N. 10 - Febbraio 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Daniela Calanca

Percorsi di storia delle donne e di storia del femminismo

1. A partire da quella che sembra essere oggi la contraddizione più grave del momento, ossia ?da un lato la fase della legittimazione e autolegittimazione scientifica della storia delle donne è ampiamente conclusa [?]; dall'altro lato è invece tutt'altro che raggiunto il consenso della comunità accademica nei riguardi della storia delle donne e quindi la integrazione di quest'ultima nel corpus della storiografia italiana? (Rossi Doria 2003, pp. 9-10) , le attuali tendenze di ricerca e di analisi collocano temi e problemi di storia delle donne in un quadro che sottende l'esigenza di valutare simultaneamente una molteplicità di elementi fondanti. E ciò a partire da una serie di questioni basilari considerate irrisolte, sia dal punto di vista storiografico che metodologico. In questa direzione, di fatto assumono un ruolo centrale alcune aree problematiche all'interno delle quali può dirsi racchiusa una ricomprensione generale delle ricerche e degli studi in atto. In particolare, il nesso tra storia e politica delle donne, il rapporto tra storia sociale e storia politica, il rapporto tra storia delle donne e storia generale, costituiscono a tutt'oggi i nodi salienti di tale ricomprensione. Si consideri, a titolo esemplificativo, in che modo la questione non affrontata relativa al nesso tra politica e cultura concorra a determinare una serie di ambiguità riconducibili solo in apparenza all'ambito terminologico. A riguardo, viene osservato da più parti, le dizioni ?storia delle donne? e ?storia di genere? sembrano essere utilizzate indistintamente. In realtà, specie in ambito accademico, ?storia di genere? ha finito per sostituire ?storia delle donne?, dizione questa più sospettosa di nessi con il femminismo. Nello scorcio di tale prospettiva emerge, poi, l'indicazione secondo la quale si è giunti ad alcuni risultati paradossali, come per esempio il recupero della consuetudine di utilizzare il termine genere per indicare solo quello femminile, al posto di una elaborazione storica della relazione tra i sessi. Non solo. Su questa via, avvertono le studiose del settore, la svalutazione della dimensione teorica della storia delle donne in Italia incide notevolmente sulla mancanza di una elaborazione particolarmente significativa del nesso tra storia delle donne e femminismo. Mentre negli Stati Uniti, per esempio, il decostruzionismo ha prodotto dibattiti e riflessioni, nonché divisioni, all'interno delle storiche delle donne, in Italia non è accaduto nulla di simile: ossia, il contenuto delle differenti posizioni concettuali non ha trovato una chiara esplicitazione. D'altro canto, nato in Italia come storia politica, il percorso della storia delle donne, all'interno della storia sociale, religiosa e giuridica, non descrive oggi una sorta di interazione concentrica. Al contrario, tra questi studi si è venuta a creare una serie di piani analitici correlativi ma distinti. Allo stesso modo, vuoti e pieni della ricerca emergono allo stato odierno degli studi di storia delle donne. Studi questi, nei quali persiste, nella maggior parte dei casi, una mancata interrelazione, che si concreta nella tensione tra campi di natura storiografica e metodologica contrapposta. Inoltre, a tutt'oggi, per esempio, ad eccezione di alcune ricerche, pare che non si possa parlare di una vera e propria rete di indagine sulle modalità di partecipazione femminile alla vita politica dell'Italia repubblicana e alle sue istituzioni rappresentative.


Nel riconoscere, dunque, che al centro delle attuali riflessioni dello stato degli studi e delle ricerche di storia delle donne si pone, come condizione epistemologicamente fondante, un principio di connessione che autorizza a riconoscere la necessità di operare un incrocio tra i vari settori tematici, va da sé come la dimensione problematica costituisca attualmente il principale riferimento di ogni orientamento analitico di storia delle donne. In tal senso, poi, assume necessariamente un ruolo incisivo una serie di domande che paiono ineludibili, quali per esempio: in che modo la storia delle donne sta modificando i lineamenti della storia generale? Come si possono analizzare le trasformazioni del gender system nelle sue continuità e rotture attraverso la storia del primo e del secondo femminismo? E ancora: in che modo si snoda il rapporto tra singole soggettività e costruzioni sociali e simboliche del femminile, tra rappresentazione e autorappresentazione? Quali gli elementi e le chiavi di lettura per ipotizzare una periodizzazione della storia delle donne del Novecento?


