Alberto Malfitano
Salvatore Bono Tripo li bel suol d'amore Testimonianze sulla guerra italo-libica A decenni di distanza dai conflitti che nella prima metà del Novecento hanno visto impegnate truppe italiane in avventure di conquista, sono destinate a suscitare ancora un certo scalpore le ricerche che dimostrano quanto unilaterale fosse l'immagine bonaria di un esercito italiano praticamente mai impegnato in operazioni di repressione o estraneo a forme di violenza particolarmente odiose, come quelle contro popolazioni civili. È il segno del ritardo che ha accumulato la storiografia nello scoprire gli aspetti più oscuri e dolorosi delle occupazioni italiane, e che solo negli ultimi anni viene man mano colmato, che si tratti dell'invasione dell'Etiopia del 1935-36 o dell'occupazione dei Balcani a fianco dell'alleato nazista. Lo scopo, in genere, non è solo quello di coprire un ?buco' storiografico, operazione allettante per ogni storico, quanto piuttosto di far conoscere tutti i lati della verità senza nascondere quelli più scomodi.
Salvatore Bono, che da molto tempo si dedica allo studio dell'impresa coloniale italiana in Libia, ha curato un'antologia di documenti pubblicata dall'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente in collaborazione con il Libyan Studies Centre. Il progetto è nato infatti nell'ambito delle trattative tra governi di Italia e Libia svoltesi negli anni Novanta per risolvere il contenzioso esistente tra i due paesi. Come scrive l'autore, se in Italia alla conoscenza del passato non sempre è annessa grande importanza, la controparte libica ha invece dimostrato molta attenzione a questo aspetto, chiedendo che una documentata ricerca storica, condotta in maniera comune, facesse parte degli impegni sottoscritti dagli italiani per far venire a galla una memoria condivisa, per permettere di stabilire su nuove basi, più consapevoli di un passato spesso doloroso, il rapporto tra le due nazioni.
A questo scopo si è proceduto negli anni a un lavoro di scavo, di ricerca dei documenti, di raccolta di testimonianza e di convegni, e una tappa importante è costituita da questo piccolo ma prezioso volume, in cui più voci ?raccontano' l'attacco alla Libia, suddiviso in quattro sezioni ognuna delle quali introdotta da Bono: la prima, ?Speranze e illusioni di una terra promessa?, tratta della lunga preparazione diplomatica e politica dei governi italiani per non lasciarsi sfuggire l'ultima fetta di sponda nordafricana ancora non occupata da altre potenze europee, dello schieramento di quasi tutta la stampa nazionale a favore della conquista e della valanga di retorica rovesciatosi sull'opinione pubblica italiana, che esaltò la missione civilizzatrice, tema al cui fascino cedettero molti intellettuali, mentre le questioni di prestigio internazionale o il ?fascino della guerra? avevano presa su altri. In generale, era un fronte variegato ma molto esteso che trovò consenzienti anche alcuni tra i socialisti, come Arturo Labriola. Le altre sezioni seguono le prime fasi della guerra, condotta nella totale ignoranza della civiltà libica, tanto che la sollevazione degli arabi contro gli italiani e il loro schierarsi senza esitazione a fianco dei turchi, fu vissuto con sgomento e sorpresa dai comandi italiani, che reagirono con brutalità alle prime difficoltà impreviste. Tra queste l'insurrezione di Tripoli poche settimane dopo lo sbarco degli occupanti, e la repressione a base di fucilazioni e deportazioni nelle isole minori italiane di centinaia di arabi. I documenti citati riportano il brusco passaggio dai trionfalismi della prima ora dei corrispondenti di guerra alla sorpresa per la resistenza degli arabi che non vogliono essere ?civilizzati', e ?all'irosa voglia di vendetta?, secondo le parole di un corrispondente, dei nostri soldati. L'incapacità di comprendere le ragioni dell'altro risulta esplicita nelle descrizioni sprezzanti che emergono più di frequente del nemico arabo: ?fanatico? nei confronti del nemico, ?fatalista? di fronte alla morte, una ?bestia? da cacciare per le truppe italiane, pur duramente impegnate. E tuttavia non mancano, nel generale imbarbarimento che la guerra porta con sé e che emerge dalle lettere private più ancora che dalle corrispondenze ufficiali, anche il riconoscimento dell'eroismo degli arabi, testimoniato nelle lettere dei combattenti italiani.
Il tentativo di raccogliere le voci di entrambe le parti è risultato difficile perché i combattenti arabi non lasciarono documenti scritti mentre quelli turchi sono pochi o di difficile reperimento. Non mancano alcune testimonianze di inviati stranieri nello schieramento ottomano, da cui trapela l'ammirazione per questi combattenti e il malcelato compiacimento per la magra figura dell'esercito italiano, che avrebbe dovuto fare un sol boccone dei pochi soldati turchi e dei male addestrati e indisciplinati volontari arabi. Ma ciò che più colpisce è la contraddizione palese che affiora tuttavia nelle parole di pochi commentatori, come Arcangelo Ghisleri, che paragonava gli arabi che difendevano la propria terra agli italiani che fino a pochi decenni prima avevano lottato contro gli austriaci durante il Risorgimento. Era una critica azzeccata ma destinata a non fare breccia né nel nuovo clima politico e culturale instauratosi in Italia, né tanto meno tra i soldati duramente provati dalla guerra tra le dune e da una resistenza turco-araba ostinata e determinata a durare a lungo.