N. 10 - Febbraio 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Alessandra Rinaldini

Reggio Emilia 1950-1960: un decennio di conflitti


Il decennio 1950-1960, delimitato dalle lotte delle Officine ?Reggiane? e dai fatti del 7 luglio, costituisce per Reggio Emilia una fase cruciale della propria storia e può essere definito come l'epoca dei conflitti. Molto acuti sono, infatti, gli antagonismi economici, politici e culturali che, nel periodo di tempo qui considerato, si esprimono attraverso una molteplicità di canali e forme e permeano l'intero tessuto sociale.


Sotto il profilo economico, il censimento del 1951 fotografa una provincia in piena crisi, con disoccupati che oscillano tra le 34 mila e le 42 mila unità, elevati protesti al Monte di Pietà e bassi salari. La provincia di Reggio viene classificata ?area depressa? (Magnanini 2001). Contrariamente al resto del Paese, dove i processi di ricostruzione hanno già aperto la strada a un periodo di crescita, sviluppo e integrazione, a Reggio, i segnali sono di natura opposta, e si può parlare di ?deindustrializzazione?. Numerose sono, infatti, le aziende che si avviano alla chiusura o all'espulsione di manodopera ed emblematica, sotto questo aspetto, è la situazione delle officine meccaniche ?Reggiane?. Al termine del secondo conflitto mondiale, l'azienda, che dall'inizio della propria attività aveva registrato un progressivo accrescimento di manodopera con punte di oltre dodicimila addetti nel 1936, rimane vittima del gravoso strascico di problemi economici legati al processo di riconversione: gli ingenti costi di produzione, l'esubero di manodopera, l'usura e l'obsolescenza degli impianti ostacolano la ripresa delle esportazioni e un efficace approdo all'economia di pace. La direzione pone ufficialmente il problema dell'alleggerimento dei costi del personale e nel 1950, a fronte di una richiesta di 2.100 licenziamenti, inizia l'occupazione della fabbrica destinata a concludersi solo nel maggio 1951 quando i dirigenti del Fondo per l'industria metalmeccanica decretano la liquidazione coatta dell'azienda e migliaia di famiglie vengono gettate al lastrico.


La vicenda delle OMI ?Reggiane? non deve, tuttavia, essere considerata esclusivamente in termini economici. Nel dopoguerra Reggio è una città ?rossa?, una città che tende a strutturarsi come comunità politica e vede nelle ?Reggiane? il luogo dell'egemonia comunista. Si è di fronte a una politica che irrompe nella vita delle persone, ne condiziona l'esistenza sociale, produce trasformazioni molecolari nelle relazioni infracomunitarie. Come illustra il verbale del Comitato federale del Pci del 23 marzo 1950, i tesserati al partito sono 66.289, le sezioni ammontano a 129 e le cellule a 1.612. Le ?forze del lavoro? riunite sotto l'egida comunista raggiungono le 101.961 persone, con una popolazione presente nella provincia sotto le 400 mila unità. Il quadro si rafforza con l'andamento delle altre organizzazioni politiche collaterali, più o meno controllate dal Pci e il partito politico sembra, quindi, assolvere a una funzione pervasiva, ma anche decisiva, di impulso se non proprio di comando sociale. Il conflitto per le ?Reggiane?, guidato dalla Camera del Lavoro (Cdl), è in primo luogo uno scontro politico tra maestranze e dirigenza e questa marcata politicizzazione emerge in modo del tutto evidente dalle parole di Pietro Secchia che, in occasione della visita a Reggio Emilia nel giugno del 1951, definisce la lotta in atto ?eroica? e destinata a passare nella ?storia del proletariato?, di tutto ?il popolo italiano?, ?come una delle pagine più belle scritte per la salvezza dell'intera nazione?. Questa affermazione, che tramuta il fallimento dell'azione sindacale in una eccezionale vittoria politica, trova fondamento nella massiccia partecipazione e nell'appoggio incondizionato della città e della provincia alla vertenza. Aggiunge infatti Secchia: ?Questa eroica, importante meravigliosa lotta è combattuta non solo dagli operai, dai tecnici, dagli impiegati delle ?Reggiane?, ma è sostenuta dagli artigiani, dai contadini, dai commercianti, dagli esercenti, è sostenuta da tutta la popolazione della vostra città che ha dimostrato a tutto il paese di che cosa sia capace il popolo quando è unito e solidale, quando è compatto?. Come ha rimarcato Antonio Canovi (2002, p. 56), ?sotto l'impulso del Partito comunista, gramscianamente improntato a conquistarsi l'egemonia culturale, le ?Reggiane' vengono ripensate per innescare un processo di rifondazione politica della cittadinanza comunitaria?.


