N. 10 - Febbraio 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X




Luca Gorgolini
Novità editoriali
novembre 2005-febbraio 2006



Andrea Casadio
Norman Davies, Roger Moorhouse
Microcosmo. L'Europa centrale nella storia di una città
Milano, Bruno Mondadori, 2005



Andrea Francioni
Romain H. Rainero
La politica araba di Mussolini nella Seconda Guerra Mondiale
Padova, CEDAM, 2004



Luca Gorgolini
Stefano Pivato (in collaborazione con Amoreno Martellini)
Bella ciao . Canto e politica nella storia d'Italia
Roma-Bari, Laterza, 2005



Enrico Landoni
Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto
Senti le rane che cantano
Roma, Donzelli, 2005



Alberto Malfitano
Salvatore Bono Tripo li bel suol d'amore Testimonianze sulla guerra italo-libica


Federico Paolini
Stefano Maggi, Annalisa Giovani
Muoversi in Toscana
Ferrovie e trasporti dal Granducato alla Regione

Bologna, Il Mulino, 2005



Dario Petrosino
- Raffaella Baccolini (a cura di)
Le prospettive di genere: discipline, soglie, confini
Bologna, Bononia University Press, 2005



- Lorenzo Benadusi

Il nemico dell'uomo nuovo
L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista

Milano, Feltrinelli, 2005



Elena Rambaldi
Paolo Mattera
Il partito inquieto
Organizzazione, passioni e politica dei socialisti italiani dalla Resistenza al miracolo economico

Roma, Carocci, 2004



Gianluca Rossini
Angelo Guerreggio, Pietro Nastasi
Matematica in camicia nera. Il regime e gli scienziati
Milano, Bruno Mondadori, 2005



Francesca Sofia
Lucia Masotti (a cura di)
Ebrei a Parma
Comune di Parma ? Associazione italiana amici dell'Università di Gerusalemme, 2005



Francesca Somenzari
Patrizia Dogliani (a cura di)
Rimini Enklave 1945-1947. Un sistema di campi alleati per prigionieri dell'esercito germanico
Bologna, Clueb, 2005



Daniela Calanca
Maria Giuseppina Muzzarelli, Lucia Re (a cura di)
Il cibo e le donne nella cultura e nella storia
Prospettive interdisciplinari
Bologna, Clueb 2005




Luca Gorgolini

Stefano Pivato (in collaborazione con Amoreno Martellini)
Bella ciao . Canto e politica nella storia d'Italia
Roma-Bari, Laterza, 2005


La convinzione che le canzoni siano fonti storiche a tutti gli effetti, al pari degli altri ?documenti? cui gli storici hanno tradizionalmente fatto riferimento, si è affermata solo recentemente. Un ritardo dovuto essenzialmente ad una duplice motivazione: da un lato un certo pregiudizio degli studiosi che vivono con qualche imbarazzo l'idea di misurarsi su di un piano scientifico con una canzone, soprattutto se questa appartiene al repertorio della musica leggera (il pregiudizio si affievolisce se si tratta di brani interni alla tradizione del canto popolare), come se questa debba ancora affrancarsi da un'ingombrante connotazione ludica; dall'altro lato la complessità del documento che pone non pochi problemi metodologici a chi vi si avvicina: la sua analisi non può, infatti, prescindere dalla molteplicità degli elementi che la compongono: non solo il testo, ma anche l'impianto musicale, la voce del cantante e più in generale la sua interpretazione, le sonorità e i supporti attraverso cui essa è diffusa nella società. Stefano Pivato, che aveva già dimostrato di appartenere al gruppo di storici che si trovano a loro agio nell'analisi e nell'utilizzo di tale fonte (il riferimento è a La storia leggera . L'uso pubblico della storia nella canzone italiana , Bologna, Il Mulino, 2002), propone in quest'ultimo volume, con la collaborazione di Amoreno Martellini, un'inedita storia dell'Italia politica, attraverso l'analisi di un ampio ed articolato corpus di canti sociali, i quali costituiscono, accanto ad una serie di pratiche, simboli e riti ben definiti, una delle forme più significative della rappresentazione emotiva e simbolica della politica stessa.


