N. 11 - Giugno 2006


ISSN 1720-190X






Fernando Tavares Pimenta

I bianchi ed il nazionalismo angolano (1900-1975)

Il presente studio costituisce un primo approccio alla questione del comportamento politico delle popolazioni bianche delle antiche colonie portoghesi in Africa. Ci riferiamo in particolare all'emergere di forme ideologiche di nazionalismo tra i bianchi dell'Angola 1. Cosí, cerchiamo di ottenere una visione più completa su uno degli elementi principali della situazione coloniale – il colono bianco (Balandier 1965). Ma, fin da subito, l'uso della categoria “bianco” richiede alcune considerazioni sull'idea di razza, che in questo lavoro è intesa come classificazione politico-sociologica. L'idea o concetto di razza è un'invenzione dei tempi moderni e non trova una conferma empirica oggettiva, cioè, non ci sono razze biologiche, ma solo razze sociologicamente inventate e reinventate, secondo le ideologie dominanti in un determinato tempo e spazio. Quindi, le categorie “bianco”, “meticcio” e “nero” devono essere intese alla luce del contesto storico coloniale, nel quale emerse il nazionalismo angolano (Blumer, Duster 1980).

Il punto di partenza della nostra indagine è l'analisi della colonizzazione demografica europea, fenomeno tanto antico quanto lo stesso colonialismo (Leroy-Beaulieu 1902). La colonizzazione demografica europea ha dato origine alla maggior parte degli attuali paesi americani e ai “dominii” britannici dell'Oceania, dove l'indipendenza fu raggiunta sotto il governo della popolazione bianca. Nell'America del Nord, in Argentina, nel sud del Brasile, in Australia ed in Nuova Zelanda, la colonizzazione demografica europea fu di tipo massiccio, al punto che i coloni ed i loro discendenti sostituirono o assorbirono quasi completamente le popolazioni autoctone. Al contrario, in Africa, la colonizzazione demografica europea fu di tipo limitato – Angola, Mozambico, Kenia, Zambia e Zimbabwe – e/o sostanziale – Africa del Sud e Algeria. Questi paesi africani furono, in determinati momenti della loro storia, colonie di insediamento europeo, in quanto proiezioni demografiche delle rispettive metropoli, cioè una specie di “Nuova Europa” (Gann, Duignan 1970) 2. Le colonie africane di popolamento europeo erano territori parzialmente popolati da comunità permanenti di proprietari e produttori di origine europea, che partecipavano al governo coloniale, ma che costituivano una minoranza demografica e, soprattutto, erano economicamente dipendenti dalla manodopera autoctona. In questo senso, le colonie di popolamento europeo si distinguevano dalle colonie commerciali (Guinea, Nigeria, etc.) e di piantagione (S. Tomé e Principe), dove la popolazione europea, quasi sempre non permanente, svolgeva funzioni soprattutto amministrative (Mosley 1983, 5). Nel 1970, approssimativamente duecentonovantamila bianchi risiedevano permanentemente in Angola, cioè il 5,1% del totale della popolazione angolana, costituendo la seconda maggiore comunità di origine europea in Africa, dopo quella sud-africana e prima di quella rodesiana 3.

Le peculiari caratteristiche demografiche delle colonie di popolamento europeo in Africa produssero effetti a livello economico e politico. Di fatto, le politiche economiche coloniali dettate dai governi europei collidevano frequentemente con le aspirazioni dei coloni, essendo l'espressione degli interessi delle borghesie metropolitane e del capitale straniero. Cosí, le popolazioni bianche coloniali svilupparono rapidamente una specie di nazionalismo economico, cioè una forma di contestazione economica e politica che non era altro che l'espressione della coscienza acuta dei coloni di quando i loro interessi coincidevano o no con quelli della metropoli. Questo nazionalismo economico sorse anche come conseguenza della competizione economica tra, da un lato, la borghesia bianca e, dall'altro, la borghesia nativa locale e/o di origine asiatica, all'interno della propria situazione coloniale, essendo ancora il risultato della necessità dei coloni di controllare le riserve della manodopera autoctona (Mosley 1983, 1). Quindi, i coloni bianchi rivendicarono spesso un'autonomia amministrativa, economica e politica o addiritura “l'autogoverno” ( self government ), in modo da contrastare la competizione economica esterna ed interna e garantire il loro dominio sulla vita economica, sociale e politica della colonia. Per questo aspiravano al controllo dell'apparato dello Stato coloniale, il che avvenne nell'Africa del Sud, con l'attribuzione dello statuto di dominio britannico nel 1910, e nello Zimbabwe (ex Rodesia del Sud), con la concessione di “governo responsabile ( responsible government ) nel 1923, ma non in Algeria, nel Kenia e nello Zambia (Étienne 1968; Gann, Duignan 1970; Brown, Louis 1999) .

