Paola Furlan
1946. I Comuni al voto
Partecipazione politica e ricostruzione nelle origini della Repubblica,
Bologna, 18-19 maggio 2006 Il 1946 è stato un anno di svolta nella storia della democrazia italiana, un anno indimenticabile dove si prefigurarono le condizioni di sviluppo dello Stato e degli enti locali in una accelerazione degli appuntamenti elettorali. Si vota per la prima volta nelle elezioni amministrative di marzo; il 2 giugno si elegge la Costituente e si sceglie tra Repubblica e Monarchia; in novembre si tiene infine la seconda tornata delle elezioni amministrative. Nuovi soggetti sociali entrano sulla scena politica, le donne, i giovani, i reduci, portatori di elementi di novità generazionale e di genere che si innestano nel corpo elettorale. Eppure il 1946 ha trovato poco spazio nelle storie generali delle elezioni italiane, è un anno sottovalutato, risulta così carente l'analisi delle condizioni politiche e sociali che cambiano l'Italia del dopoguerra. Che sia stato un anno di svolta, indimenticabile, ovvero un appuntamento mancato, che nulla aggiunge ad un quadro politico già prefigurato, il 1946 è pur sempre l'anno di inizio della partecipazione politica e della pratica della democrazia in Italia e merita un'attenzione che vada oltre la scelta fra Monarchia e Repubblica.
Un'indagine che il convegno nazionale di studi 1946. I Comuni al voto. Partecipazione politica e ricostruzione nelle origini della Repubblica , tenutosi a Bologna il 18 e 19 maggio 2006 ha voluto rilanciare aprendo una discussione sui temi elettorali nella storia delle amministrazioni pubbliche territoriali in un confronto tra studiosi di diverse discipline. Il convegno è stato organizzato da Civitas , osservatorio di studi sul governo locale, libera associazione scientifica promossa da comuni e province per la conoscenza dei problemi del mondo locale e in particolare delle sue strutture di governo, presieduta da Renato Zangheri. Il convegno ha portato a sintesi gli studi di molte ricerche locali italiane, mettendo a confronto le dinamiche di diverse realtà sui temi del voto amministrativo, l'analisi del livello di partecipazione, il ruolo delle donne, il comportamento delle nuove generazioni, il ceto politico, il dopoguerra, la ricostruzione e i comuni.
Renato Zangheri ha sottolineato nella sua introduzione come nel 1946, con il suffragio universale, si apra una nuova vita civile del paese. Il voto alle donne e l'emancipazione femminile nella Resistenza, l'ingresso nella società italiana dei giovani che non avevano mai votato, sono fattori che contribuiscono a rinnovare le posizioni dei partiti nei confronti dell'ente locale e reclamano una riforma della legislazione fascista precedente. La spinta popolare alla democrazia si esprime nelle prime elezioni amministrative del marzo 1946 nella direzione di un ampliamento della sfera delle competenze tradizionali nei settori dell'abitazione, della scuola e dell'assistenza, ecc. tracciando le prime linee di sviluppo del modello del welfare locale. L'appassionato impegno pratico di questa prima fase del dopoguerra si scontra però con una vistosa debolezza istituzionale e programmatica, che lascia i comuni in un'area prepolitica. Permane una visione subalterna e parziale della funzione dell'ente locale e stenta ad affermarsi la funzione politica primaria di comuni e province, che nasce dalla Resistenza e che troverà la sua legittimazione nei lavori della Costituente, nell'attribuzione della sovranità originaria e non derivata dell'ente locale sul territorio.
I lavori del convegno si sono svolti in tre sessioni, dedicate ai temi: l'analisi del voto; la partecipazione e il ceto politico; la ricostruzione e i comuni.
L'Italia del 1946: le elezioni, i partiti e la vita politica municipale è stata la sessione di apertura, introdotta da Pier Luigi Ballini il quale ha ricordato come il 1946 sia un anno poco indagato in particolare sotto due aspetti: i rapporti tra il governo italiano e le forze militari alleate e l'analisi comparativa tra le elezioni amministrative e quelle politiche. Su quest'ultimo punto, si è sottolineata la mancata comparazione tra il primo turno elettorale delle elezioni amministrative che si svolgono in primavera, il voto del 2 giugno e il successivo appuntamento elettorale di novembre. Quali siano state le influenze sul dibattito politico nazionale e con quali ricadute in termini di cambiamento delle linee politiche dei due maggiori partiti nazionali ? Partito comunista e Democrazia cristiana ? in preparazione della campagna elettorale delle amministrative dell'autunno.
Maurizio Ridolfi ha parlato di indimenticabile 1946 , un anno su cui riflettere, crocevia elettorale di eccezionale importanza nella storia del secondo dopoguerra per il peso del voto espresso nelle città, banco di prova dei partiti di massa e misura del loro consenso. Una tematica da riposizionare in relazione al rapporto tra diritti e cittadinanza, riconducibile ai nuovi soggetti sociali, ma anche al ruolo del potere municipale con cui si confrontano le elités politiche. In definitiva, si conferma la percezione di quanto sia indispensabile collocare il comune democratico al centro del ripensamento dei caratteri genetici della Repubblica.