I tentativi comunisti di penetrare, con crescente intensità, all'interno del corpo sociale e ampliare la propria base di consensi vengono tuttavia frenati, ostacolati, sempre nel 1951, dal cosiddetto ?caso dei Magnacucchi?. Il 19 gennaio, al termine del VII congresso dei comunisti reggiani, Valdo Magnani, segretario della Federazione nonché cugino di Nilde Iotti, critica e mette in discussione il mito dell'Urss e la subalternità dei comunisti italiani alla madrepatria sovietica: ?Dobbiamo dichiarare? rileva Magnani ?che ove l'Italia non sia attaccata e quindi in stato di guerra, i comunisti non considerano via della loro rivoluzione democratica il passaggio delle frontiere da parte degli eserciti socialisti?. Reduce dalla Jugoslavia, dove aveva combattuto come commissario di una brigata garibaldina, Magnani teme un invasione russa dal confine orientale del Paese e invita i compagni a mantenere una propria autonomia dalla politica stalinista. La richiesta del segretario è tuttavia inaccettabile e viene immediatamente rigettata dal partito. Quando, due giorni dopo, Magnani insieme con Aldo Cucchi, anch'egli esponente nazionale del Pci, si dimette, gli organi dirigenti respingono le dimissioni e li espellano per tradimento. A Reggio, il deviazionismo di quelli che Togliatti, nelle colonne dell'?Unità? del 28 febbraio 1951, definisce ?pidocchi sulla criniera di un cavallo? provoca tra i compagni giudizi sprezzanti mentre, sul fronte dell'opposizione, spinge la Democrazia cristiana e i partiti di destra a presagire il crollo definitivo del partito nella provincia che, come scrive la ?Gazzetta di Reggio? in data 28 gennaio, ?detenendo il primato degli iscritti, era il modello è l'orgoglio del comunismo italiano?.






?Giornale dell'Emilia?, sabato 28 gennaio 1951.

Valdo Magnani e Aldo Cucchi si dimettono dal Pci. Il quotidiano intravede in questa decisione il segno di un disagio di una parte dei militanti nei confronti di una politica di completa dipendenza dalla Russia



In un contesto caratterizzato da una crescente tensione sindacale e da una situazione politica a prima vista alterata e precaria, si giunge alle elezioni amministrative per il rinnovo dei consigli comunali e le deputazioni provinciali, quest'ultime mai elette dopo la fine della guerra. I due quotidiani d'informazione editi a Reggio Emilia, la ?Gazzetta di Reggio? e ?il Giornale dell'Emilia?, entrambi degasperiani, prefigurano una schiacciante vittoria della Democrazia cristiana che può giovarsi dei recenti insuccessi comunisti. La sospensione di tre mesi inflitta al sindaco Cesare Campioli per avere appoggiato manifestazioni contro la Nato, la fallimentare occupazione delle ?Reggiane? e il ?richiamo alla Patria? di Cucchi e Magnani sembrano delineare il tracollo del ?pericolo rosso?, la disfatta dei ?comunisti disciplinatissimi?, di chi, come ricorda l'agguerrito monsignore Beniamino Socche, ?nega Dio, non vuole la religione, schioda il crocefisso perfino dai carri funebri e aspetta la rivoluzione per fare man bassa della Chiesa?. Tuttavia, le elezioni amministrative premiano, ancora una volta e nonostante le polemiche fomentate dai partiti di destra, i comunisti. Il Pci, pur registrando una forte flessione che lo vede passare dal 46,1% del 1946 al 39,5%, rimane il primo partito sia in città sia, ad esclusione dei quattro comuni montani di Busana, Toano, Viano e Castellarano, in provincia e si aggiudica ventidue seggi contro i dieci dei democristiani.