 


2. La necessità di un'analisi critica, dei suoi principali nodi problematici e percorsi è quanto orienta oggi, dunque, in Italia (come pure all'estero) la storia delle donne e di genere. Oltre alla necessità di indagare lo status quaestionis dei rapporti tra storia delle donne e femminismo, di vagliare i metodi e i risultati di ricerca, nonché di elaborare nuove categorie interpretative, uno dei nodi centrali che costituisce uno dei maggiori problemi è quello relativo a soggettività . Un termine questo che, usato in diversi contesti e slittando dall'ambito filosofico e linguistico in quasi tutti i settori delle scienze umane e naturali, ha assunto in sé i più diversi significati. In particolare, se in relazione alla storia delle donne da tempo la ricerca storica, mediante il contributo della storia orale, si occupa di soggettività, sul piano metodologico e storiografico emerge l'esistenza di una molteplicità di usi della stessa parola soggettività, quali per esempio: soggettività concepita nei termini di oggetto e non come categoria filosofica, come nel caso in cui si sceglie come soggetto di analisi di un campo di ricerca e di studi specifico le donne, cioè le reali persone di sesso femminile; soggettività come piena e consapevole capacità di sé da parte di soggetti femminili, che predomina negli scritti autobiografici e sul piano orale. E dunque in sede epistemologica, nonché metodologica, una delle domande che si impone è: a quale soggettività ci si riferisce? In che modo soggettività si applica ? come categoria ? alle ricerche di storia delle donne? A riguardo, appare centrale il principio metodologico secondo il quale la ricerca storica persegue le modalità e le forme mediante cui le donne sono state soggetti della propria vita e dei propri pensieri. Un principio metodologico questo che, avvalendosi dei contributi delle discipline storico-sociali, costituisce a tutt'oggi un referente particolarmente significativo per le molteplici indagini che da esso si dipartono. In questa direzione, analisi di rete da un lato e prospettiva relazionale dall'altro, è quanto orienta maggiormente alcune delle attuali tendenze di ricerca all'incrocio tra storia delle donne, storia sociale e storia di genere. Nello specifico, soprattutto in relazione alla storia della famiglia, laddove la prospettiva relazionale permette di giungere a una definizione di famiglia , che supera il riferimento ad una realtà predefinita e metastrutturale. Dalla storia istituzionale e dalle situazioni strutturate, il fulcro della ricerca è costituito sempre di più sulla vita delle donne e sulle relazioni che intrattengono con gli altri e/o altre . In tali tendenze in atto viene ad assumere un ruolo particolarmente rilevante lo studio biografico, in quanto esso esplica sia la forma dei reticoli, sia i contenuti e i modi in cui si formano le relazioni concrete, all'incrocio tra particolare e generale, tra modelli storico-culturali e vissuti oggettivi. La dimensione biografica permette di osservare le modalità attraverso le quali ogni individuo ? donne uomini compresi ? si inscrive e si muove nello spazio sociale modificandolo costantemente. Inoltre, la dimensione biografica permette anche di aprire spazi di indagine all'interno di una storia dei sentimenti, ossia di vedere il modo con cui le cose, le situazioni, le forme si offrono, e per converso vedere come vengono percepite dagli individui. In questo senso, nelle indagini storiografiche in atto si accentuano sempre più percorsi che pongono il concetto di memoria relazionale in primo piano: ossia l'indagine dei ruoli attraverso i quali i gesti del patrimonio collettivo, compiuti singolarmente, in pubblico e/o in privato, sanciscono appartenenze e identità come ?ritornelli? che tutti conoscono a memoria.