In Angola ci fu anche un fenomeno di nazionalismo economico, con la particolarità di aver coinvolto non solo i coloni bianchi, ma anche le elites meticce e nere europeizzate. Nel 1822, la rivolta contro la dominazione portoghese di alcuni settori della borghesia di Benguela, la cosiddetta Conferência Brasílica , avvenuta in conseguenza dell'indipendenza del Brasile, fu uno dei primi episodi del nazionalismo economico angolano ( Heimer 1980, 27) . In realtà, le tensioni tra le elites moderne angolane ed il governo portoghese continuarono lungo tutto il periodo coloniale, dal momento che Lisbona si mostrò sempre contraria alla concessione di qualsiasi forma d'autogoverno agli angolani. Il centralismo e l'autoritarismo della politica coloniale portoghese provocarono un'evoluzione di questo nazionalismo economico nel senso di una maggiore politicizzazione, anche se assunse forme differenti tra bianchi, meticci e neri.

Di fatto, la crescita del numero di coloni a partire dalla fine del secolo XIX e la divulgazione delle idee razziste provenienti dall'Europa produssero forti contrasti in seno alle elites angolane tra i coloni bianchi ed un gruppo di meticci e neri europeizzati, discendenti o apparentati con le famiglie che fino ad allora avevano controllato la vita economica, sociale e politica di Luanda e Benguela. In questo contesto, alcuni settori dell'elite meticcia e nera promossero una vigorosa protesta intellettuale e politica contro le ingiustizie della politica coloniale portoghese ed il razzzismo dei coloni. Questa protesta rimase nota con il nome di “nativismo” perché era l'espressione delle aspirazioni politiche del settori dei “figli del paese”, cioè dei nativi dell'Angola. Il “nativismo” angolano fu un fenomeno coevo ad altri suoi simili nelle altre colonie portoghesi, Mozambico, Capo Verde, São Tome e Principe, etc. E la voce dei nativistas angolani si fece sentire durante decadi, attraverso associazioni come la Lega Angolana ed il Gremio Africano, antenati della Lega nazionale africana e dell'Associazione dei nativi dell'Angola (Wheeler, Pélissier 1971; Margarido 1980; Dias 1984; Pinto de Andrade 1997) .

Parallelamente al nativismo dei meticci e dei neri, i coloni bianchi cominciarono una protesta politica propria che, alle rivendicazioni economiche, aggiunse l'esigenza di un'autonomia politica per l'Angola. Ma anche in seno alla minoranza bianca si ebbero nuances e tendenze politiche differenti. Nelle prime decadi del secolo XX, possiamo differenziare due linee politiche distinte tra i bianchi dell'Angola: a) una contestazione economica conservatrice che patrocinava semplicemente la non interferenza del governo metropolitano nella vita economica della colonia ( Guimarães 1923) ; b) una linea più liberale, detta autonomista, che guardava all'autonomia politica ed economica come un primo passo per l'acquisizione di una forma d'autogoverno per l'Angola ( de Macedo 1910) . La prima tendenza difendeva il mantenimento di un sistema economico arcaico, basato sullo sfruttamento di manodopera semi-schiava, rappresentata dalla popolazione nera. Al contrario, la tendenza liberale ed autonomista appoggiava la modernizzazione dell'economia angolana, con l'obiettivo di costituire una base economica autonoma nella colonia, cioè, una borghesia locale (bianca) sufficientemente forte e capace di condurre il territorio all'indipendenza. Questi bianchi liberali provenivano soprattutto dall'ambiente massonico – la Kuribeka , nel linguaggio locale – ed avevano come modello politico il Brasile, nella misura in cui propugnavano la trasformazione dell'Angola in una repubblica indipendente sotto il governo bianco, ma con la partecipazione politica – più nominale che reale – delle élites meticcia e nera europeizzata ( de Castro 1926) . Questa tendenza autonomista stava anche dietro alla creazione di alcuni movimenti politici nella decade del 1920, specie nel Partito pro Angola e nell'Unione dei difensori dell'Angola.

