra contesto e rappresentazione mediatica che è emerso dall'analisi è risultato essere molto più complesso. In alcuni casi infatti il NYT è diventato protagonista attivo al pari degli attori dell'evento, producendo “azioni” che hanno ribaltato la naturale logica fatto-informazione. Esso ha prodotto notizie e descrizioni peculiari con un elevato potere di produrre effetti negli eventi in corso.
L'altalenante evoluzione nella descrizione di Arafat ne è il primo e più importante esempio. Nei momenti di massima tensione, come la vigilia del mutuo riconoscimento o lo stallo delle trattative su Gaza e Gerico, il leader dell'Olp viene definito in modo negativo e gli articoli riportano soluzioni alternative a quelle di un accordo con l'organizzazione palestinese. Ne sono un esempio espressioni come “Arafat must now produce the goods”, oppure “the person that may sign will be changed” contenute rispettivamente negli articoli di Roger Cohen del 3 settembre e in quello di Clyde Haberman del 29 agosto. Al contrario, dopo significative evoluzioni nelle trattative Arafat diventa un leader autorevole. Non segue un'evoluzione simile la descrizione di Israele, per il quale vengono riportate semplicemente le successive prese di posizione e non viene mai usata alcuna forma di ironia.
Un altro esempio di questa interazione è dato dalla notizia della cattura di alcuni membri di Al Fatah, avvenuta in precedenza, ma diffusa volutamente dall'esercito israeliano il 12 novembre, durante la visita di Rabin negli Stati Uniti, e pubblicizzata sul NYT dall'articolo di Clyde Haberman del giorno successivo. Riportandola in prima pagina, il primo effetto fu quello di spostare il dibattito dalla necessità statunitense di ottenere il consenso israeliano per una politica più flessibile verso la Siria, argomento dibattuto nei giorni precedenti la visita, ad una condanna corale verso l'incapacità dell'Olp di mantenere le promesse fatte.
In estrema sintesi, è possibile in primo luogo affermare che la descrizione data dalla prima pagina del NYT rappresentò una lettura peculiare e per certi versi distorta degli avvenimenti. Questa distorsione non fu tuttavia solo il frutto di caratteristiche naturali dell'informazione quotidiana o dell'impossibilità di conoscere a fondo aspetti che sono diventati conoscibili solo successivamente. Essa fu anche il frutto di una interpretazione definita, che mantiene una sua coerenza durante tutta l'evoluzione del dibattito e che è possibile misurare attraverso l'analisi critica degli articoli.
In secondo luogo, questa distorsione è stata alimentata dal ruolo attivo svolto dalla prima pagina del quotidiano, che non solo ha riportato una lettura degli avvenimenti, ma ha interagito con essi sul loro stesso piano.
Alla luce di quanto è emerso, è opportuno concludere ritornando alla storia, per chiedersi come quest'ultima potrà descrivere il processo di pace e quale influenza potrà avere in questo la rappresentazione mediatica.
Esiste già un'errata percezione del fallimento del processo di pace che contraddice i risultati ottenuti nel presente studio, dal quale emerge chiaramente come gli elementi per un potenziale fallimento fossero già tutti presenti all'avvio delle trattative. Si tratta della tesi secondo la quale ad un certo punto e all'improvviso il corso naturale della storia si sia arrestato, a Camp David, nel 2000 (Ben Ami 2001, 7).
Viene dunque da domandarsi se, e in quale modo, una visione simile a quella riportata dal NYT abbia potuto prevalere. Il vasto dibattito storico su Arafat come principale responsabile della fine del processo di pace sviluppatosi nel 2000 ha infatti le sue radici in una lettura simile a quella proposta dal NYT, che descrive la pace come il frutto del cambiamento dell'Olp ed estromette dalla prima pagina le esigenze del popolo palestinese, seguendo la parallela e concreta estromissione dell'élite dei territori occupati dalle trattative, in base a quanto previsto dallo stesso accordo.
Il “silenzio” che ne scaturì permise al resto del mondo di interpretare l'accordo come uno strumento risolutore del conflitto e, dunque, consentì di lasciare il processo di pace a sé stesso. Con ciò venivano poste le premesse per un'interpretazione errata delle tensioni seguenti alla mancata realizzazione di una pace giusta e dai risultati tangibili, che sarebbero state confuse ben presto con i tentativi di impedire il processo di pace da parte delle frange estremiste.
Infine, l'analisi ha messo in evidenza anche un'altra conseguenza importante dell'accordo di pace, che si é sviluppata grazie ai media. Il famoso giornalista Thomas L. Friedman aveva criticato con forza la presentazione di Israele data dai media anglofoni durante l'Intifada scoppiata nel 1987. In quel contesto, la stampa dava ampio spazio ai soprusi israeliani sui palestinesi e in alcuni casi giungeva a dare rilevanza anche a fatti marginali. Il giornalista ne riporta un esempio, ripreso dall' International Herald Tribune:
In testa alla prima pagina, accanto a un articolo sui reciproci attacchi iraniani e iracheni contro le rispettive città con missili a lungo raggio e conseguente sterminio di decine di innocenti civili, faceva bella mostra di sé su quattro colonne, la foto di un soldato israeliano che afferrava un giovane palestinese. Didascalia: “Un soldato israeliano ha messo le mani addosso a un palestinese che si apprestava a esibire i documenti a Ramallah, nella West Bank, durante un controllo. L'uomo è stato arrestato e trascinato via. Altre notizie alla pagina 2” (Friedman 1990, 359).
Di conseguenza, la firma dell'accordo di Oslo nel settembre 1993 non poteva che rappresentare per il mondo intero, che viveva il conflitto attraverso i media, una manifestazione di giustizia lungamente attesa. E come tale fu accolta. Sui giornali, alla televisione, erano finalmente scomparsi gli scontri quotidiani tra israeliani e palestinesi. Per la maggior parte dell'opinione pubblica, che da lontano identificava la storia narrata con la situazione reale, questa assenza di violenza corrispondeva alla pace. La conseguenza immediata dell'accordo fu proprio il ribaltamento della rappresentazione del conflitto sui media. La firma della DoP consentì ad Israele di ripresentarsi, in questo caso sul NYT, come un protagonista positivo nell'ambito di un' iniziativa fortemente attesa da tutto il mondo.
Nella teorica risoluzione di un conflitto che rimane a tutt'oggi prevalentemente geografico, dunque riconducibile a elementi concreti e misurabili, prevalse dunque una visione simbolica della pace come di un qualcosa che poteva nascere dalla esclusiva volontà delle parti. Questo fu possibile anche grazie al potere dei media, un potere che risiede nel linguaggio utilizzato, nella descrizione che viene data di un particolare evento, nella sua capacità di interagire col contesto.