 


3. Indagini su vuoti e pieni della ricerca e degli studi da un lato e indagini all'incrocio tra storia sociale e storia di genere dall'altro, è quanto orienta attualmente, dunque, maggiormente alcuni degli attuali percorsi di storia delle donne. In particolare, dalle rappresentazioni elaborate dalle circostanze strutturate, il centro della ricerca viene orientato sempre più sulle autorappresentazioni delle donne, e sui processi di identificazione individuale e collettiva. In tali tendenze in atto viene ad assumere un ruolo particolarmente significativo lo studio delle modalità di autopercezione identitaria. A tale riguardo, un progetto di ricerca in corso è quello che indaga, per esempio, come nella forte connotazione etica che caratterizza il senso comunitario della grande famiglia presente nei ceti popolari italiani nella prima metà del Novecento, si trova espressa la disposizione concreta che, trascendendo l'ordine della realtà naturale, produce ruoli femminili diversi da quelli proposti ufficialmente, specie all'interno di una visione tradizionale della famiglia. E ciò in particolare per le donne popolari, comuni, appartenenti ai ceti medio-bassi e rurali, che non appaiono così influenzabili e assoggettabili ai modelli ufficiali; ma anche riguardo alla famiglia patriarcale, che prevede il concentramento del potere decisionale nelle sole mani del maschio capofamiglia, e a quella borghese (ossia di professionisti, commercianti e dell'alto ceto impiegatizio), celebrato in tutta Europa, nel corso dell'Ottocento, come il modello per eccellenza della vita domestica e della cultura familiare. Un modello questo che, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, forgia l'impianto familiare-culturale anche della piccola e media borghesia emergente, influenzando contemporaneamente i ceti popolari, nei quali pure il sogno della domesticità borghese diventa il sogno dominante. È quanto emerge dall'analisi di autobiografie, diari, memorie, epistolari popolari. In questa direzione, uno dei principali percorsi del progetto di ricerca in atto tenta di ricostruire i diversi modi mediante cui il mondo popolare maschile, notevolmente influenzato dalla Chiesa Cattolica, ha delineato tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, il ritratto della donna-moglie diversa , ossia della donna che non tace, che sbraita, che lede l'onore del marito, molto lontana dall'immagine della moglie- fata passiva e ubbidiente, che dispensa benessere a tutti i membri della famiglia. Sono donne che in pubblico e in privato, nell'ottica maschile, non sanno stare al loro posto, e che trasformano la vita serena e tranquilla dell'uomo-marito in un continuo inferno quotidiano. Viceversa, un altro percorso del medesimo progetto, tenta di ricostruire una storia, e storie, di donne per le quali il libro non è solo quello che si legge, ma anche e soprattutto quello che si scrive come pratica individuale del sé. Sono donne per le quali indossare i pantaloni , simbolicamente intesi, non costituisce solo una sfida alla mentalità tradizionale comune, ma anche e soprattutto un'assunzione di responsabilità concreta dell'andamento familiare, mentre sul piano psicologico consiste in una ricerca di conciliazione tra gli opposti nel tentativo di creare una sorta di equilibrio esistenziale compensatorio. E in tal senso, una delle principali domande che si impone è: fino a che punto queste donne popolari, anonime, che scrivono di sé e indossano i pantaloni, all'interno di una società patriarcale che le relega all'obbedienza e alla passività fino al secondo dopoguerra, sono consapevoli di essere diverse? E di qui: se lo sono, come percepiscono tale diversità? Come la vivono quotidianamente? Sotto questo profilo, pur non essendo possibile fornire un quadro esauriente date le ricerche in corso, si può sostenere da una prima indagine che, per esempio, il cercare un compromesso identitario, una mediazione e quindi il non provocare evidenti fratture, sia uno dei tratti costitutivi che caratterizza la consapevolezza, laddove è presente, dell'essere diverse da parte del mondo femminile popolare. Da alcune autobiografie femminili emerge come, per esempio, nella decisione di vivere una vita diversa attraverso la politica antifascista, oltre al richiamo ad una incondizionata validità e alla centralità aggiudicata all'ideale etico-politico in sé, operi l'esigenza di tradurre in azione concreta valori attraverso cui la realtà acquisisce un senso: il che tradotto sul piano strettamente individuale, individua nella possibilità di essere considerate ?qualcuno? ciò che conferisce valore a se stessi, in una prospettiva autoriflettente. A riguardo, l'autobiografia scritta in terza persona nel 1990 dalla signora Rech ? soprannominata familiarmente Annetta ? (1921, Folgaria, provincia di Trento), è particolarmente significativa. Pubblicata nel 1991 dal Museo storico in Trento, l'autobiografia della signora Rech, la cui esperienza è segnata dal suo essere donna comunista, partigiana e figlia illegittima, narra la storia di una difficoltà che, traslitterandosi in diversità, vissuta per altro con orgoglio e autentica passione politica, trova il suo perno fondante in un legame familiare tutto al femminile, ossia con la madre e con le zie: ?Donne tenaci e solide, che senza rinunciare alla propria femminilità, senza negarla, hanno saputo esplorare terre di frontiera misurandosi con i grandi eventi del proprio tempo ? la seconda guerra mondiale, la resistenza, il dopoguerra, il sessantotto, gli anni di piombo ? consapevoli di contribuire in qualche modo al farsi della storia? (N. Pontalti in Rech 1991, p. 6). Non solo. Donne che, rappresentate con coraggio e dignità, sono ?destinate?, scrive la signora Rech, ?così, magari per libera scelta, ad essere sempre sulla breccia? (p. 105). Spazi e momenti di consapevolezza soggettiva che, pur si dischiudendosi in un ambito fattuale, assumono attraverso azioni e gesti, un significato che va incontro all'individuazione del sé. È quanto emerge, per esempio, dall'autobiografia scritta nel 1987 da Valeria Furletti Zanolli (Trenno, classe 1915), quando ricorda che a vent'anni, stanca e impacciata nel lavoro dai capelli lunghissimi, prende la decisione di tagliarseli alla maschio. Si sente rinascere, ma solo fino all'arrivo dei fratelli che, mostrandosi fortemente contrariati, interpretano il gesto come una deviazione morale, un atto di cura di sé riprovevole: ?Quando sono venuti à sapere i miei famigliari, più erano i miei fratèlli mi hanno detto che è dal buon tèmpo e capricio a pensare di tagliarmi i capelli, che dovevano mandarmi sulla alta montagna sul monte Misone à tagliare il fienno così non avrei avutto il capriccio dà tagliarli [?] Quante critiche e parolle che anno fatto nel paese, dicevano che sono statta matta à tagliarmi i capelli. Come avesse fatto un delito. Èro statta la prima ragazza del paese a tagliarli Dopo alquni anni quasi tutte le ragazze de paese le anno taliati? (V. Furletti Zanolli, ms. in Archivio scrittura popolare Museo storico in Trento).