Siamo in piena guerra fredda e la politica costituisce, su entrambi i fronti, un dovere. I comunisti sono convinti di avere una missione da compiere, quella dell'avvento del comunismo, mentre i democristiani ritengono di dovere difendere i principi cristiani e liberali dall'orda comunista. In questa epoca di grandi duelli a Reggio si è ?o di qua o di là?, per l'America o per la Russia. Il conflitto politico permea ogni ambito del vivere civile e anche la cultura non può prescindere da questo endemico scontro frontale tra le forze in campo. A settembre, quando, dopo mesi di aspre e acute battaglie, arriva a Brescello il regista francese Duvivier e iniziano le riprese del film ?Don Camillo?, tratto dal romanzo di Giovanni Guareschi, scrittore e giornalista reazionario, in un baleno si susseguono incontri, riunioni, comitati di sezione e di federazione. I comunisti, contrariati dal film e dall'offensivo ?libello? che, a loro parere, distorcerebbe la realtà, le lotte e i sentimenti del popolo emiliano, invitano le comparse a disertare le scene; i democristiani, convinti che l'opera cinematografica possa apportare ricchezza e prosperità alla provincia, si schierano sul fronte opposto e difendono a spada tratta scrittore e regista. Tra le parti è aperta battaglia e la ?Gazzetta di Reggio?, data l'eco della vicenda, decide di organizzare un vero e proprio dibattito a due. Giovedì 4 ottobre, in città, il palcoscenico del Teatro Municipale vede confrontarsi Giovannino Guareschi e il giovane critico cinematografico del quotidiano di sinistra ?Il Progresso d'Italia? nonché futuro sindaco cittadino, Renzo Bonazzi. Guareschi contro Bonazzi come Don Camillo contro Peppone. Non c'è ancora la Tv con le future sfide tra leader politici, De Gasperi non affronta certo in pubblico Nenni o Togliatti e tra comunisti e democristiani a Reggio è raro anche il saluto. Ventimila cittadini, pari a un quarto della popolazione reggiana, affollano le piazze attigue al teatro in attesa dell'esito. All'interno, Guareschi ribadisce la bonarietà del film e del libro che ha già contribuito a diffondere nel mondo un'immagine positiva dei comunisti emiliani, smargiassi ma anche innocui e generosi; Bonazzi, di opposto parere, caldeggia la sospensione delle riprese ritenendo l'opera denigratoria e offensiva delle attuali condizioni di precarietà e disagio vissute da una provincia in piena crisi: la rappresentazione sarcastica e beffarda della bassa emiliana offerta dal film non corrisponderebbe, a suo parere, alle reali e drammatiche condizioni vissute dalla popolazione.





?Gazzetta di Reggio?, venerdì 21 settembre 1951.

L'arrivo a Brescello del regista francese Duvivier accentua il clima di guerra fredda. Il film Don Camillo scatena una violenta polemica tra democristiani e comunisti.




