N. 10 - Febbraio 2006


ISSN 1720-190X





Dario Petrosino

La repressione dell'omosessualità nell'Italia repubblicana e nei paesi del Patto Atlantico
Da uno studio sulla documentazione conservata presso l'Archivio centrale dello Stato


Quello che segue in questo breve resoconto non è solo una comunicazione su una ricerca dal contesto più ampio, ormai al termine, ma vuole essere anche la divulgazione di un episodio della storia italiana recente, rimasto finora ignoto ai più e comunque mai documentato.

Una meticolosa ricerca condotta presso l'Archivio centrale dello Stato di Roma e presso gli Archivi di Stato periferici ci ha permesso di ricostruire le tappe di una vicenda per alcuni aspetti ancora tutta da approfondire: a partire dagli ultimi governi De Gasperi, ossia dal 1952, l'Italia ha operato, in qualità di paese all'interno della Nato, una sistematica persecuzione degli omosessuali; per essere precisi, una persecuzione di tutti quei comportamenti pubblici che lasciavano ipotizzare un orientamento omosessuale. La procedura prevedeva una scala crescente di provvedimenti (fermo, ammonizione, diffida, arresto), giungendo in certi casi fino all'obbligo di soggiorno, che aveva sostituito nel secondo dopoguerra, più nella forma che nella sostanza, il confino fascista. La prima fase di questo processo si svolge tra il 1952 e il 1961, per poi continuare con più intensità negli anni dei governi Moro, fino a stemperarsi negli anni Settanta.

La vicenda, per il suo aspetto inedito e singolare, necessita di una premessa che chiarisca a sufficienza gli elementi del discorso.

Come accennavamo, la documentazione scoperta fa parte di una ricerca più ampia avente per tema la morale pubblica, la mascolinità e l'omosessualità in Italia dall'Unità ad oggi, condotta attraverso la documentazione ritrovata in Archivio di Stato, nei periodici del tempo e nella letteratura scientifica.

Il controllo della pubblica morale, nel cui contesto va inserita la questione dell'omosessualità, è un aspetto della storia sociale (e degli studi di genere) le cui radici affondano in pieno nel XIX secolo. Per brevità non staremo qui a delineare le caratteristiche di questo fenomeno. Basterà dire che questa forma di controllo, come confermato da una vasta letteratura, in gran parte anglosassone, puntò il dito principalmente sulla repressione di quei comportamenti sociali che maggiormente insidiavano la famiglia: la prostituzione, l'ubriachezza, il vagabondaggio sessuale, specie dei giovani, e l'omosessualità negli uomini (Tosh 1996).

Nelle società occidentali dell'Ottocento vi fu un proliferare di leggi verso i suddetti fenomeni, anche se in maniera non lineare: ad esempio, contrariamente a quanto avevano fatto altri paesi europei e gli Stati Uniti, l'Italia, dall'epoca liberale in poi, ritenne di non dover inserire nel proprio codice penale alcuna legge che punisse nello specifico l'omosessualità, esercitando tuttavia un controllo attraverso la normativa vigente, in particolare attraverso quella che riguardava gli atti contrari alla pubblica decenza, ma non solo.

Il fascismo inasprì questi controlli attraverso il nuovo testo unico di pubblica sicurezza, emanato nel 1926, che introduceva l'utilizzo sistematico di un provvedimento come il confino, nato già da qualche anno in Italia coi governi liberali (Petrosino 1992; 1996; Benadusi 2005).

All'indomani della seconda guerra mondiale il controllo sulla morale sessuale sembrava aver avuto un rallentamento, ma solo in apparenza. Guardando al caso italiano, si nota un primo attivarsi degli uffici di pubblica sicurezza sul finire degli anni Quaranta, anche su istanza degli ambienti cattolici, che si evolverà nella massiccia ondata di fermi, denuncie e arresti degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, sebbene sul finire del periodo questo controllo si attenui di molto.

Si tratta comunque di una fase che ha attraversato la storia italiana e degli altri paesi del Patto Atlantico per circa venticinque anni e ha avuto il suo incipit negli anni del Maccartismo, la cui opera fu quella di perseguitare comunisti e omosessuali.

Il nesso tra Maccartismo e persecuzione degli omosessuali, come pure la sua dimensione internazionale tra i paesi all'interno dell'area Nato, è un'affermazione che ritroviamo anche nella recente opera di uno storico americano, David K. Johnson.

