N. 10 - Febbraio 2006


ISSN 1720-190X





Gianluca Scroccu

Il Psi e la difficile ricerca del riformismo
Trasformazioni degli equilibri interni e politica del dialogo negli anni di costruzione del centro-sinistra (1961-1962)


Il biennio 1961-1962 appare come un periodo cruciale nell'evoluzione e nella storia del Partito socialista italiano e soprattutto nel percorso che l'anno successivo lo avrebbe portato tanto al governo in una coalizione di centro-sinistra quanto ad una scissione lacerante e carica di conseguenze per le vicende del socialismo italiano.

Si stava infatti giungendo al termine di un percorso che, iniziato nel 1953, aveva subito un'accelerazione nel 1956 ed era proseguito secondo contraddizioni e slanci in avanti in un'epoca di forti trasformazioni sociali ed economiche, periodo nel quale il Psi aveva subito profondi mutamenti non soltanto per quanto riguarda la sua linea politica e il suo collocarsi nello scenario politico nazionale ed internazionale, ma anche in relazione alle dinamiche interne ed organizzative (Degl'Innocenti 1993; Mattera 2004).

Il biennio 1961-1962 doveva rappresentare da questo punto di vista per il partito un lasso di tempo necessario per sistematizzare la sua opzione a favore della nuova formula di governo e per venire contemporaneamente a capo di alcune questioni inerenti la sua stabilità interna, la sua collocazione all'interno del sistema politico italiano e internazionale, e, soprattutto, il suo approccio rispetto all'evoluzione della società capitalista e ai cambiamenti socio-culturali della società italiana.

Questa difficile ricerca di un riformismo che ispirasse tanto la prassi politica quanto la vita quotidiana e la fisionomia del partito avveniva però in un sistema politico in cui il permanere di fratture storiche rendeva più ardua la creazione di una dimensione civica all'interno del reciproco riconoscimento tra soggetti politici, con l'aggravante che la quasi inesistente redistribuzione del voto elettorale arrecava grosse difficoltà a quei partiti che tentavano di uscire dal loro arroccamento andando oltre la semplice difesa della propria rendita di posizione.

La sfida per il Psi era insomma quella di trovare una sintesi tra l'approccio con le dinamiche interne del sistema politica italiano e la riflessione sul rapporto stretto tra cittadinanza e diritti collettivi, fra la crescita della domanda e il problema della ricerca del benessere e della soddisfazione di bisogni fortemente ancorati ad una dimensione individuale e personale.

Impresa difficile, anche perché in quegli anni, in concomitanza con l'allentamento e l'esaurimento dei finanziamenti che l'alleanza frontista aveva garantito, si registravano una serie di cronici problemi di disponibilità economica e finanziaria proprio nel momento in cui era necessario aumentare l'intensità della propria propaganda per diffondere con maggiore efficacia il nuovo corso che il partito stava intraprendendo.

La situazione interna ed internazionale pareva comunque accompagnare in senso positivo il percorso dei socialisti italiani. I drammatici avvenimenti del luglio '60, che avevano rappresentato un serio ostacolo nell'evoluzione della proposta politica socialista, sembravano definitivamente superati a favore dell'emergere di una prospettiva politica capace di aumentare sensibilmente gli spazi di manovra in grado di sostenere la formazione di governi ispirati alla nuova clausola politica del centro-sinistra. La mobilitazione giovanile del luglio 1960 aveva fatto percepire l'aleggiare di un'aria decisamente nuova, contestualmente a quanto era avvenuto nello scenario internazionale, dove si era verificata una significativa variazione con l'elezione alla presidenza degli Stati Uniti, nel novembre del 1960, di John Fitzgerald Kennedy 1.

Un altro importante contributo che aveva consentito al Psi di trovare sostanziose sponde a favore della nuova fase politica era stato fornito dall'azione del pontificato di Giovanni XXIII, che con il suo apostolato tutto incentrato sul rispetto e il riserbo reciproco che avrebbe dovuto instaurarsi tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica aveva procurato un importante lasciapassare alla continuazione delle trattative fra cattolici e socialisti (permettendo a Moro di avere, in relazione alla prospettiva del centro-sinistra, l'appoggio del 60% dell'episcopato, pur con tutta una serie di cautele e preoccupazioni) (Riccardi 1999; D'Angelo 2005).

