Gianluca Rossini
Angelo Guerreggio, Pietro Nastasi
Matematica in camicia nera. Il regime e gli scienziati
Milano, Bruno Mondadori, 2005 “Chi erano in realtà i più celebri protagonisti della matematica negli anni del fascismo? Uomini di genio completamente estranei alle vicende politiche, grigi e fedeli sostenitori dell'establishment o intellettuali impegnati a difendere il valore universalistico della scienza?”. Questo è il quesito che si pongono Angelo Guerreggio e Pietro Nastasi e al quale tentano di rispondere nel loro libro.
Guerreggio è docente di Matematica generale e di Metodi matematici per l'analisi economica presso la facoltà di Economia dell'Università dell'Insubria di Varese e l'Università Bocconi di Milano. Nastasi insegna Storia delle Matematiche all'Università di Palermo.
Per affrontare bene il tema gli autori iniziano la loro ricostruzione partendo dalla situazione della ricerca matematica in Italia nella seconda metà del XIX secolo. Si parte da Enrico Betti e Francesco Brioschi e dal viaggio che effettuarono nel 1858 presso le università di Göttingen, Berlino e Parigi, a quel tempo ritenute le capitali mondiali della ricerca scientifica e matematica in particolare, e presso le quali operavano Dirichlet, Riemann, Weirstrass, Hermite, Dedekind e Kronecker. A parte la tradizione che vuole l'inizio della Matematica italiana proprio con questo viaggio, gli autori ci illustrano come “fu proprio l'intesa tra Betti e Brioschi […] il vero centro propulsore della prima stagione Matematica italiana, estremamente produttiva vuoi per l'organizzazione avviata, vuoi per la qualità della ricerca”. Contestualmente la situazione educativa italiana è alquanto arretrata: gli analfabeti sono il 70% della popolazione e scenderanno al 50% solo all'inizio del nuovo secolo. In questa situazione, un ristretto gruppo di scienziati guidati da Brioschi e Betti, e grazie ai forti legami stretti con le menti più brillanti della Matematica europea, darà vita a quello che in seguito verrà definito il “periodo Aureo” della Matematica italiana. Dall'inizio del XX secolo fino alla I guerra mondiale, l'Italia sarà considerata leader nella ricerca matematica a livello mondiale, specialmente in tre filoni di ricerca che vengono delineandosi a fine ottocento: la geometria algebrica, la fisica matematica e l'analisi. I personaggi che direttamente o tramite coloro che furono loro allievi, daranno un contributo all'affermazione italiana in questi tre campi furono: Corrado Segre e i suoi allievi Federico Enriques, Francesco Severi e Guido Castelnuovo per quanto riguarda la geometria algebrica, Tullio Levi-Civita e Vito Volterra nel campo della fisica matematica e Giuseppe Peano (ma anche, di nuovo, Volterra) per quanto attiene all'analisi. Molti di costoro saranno anche personalità di rilievo in campo politico-istituzionale, ricoprendo ruoli di primo piano anche a livello parlamentare.
Questa è quindi la situazione davvero brillante della Matematica italiana quando scoppia in Europa la I guerra mondiale. Non solo vi è la divisione tra schieramenti a livello politico-militare con la Francia da un lato e la Germania dall'altro ma la stessa divisione si registra anche nell'ambito scientifico e matematico in modo particolare. Gli studiosi si dividono tra coloro che vorrebbero chiudere ogni dialogo con i colleghi teutonici (la maggior parte a dire il vero) e coloro che invece tendono a distinguere quelle che sono le vicende politiche da quello che è invece la ricerca scientifica. Ci si divide tra coloro che nutrono un sentimento di forte ostilità nei confronti dell'evento bellico e coloro che invece, in modo entusiastico, si impegnano in prima persona nei combattimenti, apportando anche benefici di tipo scientifico-matematico alle strategie militari (come Mauro Picone). Guerreggio e Nastasi rendono bene l'immagine di quale sia la situazione nell'ambito matematico dell'epoca, riportando un intervento di Severi sul quotidiano “l'Adriatico” del 9 marzo 1915.