Johnson ha studiato alcune serie d'archivio, aperte alla consultazione dagli Stati Uniti nel 2000 e provenienti dal National Security Council, dal Bureau of Security del Dipartimento di Stato e da altri archivi, e ha dimostrato come il Maccartismo fu anche la punta più alta di un fenomeno di persecuzione degli omosessuali, che venivano licenziati, se ricoprivano incarichi all'interno del Dipartimento, perché si temeva che il loro orientamento sessuale li rendesse vulnerabili di fronte a tentativi di ricatto da parte dell'Unione Sovietica. Queste epurazioni si susseguirono con particolare intensità tra il 1950 e il 1975 e influenzarono l'opinione pubblica statunitense, conducendo a una generalizzata persecuzione dell'omosessualità.

Il fenomeno non si estese solo alla società americana; il governo statunitense esercitò pressioni perché queste purghe fossero estese al personale delle Nazioni Unite, prima, e successivamente anche al personale dei paesi alleati (Johnson 2004).

Quanto riscontrato da Johnson coincide, nello svolgersi dei fatti e nella periodizzazione, con le decisioni prese in Italia dal ministero dell'Interno a partire dal 1952.

Anche in Italia, infatti, non si trattava di semplice pruderie sessuofobica. L'allarme era scattato sul finire della Seconda guerra mondiale. A dire di molti osservatori si era verificato un aumento delle violenze sessuali, insieme a un decadimento dei costumi morali, che aveva portato a un incremento di pornografia, omosessualità e prostituzione. La constatazione non veniva compiuta solo in Italia, ma era condivisa, come già dicevamo, da tutti quei paesi che avrebbero poi contribuito al sistema di difesa americano in Europa, oltre che dagli stessi Stati Uniti.

In particolare, nel 1952, l'omosessualità, insieme a tutti i “delitti sessuali”, divenne materia della XXI Assemblea generale della Commission international de police criminelle, meglio nota, dal 1956, come Interpol. In quell'assemblea, che si tenne a Stoccolma, parteciparono i rappresentanti dei paesi gravitanti nell'area del Patto Atlantico, divisi tra rappresentanti delle forze dell'ordine, funzionari del ministero dell'Interno e docenti universitari; in tale occasione l'omosessualità, al pari della violenza carnale e della pedofilia, fu oggetto di un dibattito che si concluse con l'impegno a operare per la prevenzione di tali pratiche (Cipc 1952).

Non può essere considerata quindi casuale l'emanazione da parte dell'Interno, tre mesi dopo, di una circolare recante come oggetto la repressione dell'omosessualità (ministero dell'Interno, Dipartimento generale della pubblica sicurezza, circolare n.10.41397/13000.7 del 7 settembre 1952. Oggetto: Omosessualità - repressione ).

L'oggetto delle disposizioni era esplicito, e l'estensore non nascondeva la difficoltà di una tale operazione, se si considera che L'Italia non aveva norme dirette nello specifico alla repressione del fenomeno. Ci si augurava comunque che la situazione potesse cambiare al più presto: nell'attesa di quel momento gli organi di polizia avrebbero dovuto garantire il massimo sforzo per arginare una condotta additata sia per i aspetti morali, sia perché ritenuta origine di crimini efferati.

Se D'Antoni, il capo della polizia, che firma la circolare, mantiene un tono ufficiale, non altrettanto fanno i questori che diramano le disposizioni agli uffici sottoposti. Ha così inizio una lunga serie di fermi, denunce e arresti che durerà dal 1952 in avanti, giungendo più volte, con toni scandalistici, sulle pagine dei giornali. Dalle tabelle statistiche ritrovate risulta che le operazioni condotte per la repressione dell'omosessualità producono agli inizi oltre un migliaio di provvedimenti per anno, per diminuire lentamente sul finire degli anni Cinquanta e poi ricevere nuovo impulso negli anni Sessanta. Nelle relazioni al capo della polizia conservate presso l'Archivio centrale dello Stato (ministero dell'Interno, Dipartimento generale della pubblica sicurezza), emerge con chiarezza la consistenza del fenomeno: la raccolta dei dati ha inizio dal novembre 1952 e già in quell'anno, in soli due mesi, vengono eseguiti 518 provvedimenti di polizia, che salgono a 1117 nel 1953 e a 1407 nel 1954. Dal 1955 inizia un calo, che vede scendere il numero dei provvedimenti di quell'anno a 671 e poco sopra i seicento negli anni successivi, fino alla punta minima di 407 nel 1959. Poi la curva ricomincia a salire e, dopo una interruzione nella serie dei dati a inizio degli anni Sessanta, ritroviamo i dati e scopriamo che a metà decennio gli omosessuali finiti sotto la lente della pubblica sicurezza sono ancora di più: 1474 per il 1964 e ben 3062 nel 1965. Per quanto i dati siano a volte frammentari (nel periodo in esame vi sono lacune complessivamente per tre anni) possiamo affermare, dopo un rapido calcolo, che tra il 1952 e il 1965 furono compiuti in Italia dalla polizia più di 11.000 provvedimenti, tra fermi, ammonizioni, diffide, arresti e invii al confino, nei confronti di omosessuali.