Intanto, la protesta autonomista dei bianchi angolani – a somiglianza del nativismo dei meticci e dei neri – finì per essere schiacciata dalla repressione salazarista, in conseguenza della rivolta di Luanda, il 20 marzo 1930. La rivolta ebbe come protagonista un'alleanza eterogenea di coloni autonomisti, deportati politici portoghesi e militari scontenti della guarnigione di Luanda, sotto il comando del colonnello Genipro da Cunha d'Eça. L'azione fu lanciata contro l'autoritarismo del governo dell'alto commissario Filomeno da Câmara e, soprattutto, contro le arbitrarietà commesse da uno dei suoi subordinati, il tenente Morais Sarmento, che fu ucciso durante la sollevazione. Secondo il console generale britannico a Luanda, Smalbones, era stata ipotizzata la possibilità di proclamare l'indipendenza dell'Angola, ma i rivoltosi non disponevano di forza militare sufficiente per concretizzare questo progetto. Quindi, fu negoziata un'intesa col governo di Lisbona, per mezzo del vicario generale dell'Angola, Monsignor Alves da Cunha. Il governo portoghese dimise Filomeno da Câmara e la situazione si normalizzò temporaneamente. Tuttavia, dopo alcuni mesi, le autorità portoghesi iniziarono una forte campagna repressiva, con arresti, esilii e ritorsioni varie, conducendo al silenzio le voci autonomiste dei bianchi dell'Angola 4.

Inoltre, il governo portoghese promulgò un pacchetto di legislazione economica destinato ad “addomesticare” la borghesia angolana. Le leggi sul trasferimento finanziario e di condizionamento industriale furono i pilastri della politica salazarista di asfissia dell'economia angolana, che mirava a trasformare l'Angola in un blocco rurale e chiuso, per il ritorno alla logica mercantilistica del patto coloniale. In questo modo, furono favoriti gli interessi del capitale portoghese e straniero, a detrimento delle necessità e delle aspirazioni della popolazione angolana, coloni inclusi. A questo si aggiunse l'istituzionalizzazione della separazione giuridica tra cittadini portoghesi e sudditi coloniali, questi ultimi classificati indigeni dallo Statuto dell'indigenato. Fino alla sua abolizione finale nel 1961, l'indigenato riguardava circa il 99% della popolazione nera, che poteva essere mobilitata in qualsiasi momento dalle autorità coloniali per prestazioni di lavoro obbligatorio. Quindi, nella decade del 1930, non solo si aggravarono problemi preesistenti, come quello della manodopera forzata, ma anche se ne crearono di nuovi, in particolare la proibizione di installare industrie nella colonia e la subordinazione dell'economia angolana agli interessi del capitale metropolitano e straniero ( Messiant 1983 , 164; Margarido 1991 , 14) .