Se lo scenario esterno offriva una cornice sostanzialmente dinamica e positiva, la situazione interna del Psi era invece tutt'altro che rassicurante. Lo stato del partito vedeva infatti l'aggravarsi dell'estrema divisione degli anni precedenti, con l'acuirsi delle cristallizzazioni e del correntismo e l'emergere di frizioni e divisioni sempre più profonde. La contrapposizione interna andava verificandosi tanto in senso orizzontale che in senso verticale. Nel primo caso ci si riferisce a quello che era oramai diventato un vero e proprio scontro, sedimentatosi dal '56 in poi, tra il gruppo autonomista vicino a Nenni e la sinistra interna dei cosiddetti “carristi”. Queste tensioni erano solite manifestarsi in tutta la loro radicalità in occasione delle assemblee ufficiali, come il XXXIV congresso apertosi a Milano il 15 marzo del '61, anche se le lacerazioni fra le alternative proposte politiche venivano mascherate nell'immediato dalla necessità di adoperarsi tutti, ma solo per senso di disciplina, per l'affermazione della linea ufficiale del partito.

Se dalle divergenze dei gruppi dirigenti (che spesso scontavano anche antipatie e distanze dovute ai differenti percorsi intellettuali dei singoli) si allarga l'analisi verso le diverse ramificazioni territoriali del partito, si nota come la divaricazione si facesse sempre più lacerante, tanto che nelle federazioni periferiche sembrava approfondirsi lo iato che si era creato fra le scelte del gruppo dirigente e la base del partito, anche a prescindere dall'opera di condizionamento della sinistra interna, e questo proprio in virtù della sopravvivenza di un certo clima “frontista” e dall'incapacità di tradurre nella pratica quotidiana gli orientamenti presenti in larghi strati del partito, a partire dal movimento giovanile (i cui aderenti respingevano l'illusorio disegno dello “stato del benessere” ritenendolo solo una formula capace di ridimensionare la prospettiva classista della sinistra italiana a favore di un'economia che avrebbe cancellato definitivamente la prospettiva della lotta di classe) (Margheri 1962), sino ai militanti con più esperienza, specie quelli più anziani, che non sembravano districarsi bene tra le varie correnti e che faticavano a comprendere il rigido contrasto del dibattito interno 2. La conseguenza inevitabile era l'indeterminatezza di fondo del linguaggio della leadership socialista, incapace di scegliere nettamente tra riformismo e massimalismo e portata ad usare spesso come salvagente formule generaliste che non aiutavano l'analisi e che rimandavano ad un futuro imprecisato scelte che invece si sarebbero rivelate decisive nell'immediato. Questo dello stato interno e della cristallizzazione delle correnti era il vero “tallone d'Achille” del Psi, che oltrettutto impediva di spiegare con la giusta intensità ai cittadini italiani le finalità dell'accordo di centro-sinistra, come dimostra un sondaggio Doxa del dicembre 1961 secondo il quale circa la metà degli elettori di ambo i sessi non aveva mai sentito parlare di centro-sinistra (Luzzatto Fegiz 1966, p. 685).

Sembra insomma che il Psi riesca in quel biennio ad inserirsi con discreti risultati nella elaborazione della politica di centro-sinistra e nel confronto con le altre forze politiche su scala nazionale ed internazionale, ma che questi risultati vengano inficiati da un gruppo dirigente incapace di guidare e assecondare le richieste ma anche le preoccupazioni della propria base. Militanti che continuavano inoltre ad avere un rapporto con il Pci sospeso fra continuità e superamento, con i comunisti che insistevano nel seguire le vicende dei cugini socialisti alternando il loro approccio tra attesa e dure critiche, esplicatesi tanto nelle aperture di Togliatti (che però cambiò atteggiamento quando capì che non sarebbe riuscito ad utilizzare a suo vantaggio l'ingresso al governo del Psi), quanto nell'elaborazione di strategie di logoramento e di condizionamento 3.