La cifra descrive solo parzialmente l'entità del fenomeno: sia perché lacunosa, sia perché limitata nel tempo. Le operazioni di polizia per il controllo della moralità pubblica contro gli omosessuali erano in atto anche prima, e sarebbero continuate dopo. Non erano messe in risalto perché rientravano, insieme ad altro, nell'immenso calderone dei reati sessuali.

Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è l'altissimo numero di fermi rispetto agli arresti, ma anche rispetto ad ammonizioni e diffide; questo vuol dire che moltissimi omosessuali venivano condotti “negli uffici” per l'identificazione, il cui unico fine non poteva essere che la creazione di un apposito servizio schedario. La schedatura degli omosessuali, da parte del ministero, non è esplicitata; tuttavia, fin dalle prime circolari, compare il pressante invito a individuare “persone affette da omosessualità” con l'intento di reprimere il fenomeno.

Anche il linguaggio delle circolari meriterebbe qualche attenzione. Infatti i termini repressione e persecuzione non nascono da un riflesso emotivo dello studioso, ma sono le espressioni usate nei documenti. Omosessualità – Repressione è il titolo della circolare con cui il Ministero dell'Interno detta precisi ordini alle questure distribuite sul territorio circa i provvedimenti da adottare; al tempo stesso, nelle rare memorie lasciate dai funzionari di polizia sul controllo dell'omosessualità, si narra di come essi facessero spesso carriera arrestando prostitute e omosessuali che, a loro stesso dire, non erano perseguiti , ma perseguitati .

Tuttavia, a dispetto della sicumera esibita dagli ufficiali di pubblica sicurezza, la questione della punibilità non era di semplice soluzione e poneva problemi anche ai funzionari di polizia: in base a quale legge andava punito un omosessuale? La risposta era: attraverso quelle leggi che regolavano la morale pubblica, dando di queste un'interpretazione quanto più inclusiva possibile. Ad esse, nel corso del decennio, si aggiunse la legge n. 1423 del 1956 ( Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità ), che perseguiva gli individui socialmente pericolosi giungendo anche alla misura del confino. Era la legge sull'obbligo di soggiorno, quella usata per i mafiosi, e dal 1960 comparve nelle circolari sulla repressione dell'omosessualità anche l'invito a formulare proposte per la sua applicazione anche qualora non fossero stati commessi reati. Nella stessa circolare del 1960, che ribadiva le posizioni già espresse nel 1952, appariva poi evidente la costante associazione tra omosessualità e pedofilia.

Quello che colpisce, in questi documenti, è la contemporaneità delle azioni di polizia contro gli omosessuali nei vari paesi europei e negli Stati Uniti. Infatti l'Italia non fu l'unica a emanare direttive in merito: una lotta contro l'omosessualità e per il controllo della morale pubblica in generale venne sferrata un po' ovunque. Tra il 1952 e il 1954, limitandosi all'omosessualità, vennero adottate misure repressive di polizia, inaugurate campagne denigratorie, o vennero approvate leggi che reprimevano l'omosessualità in Francia, Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti. Stessa cosa avvenne, nel 1960, almeno in Francia e in Italia.

Infatti all'inizio del 1960, in Italia, il Movimento sociale italiano aveva presentato in parlamento una proposta di legge in cui si chiedeva la punibilità penale dell'omosessualità.