Quest'ultima considerazione di Bonazzi non può certo essere confutata e ignorata. Alla fine del 1951, in tutta la provincia imperversa una crisi economica senza precedenti, la disoccupazione non accenna a diminuire e, il grande alluvione del mese di novembre, va ad aggravare ulteriormente la situazione colpendo l'agricoltura, settore che occupa e dà da vivere alla maggior parte dei lavoratori. Si è ormai sull'orlo della bancarotta. Dopo la chiusura delle Officine ?Reggiane?, nel 1952, è la volta di ?Smea?, ?Torelli?, ?Imna?, ?Righi?, ?Prati?, ?Arduini?, ?Marconi? e molte altre aziende che fanno salire a 40.870, il numero dei disoccupati in provincia. Sul versante sindacale il conflitto tocca il livello più alto del decennio. Nel 1953, (Rapini 2002) gli scioperi sono 52 per un totale di ore lavorative perse pari a 231.867, l'anno successivo le ore perse salgono a 373.725 e gli scioperi a 256. Le motivazioni della lotta sono però solo in minima parte riconducibili a fattori di origine locale. Accanto alla mobilitazione contro la chiusura di diverse aziende, hanno un ruolo determinante la campagna politica contro la ?legge truffa? e l'azione sindacale per il ?conglobamento?. Nel gennaio 1953 l'approvazione, avvenuta peraltro sotto la presidenza del Senato del reggiano Meuccio Ruini, della cosiddetta ?legge truffa?, che prevedeva l'assegnazione del premio di maggioranza alla coalizione capace di raggiungere il 50% più uno dei voti, provoca in città numerose manifestazioni di protesta e vede un'ampia astensione dal lavoro in tutte le maggiori aziende.


Alle elezioni politiche del 7 giugno, il premio non scatta ma la Dc si appresta, per quanto senza maggioranza assoluta, a intraprendere la sua seconda legislatura repubblicana. A Reggio i quotidiani parlano di ?emorragia di voti? sul versante comunista, di ?flessione dei partiti di sinistra dovuta al disgusto dei cittadini per la politica suicida condotta ai danni dei lavoratori?. Ad un attento esame dei risultati emerge, tuttavia, un quadro molto diverso da quello offerto dai mezzi di informazione. Se si confrontano i dati con la tornata elettorale del 1948, dove il Pci aveva registrato il 46,1% di voti, è di certo possibile costatare un calo di adesioni pari a circa quattro punti percentuale, ma se si opera un paragone tra gli attuali risultati e quelli delle regionali (39,5%) del 1951, emerge con evidenza la grande capacità del partito di fare fronte e sopravvivere ai fallimenti e alle gravi difficoltà attraversate in questi primi anni Cinquanta.


A consultazioni elettorali terminate la provincia viene, ancora una volta scossa, da un nuovo conflitto politico ? sindacale. La Cgil, che in merito all'accordo del ?conglobamento? delle indennità minori e dell'assegno di carovita richiede un arricchimento della busta paga del 15%, esce dalle trattative di Confindustria dando avvio a una lunga serie di scioperi che, con il loro fallimento, amplificano la sensazione di malessere e di sconfitta economica, sociale e politica.


