Francesca Sofia
Lucia Masotti (a cura di)
Ebrei a Parma
Comune di Parma – Associazione italiana amici dell'Università di Gerusalemme, 2005
Frutto del convegno tenutosi presso la Biblioteca palatina di Parma nel marzo 2002, il volume raccoglie cinque saggi volti a rintracciare la presenza ebraica nella città emiliana lungo un arco di tempo che va dalla dominazione viscontea e sforzesca all'applicazione delle leggi razziali di epoca fascista. Le parole impiegate da Roberto Bonfil per introdurre il suo contributo – “un passato da scoprire” – potrebbero fare da insegna all'intero volume, perché, contrariamente a quanto è avvenuto per altri insediamenti ebraici italiani, non esisteva fino ad oggi alcun contributo esaustivo in argomento. Eppure, non si può dire che la storia della comunità non offra particolarità degne di considerazione, specie in confronto con le altre comunità della penisola. Insediatisi in città fin dalla prima metà del XIV, gli ebrei vi rimarranno per tutto il secolo seguente, fintanto che il duca Farnese, su esplicita richiesta del governo locale, non proibì la loro permanenza in città, consentendola solo in sedici località minori del contado. Nell'età delle interdizioni, non si è dunque in presenza di una comunità costretta a vivere nel ghetto, come succedeva nella maggior parte della penisola all'indomani dell'emanazione della bolla pontificia Cum nimis absurdum del 1555, ma di una parziale espulsione che tuttavia non eliminava la presenza ebraica dal territorio. Quest'anomalia va in parte connessa all'origine feneratizia dell'insediamento che, unita alla politica di contenimento dei poteri feudali da parte dei Farnese, rese i maggiori banchieri ebrei non solo i rappresentanti ufficiali della universitas , ma conferì loro una capacità contrattuale ignota ad altri contesti. Il profilo élitario della comunità rimarrà come sua caratteristica essenziale anche nei secoli successivi, soprattutto quando, all'indomani delle riforme napoleoniche, gli ebrei inizieranno di nuovo a stabilirsi in città, inaugurando ex novo un insediamento tollerato durante la Restaurazione – è anche questo rappresenta un'anomalia – che porterà poi alla formazione di una vera e propria comunità all'indomani della formazione dello Stato unitario.
Gli elementi di interesse non sono dunque assenti, e vengono opportunamente valorizzati nei contributi presenti nel volume. Al periodo delle interdizioni sono dedicati i saggi di Roberto Bonfil e di Pier Francesco Fumagalli. Il primo, basandosi anche su una cronaca cinquecentesca dovuta alla penna di un ebreo genovese, Josep ha-Kohen, suggerisce alcune linee di metodo per affrontare sotto una nuova luce la storia degli ebrei negli anni in cui Parma era parte del Ducato di Milano. Si tratta cioè, a suo dire, di andare oltre le formule stereotipate delle condotte, per cercare di comprendere il grado di integrazione raggiunto dagli ebrei nella società cristiana, le modalità di coabitazione concretamente messe in atto, le visioni reciproche di ebrei e cristiani. E ciò ad un duplice scopo: sia per risolvere la storia degli ebrei di Parma in una vera e propria storia di Parma, sia per comprendere le ragioni dell'espulsione della città nel 1589. In quest'ultimo caso, bisognerebbe cercare di capire in che modo si strutturino le alleanze tra ebrei, establishment locali, nuovo potere ducale in un periodo assai delicato del suo insediamento al potere, in una prospettiva che tenga anche conto della politica estera di alleanze attuata dai Farnese. Il secondo, basandosi sulla documentazione raccolta dall'Istituto per i microfilm dei manoscritti ebraici della Biblioteca nazionale e universitaria di Gerusalemme, offre un'ampia panoramica dei manoscritti prodotti o copiati nella provincia parmense tra Quattro e Ottocento. Tre mi sembrano gli elementi degni di interesse di questa esaustiva rassegna: innanzi tutto il proficuo interscambio con la società maggioritaria durante il XV e il XVI secolo, testimoniata dall'arte applicata ai codici miniati; poi, il fatto che, al seguito della scomparsa degli ebrei dal capoluogo e al contrario di quanto avveniva in precedenza, la produzione di manoscritti ebraici si concentri soprattutto nel settore halakhico , quasi a testimoniare un'esigenza di difesa del proprio patrimonio nei confronti di un mondo ostile; infine, come nei centri rurali sia più presente l'apporto della cultura askenazita, di derivazione lombarda, veneziana o istriana, che potrebbe dimostrare come l'espulsione degli ebrei da Parma non abbia comportato un loro irradiarsi nei comuni del contado, ma eventualmente una loro emigrazione verso altri centri urbani della penisola.