In questo contesto, aumentarono i risentimenti della popolazione angolana – specialmente della sua elite bianca – verso il Portogallo, nella misura in cui gli angolani sentivano che le risorse materiali ed umane della colonia erano sfruttate per il beneficio esclusivo degli stranieri, portoghesi o altri. Quindi, nella decade del 1940, tra i settori più istruiti delle nuove generazioni di angolani si diffuse un sentimento nazionalista che, oltrepassando il nativismo e l'autonomismo precedenti, difendeva la rottura con il sistema coloniale portoghese (Wheeler 1972, 68-69). Queste nuove generazioni nazionaliste furono le reponsabili per la costruzione di una coscienza collettiva di nazionalità angolana, capace di trascendere identità locali. Questa coscienza collettiva fu in primo luogo costruita attraverso la letteratura e la concomitante elaborazione di un'idea di angolanità, cioè, di un'identità nazionale che coinvolgeva tutte le persone nate in Angola, indipendentemente dall'estrazione razziale, etnica o religiosa. Da lì l'importanza del movimento dei Nuovi intellettuali dell'Angola (1948), delle riviste “Mensagem” (1951) e “Cultura” (2ª serie, 1957-1961) e delle diverse pubblicazioni della Casa degli studenti dell'impero (1944-1965, a Coimbra e Lisbona), dove partecipavano neri, meticci e bianchi ( Margarido 1980).

Però, il passaggio dei movimenti culturali alla protesta politica non coinvolse alla stessa maniera tutti i segmenti delle elites intellettuali angolane. Neri e meticci sentivano in maggior modo le umiliazioni, le discriminazioni e le ingiustizie del sistema coloniale. Per di più, le poche decine di migliaia di neri che “scappavano” all'indigenato, cioè, gli assimilati, erano ugualmente vittime delle frustrazioni della stessa politica di assimilazione, che mirava al cancellamento di qualunque traccia delle culture africane. Per questo, non sorprende che siano stati i segmenti più istruiti delle popolazioni nera e meticcia ad organizzare i nuclei dei movimenti nazionalisti che condussero la guerra d'indipendenza (1961-1974), l'Upa/Fnla, l'Mpla e, più tardi, l'Unita. Si deve dire che l'Mpla si distingueva dagli altri due movimenti per la sua base essenzialmente urbana, intellettuale e meticcia. A questo si aggiungevano i legami a determinati settori della opposizione portoghese, in particolare al Partito comunista portoghese (Pcp) (Marcum 1969-1978; Mabeko-Tali 2001; Chabal 2002).

Simultaneamente, sebbene in forma più attenuata, le discriminazioni ed il razzismo colpivano una parte sostanziale della popolazione bianca, specialmente i bianchi nati in Angola, che erano considerati cittadini di “seconda classe” e classificati come euro-africani. Gli euro-africani erano deliberatamente tenuti lontano dai posti di comando nell'amministrazione pubblica e nell'esercito, essendo loro difficile anche l'accesso all'insegnamento superiore in virtù dell'assenza di università in Angola fino al 1963. I bianchi nati nella colonia risentivano anche del favoritismo fatto nei confronti dei nuovi coloni stabilitisi nel territorio dopo il 1945 (Okuma 1962, 59). La posizione dei bianchi nella struttura sociale della situazione coloniale all'inizio della decade del 1960 fu descritta dal “Sub Comitato delle Nazioni Unite per la situazione in Angola” in questo modo: “È stato attestato che, a livello delle pratiche sociali, anche se la distinzione più importante passa per la linea che separa gli indigeni dai non-indigeni [...], in Angola la razza e la natività determinano nella pratica molti diritti e privilegi. Si è verificato che, nella pratica, esistono cinque categorie di abitanti: primi i portoghesi nati nella metropoli; secondi i portoghesi nati in Angola; terzi i meticci (mulatti); poi gli africani assimilati; ed, infine, la grande maggioranza degli africani” 5.