I primi anni Cinquanta sono dunque per Reggio anni bui. Il conflitto imperversa e dilaga, nella sua varietà di forme, in ogni ambito della vita associata. Il ?miracolo economico? e la ripresa della vita democratica e civile, processi già in atto nel resto del Paese, non sembrano possibili in questo lembo di Pianura Padana. A Reggio le parti opposte, dirigenza e classe operaia così come democristiani e comunisti, non sono in grado di aprire un varco verso la conciliazione, vige una completa incomunicabilità. In un contesto siffatto, caratterizzato da odio, assidue tensioni e annientamento dell'avversario, le lancette dell'orologio tornano indietro di dieci anni, al tempo dei delitti del dopoguerra. Il 27 marzo del 1955, a Colombaia sul Secchia, frazione del comune di Carpineti, Guerrino Costi, comunista ed ex partigiano, spara con il suo Enffliend inglese ai democristiani riunitisi a festeggiare la vittoria delle elezioni per la Cassa mutua dei coltivatori diretti, provocando due morti, Giovanni Munarini e Afro Rossi, e tre feriti. La Democrazia cristiana e i quotidiani fiancheggiatori ravvisano, immediatamente e senza indugi, la matrice comunista della tragedia. ?Torna a crepitare il mitra nell'Emilia Rossa?, titola la Gazzetta in un'edizione speciale di lunedì 28 marzo, ?Grave attentato politico in un paese del Reggiano? gli fa eco il Carlino e Spadolini, l'allora direttore, esprime eloquentemente le incertezze e le paure dei più: ?Dovremmo forse ricominciare? Siamo forse all'inizio di una nuova fase di crudeltà e oppressione??. La Dc si mobilita e diffonde un manifesto che recita: ?La giustizia in questa nostra terra, ancora una volta insanguinata, deve trionfare. Il bianco labaro del partito costellato di nuove gocce di sangue sventola più alto?. Il pensiero corre al dopoguerra, a quegli anni di rese di conti, di vendette sanguinose, di delitti efferati e perfetti. A un anno dalla Liberazione si continuava ancora a uccidere e numerose furono le vittime: da don Umberto Pessina a Ferninando Mirotti, da Nando Ferioli a Umberto Farri. Nondimeno, la verità è che Costi ha sparato senza che glielo abbia ordinato nessuno, voleva solo, come dirà nel corso del processo, ?fare uno spauracchio a quegli allegri democristiani?. Qualcuno tenta, a ogni modo, di strumentalizzare la vicenda. Il vescovo di Reggio lancia la sua ennesima crociata e propone di mettere fuori legge il comunismo; la Gazzetta, in data 2 aprile, paragona il comunismo a una malattia infettiva simile alla tubercolosi, una ?tisi che sfibra e avvilisce una città nobilissima e la sua gente, riducendo i mercati a luogo di propaganda, le strade a sede di gazzarra e gli uomini a ricetto d'ogni più abbietto proposito?; il Carlino invita le forze democratiche a formare uno schieramento unitario e compatto tale da neutralizzare il pericolo del totalitarismo, di una propaganda comunista che ?finisce per annullare, nelle coscienze degli spiriti più ignari e inconsapevoli, i confini tra il bene e il male, lo spartiacque tra la virtù e il delitto?. Ai partiti di sinistra, che cercano di manifestare solidarietà alle famiglie, viene impedita la partecipazione ai funerali. Il Pci, peraltro, condanna e si dissocia dalla tragedia con motivazioni del tutto singolari, e dalle colonne dell'?Unità? del primo aprile, lascia intendere che i democristiani si sono sparati da soli: ?A chi può giovare questo esecrabile delitto? Se presentare l'Emilia Rossa come una terra di fuorilegge, dove la politica sconfina nel banditismo, montare contro il Pci una ennesima provocazione, rientra da sempre nei piani di note forze e non v'è dubbio che il delitto di Carpineti ha offerto loro una occasione straordinaria, favorevole per alimentare la propria campagna, allora un sospetto noi lo manifestiamo affinché le autorità ne tengano conto come una possibile direttrice nelle indagini?.





?Resto del Carlino?, domenica 27 marzo 1955

A Colombaia di Carpineti, l'uccisione di due democristiani, rievoca i delitti del dopoguerra e scatena una violenta campagna d'odio nei confronti dei comunisti.



Il clima infuocato determina due antitetiche conseguenze. Eugenio Altomani, assessore comunista ai lavori pubblici, seguendo le orme di Valdo Magnani, esce dal partito e si iscrive al Psdi di Saragt. In una lettera alla ?Gazzetta di Reggio? scrive: ?Ancora una volta una mano omicida si è levata dalle fila del Partito comunista. Questo nuovo, gravissimo fatto di sangue disonora la nostra amata provincia. L'assassinio di Colombaia non disarma, però, la mia fede in una società unitaria, così come la chiedono oggi i rinnovati diritti dei popoli, ma colpisce la mia coscienza di uomo in modo da rivelarmi ormai costituzionalmente inadatto a militare ancora nel Partito comunista?. Un percorso inverso è invece quello che vede Franco Boiardi, segretario provinciale dei Gruppi Giovanili democristiani, abbandonare la Dc. Dopo la Conferenza di Helsinkj dei Partigiani della pace, a Boiardi, accusato di tendere verso un'apertura a sinistra, viene comminata la sospensione di quattro mesi dal partito che lo porterà, nel giro di un anno, a tenere un comizio in sostegno del Pci.