Nulla sarà più come prima è il titolo del secondo capitolo del libro e così fu davvero per la matematica italiana con l'avvento del fascismo. Infatti, pur continuando ad essere ai vertici della ricerca scientifica internazionale in quanto pubblicazioni e lavori prodotti, con la I guerra mondiale inizia un lento declino della scienza matematica nazionale che raggiungerà il culmine con le leggi razziali del 1938 e con la conseguente espulsione dai vertici dei principali centri della ricerca italiana di tutti gli studiosi e allievi di religione ebraica.
Il ventennio fascista vede la nascita del Centro Nazionale delle Ricerce (Cnr), dell'Unione matematica italiana (Umi), dell'Istituto nazionale di statistica (Istat), dell'Istituto per le applicazioni del calcolo (Inac), insomma di quelli che ancora oggi rappresentano quanto di più avanzato la ricerca italiana in campo matematico possa produrre. Nel 1923 Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione, in forza ad una delega legislativa attribuita al governo, realizza la sua riforma scolastica. Inizia così quel periodo cosiddetto della “battaglia dei manifesti” che parallelamente all'Aventino dividerà i matematici italiani. Tra coloro che rifiuteranno fieramente la riforma e l'adesione al fascismo vanno ricordati Volterra e Levi-Civita mentre altri, chi per convenienza e chi per convinzione, aderiranno al regime. Tra quest'ultimi, coloro che poi guideranno i nuovi enti di ricerca da poco creati e cioè Severi, Enriques e Picone. Il fascismo tenderà ad esaltare l'aspetto applicativo e pratico della ricerca allontanandola dalle “mollezze” e “inutilità” della ricerca pura. Forse è proprio grazie a questa visione che la matematica italiana e con essa tutta la ricerca scientifica si avvia decisamente verso il declino.
Nel 1931 la fascistizzazione si fa più pressante: viene istituito l'obbligo del giuramento di adesione al regime per tutti gli studiosi al quale, chi più convintamene e chi meno, aderiranno tutti i professori universitari con la sola esclusione di 11 cattedratici. Nel 1938 vengono emanate le leggi razziali che dettero la spallata definitiva alla ricerca. Il 14 luglio viene pubblicato il “Manifesto degli scienziati razzisti” a cui fece seguito il 5 settembre l'espulsione da tutte le scuole di tutti gli studenti e insegnanti di “razza ebraica”: tra le vittime più illustri Volterra, Castelnuovo, Enriques e Levi-Civita, cioè sia chi fu fascista convinto sia chi avversò il regime. Anche se in Italia non accadde come in Germania dove si procedette col creare una “scienza germanica”, le conseguenze furono comunque disastrose.
Al termine del libro gli autori traggono una sorta di conclusione che ha il sapore un po' amaro di chi si sente, in qualche modo, espropriato della possibilità di partecipare attivamente alla classe dirigente del nostro paese e viene rilegato ad una sorta di confino culturale in cui non sono possibili invasioni di ambiti scientifici e non diversi dal proprio. “[…] la nostra storia è stata scritta con la passione di capire l'oggi: il dopoguerra, la Repubblica, le particolari modalità dello sviluppo scientifico di questo Paese. Allora il fascismo non è una parentesi incidentale e irrilevante, che si può aggirare, cancellata dai mesi gloriosi della Resistenza. Il tema dei rapporti tra matematica e contesto politico è rilevante perché ci porta a concludere che, dopo l'esperienza del fascismo, in Italia la figura del matematico[…] è costituzionalmente diversa da quella che risultava prima del ventennio. Il fascismo l'ha normalizzato. Basta esternazioni e invasioni di campo! Anche i matematici devono rimanere al loro posto e pensare al proprio lavoro, che è quello di dimostrare teoremi. Il ruolo dirigente e creativo spetta alla classe politica. […] un'Italia prepotente e servile, prepotente in alto e servile in basso[…] diventa anche il modello di una struttura accademica in cui non c'è posto per il dissenso. […] È con questa eredità cha la nuova Italia, alla fine della guerra, dovrà fare i conti. È spesso più facile riorganizzare una scuola o riallacciare i contatti internazionali che estirpare qualcosa che tende a far parte della propria identità”.