A questo proposito, il Fronte dell'unità angolana, un'organizzazione politica di bianchi nazionalisti, fece anche alcune osservazioni pertinenti: “Attualmente, la popolazione bianca dell'Angola si divide in due gruppi, abbastanza distinti ed in lotta tra loro. Questi due gruppi sono: 1) popolazione bianca africanizzata, costituita dai coloni e dai loro discendenti, i cui interessi economici e sentimenti di nazionalità si situano completamente in Angola; 2) popolazione bianca europea, costituita da coloro che si spostano in Angola con l'unico scopo di far soldi e ritornare in Portogallo, dai funzionari pubblici nominati ed inviati dal governo portoghese ed anche dai dirigenti delle imprese i cui azionisti vivono fuori dall'Angola. La ragione dell'antagonismo tra questi due gruppi della popolazione bianca è ben comprensibile nella misura in cui gli interessi si oppongono. Il commerciante, l'agricoltore o l'industriale stanziale sentono lo sfavore di fronte alle forze economiche straniere, sia del Portogallo sia di un qualsiasi altro paese; il funzionario, l'intellettuale, il lavoratore, nati in Angola, sentono quanto siano scartati/danneggiati a favore degli inviati del governo portoghese. Il primo gruppo è nazionalista per il suo profondo legame al paese. Il secondo è colonialista perché rappresenta e difende gli interessi colonialisti” ( Frente de unidade angolana 1963, 2) .

Quindi, le nuove generazioni dei bianchi angolani promossero una protesta nazionalista contro la dominazione coloniale portoghese, nell'ambito della quale si possono distinguere tre tendenze politiche principali: a) progressista, difendeva l'indipendenza sotto il governo della maggioranza (nera), cioè, rispettando il principio “una testa, un voto” e riflettendo le trasformazioni politiche nel resto del continente africano; b) liberale, propugnava un'indipendenza capeggiata dalla minoranza bianca, ma con l'integrazione politica delle élites meticcia e nera europeizzata e con l'abolizione delle strutture di sfruttamento coloniale, avente come modello il Brasile; c) conservatrice, mirava ad un'indipendenza selettiva sotto il dominio o, perlomeno, l'egemonia della minoranza bianca ed il mantenimento delle strutture di sfruttamento economico che ricadevano sulla popolazione nera, come nel caso del regime di supremazia bianca nell'Africa del Sud ( Margarido 1966).

A Luanda, i bianchi progressisti – soprattutto studenti ed intellettuali legati alla Società culturale dell'Angola – parteciparono attivamente all'elaborazione dell'identità nazionale angolana attraverso la letteratura. Nella seconda metà della decade del 1950, alcuni di questi progressisti, in particolare António Jacinto, António Cardoso, Luandino Vieira e Adolfo Maria, parteciparono alla politica anti-coloniale, fianco a fianco con alcuni intellettuali meticci e neri. António Jacinto fu, per esempio, uno dei fondatori del (primo) Partito comunista angolano (1955). Adolfo Maria aderì al (secondo) Partito comunista angolano (1958) e quasi tutti ebbero relazioni, in un modo o nell'altro, con il Movimento nazionale di liberazione dell'Angola (Mlna, 1958-1959). L'Mnla riunì giovani progressisti angolani, bianchi, meticci e neri, ed elementi dell'opposizione liberale e comunista in Angola, che avevano attivamente appoggiato le candidature di Arlindo Vicente e del generale Humberto Delgado nelle elezioni presidenziali portoghesi del 1958. Ma l'Mnla finì per essere scoperto ed eliminato dalla polizia politica portoghese (Pide), che arrestò la maggioranza dei suoi dirigenti e militanti nel 1959 (il “Processo dei 50”). Quelli che sopravvissero politicamente alla repressione del regime mantennero viva la pubblicazione della rivista “Cultura” fino al 1961, anno nel quale la Pide effettuò nuovi arresti. I bianchi progressisti, che rimasero liberi, o furono messi a tacere dalla polizia politica o fuggirono in esilio, dove alcuni si integrarono nell'Mpla ( Margarido 1966; Pélissier 1978).