La crisi di coscienza di Altomani, così come è avvenuto in passato con le eresie di Cucchi e Magnani, non ha un seguito di massa: il Partito comunista esce, ancora una volta, indenne dai frangenti e dalle accuse rivoltegli dall'opposizione. Il 1956 è però alle porte e, sempre sul versante politico, è pronta a scaturire e dilagare una nuova e impetuosa crisi. L'inizio del processo di ?destalinizzazione?, da rimandare alla denuncia da parte di Krusciov degli aspetti brutali e dispotici della dittatura del piccolo padre, e la rivolta di Budapest prorotta il 24 ottobre, che, apparentemente e dopo lunghi anni di chiusura, sembrano segnare l'inizio di un dialogo tra i comunisti reggiani, rivelano invece un forte contrasto insito nel partito. Reggio non è indifferente alla tragedia ungherese ma, dopo lo scisma e la lotta al magnacucchismo di cinque anni prima, mantiene sostanzialmente una posizione filocomunista. Mentre la Chiesa riapre una furiosa polemica e il vescovo, con tono truculento e medievale, arriva a sostenere che ?il cancro comunista fa degli uomini altrettanti pervertiti e invertiti fino a gioire del sangue umano sparso coi suoi massacri? (Avvenire, 8 novembre 1956), segnali di cambiamento provengono dai giovani intellettuali di sinistra che, uniti nel Circolo di Cultura e stanchi di ?lasciare perdere?, avanzano la necessità di apportare mutamenti in seno all'organizzazione: non si può passare dal tesseramento, alla diffusione della stampa, a una campagna elettorale, alla raccolta di firme in un ciclo continuo, è una macchina che gira a vuoto, non ingrana. Occorre rivedere programmi e metodi di lavoro. In riferimento ai fatti d'Ungheria, questi giovani abbracciano la tesi di Giolitti che chiede non solo la condanna dell'intervento sovietico a Budapest e una maggiore democrazia interna al partito, ma anche un riesame della teoria leninista della presa del potere. Il circolo, per questa presa di posizione, verrà prima paragonato dal Pci al Circolo Petofi e poi definitivamente chiuso nel 1957. Nessuno, tra questi ?eretici?, abbandona la vecchia casa, nessuno lascia in modo definitivo e permanente il partito che intanto, forte della riconferma alle elezioni amministrative di maggio e con il 41,8% dei consensi, svolge una lotta a senso unico contro i revisionisti.


Se nel periodo compreso tra il 1956 e il 1959 la situazione politica provinciale, come dimostrano le elezioni politiche del 1958 dove il PCI mantiene la propria centralità assicurandosi il 40% dei voti, si stabilizza, grossi mutamenti si registrano, invece, sul piano economico.