 


4. Come per la storia delle donne, anche per il femminismo e per una sua storia la più recente storiografia mostra che occorre porre nuove domande, e che ad alcune di esse non è ancora facile individuare una risposta. E ciò a partire da quella che appare la questione in se stessa fondante, il perno attorno al quale ruota a tutt'oggi la maggior parte delle riflessioni delle storiche e delle studiose di questo settore, ossia ?il (quasi) vuoto storiografico sui femminismi anni settanta?, un vuoto che si mostra nei termini di una doppia anomalia : ?Di solito i movimenti che hanno vinto le loro sfide non faticano a trovare velocemente storici e narratori. Se poi nelle loro file si contano un certo numero di intellettuali e una componente acculturata, la storia e il suo primo pubblico possono nascere all'interno stesso del movimento. Non così il femminismo, che pure è l'unico dei soggetti emersi fra il '68 e la fine del decennio settanta a aver collezionato successi durevoli, anche se ambivalenti. E che ancora più del '68, si è caratterizzato per la forte presenza di ceto medio colto? (Bravo 2004, p. 1) . Fra le ipotesi storiografiche relative a tale anomalie si segnala: la minore applicabilità delle categorie antropologiche alla storia contemporanea; il timore di sacrificare la complessità alla sintesi storica, il primato nel movimento di un'oralità difficile da riprodurre sulla carta, il problematico rapporto fra storia e biografia, nonché lo stato della documentazione. A ciò si aggiunge, tra le altre, una questione irrisolta, ossia, il rapporto con la violenza: ?Non la violenza che lo stato e i gruppi neofascisti hanno rovesciato sui movimenti, non la violenza esercitata contro il corpo delle donne, ma quella di cui in vario grado portiamo una responsabilità per averla agita, tollerata, misconosciuta, giustificata ? una questione che è rimasta fuori o ai margini estremi della ricerca storica e della riflessione politica. [?] Come se la cosa non ci riguardasse (dominio patriarcale?), o come se la dessimo per scontata (adesione al modello del movimento operaio ufficiale?). Il ?noi? che ha avuto trent'anni per pensarci è costituito dalle tante che all'epoca si sono sentite ? continuativamente, a tratti, in una sola occasione ? parte del femminismo, e temono che quell'esperienza possa restare, come ha ammonito Lea Melandri, una ?rivoluzione senza memoria?. E sì che le sue molte anime facevano sperare in una storia a più facce, e hanno comunque contribuito a produrre l'arco amplissimo di argomenti e di temporalità su cui abbiamo lavorato ? in questo caso il noi include ricercatrici/tori di seconda generazione? (Bravo 2004) . Va da sé come, in questa direzione, assuma un carattere particolarmente incisivo, sul piano metodologico, epistemologico nonché storiografico in generale, il problema del rapporto tra storia e memoria, tenendo presente il fatto che la memoria oggi assume sempre di più un ruolo cruciale. A tale riguardo si afferma: ?Sappiamo che ogni memoria si struttura grazie ai silenzi e a sua volta li crea; il cosiddetto eccesso di memoria non è una questione quantitativa, ma qualitativa, in quanto genera il suo opposto, il difetto di memoria. Una lettera pubblicata dal ?Guardian' sui sopravvissuti di Auschwitz, che dopo la cerimonia con i capi di stato hanno dovuto attendere a lungo prima che le automobili di questi e gli autobus dei giornalisti fossero ripartite, lasciando i protagonisti all'ultimo posto, è sintomatica del ruolo della memoria nell'Europa attuale. La difficoltà per il nostro tempo è in primo luogo come trattare le memorie del passato ? in generale ? e in secondo luogo come confrontarle con la storia. Quest'ultimo compito [?] può contribuire a illuminare anche il primo, che riguarda ugualmente tutte-i in quanto esseri umani e cittadine-i in questo continente. Il caso degli anni Settanta in Italia non ha la magnitudine della Shoah, ma il nodo tra memoria e storia si presenta per certi aspetti in modo simile? (Passerini 2005).