Rosario Forlenza ha analizzato il voto amministrativo comparandolo con i risultati ottenuti dai partiti nelle elezioni del 2 giugno e descrivendo le conseguenze che questi hanno avuto nella seconda tornata elettorale amministrativa di novembre.
Mario Caciagli ha denunciato le grandi difficoltà nel reperimento dei dati elettorali del 1946; una mancanza di fonti su cui molte relazioni hanno insistito, auspicando una maggiore disponibilità di documenti per lo studio della società italiana dell'immediato secondo dopoguerra. Nella sua relazione, Mario Caciagli ha messo in evidenza i comportamenti elettorali nelle città capoluogo delle regioni del Centro Italia, le regioni rosse. Uno studio sulle culture politiche territoriali in relazione alla continuità/discontinuità del voto nelle grandi città rispetto a quello dei piccoli comuni.
Carlo Bacetti ha proseguito nell'analisi delle regioni del Centro presentando i risultati di una ricerca sul voto del 1946 nei comuni a forte presenza mezzadrile, una delle incognite dei comportamenti elettorali delle campagne per quel particolare rapporto di classe e di produzione che lega il lavoratore alla terra. Uno dei primi risultati a disposizione è quello della Toscana, dove è emerso che i mezzadri contribuirono in modo determinante all'egemonia del Partito comunista.
Oscar Gaspari ha tracciato l'evoluzione storica del movimento delle autonomie locali, mettendo al centro del dibattito la strategia e le politiche delle associazioni dei comuni italiani, partendo dalle motivazioni di fondo che hanno spinto alla costituzione della Lega dei comuni socialisti e dell'Associazione nazionale dei comuni italiani.
Luciano Vandelli ha concluso i lavori della prima giornata concordando sul fatto che il 1946, nonostante sia stato un anno di svolta, sia ancora troppo poco studiato. Descrive la lenta evoluzione di cui soffrì in quella stagione l'ordinamento degli enti locali, che rimase basato sostanzialmente sul Testo unico del 1915 e sulla legislazione fascista del 1934. Per Vandelli grande è stata la fatica delle autonomie locali sulla strada del riconoscimento legislativo, e cita l'esempio del discorso di Giuseppe Dozza, sindaco della liberazione di Bologna, Il reato di essere Sindaco , dove è ben descritto lo scontro fra l'esigenza del cambiamento e di autonomia che entrano in conflitto con i controlli e i legami burocratici dello Stato. La rinascita democratica avrebbe dovuto invece esprimere un forte concetto di autonomia locale in un disegno armonico tra governo delle città e autorità statale teso a salvaguardare i rispettivi ambiti di intervento.
Nella seconda sessione del convegno: Partecipazione al voto e ceto politico nei governi locali , si è parlato degli elementi innovativi presenti nelle elezioni del 1946 a livello istituzionale: il voto dei comuni, la partecipazione delle donne e dei giovani.
Mariuccia Salvati, nella sua introduzione, ha parlato della necessità di una nuova attenzione della storiografia alla frammentazione del paese quale risultato del voto amministrativo nelle due tornate che si svolgono prima e dopo le elezioni politiche del 2 giugno 1946; nonché del ruolo e del protagonismo delle donne nella difficile transizione del paese dal fascismo alla democrazia.
Patrizia Dogliani ha inquadrato la partecipazione femminile e quella dei giovani, nuovi elettori, soggetti politici portatori di forti elementi innovativi nella complessità della società del dopoguerra. Non sono solo i giovani, ma anche gli italiani tra i 40 e i 46 anni a votare per la prima volta; quindi non si può parlare dell'irruzione di un unico soggetto sociale generazionale, ma di una vasta area di nuovi elettori diversificata anche nella sua composizione anagrafica. In questo quadro si inserisce il grande problema dei reduci, spesso ingiustamente sottovalutato, visto che si trattava di un numero considerevole di uomini, partiti per la guerra e che lentamente ritornavano a casa, profondamente cambiati, cercando un ruolo e un riconoscimento.
Associazioni femminili e partecipazione politica, in un quadro di disinteresse nei confronti della donna, è stato l'argomento affrontato da Patrizia Gabrielli . Il ritardo dell'attribuzione alle donne della eleggibilità, decisa poco prima delle elezioni amministrative del marzo 1946, non fu causato solo da dimenticanza, ma il frutto di una diffusa impreparazione ad affrontare gli interessi femminili. Il ritorno della pace, la vita e la maternità furono i primi contenuti della cittadinanza attiva delle donne, banco di prova delle loro due maggiori associazioni: l'Unione donne italiane e il Centro italiano femminile.
Andrea Baravelli ha presentato uno studio condotto nella città di Ravenna, territorio di forte emancipazione sociale e politica, dedicato al ruolo svolto dalle donne e dai giovani nel dopoguerra, a partire dalla legittimazione, conquistata nella Resistenza, soprattutto dalle donne.