Tra il 1960 e il 1963 vengono presentate tre proposte di legge che hanno come obiettivo quello di rendere l'omosessualità un reato. Come dicevamo, la prima risale al 22 gennaio 1960 e chiede di aggiungere nel codice penale un articolo, il 527-bis, che punisca esplicitamente l'omosessualità:

 

Art. 527-bis. (Omosessualità). - Chiunque ha rapporti sessuali con persona dello stesso sesso è punito con la pena della reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 10.000 a lire 100.000.

Se dal fatto deriva pubblico scandalo la pena è aumentata.

Se tra persone che hanno rapporti sessuali con persone dello stesso sesso vi siano uno o più minori di anni 18, la pena sarà aumentata nei confronti del maggiorenne e dei maggiorenni 1.

 

La Pdl 1920/60 supera per intransigenza perfino l'articolo di legge inserito nel 1927 nel progetto preliminare del Codice Rocco, nel quale si subordinava la pena al fatto che ci fosse pubblico scandalo. Quell'articolo era stato poi eliminato, ma non per questo si era rinunciato alla persecuzione degli omosessuali, ricorrendo alla pratica del confino.

Nel 1960 si ritentava quindi un passo già compiuto a metà durante il fascismo; ma con quali risultati? Dopo poco più di un anno, Bruno Romano, del Partito socialdemocratico, presenterà una proposta di legge, la 2990/61, dal titolo Norme integrative del Codice penale per la repressione della condotta omosessuale . In una esposizione più articolata, Romano si prende il gusto di scomodare gli studi del biologo Alfred Kinsey, che aveva dimostrato quanto fossero diffuse le pratiche o le fantasie omosessuali, per denunciare “il dilagare di questa grave piaga sociale” e, inasprendo le pene, propone sostanzialmente la stessa legge presentata l'anno prima: 1) la denuncia d'ufficio e la condanna “alla reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 50.000 a lire 500.000”, la metà se minorenne; 2) in caso di rapporto con un minore di diciassette anni la pena va da cinque a dieci anni se l'altro partner è maggiorenne, la metà se minorenne; 3) Le pene sono raddoppiate se l'attore sottopone il soggetto a violenza fisica o lo rende inabile con l'uso di stupefacenti o di alcolici, o, ancora, se l'attore abusa della sua condizione di autorità, ricorre alla corruzione con denaro o dà luogo a pubblico scandalo; 4) viene punito con la reclusione da cinque a dieci anni anche “chiunque a mezzo della stampa, della radio televisione, del teatro, del cinema, di convegni o riunioni dovunque tenuti e di ogni altro sistema di propaganda e di diffusione, si renda promotore, organizzatore od esecutore di azioni e manifestazioni che abbiano come finalità l'apologia della condotta omosessuale”.

Queste leggi non saranno approvate. Dopo l'avvento del centrosinistra la 1920/60 sarà ripresentata come la n. 759 del 14 novembre 1963, senza avere migliore fortuna (Petrosino 2000).

Il tema sarà però ripreso in una circolare telegrafica del 1969, sempre del ministero dell'Interno, in cui si dispone una ulteriore attività di repressione, a fronte di una sempre maggiore visibilità del fenomeno (ministero dell'Interno, Dipartimento generale della pubblica sicurezza, circolare n. 33683 del 5 maggio 1969. Oggetto: Omosessualità - repressione ).

In realtà, dopo la caduta del fascismo le persecuzioni di omosessuali non erano mai terminate, come dimostra l'attività repressiva delle questure sul finire degli anni Quaranta. Tuttavia mancava ancora una documentazione che desse una chiara misura degli interventi di polizia aggregando i dati in una voce specifica. Paradossalmente, è grazie all'attenzione rivolta all'omosessualità a partire dal 1952 che noi possiamo avere un quadro pressoché completo del fenomeno nell'arco di oltre un decennio. Se si eccettua, forse, una breve parentesi negli ultimi anni del fascismo, fino allora i dati sulla repressione erano sempre stati dispersi tra i vari delitti compresi nella definizione di “reati sessuali”. Gli stessi funzionari di polizia avevano sempre lamentato la mancanza di una specifica legge che punisse l'omosessualità. A questa lacuna, dopo un primo tentativo con la stesura del Codice Rocco, andato a vuoto, si tentò di porre rimedio negli anni del centrismo, in comune accordo con gli alleati occidentali.

 




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