Una ricognizione, dunque, sullo stato degli studi del femminismo degli anni Settanta sul piano storiografico deve essere ancora affrontata in modo compiuto: occasionalmente si è ritornati su quella fase storiografica per trarne un bilancio complessivo e/o locale. Per diversi motivi la memoria di quegli anni non ne ha ancora prodotto la storia, e sporadici sono stati i tentativi di esprimere le peculiarità del movimento a causa della difficoltà a travalicare la trasmissione orale di quegli anni e di raccontare l'intersecazione tra corporeità e teoria; a causa dei tratti caratterizzanti della documentazione scritta e orale del movimento stesso, e della rimozione di alcuni temi decisivi, quale per esempio la violenza. Inoltre, si constata da più parti, la mancanza di una storia che ponga in relazione vicende, posizioni teoriche ed eventi di quegli anni. In ragione di ciò, risulta necessario elaborare un bilancio storico, e al riguardo una domanda fondamentale che si impone è: essere stati testimoni equivale di fatto ad essere legittimate a farne il bilancio? Se la vita e l' opera coincidono, di che bilancio si tratta? A tale riguardo, appaiono fondamentali le modalità con cui si affrontano simili argomenti, e soprattutto la dichiarazione di soggettività della/o storica/o, ossia della sua posizione intellettuale. Sotto questo profilo, si fa largo la difficoltà a separare il soggetto dall'oggetto della ricerca, e i rischi e i limiti dell'identificazione di storico e testimone sono notevoli. Non solo. Un ulteriore serie di quesiti basilari di fatto assume necessariamente un ruolo centrale, quali per esempio: che significato attribuire alla stessa definizione di ?femminismo anni ?70?? In questa direzione, due sono i nodi correlati, ossia da un lato il rapporto tra il femminismo e gli altri movimenti degli anni Settanta, un rapporto non univoco e segnato da discontinuità e temporalità diverse, e dall'altro il tema delle fasi, dei passaggi, nonché delle trasformazioni intervenute alla fine del decennio. Un orizzonte problematico che in realtà sottende l'esigenza di considerare, anche in vista di ipotesi di periodizzazione, l'opzione della esistenza di molti femminismi , come acquisizione accertata in sede storiografica.