Nel Centro-Sud dell'Angola, i bianchi liberali promossero la formazione di organizzazioni nazionaliste, insieme ad alcuni progressisti. Infatti, nei centri urbani centro-meridionali, liberali e progressisti erano entrambi eredi della tradizione repubblicana, democratica e massonica ed entrambi affondavano le radici del loro nazionalismo in un movimento politico di contestazione sorto intorno al 1940, nell'Huambo, l'Organizzazione socialista dell'Angola (Osa). Nell'Osa svolse un ruolo di rilievo la famiglia Daskalos, in particolare i fratelli Alexandre e Socrates, il primo uno dei massimi poeti dell'angolanità e il secondo segretario generale di questo movimento ed uno dei promotori della Casa degli studenti dell'Angola, embrione della Casa degli studenti dell'impero ( Dáskalos 2000; de Carvalho 2001) .

Socrates Daskalos fu anche uno dei fondatori del più importante gruppo nazionalista di bianchi angolani, il Fronte di unità angolano (Fua), a pari dell'ingegnere Fernando Falcão, imprenditore liberale di Lobito. Il Fua fu fondato a Benguela, nel 1961, e cercò di ottenere l'indipendenza dell'Angola con mezzi pacifici e in una forma graduale. Il Fua difese anche l'integrazione politica della popolazione nera, salvaguardando la permanenza della minoranza bianca nel territorio e la sua partecipazione nella conduzione dell'economia e del governo dell'Angola. A partire da Benguela, il movimento si diffuse nelle altre città del Sud, ma non riuscì a mobilitare i bianchi liberali di Luanda. Questi, capeggiati dall'ingegnere António Garcia Castilho, presidente dell'Associazione industriale di Angola, ottennero un'intesa con il governo portoghese, confidando nella politica riformista del neo-nominato ministro d'Oltremare, Adriano Moreira. Così, approfittando delle divisioni all'interno dei nazionalisti bianchi, il governo portoghese ottenne il silenzio politico del Fua, arrestando e deportando alcuni dei suoi capi (Fernando Falcão, Socrates Daskalos, etc.) in Portogallo 6.

Nel 1962, alcuni membri del Fua – in particolare Socrates Daskalos – scapparono dal Portogallo ed organizzarono un comitato direttivo in esilio, prima in Francia e poi in Algeria. A questi si unirono certi progressisti di Luanda – Adolfo Maria – e giovani studenti angolani – Pepetela. Il comitato in esilio cercò di riattivare il Fua in Angola e, allo stesso tempo, di formare un vasto fronte con tutti i movimenti nazionalisti angolani. Ma la sua proposta fu rifiutata – e persino avversata – dalla maggioranza dei movimenti nazionalisti, incluso l'Mpla, mentre in Angola i suoi ultimi militanti venivano arrestati dalla Pide. Questi insuccessi portarono al sorgere di un insieme di tensioni all'interno del comitato direttivo, che culminarono nella sua dissoluzione nell'agosto del 1963, durante la riunione di Blida (Algeria) 7. La scomparsa del Fua portò alla dispersione dei nazionalisti bianchi all'estero, cosicchè alcuni (Adolfo Maria, Pepetela, Henrique Abranches) parteciparono alla formazione del Centro di studi angolani, in Alger, e, successivamente, entrarono nell'Mpla. In questo modo, solamente dopo la “Rivoluzione dei garofani”, il 25 aprile del 1974, si raggiunsero le condizioni politiche per lo sviluppo dell'attività nazionalista da parte dei bianchi progressisti, i quali formarono dei “movimenti democratici” – Movimento democrático de Angola , Movimento democrático do Huambo , etc. I “movimenti democratici” appoggiarono l'insediamento dell'Mpla nei centri urbani dell'Angola e finirono per fondersi con questo movimento nel 1975. Al contrario, Fernando Falcão ed altri liberali cercarono di far rinascere il Fua con l'obiettivo di dare una rappresentazione politica alla minoranza bianca nel processo dell'indipendenza dell'Angola. Però le loro rivendicazioni non furono accettate né dalle autorità portoghesi, né dai movimenti di liberazione ( Pezarat Correia 1991).