La politica e la storia d'Italia dunque, il risorgimento, le guerre, il fascismo, la resistenza, i movimenti giovanili nel secondo dopoguerra, i conflitti del presente, vengono qui riletti attraverso il canto sociale. Dalla rivoluzione francese al G8 di Genova, il canto sociale ha infatti cadenzato lo svolgersi della politica, ne ha sottolineato gli eventi principali, ne ha accompagnato l'evoluzione; alcuni canti hanno assecondato come una partitura collettiva le aspirazioni e le tensioni ideali delle diverse generazioni che si sono susseguite, finendo con il divenire uno strumento straordinario di costruzione di un'identità politica strutturata da parte di queste. Un gioco di riflessi intercettato dagli autori che hanno analizzato i testi nel lungo periodo, facendo emergere rifacimenti, parodie, mutazioni di tono e di registro in relazione agli scopi di chi di volta in volta li ha fatti propri, cantandoli come segno di adesione o come gesto di sfida nei confronti di un dato modello ideologico; modificazioni o ancora vere e proprie metamorfosi radicali, che hanno riguardato anche alcuni dei canti e degli inni che hanno occupato e che continuano ad occupare un posto centrale nell'immaginario collettivo di tutti, non solo di coloro che gli hanno intonati. Si veda in questo senso, il modo in cui la trasversalità politica del movimento operaio delle origini abbia spesso finito con il riflettersi anche nelle scelte musicali: le canzoni, come le bandiere, appartenuti a una tradizione politica, sono in qualche caso trasmigrate in un'altra. Così è stato per Bandiera rossa . Considerato da tutti come l'inno per eccellenza del comunismo italiano, in realtà, era stato intonato per tutta la seconda metà dell'Ottocento all'interno dei cortei repubblicani, allorquando i seguaci di Mazzini, abbandonato il tricolore cui era stato sovrapposto lo stemma sabaudo, avevano scelto il rosso come colore del loro vessillo (successivamente, nel momento in cui il rosso divenne identificativo degli ideali del socialismo, opteranno per il verde). La stessa Giovinezza , l'inno per antonomasia del fascismo, pensato e scritto 1909 per opera di Nino Oxilia (e musicato da Giuseppe Blanc) come canto nostalgico alla perdita delle spensieratezza della vita studentesca, è stato rivisitato una prima volta per essere adottato come inno ufficiale degli alpini durante la guerra, per essere poi intonato a partire dal 1919 dalle prime squadre fasciste che lo riadattarono investendolo di nuovi simboli e riferimenti storici. Ma l'esempio più celebre è dato dall'inno nazionale, Fratelli d'Italia (originariamente Il canto degli italiani ): figlio delle aspirazioni risorgimentali (1847), prima di divenire ufficialmente l'inno nazionale della Repubblica italiana, venne per un intero secolo oscurato (in alcuni periodi bandito) dai diversi governi che privilegiarono canti più aderenti (e più rassicuranti) ai loro principi ispiratori ? La marcia reale , Giovinezza e Leggenda del Piave ?, mentre venne cantato in certi ambienti dell'antifascismo in esilio e più tardi in alcune formazioni partigiane. Recentemente, la tendenza imposta dal presidente Ciampi a valorizzare i simboli dell'identità nazionale, ha fatto si che Fratelli d'Italia sia stato in qualche modo ?riscoperto?: divenuto un vero e proprio canto bypartisan , viene intonato anche dagli adepti delle tradizioni politiche, si pensi ai militanti di Alleanza Nazionale, che lo avevano escluso dal repertorio dei brani ufficiali relegandolo alla clandestinità.