A ridosso del 1959 il tessuto socio ? economico locale registra un balzo in avanti e dopo anni di ristagno si possono ravvisare anche a Reggio i primi segni del ?miracolo economico?. Dichiara la relazione annuale dell'Associazione degli industriali (1960, p. 22): ?sembra lecito affermare che con il 1959 la lunga fase di stazionarietà della nostra economia possa considerarsi definitivamente chiusa e la fase ascendente ormai iniziata?. La disoccupazione cala sotto le 20 unità e, a conferma del rapido sviluppo, aumentano i livelli dei consumi privati: come emerge dalla ?Gazzetta di Reggio? il 14 gennaio 1960, si amplifica il numero delle automobili, dalle 4032 del 1951 si passa, nel 1960, a 20.552, gli abbonati alla Tv crescono di quasi sette volte tra il 1958 e il 1963. Le ragioni di questa improvvisa crescita sono riconducibili all'innovazione tecnologica, al rinnovamento degli impianti, all'incremento del commercio di esportazione. In questo intenso e fiorente sviluppo industriale ha comunque un ruolo di primo ordine l'esperienza delle ?Reggiane?. Il fallimento dell'azienda ha infatti aperto la strada alla costituzione di un nuovo sistema produttivo; non più ?un'industria e una città? come fu nei primi anni del secolo, ma ?molte piccole industrie e una città?. È la fine di un modello industriale monoculturale. Gli operai delle officine meccaniche, grazie alla loro professionalità, impiantano piccole e medie imprese, assumendo nuovi lavoratori e sviluppando così un'intera economia. Come sottolinea Bargelli (1999, pag 125): ?la clamorosa caduta delle OMI, avviando una sorta di meccanismo a cascata ? una vera e propria riattivazione dal basso delle capacità tecniche espulse dalle Officine Reggiane, attraverso iniziative individuali o di piccole società di persone ? costituisce l'effettiva svolta, il punto di partenza, l'avvio di uno sviluppo economico senza ritorno. In effetti, con la crisi delle OMI la meccanica assunse un ruolo trainante: numerosi operai specializzati e tecnici licenziati si trasformarono in artigiani e piccoli imprenditori, dando vita ad aziende di modeste dimensioni e trasmettendo le conoscenze acquisite ai loro operai collaboratori e apprendisti che, in tal modo, potranno a loro volta mettersi successivamente in proprio, attivando così un processo a cascata?.


Il repentino sviluppo economico che investe inaspettatamente la provincia reggiana dopo anni di crisi e arretratezza non è tuttavia in grado di placare le gravi tensioni politiche, sindacali e sociali accumulatesi dalla fine del secondo conflitto mondiale, contrasti che sfociano nei fatti del 7 luglio 1960. Il 29 aprile, l'ascesa al governo del ministro Tambroni, avvenuta in prevalenza grazie ai voti dei missini, e il concomitante comizio di Giorgio Almirante in città, suscitano nella popolazione reggiana un profondo sdegno e scatenano sollevazioni di protesta. In piazza Prampolini, mentre una folla di manifestanti insulta il deputato neo-fascista costringendolo a interrompere l'orazione e ad abbandonare il palco, forze di polizia provenienti dalle città limitrofe caricano e feriscono senza discrezione chiunque si trovi nei paraggi. Otello Montanari, onorevole comunista, tenta di farsi riconoscere ma viene violentemente malmenato insieme con numerosi studenti di sinistra.


Le agitazioni di Genova acuiscono il risentimento e la collera contro il governo e stimolano i reggiani a indire continue manifestazioni dove l'intervento della polizia si fa sempre più brutale. Il 7 luglio, a seguito dei gravi fatti di Roma e Licata, la Cgil chiama a raccolta la gente proclamando uno sciopero generale. L'adesione è massima e alle 16.15 lo speaker della Camera del Lavoro annuncia: ?Cittadini! Lo sciopero è riuscito imponente in tutta la provincia. Eccovi alcuni dati: Reggiane 90%; Azienda Macellazione 100%; Lombardini 80%; Arduini 100%; Block 100%. In tutte le fabbriche gli operai hanno sospeso totalmente il lavoro. Cittadini, lavoratori! Questo è il più bel risultato che potessimo conseguire nella giornata di oggi. La Cdl vi invita ad esultare per questo successo. Contrariamente a quanto dice la Cisl noi non cerchiamo né vogliamo alcun incidente? (Bigi, 1975 p. 54). Più di ventimila persone sono radunate davanti alla Sala Verdi dove è in programma il comizio del segretario della Cdl Franco Iotti. I dirigenti sindacali chiedono alle autorità di polizia di consentire l'installazione di altoparlanti perché tutti possano partecipare al comizio ma la richiesta viene respinta. Alcuni motociclisti attraversano la piazza recando cartelli su cui è scritto ?Via il governo Tambroni? e ?Abbasso i fascisti?, un applauso si estende a tutta la folla e si levano canti partigiani. In un attimo i reparti di polizia e i carabinieri entrano in azione con bombe a gas, candelotti fumogeni e idranti.