In un altro contesto, i bianchi conservatori promossero una protesta politica assai differente da quella che vide protagonisti i progressisti ed i liberali, soprattutto dopo l'inizio della guerra di liberazione nel 1961. Infatti, i conservatori pretendevano l'indipendenza dell'Angola, ma solo nel caso in cui le forze metropolitane non fossero riuscite ad eliminare la guerriglia africana. La Dichiarazione unilaterale dell'indipendenza della Rodesia del Sud, da parte di Ian Smith, nel 1965, fornì ai conservatori angolani un esempio attraente. Così, l'ipotesi di una secessione per mano delle elites bianche, con l'obiettivo di creare un regime di egemonia bianca, andò acquisendo sempre più adepti tra i bianchi dell'Angola 8. Sarebbe stata persino abbozzata una cospirazione secessionista che coinvolgeva bianchi conservatori ed alcune autorità portoghesi, in particolare il governatore generale dell'Angola, Fernando Santos e Castro. Ma la rivoluzione del 25 aprile 1974 avrebbe determinato il fallimento della cospirazione, per l'allontanamento dei suoi dirigenti da posti di comando dell'amministrazione coloniale. Tuttavia, alcuni bianchi conservatori, legati a circoli della destra portoghese, cercarono ancora di influire nel processo di transizione per l'indipendenza, attraverso organizzazioni come il Partito cristiano democratico dell'Angola (Pcda) ed il Fronte di resistenza angolana (Fra). Il Fra giunse persino ad escogitare un golpe nell'ottobre del 1974, che fallì davanti all'intervento dei militari portoghesi. E, nel 1975, il colonnello Gilberto Santos e Castro, fratello dell'ex governatore generale Fernando Santos e Castro, diresse una colonna militare conosciuta come Esercito di liberazione portoghese (Elp), lottando a fianco del Fnla, dell'Uinta e delle forze sud-africane contro l'Mpla, ma la disfatta di questa coalizione portò alla sua rapida scomparsa ( Marques 1995; Pezarat Correia 1991) .

Il governo portoghese, quindi, decise di negoziare l'indipendenza dell'Angola direttamente con i movimenti nazionalisti armati, cioè, Mpla, Fnla e Unita. Tuttavia questa decisione significò la marginalizzazione politica di altre forze politiche ed, in special modo, della popolazione bianca. Politicamente, ai nazionalisti bianchi non restò altra ipotesi che non integrare uno dei tre movimenti di liberazione. I progressisti ed alcuni liberali appoggiarono l'Mpla, ma i conservatori e parte dei liberali appoggiarono l'Fnla e l'Unita. Queste scelte politiche dei bianchi angolani furono condizionate dai precedenti anni di intensa propaganda coloniale contro l'Mpla, presentato come il “babau comunista”. Al contrario, il Fnla e l'Unita, per i loro legami coi paesi occidentali, sembravano dare più garanzie per il rispetto al diritto della proprietà privata, tema caro alla popolazione bianca. Ma l'inizio della guerra civile angolana interruppe bruscamente il processo politico d'indipendenza, stabilito degli accordi di Alvor nel gennaio del 1975. I combattimenti tra i tre movimenti armati e le invasioni delle truppe straniere (zairesi, sud-africane e cubane) e mercenarie provocarono il panico generale tra la popolazione bianca. Presi dalla paura, circa trecentomila bianchi lasciarono frettolosamente l'Angola durante il 1975, temendo per le loro vite, ma con l'intenzione di tornare. Però il prolungamento della guerra civile durante decenni mai permise il ritorno e convertì la diaspora in una condizione permanente. Dopo l'indipendenza, pochi bianchi rimasero in Angola e l'implosione demografica di questa minoranza implicò la scomparsa di qualsiasi velleità di nazionalismo ( Heimer 1980).

 

L'analisi del comportamento politico dei bianchi angolani dimostra che questi non furono semplici strumenti della dominazione coloniale portoghese, ma che molti seppero trascendere i limiti del colonialismo e lottare per l'emancipazione dell'Angola. Si verificò, così, l'esistenza di un nazionalismo economico e di una protesta autonomista che, posteriormente, evolverà in forme più ideologiche di nazionalismo tra i bianchi angolani. Nazionalismo che rivela la formazione di un'identità nazionale angolana tra la popolazione bianca. In un ambito più ampio, a livello del continente africano, queste conclusioni ci sfidano ad adottare una prospettiva meno semplicistica in relazione al posto occupato dai coloni bianchi nella situazione coloniale, ai loro legami con le metropoli e ai loro ruoli nei movimenti nazionalisti. Infine, e forse più importante, ci sfidano a studiare le loro identità, comportamenti politici ed ideologie in quanto africani bianchi e non come meri espatriati europei.