Resta il fatto che la politica del dialogo con la Dc e con le altre forze di governo, nonostante tutte queste cautele e gli intoppi derivanti da un'opzione politica certamente delicata e dalla lunga gestazione come il centro-sinistra, proseguì secondo una tabella che non sembra arrestarsi più di tanto neanche di fronte a scelte impegnative come l'opzione a favore dell'astensione che portò alla nascita del IV ministero Fanfani 4.

E altrettanto si può dire della capacità dei politici e degli intellettuali del Psi che si inseriscono con profitto in tutto il dibattito sulla programmazione, con Lombardi e Giolitti e la strategia delle riforme di struttura (Ginsborg 1992; Cafagna 1999 e 1996) che si affiancano all'elaborazione degli intellettuali cattolici Ardigò e Saraceno protagonisti dell'importante convegno di S. Pellegrino e alle discussioni del gruppo de “Il Mondo” (Crainz 1996; Lupo 2004), o ancora alle importanti riflessioni su una concezione dello sviluppo più armonico e funzionale capace di correggere le distorsioni strutturali dell'economia italiana e avviare il superamento delle differenze tra Nord e Sud del paese elaborate nel maggio del '62 dal ministro del Tesoro Ugo La Malfa all'interno della Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del paese (Craveri 1996; Voulgaris 1998; Petraccone 2005; Giolitti 1993).

Si deve però sottolineare che il cavallo di battaglia della proposta socialista, la strategia delle “riforme di struttura”, si dimostrava assai seducente per un partito come il Psi (anche il Pci ne declinò una propria versione al convegno dell'Istituto Gramsci sulle Tendenze del capitalismo italiano del marzo 1962) (De Felice 1997; De Angelis 2002; Ragusa 2003) ma anche carica di troppe ambiguità, perché non delineava con chiarezza la via del passaggio da provvedimenti di tipo correttivo alle trasformazioni strutturali dell'economia e per il fatto che non riusciva a ipotizzare che il miglioramento generale delle condizioni dei lavoratori italiani sarebbe avvenuto anche grazie al mutamento delle condizioni strutturali del mercato del lavoro.

È anche per questo che il Psi ottenne i suoi risultati migliori quando decise di concentrare la sua battaglia verso alcuni punti salienti del programma del centro-sinistra esplicitamente ispirati alla migliore tradizione del riformismo, a partire dal contributo fondamentale (sia dal punto di vista dell'elaborazione teorica che della fase progettuale) sul tema della nazionalizzazione dell'energia elettrica ( Degl'Innocenti 1993; Mori 1989) e della riforma scolastica. Soprattutto l'introduzione della scuola media unificata veniva infatti a collocarsi in quella tendenza propria di una moderna sinistra tecnocratica che associava ai vecchi valori di uguaglianza e di giustizia sociale quelli di competenza, efficienza e innovazione, e che vedeva nella scuola la palestra di formazione per cittadini in grado di confrontarsi senza complessi e in piena autonomia con la realtà (e che, soprattutto nel nostro paese, voleva che l'istituzione scolastica non fosse segnata più solo dalla matrice gentiliana e da tutti i ritardi nel campo dell'istruzione tecnica che quella scelta aveva provocato) 5.

Ma oltre che su questi importanti punti progettuali, il Psi si sarebbe dovuto interrogare con più forza sulla natura dei processi di revisione e di internazionalizzazione dello sviluppo economico, con un'attenzione rivolta non soltanto alla produzione ma anche all'evoluzione del mercato e alla crescita della domanda, intesa come volontà di affermazione di bisogni individuali che entravano in rapporto con le tensioni collettive degli anni precedenti (Ginsborg 1989; Taviani 2001).