All'Ottocento e al momento cruciale dell'integrazione è dedicato invece il saggio della curatrice, Lucia Masotti. È noto come l'inserimento della diaspora italiana nella compagine nazionale al seguito dell'abrogazione delle interdizioni abbia raggiunto livelli incomparabilmente più alti rispetto ad altri contesti nazionali. Nel caso di Parma l'affermazione va senza meno enfatizzata. Sono proprio le torsioni specifiche che ha assunto l'emancipazione nel contesto cittadino che rendono questo percorso meno accidentato. Il ritorno degli ebrei in città, a partire dal 1803, anno in cui vennero riconosciuti cittadini a tutti gli effetti, la benevola tolleranza goduta sotto il governo di Maria Luigia – per cui agli ebrei era consentito di accedere all'Università – fecero sì che l'entrata nella società circostante avvenne quasi uti singuli . La comunità che si ricostituirà ufficialmente nel 1865, adottando in maniera significativa la forma giuridica della libera associazione e non quella della corporazione coattiva decisa in Piemonte con la legge Rattazzi, si trova così ad essere socialmente più compatta di altri insediamenti risalenti nel tempo. Da un canto, ciò provoca la necessità di un minore investimento nell'opera di “rigenerazione” rivolto verso le fasce meno abbienti della comunità (ne fa fede il fatto che la beneficenza degli ebrei parmensi inizia ad indirizzarsi verso obiettivi laici in misura precoce rispetto ad altri contesti locali), e dall'altro determina una minore visibilità della comunità nel suo complesso, come testimoniano le abitazioni di questo nucleo ebraico, ben lontane dal seguire le tendenze aggregative di un insediamento chiuso. Il che non significa che quest'indolore processo di integrazione nella società circostante abbia necessariamente significato la scomparsa delle proprie tradizioni. Si è semmai in presenza di una rivisitazione modernizzante del proprio patrimonio culturale, come ricorda in misura quasi emblematica nel 1845 la pubblicazione proprio a Parma della “Rivista israelitica”, il primo periodico italiano ebraico vicino, nelle intonazioni, alle posizioni riformate.
Chiudono il volume i due saggi di Marco Minardi e Roberto Spocci che ricostruiscono le vicende degli ebrei di Parma negli anni della discriminazione e della successiva deportazione. Il primo, in particolare, si sofferma a narrare – spesso raccogliendo le testimonianze superstiti degli stessi protagonisti – le sofferte vicende umane degli ebrei parmensi e degli ebrei stranieri internati nei due campi di Monticelli Terme e di Scipione; il secondo, invece, espone la complessa procedura messa in atto dal 1938 al 1945 alla scopo di attuare la progressiva confisca dei beni ebraici. Da entrambi i contributi appare chiara la stretta apportata dal regime di Salò nei confronti della sorte degli ebrei, come anche il lento, ma significativo, mutamento della popolazione civile nei confronti degli stessi, che si tramuta dall'apatica indifferenza del 1938 in un fattivo coinvolgimento a favore della loro sopravvivenza.
Come tutte le ricerche non autoreferenziali che s'interrogano sulla storia delle minoranze, questo volume non solo apre nuove piste di ricerca sulla storia degli ebrei di Parma, ma rappresenta di per sé un notevole arricchimento del contesto urbano e maggioritario.