In qualche caso, i diversi rifacimenti hanno finito con il rendere difficile l'individuazione della genesi di alcuni inni; così è per Bella ciao , il brano che da il titolo al volume, simbolo per tutti della Resistenza. All'inizio degli anni Sessanta, alcuni studiosi del canto popolare, hanno avanzato l'ipotesi secondo cui la canzone sarebbe comparsa per la prima volta negli anni Trenta e avrebbe accompagnato il lavoro nelle mondine nelle risaie (questa versione sottolineava le pene patite dalle giovani: ?E tra gli insetti e le zanzare / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao ciao / [?] un duro lavoro mi tocca fare); una ricostruzione questa, che vedrebbe dunque i partigiani riprendere il canto di risaia, smentita successivamente da studi più approfonditi che posticipano l'ingresso di Bella ciao nelle risaie ai primi anni Cinquanta, e che confermerebbero dunque la primogenitura dell'inno partigiano sul canto di risaia. Aldilà del dibattito su primogeniture e filiazioni che tra l'altro prosegue ancora oggi (nel cd Il fischio del vapore , che ripropone una serie di brani interni alla tradizione del canto sociale, registrato nel 2002 assieme a Francesco De Gregori, Giovanna Marini presenta la versione delle mondine), l'autore dimostra come Bella ciao , la cui popolarità si è rafforzata nel corso degli anni Sessanta ? nel periodo che precede e che accompagna la costituzione dei primi governi di centro-sinistra e si afferma l'idea della Repubblica nata dalla Resistenza ?, abbia attraversato indenne i decenni e le diverse stagioni politiche arrivando ancora oggi ad essere il sottofondo musicale più comune nei raduni partigiani, nei cortei sindacali o ancora nelle manifestazioni dei giovani no global. Una longevità dovuta essenzialmente al suo essere un canto partecipato, accompagnato dal battito ritmato delle mani che favorisce un coinvolgimento attivo dei presenti, e dal fatto di risultare meno compromessa sul piano politico; a differenza di altri inni partigiani, come Fischia il vento , chiaramente connotati politicamente (la ?rossa primavera?, il ?sol dell'avvenire?), Bella ciao , benché sia intonata essenzialmente nei cortei e nelle manifestazioni che fanno riferimento alle forze della sinistra, di fatto perdura nel sentire comune come canto che rimanda non solo al ricordo della lotta partigiana ma che in generale richiama un più ampio concetto di libertà. Celebre in questo senso è l'episodio, ricordato da Pivato in chiusura del volume, che nell'aprile del 2002 ebbe per protagonista il conduttore Michele Santoro, il quale, per richiamare l'attenzione sulla censura operata nei suoi confronti da parte del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, aprì la sua trasmissione, Sciuscià , intonando per l'appunto il canto della Resistenza. Al fortunato destino di Bella ciao si contrappone il tramonto dei tradizionali inni politici che avevano contraddistinto come bandiere, l'adesione alle diverse opzioni ideologiche in campo. A sinistra come a destra, il ?cambio di pelle? e le profonde mutazioni, successive ai crolli del muro di Berlino e della cosiddetta Prima Repubblica che hanno proposto nuovi scenari politici, hanno decretato il declino di alcuni inni mitici, come i già citati Bandiera Rossa e Giovinezza ; e d'altro canto, fa notare giustamente Pivato, la frammentarietà e la continua ridefinizione dei repertori musicali attualmente adottati in entrambi i campi, sembra riflettere la faticosa ricerca di un'identità ben definita operata tanto dagli eredi del Pci quanto dagli eredi del Msi.


Uno studio che, nonostante il ?difetto? parzialmente dichiarato dallo stesso autore nell'introduzione, l'omissione dell'analisi dell'impianto musicale (e della presentazione di quest'ultimo a corredo del volume), presenta una forte solidità scientifica, costruita su un'accurata bibliografia e su un ampio gruppo di brani musicali, selezionati all'interno di un repertorio sterminato, puntualmente scandagliato, questa è l'impressione, da parte degli autori. L'obbiettivo dichiarato dall'autore nella sua introduzione, organizzare un testo di carattere divulgativo che sintetizzasse la significativa pagina di storia rappresentata dal vasto patrimonio dei ?canti sociali? (e non ?canti politici? come viene spiegato in apertura), appare così raggiunto: la vasta serie di brani proposti e analizzati, stimola una rilettura, agevole ma non banale e semplicistica, di alcuni passaggi cruciali della storia nazionale, favorendo, come accennato, l'emergere di alcuni elementi di riflessione fin qui non debitamente sottolineati.



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Autore Gorgolini Luca
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