Appendice

Quadro I

 

 

1920 – Popolazione

 

1940 – Popolazione

 

Paese

Bianchi

Pop. Totale

Bianchi

Pop. Totale

Africa del Sud

1.521.000

1,9

6.926.000

2.732.000

23,2

11.775.000

Algeria

791.370

3,8

5.714.556

946.013

13,2

7.147.457

Zimbabwe

33.620

3,8

884.736

68.954

4,7

1.467.106

Angola

20.700

0,6

3.130.200

44.083

1,2

3.737.947

Mozambico

11.000

0,4

3.120.000

27.438

0,5

5.086.000

Kenia

9.700

0,2

3.835.000

22.800

0,5

4.884.000

Zambia

8.765

0,5

1.753.000

13.000

0,6

2.099.000

FONTI: Africa del Sud (dati del 1921): Saunders et al. 2000, XXXV. Angola: Marques 1962, 40-42. Algeria (dati del 1921): Étienne 1968, 18. Mozambico (dati del 1918): Clarence-Smith 1985, 134. Kenia (dati del 1921): Smith 1976, 576. Zambia: Morrison et al. 1972, 14 e 483. Zimbabwe (dati del 1921): Cruise O'Brien 1977, 20.

Africa del Sud (dati del 1946): Saunders et al. 2000, XXXV. Angola: 1. Recenseamento da População de Angola , 1940. Algeria (dati del 1936): Bouche 1991, 337. Mozambico: 1. Recenseamento da População de Moçambique , 1940 . Kenia (dati del 1941): Smith 1976, 576. Zambia (dati del 1939): Marks 1999, 553 . Zimbabwe (dati del 1941): Cruise O'Brien 1977, 20.

 

 

Quadro II

 

 

1960 – Popolazione

 

1970 – Popolazione

 

Paese

Bianchi

Pop. Totale

Bianchi

Pop. Totale

Africa del Sud

3.008.000

18,8

16.002.000

3.773.000

17,3

21.794.000

Algeria

1.050.000

9,7

10.850.000

-

-

-

Zimbabwe

221.500

5,8

3.790.000

271.000

4,5

5.971.000

Angola

172.529

3,6

4.830.449

290.000

5,1

5.673.046

Mozambico

97.245

1,5

6.578.569

200.000

2,4

8.234.000

Kenia

53.000

0,6

8.833.000

-

-

-

Zambia

75.000

3,3

2.200.000

-

-

-

FONTI Africa del Sud: Saunders et al. 2000, XXXV. Angola: 3º Recenseamento da População de Angola , 1960 . Algeria: Étienne 1964, 18. Mozambique: 3.º Recenseamento da População de Moçambique , 1960. Kenia (dati del 1961): Smith 1976, 576-577 . Zambia: Abshire, Samuels 1969, 205-206. Zimbabwe (dati del 1961): Bowman 1973, 13.

Nel 1962 l'Algeria raggiunse l'indipendenza sotto il governo della maggioranza autoctona mentre la maggior parte dei coloni – i pieds noirs – abbandonò rapidamente il paese. Nel 1964 il Kenia e lo Zambia acquisirono l'indipendenza sotto il governo della maggioranza nera, in modo che molti coloni abbandonarono anche questi paesi. Africa del Sud: Saunders et al. 2000, XXXV. Zimbabwe (dati del 1973): O'Meara [s.d.], 1. Angola: Bender, Santey Yoder 1974, 126. Mozambico (dati del 1974 riguardanti la popolazione bianca): Newitt 1995, 476.

 







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Autore Tavares Pimenta Fernando
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