 


5. Silenzi, vuoti storiografici, da un lato, e responsabilità, ripensamenti dall'altro, costituiscono l'impianto fortemente problematico che orienta oggi, come si è visto, seppure in modo tutt'altro che esaustivo, i principali percorsi di storia del femminismo. Pur avendo radici disseminate in un contesto scientifico-culturale che non può essere certo caratterizzato come univoco, tali percorsi sono organizzati intorno ad alcune questioni chiave dominanti che si trovano comunemente espresse e indagate simultaneamente all'incrocio tra storia, epistemologia, metodologia, e storiografia, con tutto ciò che a tali discipline settorialmente si correla. Nel contempo, oltre a indagare le possibilità di sviluppo di una storia, e storie, del femminismo e/o dei femminismi degli anni Settanta, la problematizzazione teorica e pratica emerge in maniera particolarmente significativa quando si indaga per individuare ciò che è soggettivo nella pratica della ricerca storica, e ciò a cui invece perviene un valore sovraindividuale, oggettivo, come nel caso, per esempio, della riflessione sulla violenza, di quella violenza, di cui le donne, secondo alcune storiche, sono state responsabili in due ambiti. In questa prospettiva, il primo ambito è quello legato all'aborto, in cui il corpo femminile è oggetto di manipolazione cruenta e nello stesso tempo tramite l'aggressione contro il feto. A ciò si correla le modalità mediante cui sono state trascurate le ambivalenze dell'esperienza femminile, e soprattutto il tema del dolore. Sulla base di molteplici studi di fisiologia e psicobiologia prenatale, oggi si ritiene che il dolore della donna, nonché il possibile dolore del feto, siano da prendere in considerazione a partire dalla diciassettesima settimana. Su questo ultimo punto il movimento, viene fatto osservare, ha mostrato una mancanza di immaginazione che gli ha impedito di distanziarsi dal punto di vista medico-scientifico, di cui stava denunciando la simulazione di neutralità su altri terreni. Il secondo ambito della violenza è quello della sinistra extraparlamentare, praticata nelle manifestazioni di piazza e negli scontri con i neofascisti, una violenza le cui radici di lungo e breve periodo erano così forti da offuscare la presenza di alternative che pure esistevano. Nonostante la partecipazione di molte donne ad azioni e manifestazioni, nonostante alcuni tentativi di individuare forme specifiche di violenza femminile, l'atteggiamento prevalente nelle varie componenti del femminismo è stato quello di ribadire il principio dell'estraneità, senza entrare nel merito di derive devastanti, come la disumanizzazione della parte avversa e la perdita di ogni compassione verso le sue vittime. Nei quasi trent'anni trascorsi da allora, il dibattito sulle responsabilità personali e collettive non ha praticamente raccolto opinioni di donne, come se il femminismo, nel suo aspetto di seconda nascita, avesse fatto tabula rasa dei coinvolgimenti e delle storie precedenti. Che questo silenzio sia una questione di biografia individuale e collettiva?


Per converso, secondo altre storiche, l'introduzione del tema del dolore, dal punto di vista storiografico, appare un contributo particolarmente rilevante. Tuttavia, in questa prospettiva, si fa largo l'esigenza ?di un approccio che sia alla sua altezza. Il dolore tout court azzera grandi dibattiti come quello delle differenze tra stalinismo e nazismo, e rischia di approdare a considerazioni orizzontali o sincroniche che si limitano a confermare l'universalità della condizione umana. Ricerche recenti sul corpo in sofferenza e in prigionia hanno mostrato invece la storicità delle forme del dolore, a seconda dei contesti materiali e spirituali, dei soggetti torturati o uccisi, dei persecutori. Le indicazioni metodologiche provenienti da queste ricerche ? che vanno nel senso di raccogliere tutti gli spunti che possano differenziare un dolore da un altro e di contestualizzare i corpi nel tempo e nello spazio ? si potrebbero riprendere anche nel campo della storia del femminismo italiano spingendo nella direzione di storicizzare il tema del dolore? (Passerini 2005) .





 


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Figura 1: Ragusa 1938


 


Figura 2: Canova (TN) 1940


 


Figura 3: S. Costanzo (PU) 1940


 


Figura 4: Rimini 1942


 


Figura 5: Vercelli 1947


 


Figura 6: Cervia (RA) 1948


 


Figura 7: Pesaro 1948


 


Figura 8: Predappio (FC) 1950


 


Figura 9: Bologna 1963


 


Figura 10: Padova 1965


 


Figura 11: Padova 1965


 


Figura 12: Faenza (RA) 1966


 


Figura 13: Senigallia (AN) 1966


 


Figura 14: Feltre (BL) 1968


 

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