Probabilmente i socialisti italiani erano frenati nella loro analisi anche dal fatto che il miracolo economico non poteva celare come l'aumento dei consumi privati, fossero automobili o elettrodomestici, non riuscisse a far conseguire un altrettanto significativo incremento dell'efficienza di servizi pubblici fondamentali come scuole, ospedali, infrastrutture stradali, lasciando la situazione di molte famiglie italiane in condizioni assai inferiori rispetto alla media europea (Favretto 2004, p. 187); e sicuramente non aiutava che permanessero rilevanti differenze tra Nord e Sud del paese e tra lavoratori specializzati e non, e che tali discrepanze fossero destinate a portare in prospettiva molti problemi allo sviluppo economico italiano, anche in considerazione dell'andamento negativo dell'economia italiana nel biennio 1962-1963, caratterizzato tanto da un aumento del tasso di inflazione quanto da un progressivo bilancio negativo sia per quanto riguarda i pagamenti sia per l'aumento della tensione all'interno delle fabbriche culminato in un sensibile incremento delle manifestazioni e delle ore di sciopero 6.

Resta da sottolineare, inoltre, come tutta la riflessione del Psi circa lo sviluppo equilibrato e un governo dell'economia teso a ridurre gli squilibri economici attraverso il ruolo centrale assegnato all'impresa pubblica non poteva essere riconducibile soltanto a discussioni sulle migliori forme della programmazione (Strinati 1992, p. 572), perché, come è stato sottolineato da Franco De Felice (1995, p. 801), investiva anche il giudizio sulla rivoluzione russa e la scissione del 1921, il ruolo internazionale dell'Urss, i rapporti con gli altri partiti della sinistra mondiale e con gli altri paesi dell'Occidente.

Vale a dire che doveva essere al centro della discussione una grande riflessione di autocoscienza critica sui fallimenti del sistema sovietico e le strategie errate dei decenni precedenti; ma da questo punto di vista il Psi scontava una posizione non ancora del tutto definita e introiettata da tutte le sue componenti.

Il mito dell'Urss continuava infatti a far presa in casa socialista nonostante il 1956 e i segnali che erano stati dati dal partito (e dal gruppo autonomista in particolare) in quegli anni . Il rapporto con l'Unione Sovietica seguitava ad esercitare un richiamo mitico che toccava ancora una parte rilevante del corpo dei militanti e soprattutto dei giovani socialisti (si pensi ad esempio all'entusiastico giudizio espresso dal loro periodico “La Conquista” per la prima missione spaziale sovietica che aveva visto come protagonista il russo Yuri Gagarin 7 o ancora ai viaggi compiuti da delegazioni giovanili del partito nel settembre del '62 in Yugoslavia) 8.

Erano poi anni in cui, oltre all'Unione Sovietica, emergevano altri miti nel vasto universo del socialismo reale come quello di Cuba, destinato a conquistare una grande rilevanza nell'immaginario e nel patrimonio di una sinistra fortemente indebolita dalle modificazioni impresse dai cambiamenti della società neocapitalista.

Già il 19 aprile 1961, ad esempio, la segreteria del movimento giovanile socialista aveva spedito una circolare nella quale aveva invitato tutti gli aderenti a mobilitarsi per sostenere Cuba contro gli Stati Uniti d'America, operando collegialmente ad altre organizzazioni giovanili e sindacali nell'organizzare manifestazioni di solidarietà verso il popolo dell'isola caraibica 9.

L'esperienza cubana veniva così ad essere esaltata in contrapposizione alla “democrazia occidentale”, che nell'attacco contro il regime castrista stava mostrando il suo vero volto neocoloniale: “non dimentichiamolo questo volto, da millenni uguale: non dobbiamo dimenticarlo per combatterlo e sopprimerlo per sempre” 10. Il regime di l'Avana, giudicato la prima vera repubblica socialista nata sul continente americano, rappresentava per i giovani socialisti un vero colpo all'imperialismo statunitense che si nascondeva dietro formule astratte come la kennediana “nuova frontiera”. Per i giovani del Psi Cuba era diventato l'esempio che aveva costretto i “piagnoni democratici” (Toni 1961) che si erano andati annidando all'interno della sinistra italiana a gettare la maschera sotto la quale avevano celato il loro trasformismo, imponendo la parola d'ordine della via democratica al socialismo che altro non era che la passiva accettazione del metodo socialdemocratico.