Massimo Carrai ha messo a confronto le caratteristiche dei consiglieri comunali eletti in provincia di Pisa e in quella di Bologna nel 1946, secondo alcuni indicatori fondamentali: appartenenza alla Resistenza, professionalità, livelli di partecipazione politica, provenienza sociale. Ne emergono diversi dati interessanti, come quello sulle donne elette, che nei comuni della provincia di Pisa sono 18 su 790 consiglieri mentre in provincia di Bologna sono una percentuale doppia, 75 su 1323.
Maria Teresa Silvestrini ha presentato una ricerca sulla partecipazione delle donne a Torino dal 1945 al 1970, in particolare sulle elette in Consiglio comunale. L'onda lunga della Resistenza femminile porta in Consiglio un numero di 6 o 7 donne per mandato, che si conferma fino al 1970, quando si registra una stabilizzazione sul numero di 12 consigliere suddivise secondo i rapporti di forza con i partiti. Le lotte femminili sono legate al lavoro in fabbrica, manifestazioni per riaffermare i bisogni della vita, per il diritto al lavoro e la parità sindacale.
Paola Furlan ha infine parlato delle donne a Bologna in particolare nel delicato passaggio dal governo del Comitato di liberazione nazionale Emilia-Romagna, con le nomine dei partiti, alle elette in Consiglio dopo le elezioni del 24 marzo 1946.
Concludendo i lavori, Ettore Rotelli ha ripercorso il contesto in cui si arriva alle elezioni del 1946: il 1944 e le Repubbliche partigiane, la creazione dei Comitati di liberazione nazionale regionali e il Cln Alta Italia, governo clandestino del Nord. Per Ettore Rotelli il 1946 non è stato un anno di svolta, ma un anno di restaurazione dell'ordinamento sia sul piano politico che su quello istituzionale. Affermazione della continuità dello Stato che si manifesta anche con la sostituzione dei prefetti politici, di nomina Cln, con quelli di carriera.
La terza parte del convegno è stata dedicata all'immediato dopoguerra: La Ricostruzione e i Comuni .
Augusto Barbera ha aperto i lavori ricordando come la dinamica dei poteri locali segua un andamento ripartito in tre fasi: il periodo 1946-1951 è caratterizzato dal protagonismo dei comuni; a partire dal 1951 si assiste alla fase neo-provinciale, a cui segue negli anni Settanta la costituzione della regioni e il periodo chiamato protoregionale. In questo progressivo allargamento del territorio si afferma l'idea della concretezza di una politica degli enti locali. Le linee di intervento sono individuate nel settore dell'edilizia e delle infrastrutture, con l'importanza dell'operatività del Genio civile, e in alcuni servizi come l'energia, il gas e l'acqua che assumono grande rilevanza nel rapporto tra amministrazione e territorio.
Il problema delle fonti in relazione alla Ricostruzione è il tema iniziale di Roberto Balzani, che traccia gli ambiti speciali degli enti locali con la centralità del ruolo del comune, che progressivamente vede l'ingresso sulla scena delle città di altri soggetti economici che portano valore aggiunto alla città e al territorio: le Camere di commercio, le banche, il Genio civile. Protagonisti nella ricostruzione e su cui indagare, anche alla luce di nuove fonti e documenti. Balzani fa risaltare le figure dei sindaci, grandi costruttori e ricostruttori che anticiperanno le visioni economiche del futuro e su cui bisognerebbe indagare per una biografia collettiva del personale politico amministrativo dell'Emilia-Romagna.
Andrea Giuntini ha parlato del protagonismo dei comuni nel debutto della vita democratica; un municipalismo con forti radici storiche e di lunga tradizione, impegnato nello sviluppo economico locale per eliminare le diseguaglianze fra i ceti sociali. Centralità del comune anche come imprenditore, gestore dei servizi pubblici.
Il dopoguerra nelle città del Mezzogiorno: i circuiti della politica amministrativa, è il tema che Gloria Chianese ha affrontato dal punto di osservazione dello Stato periferico. Nel 1944 la presenza degli alleati nel Regno del Sud favorisce un processo di ricostruzione partitico basato sul ruolo dei notabili, che rafforzano il proprio potere con l'esercizio delle funzioni di governo. Si sottolinea il ruolo dei prefetti e la differenza tra il Nord (prefetti della Liberazione) e quelli del Sud, dove si registra un profondo ricambio della generazione dei prefetti fascisti. A Cosenza il 4 novembre 1944 e a Taranto nel febbraio 1944 rivolte contro i prefetti fascisti contribuiscono a tale processo di trasformazione.
Carlo De Maria ha riferito i primi risultati di una ricerca condotta nei comuni romagnoli dove emergono reti comunitarie e di genere di grande interesse nella delicata fase della Ricostruzione.
Infine Giovanni Taurasi ha esaminato i casi dei comuni di Modena e di Padova in relazione ai comportamenti degli organi di controllo sugli enti locali nella spinta all'autonomia e allo sviluppo, dove si evidenziano le differenze quantitative e qualitative tra le due città.