N. 10 - Febbraio 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Luca Gorgolini

Il miracolo economico
Siena, 19 gennaio 2006



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Posto al centro di una riflessione storiografica che è andata ampliandosi nel corso degli ultimi quindici anni, con particolare attenzione nei confronti delle trasformazioni sociali e di costume che in coincidenza del suo avvio si manifestarono, il miracolo economico è stato oggetto delle analisi presentate da un nutrito gruppo di storici dell'età contemporanea che hanno preso parte al convegno organizzato dalla Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Siena lo scorso 19 gennaio. Si è trattato di un incontro importante per la molteplicità delle lenti interpretative attraverso cui gli anni dell'intensa modernizzazione del secondo dopoguerra sono stati osservati: le dinamiche politiche, la crescita del sistema industriale, il ruolo della classe dirigente e dell'amministrazione pubblica, lo sviluppo dei trasporti, il tramonto della società rurale e l'avvento del consumismo e della televisione. Ne è derivato così un quadro dettagliato degli anni del miracolo economico da cui sono emersi alcuni nodi interpretativi forti che, in qualche caso, sono stati riproposti da più relatori. A partire dall'accento posto sulla diffusa resistenza culturale che si sviluppò allora contro i mutamenti indotti dalla modernizzazione: una resistenza culturale, che alla critica nei confronti dei nuovi stili di vita e del nuovo sistema di valori che andavano affermandosi, fece seguire l'aspirazione di un ritorno ad una società contadina oramai tramontata ma comunque fortemente idealizzata. Altro elemento posto al centro della discussione che ha attraversato la giornata, è stata la mancata, o tardiva, programmazione messa in campo dalla classe dirigente per promuovere uno sviluppo economico in grado di tradurre in progresso civile la crescita della produzione industriale. Sul piano dell'approccio metodologico allo studio di quel periodo, è stata sottolineata da un lato la necessità di privilegiare anche nuove angolazioni, a partire dall'analisi della politica estera che incise profondamente nel riassetto economico dell'Italia di quegli anni, dall'altro lato si è convenuto sull'opportunità di una comparazione tra il contesto nazionale e il contesto internazionale, al fine di mettere in risalto le peculiarità che caratterizzarono il caso italiano. Ne è nato un dibattito intenso e ricco di stimoli di cui si propone qui di seguito una sintesi breve e, per forza di cose, incompleta, rinviando alla annunciata pubblicazione degli atti per una lettura delle relazioni nella loro interezza.


Per Antonio Cardini,  guarda il video  dell'Università di Siena, il miracolo economico segnò innanzitutto la fine dell'Italia rurale, intendendo con ciò il declino improvviso e irreversibile di un impianto economico e sociale millenario che aveva finito con il caratterizzare in modo pressoché esclusivo l'immagine del paese, descritto ancora per buona parte degli anni Cinquanta, come un paese che nel suo complesso appariva profondamente arretrato e sottosviluppato. Attraverso un ampio corpus di fonti prevalentemente letterarie, Cardini ha passato in rassegna numerose ?immagini?, in cui la vita contadina di quella Italia arcaica appariva, aldilà delle sfumature di carattere regionale, segnata da condizioni di vita estremamente misere e da una profonda arretratezza culturale; istantanee che presentano famiglie di braccianti che, ancora negli anni '30, abitano ?in case con pareti annerite dal fumo e senza vetri alle finestre, che dormono su sacconi riempiti con foglie di granturco, che hanno nel paiolo solo polenta e castagne e che possiedono un unico paio di scarpe che i componenti della famiglia indossano a turno per portarsi alla fiera?. È quella una società ben lontana dalla società dei consumi di massa che si affermerà in coincidenza del boom economico, animata da un esercito di ?consumatori inesistenti?, come li ha definiti Cardini, che ignoravano quanto accadeva nelle grandi aree urbane, come dimostrò un'inchiesta condotta dal neonato ?Espresso? nel corso del 1955, in cui vennero descritte le ingenuità dei numerosi braccianti, i quali, arrivando nella capitale in cerca di un'occupazione extra-agricola, ignoravano che in città ci fosse ?gente che poteva bere cinque caffè al giorno e che si cambiava la camicia ogni mattina?. E proprio gli intensi movimenti migratori degli anni Cinquanta, furono uno dei segnali più vistosi del tramonto dell'Italia contadina che si avviava, inaspettatamente, verso una modernizzazione economica e sociale, del tutto accelerata, in cui centinaia di migliaia di contadini si trasformarono in operai, per un salario minimo mensile che nel 1960, ammontava a 35 mila lire, rompendo il vincolo millenario con la terra che aveva caratterizzato l'esperienza biografica delle generazioni precedenti. Intanto, nelle descrizioni letterarie e giornalistiche pubblicate a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l'arretratezza dell'Italia rurale, lasciava il posto negli articoli dei commentatori all'immagine di un paese in cui le gerarchie sociali venivano scompaginate, in cui i freni inibitori del buon costume e della educazione venivano meno: le città, nelle descrizioni citate da Cardini, crescevano senza alcuna pianificazione urbanistica, per strada si osservavano ?muri imbrattati, giornali buttati per terra, disegni e scritte pornografiche nei vespasiani, scappamenti aperti giorno e notte?; denunce queste che puntavano l'indice contro l'irruzione delle forme imponenti della pubblicità, non più guida per il consumatore ma vera persecuzione i cui suoni e rumori avevano rotto la calma delle piazze, perturbando il sonno degli italiani ora consumatori a pieno titolo. Dell'Italia rurale la cui esistenza millenaria venne azzerata nello spazio di un decennio, sopravviveva ben poco a livello economico e sociale, non così a livello politico dove lo scontro ideologico continuava a persistere e assumeva accenti sempre più aspri.


In apertura della sua relazione, Angelo Varni,  guarda il video  dell'Università di Bologna, ha richiamato l'attenzione sulla necessità di una riflessione sulle lenti di indagine da adottare nell'analisi critica dell'Italia del miracolo economico. Sottolineando come nell'ultimo quindicennio, la storiografia nazionale, sotto la spinta di un mutato clima politico, post muro di Berlino e post Prima Repubblica, abbia concentrato lo sguardo sulle trasformazioni sociali e sui mutamenti intervenuti a livello di costume e delle mentalità collettive negli anni Cinquanta e Sessanta, Varni ha ribadito l'importanza di tornare a prendere in esame nell'indagine storica di quel periodo alcuni elementi, quali i quadri economici, le tattiche parlamentari, gli schemi ideologici di riferimento, spingendosi oltre, fino ad includere lo studio della politica estera che incise profondamente nel riassetto economico dell'Italia di quegli anni, a partire dal rilancio europeista che favorì in modo determinante il processo di integrazione economico dell'Europa. Porre l'accento dunque sulla necessità di percorrere altre ?piste? che consentano opportunamente di allargare lo sguardo sulla tematica ad una dimensione internazionale con lo scopo di offrire un ventaglio di ipotesi il più vasto possibile di quella crescita impetuosa che, a distanza di un cinquantennio, non perde i suoi connotati miracolistici, ancor più evidenti se si osservano l'impreparazione culturale e le resistenze manifestate dalla classe dirigente nei confronti delle trasformazioni che la modernizzazione stava determinando sia nella struttura economico-produttiva, sia nell'architettura sociale e nelle soggettività individuali e collettive. Recuperando alcune analisi coeve e una serie di riflessioni successivamente proposte da alcuni degli uomini più rappresentativi della classe dirigente di allora, è stata evidenziata da Varni l'assenza di una riflettuta strategia generale. A fronte di una impreparazione della classe politica a leggere e governare la trasformazione in corso, gli stessi imprenditori dimostrarono di non voler contare su una cultura imprenditoriale autonoma, meno fondata su fatti contingenti, quali i bassi costi della mano d'opera e delle risorse prime e l'interessato intervento dei governi centristi, e di più ampio respiro, capace dunque di tradurre in progresso civile la crescita della produzione industriale. All'assenza di una strategia di crescita complessiva, che puntasse anche a ridurre vecchie e nuove sperequazioni territoriali e sociali, di marca statale o imprenditoriale, seguì inoltre una diffusa resistenza ai processi di mutamento che riguardavano gli stili di vita, sconvolti dall'affermazione della società dei consumi. Esemplare in tale direzione, la riflessione proposta nel 1954 da Giordano Dell'Amore, allora presidente dell'Associazione delle casse di risparmio italiane, attento ad evidenziare la scarsità di capitali reperibili dal risparmio, in conseguenza della minor propensione al risparmio manifestato dalle famiglie italiane, le quali presentavano un'accresciuta volontà di consumo, sintomo da un lato di una crescita del benessere, ma dall'altro lato testimone di un nuovo modello di vita, estraneo alla tradizione nazionale e causa dello sfilacciamento dei vincoli domestici. Sfilacciamento che, secondo il presidente dell'Acri, era determinato anche dai nuovi ruoli che la donna veniva ad assumere all'interno del mondo del lavoro, e che indebolivano il suo ruolo di garante della moralità e della buona economia domestica. La contrazione delle nascite, la corsa al consumo di cibi migliori e vestiti più eleganti, con il conseguente aumento delle vendite rateali, erano sempre per Dell'Amore, il portato di un nuovo sistema di vita che andava contrastato, combattendo innanzitutto la crisi dell'istituto familiare. Mentre l'Italia era dunque travolta dall'auto come status symbol, dalla centralità della tv come nuova centralità casalinga, dal rifiuto da parte dei figli delle regole paterne, dalla difficile ma progressiva emancipazione della donna, buona parte degli osservatori e della classe dirigente, quando non finirono con il palesare nei confronti della trasformazione, una ferma resistenza culturale, dimostrarono una certa incapacità a leggere e governare quanto stava accadendo. Significative in questa direzione, appaiono le stesse relazioni dei prefetti, solitamente documenti preziosi per la lettura di quanto accade a livello locale, che mostrano, almeno per il caso bolognese, di saper cogliere solo singoli aspetti dell'Italia di allora, quali le tensioni in occasione delle campagne elettorali e la disoccupazione; solo a partire dalla metà degli anni Cinquanta, vengono registrati processi derivanti dalla crescita economica in corso, quali i forti flussi migratori che portarono dalle campagne migliaia di individui verso il capoluogo. Così pure le opere cinematografiche, sospese tra il cupo della scuola neorealista e le caricature promosse della commedia, non sempre furono in grado di cogliere con equilibro la portata delle trasformazioni, oscillando spesso verso gli estremi, finendo spesso con l'accentuare l'attenzione sulla fine di un mondo piuttosto che sui caratteri del nuovo. Tanto la classe politica quanto il ceto imprenditoriale e gli stessi gruppi finanziari agirono solo per risolvere questioni contingenti che interessavano singoli gruppi, senza attivare uno sforzo attivo, concreto volto a comprendere e armonizzare l'intenso mutamento che stava venendo avanti. In questo senso, il centro-sinistra, rappresentò un tentativo di governo e di programmazione, ma la sua affermazione fu, per così dire, tardiva, la grande trasformazione si era in buona sostanza già compiuta.


L'accento posto da Simona Colarizi,  guarda il video  dell'Università di Roma ?La Sapienza?, è caduto invece sul rapporto tra società politica e società civile che andò logorandosi all'indomani del '68, quando il processo di modernizzazione della società italiana subì una forte accelerazione. L'allargamento della forbice tra governati e governanti fu dovuto, secondo Colarizi, all'incapacità del ceto politico di saper leggere il mutamento che si era avuto in termini comportamentali e valoriali all'interno della società. Prestando attenzione ai due maggiori partiti di massa di allora, la Dc e il Pci, si è sottolineato come a fronte di una trasformazione della mentalità collettiva che investì gran parte della popolazione, la classe politica non comprese la necessità di trasformare le proprie strutture partitiche, rimodulando le proprie organizzazioni di massa e i principi morali su cui queste si reggevano; i partiti rimasero sostanzialmente immobili nel rapporto con i loro elettori, militanti e simpatizzanti, i quali vedevano invece la loro vita sconvolta intimamente. Se da un lato, consumi e benessere avevano acquistato una propria cittadinanza, nel senso che i consumi erano stati accettati come sintomo di un benessere diffuso, così anche per il Pci che ?malgrado se stesso? finì, benché in ritardo, per accettarli, dall'altro lato essi vennero sottoposti a dura critica, quasi demonizzati, in quanto considerati eversori di un ordine morale che si era profondamente modificato, conseguentemente all'affermarsi di un processo di modernizzazione che non aveva mutato solo la struttura economica produttiva, ma aveva inciso in profondità nella soggettività individuale e collettiva del paese. Da qui le grida di allarme di buona parte dell' establishment culturale, soprattutto di sinistra, che denunciò gli effetti nefasti di questo sviluppo, reo di aver promosso l'affermazione della società dei consumi di massa a prezzo di guasti profondi, quali i forti movimenti migratori coincidenti con uno sradicamento di migliaia di persone dalla comunità d'origine, lo scadimento morale che li aveva coinvolti una volta giunti nelle grandi aree urbane, descritte come squallide, con periferie malsane e affollate di uomini e donne pronte a tutto per raggiungere un proprio grado di benessere. Una critica, ha sottolineato Colarizi, che promosse un forte rimpianto verso una società, quella contadina, costantemente connotata in termini positivi. Si trattò però di una resistenza ad un nuovo modello di società che si era già affermato nei fatti, che ancora prima dello scoppio del movimento studentesco, stava contagiando una parte via via sempre più ampia di popolazione (sono stati citati i casi della ?Zanzara? e di Franca Viola), così che i partiti di integrazione di massa finirono per promuovere una morale nettamente stridente con i nuovi bisogni e i nuovi valori dominanti.


Riprendendo alcuni dei nodi interpretativi proposti dalla storiografia nazionale attorno allo sviluppo economico di quegli anni, alla mancata o debole programmazione statale proposta allora nei diversi settori di intervento, Maurizio Degl'Innocenti,  guarda il video  dell'Università di Siena, ha sottolineato la necessità di riflettere in modo più compiuto e puntuale sull'esperienza politica rappresentata dal centro-sinistra. Secondo Degl'Innocenti, costruire un quadro eccessivamente critico dell'esperienza politica degli anni del miracolo economico, un quadro fatto di sole ombre, significa correre il rischio di non comprendere appieno quanto accaduto allora, di non trovare spiegazioni alle trasformazioni che investirono il paese in quegli anni, determinando una crescita del benessere, che se non generalizzato divenne però via via sempre più diffuso, ed un conseguente miglioramento delle condizioni di vita, frutto anche delle scelte politiche operate in quel passaggio. È in quegli anni, ha insistito il relatore, che l'Italia dalla periferia del sistema economico mondiale entra in modo decisivo nel centro dello stesso, diventando una società relativamente moderna, intesa allora in senso prevalentemente industriale, con una crescita economica per molti versi inaspettata; fu a partire da quel momento che si realizzò la nascita del welfare state : negli anni Sessanta che rappresentano l'apogeo del welfare state , l'Italia si allineò alle altre grandi nazioni economicamente avanzate, promovendo una affermazione sempre più estesa dei diritti individuali: dalle politiche scolastiche, che non si limitarono solo alla riforma della scuola media unica approvata nel 1962 (sono state citate gl'interventi che hanno riguardato l'Università, quali il presalario agli studenti, la liberalizzazione dell'accesso alle facoltà universitarie) alla riforma ospedaliera del 1968 con la creazione dell'azienda ospedaliera che condurrà poi al servizio sanitario nazionale. Partendo dalla considerazione per la quale, quando le grandi trasformazioni sono accelerate, compresse in un tempo piuttosto ristretto, si generano profonde frizioni tra il nuovo e il vecchio che funge da freno alla trasformazione, frizioni difficili anche da gestire, il centro-sinistra non fu per Degl'Innocenti, un tentativo occasionale, straordinario, frammentario di gestire lo sviluppo, ma al contrario costituì il tentativo di correggere gli squilibri provocati da una crescita così intensa e repentina, giungendo in alcuni casi, a riequilibrare le sperequazioni territoriali che si erano verificate nella distribuzione di alcuni servizi: a partire dalla nazionalizzazione dell'industria elettrica che consentì di portare l'elettricità a 2 milioni di cittadini che ne erano in quel momento ancora sprovvisti. Va ascritta al complesso di risultati ottenuti dai governi di centro-sinistra anche la costituzione delle regioni che raccolsero in eredità l'afflato verso l'attività programmatoria manifestato in precedenza, in particolare verso un'attività programmatoria territoriale; anche se si trattò, specifica Degl'Innocenti, di un eredità che presentava alcune debolezze: essendo venuta meno la dimensione nazionale della programmazione che avrebbe dovuto ridurre le sperequazioni territoriali manifestatesi o aggravatesi nel processo di crescita, la programmazione regionale, locale dunque, perdette un tassello importante posto a premessa dell'azione delle stesse regioni.


Guido Melis,  guarda il video  dell'Università di Roma ?La Sapienza?, ha affrontato il tema del rapporto tra amministrazione statale e sviluppo economico nel secondo dopoguerra. In coincidenza della nascita della democrazia, nonostante le premesse potenzialmente positive, quali la nascita dello stato fondato su principi democratici e sul ricambio ai vertici della politica, l'amministrazione si caratterizzò per la continuità con l'esperienza precedente. Per la prima volta dall'unità d'Italia ? ha affermato Melis ?, l'amministrazione si dimostrò estranea allo sviluppo che stava venendo avanti e che riguardava l'economia, la società ed i costumi. Lo sviluppo del paese, il suo secondo decollo industriale, si concretizzarono senza il sostegno dell'amministrazione e, anzi, per molti versi, contro l'amministrazione stessa. La burocrazia del primo periodo repubblicano si presentava vecchia, conservatrice, legata all'ideologia del passato e prevalentemente di estrazione meridionale, imbevuta di un certo familismo che favorì una certa inclinazione a sentire l'impiego secondo una logica proprietaria a cui si legava la trasmissione per via ereditaria ai figli e ai parenti. Era inoltre di formazione giuridica, maestra più che nella interpretazione delle leggi, nella lettura di regolamenti e delle circolari. Per tutti questi elementi, nonostante la trasformazione avvenuta all'interno del pubblico impiego nel corso degli anni Cinquanta, trasformazione dovuta al rapido processo di scolarizzazione e all'espansione dei servizi pubblici innescata proprio dal miracolo economico (la spesa per la pubblica amministrazione in rapporto al Pil, passò dal 28,46 del 1950 al 31,95 del 1960), l'amministrazione statale si dimostrò poco attenta alla trasformazione in atto al di fuori dei palazzi. L'importanza della riforma del sistema dell'amministrazione pubblica, ha sottolineato il relatore, non venne compresa dai soggetti che avrebbero dovuto favorirla: la politica guardò ostinatamente all'impiego pubblico come ad un serbatoio elettorale, mentre la classe imprenditoriale si dimostrò piuttosto conservatrice, restia a trasformazioni significative (emblematica la battaglia dell'associazione degli industriali contro l'istituzione delle regioni). Dunque, all'interno del processo di sviluppo apertosi nel corso degli anni Cinquanta, l'amministrazione svolse un ruolo comprimario: fu assente dai luoghi dove quelle linee di sviluppo venivano concordate e anzi, si iniziò, proprio a partire da quegli anni, a giudicarla come un peso per lo stesso sviluppo economico.


Valerio Castronovo,  guarda il video  dell'Università di Torino, ha tracciato con chiarezza, il repentino e intenso percorso di crescita seguito dall'industria nazionale nel corso degli anni precedenti l'avvio del miracolo economico, recuperando le premesse economiche e politiche che ne furono alla base. A partire dalle azioni intraprese dai governi centristi che spinsero in favore di una liberalizzazione degli scambi, sancita prima (1951) dall'adesione alla Comunità europea carbone e acciaio e poi rafforzata, nel 1957, con la firma del trattato di adesione alla Comunità economica europea che favorì in modo determinante il decollo della grande industria, il cui incremento produttivo non poteva essere sostenuto dal solo mercato interno: nel 1958 la quota di esportazioni italiane superò il livello prebellico, portandosi al 4,7% sul totale dei 14 paesi; quota che salì al 7,3% nel 1962. Si delineò in questo modo un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni, con il settore tessile e il settore meccanico che ne trassero i maggiori vantaggi potendo contare sulla produzione di beni durevoli la cui domanda era, venute meno le restrizioni imposte dalla guerra, in costante crescita in tutta Europa. D'altra parte le industrie italiane poterono contare in quegli anni di un forte vantaggio competitivo rispetto alle industrie di altri paesi, dovuto al basso costo della manodopera: tra il 1953 e il 1961, la crescita reale dei salari fu pari al 46,9%, mentre la crescita media della produzione fu dell'84%, con quote importanti degli utili d'impresa che andarono così ad accrescere la possibilità di investimenti. Accanto a ciò, altri fattori contribuirono in quel passaggio alla fortuna dell'industria nazionale: gli aiuti finanziari provenienti dagli Stati Uniti, che consentirono di aggiornare gli impianti, modernizzandoli; i robusti incentivi di stato garantiti ad alcuni settori di base e ad alcune grandi industrie, quali la siderurgia, l'Eni e poi l'Enel; un complesso di economie esterne rese possibili da una maggiore dotazione di infrastrutture, realizzate grazie agli investimenti statali; la stabilità monetaria; l'assenza di regole nel rapporto operai-imprenditori con la caduta del potere contrattuale dei sindacato dopo il 1950; il livello delle imposte sui redditi d'impresa che sono inferiori a quelli registrati nel resto d'Europa; la disponibilità crescente di fonti energetiche: accanto all'apertura di nuovi impianti idroelettrici, fu importantissimo l'accesso diretto da parte dell'Agip e dell'Eni alle risorse petrolifere di alcuni paesi produttori.


Adriana Castagnoli,  guarda il video  dell'Università di Torino, ha invece sottolineato l'importanza del ruolo svolto dalle piccole e medie imprese, e degli imprenditori che le guidarono, nel secondo decollo industriale. Significativi in tal senso, sono risultati i dati citati e relativi alla distribuzione dell'occupazione nel settore industriale: mentre nel periodo 1951-1961, l'occupazione nella grande industria manifatturiera scese dal 25,4 al 21,5%, nel 1961 gli addetti nelle industrie manifatturiere con meno di 100 occupati, arrivarono a rappresentare quasi il 60% dell'intero comparto manifatturiero. L'importanza della piccola e media impresa risultava centrale anche nel settore metalmeccanico, che come è noto trainò l'espansione economica del paese (nel 1951 aveva 1 milione di addetti che vent'anni dopo saliranno a più di 2 milioni). Attingendo dall'archivio che raccoglie le biografie dei cavalieri del lavoro, la relatrice ha fatto rilevare a proposito di questi piccoli imprenditori che, in massima parte, essi provenivano da un'esperienza familiare imprenditoriale: si trattò perlopiù di uomini che trasformarono le loro officine in laboratori, attingendo dal patrimonio di conoscenze in materia meccanica particolarmente diffuso nel Nord Italia. Molti di loro finirono per diventare anche ?inventori? (depositarono numerosi brevetti) delle stesse macchine che venivano utilizzate nella realizzazione dei loro prodotti. Si trattò, come per il settore tessile e per quello degli elettrodomestici, di ex artigiani che grazie ad una cultura del fare, dovuta anche alle scuole tecniche, riuscirono ad impiantare attività industriali in grado di produrre beni che in molti casi si imposero sul mercato internazionale. All'interno di questo panorama, particolarmente significativo fu il caso dell'imprenditoria agricola, dove si registrò una significativa presenza di imprenditrici in grado di raggiungere risultati importanti: è stato citato, relativamente alla Toscana, l'esempio di Maria Antonietta di Frassineto, la quale contribuì alla diffusione del nucleo della razza chianina, oggi fiore all'occhiello della produzione zootecnica italiana. Esempio che ha permesso alla relatrice di allargare lo sguardo sull'imprenditoria femminile, sottolineando come le donne delle famiglie del capitalismo italiano, benché avessero un ruolo importante nella crescita della propria industria, risultassero di fatto invisibili. Esse, generalmente, non ricoprirono mai ruoli ben definiti nelle aziende e furono sempre definite come ?moglie di?, ?figlia di?; la prima donna insignita del titolo di cavaliere del lavoro fu nel 1964 Gilberta Gabrielli Minganti, vedova, che aveva contribuito alla fortuna dell'officina, venne scritto nella motivazione dell'attribuzione del titolo, ?sostenendo moralmente? il marito. La storia del miracolo italiano fu, secondo Castagnoli, la storia di un'imprenditorialità molteplice, nello studio della quale va rivalutato il nucleo di imprenditori che operarono nella quotidianità, animando la miriade di piccole e medie imprese che fornirono l'ossatura dell'apparato industriale italiano.


A seguire Stefano Maggi,  guarda il video  dell'Università di Siena, ha diretto la propria attenzione su alcuni dei cambiamenti modernizzanti indotti dal miracolo economico: motorizzazione di massa, diffusione del telefono e dell'elettrificazione delle campagne, l'emigrazione sui treni coincidente con la fine dell'emigrazione sui grandi transatlantici, la crescita dell'incidenza delle linee aree. I dati forniti nel corso della relazione sono risultati estremamente eloquenti della rapidità e dell'intensità con cui questi mutamenti si verificarono: i viaggiatori in partenza dagli aeroporti italiani passarono da 487.000 nel 1955 a 3.600.000 nel 1965; il numero delle automobili in circolazione salì da 700.000 nel 1954 a 5.000.000 nel 1964; se nel 1957 c'erano 5,75 apparecchi telefonici ogni 100 abitanti (una percentuale doppia rispetto al 1951), nel 1962 questi arriveranno a 3.600.000, pari al 10% della popolazione. Con particolare attenzione, Maggi, ha poi sottolineato come le politiche in materia di trasporti adottate in quegli anni, abbiano finito con il promuovere il trasporto privato a discapito del trasporto pubblico. Lo sviluppo della motorizzazione privata, fu infatti la conseguenza di una trasformazione dei costumi in atto che fecero della automobile uno status symbol da molti desiderato, ma si avvalse profondamente di scelte favorevoli alla diffusione del trasporto privato: dal piano Romita del 1955 al piano Zaccagnini del 1961, l'imperativo della diffusione dell'?automobile per tutti? (in primis la Fiat 600: un anno dopo la sua uscita sul mercato avvenuta nel 1955, su 200.000 auto immatricolate, ben 126.000 erano Fiat 600) divenne imprescindibile. Si allargarono e si asfaltarono le vecchie strade, se ne costruirono di nuove a ritmi serrati, come nel caso dell'Autostrada del Sole, oltre 750 Km., realizzata in soli otto anni, tra il 1956 e il 1964. A questa attenzione verso la diffusione del trasporto privato, fece da controaltare una scarsa programmazione nei servizi pubblici, testimoniata tra l'altro dallo smantellamento della rete dei filobus nelle grandi città successivamente alla guerra e dal ritardo, rispetto agli altri paesi europei, con cui si mise mano all'avvio della realizzazione delle metropolitane (a Roma, il primo tratto venne realizzato nel 1955, a Milano solo nel 1964). Scelte che, in buona sostanza, finirono con il promuovere un sistema che andò caratterizzandosi sempre più per una limitata intermodalità e per una scarsa efficienza dei servizi pubblici, che finì con il costituire una premessa al successivo aggravamento dei problemi connessi alla saturazione della circolazione stradale.


Infine Enrico Menduni,  guarda il video  dell'Università ?Roma Tre?, si è soffermato sulla nascita (1954) e sulla diffusione della televisione, uno dei due simboli, l'altro fu l'automobile, dell'Italia del miracolo economico. Significativi in tal senso sono risultati i dati presentati da Menduni e che dimostrano come la motorizzazione e il sistema radiotelevisivo abbiano conosciuto uno sviluppo coincidente: per tutta la seconda metà degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, la linea relativa al numero di nuove immatricolazioni e al numero di nuovi abbonamenti Rai presentò le stesse pendenze e le stesse cifre assolute. Il possesso di un automobile e il possesso di un televisore furono complementari, rappresentarono entrambi il desiderio di una mobilità sociale (la cui metafora televisiva era allora ben rappresentata dal quiz ). Altro aspetto particolare messo in luce è la trasformazione indotta dall'avvento della televisione nel linguaggio e nelle modalità di comunicazione della politica: con la nascita della trasmissione Tribuna elettorale (1960), si realizzò infatti il passaggio dal comizio ai propri sostenitori ad un messaggio erga omnes , di fronte a tutti i telespettatori, il che determinò una rimodulazione dei toni usati nel comunicare da parte degli uomini politici e dei messaggi da essi proposti.



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Autore Gorgolini Luca
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