7 luglio 1960. In piazza della Libertà iniziano gli spari.

(L'immagine è tratta dal volume di Bigi 1975).



All'improvviso si sente lo sgranare degli spari, la polizia spara sulla folla a distanza ravvicinata. Lauro Ferioli, 22 anni, si lancia incredulo sui poliziotti come per fermali e gli agenti lo fucilano in pieno petto. L'operaio Mario Serri si affaccia oltre l'angolo della strada per gridare ?Assassini, assassini? e viene freddato. Emilio Reverberi, 30 anni, viene assassinato insieme al compagno. L'operaio Afro Tondelli viene ucciso da un poliziotto che si inginocchia a prendere la mira. Davanti agli ospedali, con i mitra spianati, le forze dell'ordine respingono i cittadini che accorrono a donare il sangue per salvare i feriti.




7 luglio 1960. Lauro Ferioli, 22 anni, fucilato dalla polizia è il primo caduto della tragica giornata.

(L'immagine è tratta dal volume di Bigi 1975).



Solo esaminando il retroterra culturale e sociale dei giovani caduti del sette luglio è possibile cogliere il legame tra i tragici fatti e gli avvenimenti che hanno contraddistinto il decennio 1950-1960. A Reggio Emilia, la ribellione al governo Tambroni non è legittimata e non trova fondamento esclusivamente nei valori della Resistenza e dell'antifascismo. I ?giovani dalle magliette a strisce?, principali protagonisti del mese di luglio, non reagiscono unicamente a un tentativo di restaurazione fascista ma attaccano e contestano le gravose condizioni sociali, economiche e politiche del secondo dopoguerra. Come sottolinea Renato Nicolai (1960, p. 11) ?Le ragioni che hanno mosso l'Italia, il progettato congresso del Movimento sociale italiano a Genova, la politica del governo Tambroni, per quanto importanti e gravi, presuppongono e rivelano una crisi di fondo giunta alle sue estreme manifestazioni. Una crisi appesantita e fatta più sensibile e pericolosa giorno per giorno, e tale da toccare tutti i campi della vita, tutti gli strati della popolazione. La gravità della situazione aveva radici lontane, in tutti i problemi sociali e politici non risolti?. I giovani del 7 luglio non sono i teddy boys , i teppistelli, di cui tanto vanno parlando i giornali a fine decennio; non sono i giovani che a metà degli anni Cinquanta il partito accusa di ?americanizzazione? e passività. Sono ragazzi che hanno vissuto in prima persona, consapevolmente e attivamente, le tensioni, i limiti e le storture del decennio; sono i figli degli artefici del trattore R60, delle maestranze in lotta per la salvezza delle ?Reggiane?; sono i nipoti dei vecchi prampoliniani che sognavano il popolo al potere; sono soggetti politici capaci di incalzare il partito sul terreno della lotta.


È dunque possibile disegnare un filo di continuità tra la Resistenza, l'epica lotta per le ?Reggiane?, il caso Magnani, la centralità del Partito comunista e i morti di luglio. L'arretratezza economica, la tenace campagna d'odio anticomunista, l'ascesa dei giovani a nuovo soggetto sociale e politico, la centralità del Pci e della dottrina comunista all'interno della comunità sono gli elementi cardine del decennio 1950 ? 1960. All'alba del 7 luglio, a Reggio Emilia, erano dunque già disponibili tutte le concause che avrebbero aperto le porte all'insurrezione: dieci anni di tensioni sociali, economiche e politiche, accompagnati dall'emergere di una nuova generazione






Una veduta di piazza della Libertà e piazza Cavour mentre vengono pronunciate le orazioni funebri. Sono presenti 150 mila persone.

(L'immagine è tratta dal volume di Bigi 1975).



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Autore Rinaldini Alessandra
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