Evidentemente tutto questo rappresentava un duro colpo alla politica del gruppo dirigente socialista, perché segnalava la persistenza all'interno del partito di atteggiamenti contrari all'ipotesi di centro-sinistra e ad ogni strategia riformista.

Conscio di questa situazione che rischiava di rendere più forti le argomentazioni di quei settori della Dc che sostenevano che i socialisti erano ancora legati all'universo sovietico, Nenni cercò di incrementare i segnali di discontinuità rispetto al passato, e in questo senso bisogna interpretare la sua decisione, nel giugno 1961, di rinunciare ad una programmata visita in Unione Sovietica, gesto che provocò immediatamente un duro commento di diversi esponenti del Pci 11.

Il segretario socialista aveva buone ragioni dalla sua parte, anche perché soltanto un mese prima si era recato in Urss Riccardo Lombardi 12. Incontrando Suslov a Mosca, Lombardi dovette sentire le lamentele della dirigenza sovietica circa il nuovo corso del gruppo dirigente autonomista in materia di politica internazionale, giudizi che l'esponente socialista dichiarò di non comprendere dato che il suo partito non aveva mai deliberato ufficialmente la chiusura dei rapporti con il Pcus, ma si era limitato ad attenuarli sulla base delle modificazioni in atto nelle relazioni internazionali:

Il Psi intende dare ai contatti con il PCUS un significato non rituale cioè non semplicemente una adesione pregiudiziale alle tesi politiche del PCUS e alle posizioni dell'URSS, riservandosi di condividerne o no le impostazioni secondo i casi 13.

Lombardi in sostanza non chiuse la porta ai sovietici, dimostrandosi pronto ad accettare una eventuale convergenza in determinate circostanze, ma rivendicò al suo partito una totale autonomia di giudizio, quella che era mancata prima del 1956 e che aveva finito per condizionarne pesantemente la politica. Respinse inoltre l'opinione che la politica di neutralità diventasse acquiescenza nei confronti degli Usa, anche perché i socialisti non avevano messo da parte la polemica nei confronti dell'operato della politica americana e di altri paesi del blocco atlantico; il punto centrale del suo ragionamento era però che non si poteva più accettare che la politica internazionale bloccasse gli sviluppi di quella nazionale. Chiarificazioni sicuramente importanti, ma che rischiavano di perdere efficacia perché portate avanti esclusivamente dall'alto, senza diventare, cioè, patrimonio comune dell'intero partito.

Con il dicembre 1962 si chiudeva così un biennio che aveva visto il Psi protagonista di una stagione di dialogo e collaborazione con le forze favorevoli ad un governo di centro-sinistra 14. L'intervento di importanti cambiamenti dell'agenda politica socialista aveva rafforzato le credenziali dei socialisti, anche se contemporaneamente si erano manifestate quelle lacerazioni interne e quelle incertezze e astrazioni nella proposta programmatica che avrebbero indebolito alla lunga il ruolo del Psi, sia nei confronti della Dc, che ebbe sempre tra le mani le redini della politica di centro-sinistra, sia del Pci, che riuscì a mantenere una posizione egemonica all'interno della sinistra italiana (Colarizi 2003, p. 125). L'ambizioso disegno degli autonomisti, secondo il quale il centro-sinistra avrebbe rappresentato l'occasione per il Psi di accreditarsi come legittima forza di governo anche in vista di una successiva e concreta formazione di un soggetto politico laico-riformista alternativo tanto al Pci che alla Dc, rivelò dunque già in quei due anni alcune di quelle tare che avrebbero pesato in maniera determinante sugli equilibri e l'efficacia dei futuri governi di centro-sinistra.

 




Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF

Fonti
Bibliografia, risorse on e off-line





Carattere grandeCarattere piccolo





 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti: info@storiaefuturo.com
©2003-2008 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl