N. 10 - Febbraio 2006


ISSN 1720-190X





Silvia Bianciardi

Ambiente e storia
Risorse e territori nell'Italia contemporanea

Siena, 1-3 dicembre 2005

Ambiente e storia. Risorse, città e territori nell'Italia contemporanea è questo il titolo del Convegno di studi svoltosi presso L'Università di Siena nei giorni 1 e 3 dicembre 2005, promosso dall'Issm – Cnr (Istituto di Studi sulla società del mediterraneo – Consiglio nazionale delle ricerche) e dal Ciscam (Centro interdipartimentale per la Storia del cambiamento sociale e dell'innovazione). Partendo da una prospettiva di storia dell'ambiente intesa come studio, ricerca intorno alle interazioni tra dinamiche sociali e dinamiche ecosistemiche, il Convegno ha innanzi tutto ribadito come la storia dell'ambiente in età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l'esperienza italiana, si innesti e scaturisca, in primo luogo, dalla storia dello sviluppo urbano e industriale e quindi come gli studi in materia di storia ambientale abbiano subito i condizionamenti derivanti dalle caratteristiche peculiari relative al processo di industrializzazione del paese: industrializzazione tardiva e concentrata, da un punto di vista territoriale. L'irrompere combinato di industrializzazione e urbanizzazione, in Italia come in Europa, innescò una rottura profonda e l'avvento della modernità caratteristica dell'età contemporanea determinando la caduta della tradizionale dicotomia tra città e campagna. In ragione della centralità e della complessità assunta dalla modifica del tradizionale rapporto dicotomico tra questi due termini, gli interventi proposti al Convegno hanno cercato di illustrare, in un arco temporale che va dagli anni Ottanta dell'Ottocento fino ai giorni nostri, le trasformazioni degli assetti ambientali, delle relazioni tra società e natura, delle modalità di uso delle risorse naturali e delle tecniche impiegate per il loro sfruttamento indotte dai processi congiunti di industrialismo e urbanizzazione, analizzandoli in primo luogo proprio alla luce del mutato rapporto tra città e campagna, ma anche in considerazione delle modalità di costruzione della città moderna nonché della relazione, del rapporto di integrazione progressiva stabilitosi tra città e territorio circostante. Inoltre si è cercato di far emergere il ruolo giocato dai tecnici, dalle èlite, dai diversi soggetti sociali coinvolti in questa trasformazione e la competizione risultante tra questi stessi soggetti e gruppi sociali. La prima sessione di studi è stata dedicata al rapporto tra città e campagne.Traendo spunto dalla ricostruzione di un'opera annunciata e mai realizzata, il Canale del Littorio (1927) dell'omonimo Consorzio per l'irrigazione delle terre comprese tra il comune di Manoppello e il mare Adriatico, Ottavia Aristone e Anna Palazzo hanno ricostruito la vicenda di progettazione, di vera e propria “fondazione” di un territorio, quello che grosso modo si estende intorno alla città di Pescara, delineando in parallelo l'itinerario di lenta trasformazione che investì una società a matrice feudale destinata poi ad affermarsi con caratteristiche e prerogative urbane.

Al processo di progressiva e squilibrata trasformazione subita dal paesaggio della Conca D'Oro intorno a Palermo hanno dedicato il loro intervento Giuseppe Barbera, Tommaso La Mantia e Julian Ruhl. Sono stati messi in evidenza soprattutto la sovrapposizione confusa e disordinata delle colture (piante di agrumi, mandorli, nespole) e gli effetti indotti dall'introduzione delle tecniche moderne di coltivazione, valutati in termini di vera e propria distruzione di specie faunistiche. Muovendo da un prospettiva analoga, Melania Nucifora ha centrato invece l'attenzione su un diverso caso di interazione tra sistema urbano e rurale nel territorio ionico etneo, contraddistinto dalla relazione tra monte e costa e più specificamente tra vulcano e costa. Utilizzando un metodo di lettura diretta del paesaggio e di lettura diacronica dell'assetto del sistema insediativo, cioè di lettura delle “tracce materiali”, si è evidenziato come sotto la spinta del processo di urbanizzazione, in un arco relativamente breve di tempo, si sia determinato un problema di conflitto tra area urbana in fase di espansione ed ecosistemi naturali, “determinata da un ribaltamento strutturale dell'articolazione delle relazioni urbano naturale, riconducibile alla rottura di un secolare rapporto organico, produttivo, economico, sociale ma anche ecologico fra il monte e la costa”. Se a concorrere alla determinazione di questo contesto di squilibrio risultano aver influito non solo le scelte compiute in merito alla realizzazione dei tracciati di grande collegamento, la diffusione di nuovi consumi di massa e stili di vita che hanno causato l'abbandono di alcune attività agricole, a risultare decisiva è stata indicata soprattutto la rottura della struttura alla base del sistema insediativo in quest'area fondata sulla morfologia dei bacini idrici. Infatti la scelta di realizzare la nuova viabilità di collegamento con andamento perpendicolare al letto dei torrenti, utilizzati fino alla metà del secolo scorso come principale sistema di comunicazione fra il monte e la costa, e quindi come parte strutturante del sistema insediativo, ha causato la marginalizzazione, l'esclusione di essi dal paesaggio urbano e una loro utilizzazione in gran parte come discariche, fino quindi a determinare una percezione di essi, nell'ambito della progettazione delle aree di espansione, in termini quasi esclusivi di elementi di disturbo in relazione alla possibilità di rischio idrologico. Questa riduzione dei torrenti da ambiti praticati e integrati del paesaggio urbano a spazi funzionali di infimo valore è stata indicata dalla relatrice come episodio emblematico di perdita di conoscenza del territorio, di sottovalutazione, in termini di valenza ambientale di elementi strutturanti del sistema naturale da considerarsi in stretta relazione alla complessa problematica della perdita della biodiversità dell'ambiente, cioè della riduzione della diversità biologica delle specie e delle coltivazioni connessa alla progressiva riduzione dei rispettivi habitat, minati dall'espansione di matrici ecologiche artificiali (prime fra tutte le aree urbanizzate, considerate matrici ostili per antonomasia) ostili alla vita delle specie stesse.

Sull'esigenza di una corretta lettura delle vocazioni territoriali di un'area come base e premessa di una proposta di programmazione economica e di pianificazione territoriale mossa da un intento di valorizzazione della specificità ambientale si è soffermato anche l'intervento di Anna Maria Colavitti e Nicola Usai sul Piano di Rinascita della Sardegna e le ripercussioni nelle politiche di pianificazione. Inquadrandosi nell'ambito del dibattito sulle politiche della “rinascita” tra le aree sottosviluppate del Sud , attuate tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, il Piano di rinascita dell'isola è stato proposto come caso esemplare di una delle prime esperienze di pianificazione a scala regionale che riuscì felicemente a recepire ed interpretare il maturare di una sensibilità propriamente urbanistica verso la programmazione in ambito regionale tipica di quegli anni, prevedendo accanto all'elaborazione dello schema di sviluppo economico regionale anche una prima formulazione del piano territoriale, come operazione autonoma rispetto alla programmazione economica.

Per quanto riguarda la seconda sezione tematica del convegno dedicata al rapporto tra ambiente e urbanizzazione a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, è emersa la difficoltà di affermazione del tema della città industriale come oggetto di studi sistematici, difficoltà in gran parte riconducibili alla configurazione dell'Italia come paese ritardatario rispetto al processo di industrializzazione dell'Europa occidentale. Operando una distinzione rispetto alle grandi città genericamente industriali come Milano e Torino, Augusto Ciuffetti ha sottolineato come il modello di città industriale sia da riferire unicamente a quei centri urbani di piccola o media dimensione, dai caratteri essenzialmente agricoli ma spesso caratterizzati da una forte tradizione manifatturiera, all'interno dei quali le prime grandi trasformazioni sono dovute esclusivamente all'insediamento di grandi complessi industriali. Richiamando l'attenzione su alcuni casi specifici (ad esempio Terni, La Spezia, Piombino) e, in riferimento ad essi, attraverso lo studio e l'analisi di alcuni ambiti che concorrono a definire il modello della città industriale, come l'evoluzione demografica, le conseguenze degli insediamenti industriali e dell'incremento della popolazione sullo spazio urbano e il territorio circostante, le prime tracce dei processi di inquinamento, si è voluto sottolineare come ad essere investiti da questi processi di crescita e di rapida trasformazione non sia stato soltanto lo spazio cosiddetto urbano ma l'intero territorio circostante. Muovendosi su un percorso analogo, Maria Luisa Ferrari illustrando le relazioni tra trasformazione urbana e industrializzazione ottocentesca nei casi specifici di Verona, Vicenza e Padova ha avanzato una proposta di studio sistematico, in un certo senso di geografia storica applicata alla città, suggerendo di leggere e “misurare” il passaggio dalla città antica a quella moderna attraverso l'indicatore del suburbio, dimostrando come l'urbanizzazione del territorio esterno, al di fuori delle mura cittadine, spesso si sia rivelato precedente e abbia contribuito e concorso a creare le condizioni del cambiamento strutturale della città stessa.

Sul rapporto tra sviluppo industriale, contaminazione ambientale ed emergere di una sensibilità igienico-ambientale connessa all'affermarsi di istanze definite in senso estetico-culturale, a partire dagli anni Ottanta dell'Ottocento, si è incentrata la relazione di Roberto Parisi che ha preso spunto da un avvenimento specifico: la Prima esposizione nazionale di igiene svoltasi a Napoli nell'anno 1900. Se tradizionalmente allo sviluppo del sistema urbano e industriale di fine Ottocento, siamo soliti associare la considerazione delle nuove forme di inquinamento che accompagnano quello sviluppo manifestatesi in termini di affollamento, congestione degrado ambientale, la ricostruzione di Parisi ha soprattutto inteso suggerire come proprio l'emergere dell'igienismo inviti a riflettere sul ruolo assunto dallo sviluppo industriale come momento di intervento sistematico rispetto alla questione urbana che in qualche modo induce una modifica nei termini di percezione esclusiva della città industriale come minaccia a favore invece di un'immagine di città intesa come risorsa, come motore di sviluppo di conoscenze tecniche, laboratorio per la messa a punto di quelle vere e proprie strategie per la costruzione della città moderna.

Al tema del rapporto tra ambiente e urbanizzazione stabilitosi più specificamente nel corso del Novecento è stata dedicata la terza sessione del Convegno durante la quale è stata riproposta la categoria del metabolismo della città, cioè della città intesa come un organismo che consuma, che stabilisce un sistema di relazioni con l'esterno in entrata e in uscita. Al riguardo Silvana Bartoletto ha ricostruito la trasformazione dei flussi energetici e dei consumi di energia delle città italiane in età contemporanea evidenziando come la crescita dei consumi di energia e la diversificazione del ricorso alle singole fonti energetiche sia avvenuta soprattutto in relazione a determinati fattori come l'aumento della popolazione e dell'urbanizzazione, i cambiamenti verificatisi nella struttura dell'economia con la perdita di importanza del settore agricolo a vantaggio dell'espansione di quello industriale, dei trasporti e dei servizi, lo sviluppo della motorizzazione e dell'elettrificazione. In termini di impatto ambientale un dato è risultato emergere in relazione ad un elemento nazionale, quello relativo all'alta densità della motorizzazione privata rispetto alla popolazione, e cioè la crescente importanza dei consumi per trasporti, in particolare per l'automobile che si caratterizza tra le più significative fonti di emissione di inquinanti atmosferici e di rumore.

Sulle dinamiche di relazione tra sistema urbano-industriale rispetto al territorio considerate da un punto di vista della sostenibilità Salvo Adorno ha fornito una ricostruzione del processo di formazione dell'area industriale nella fascia costiera tra Siracusa e Augusta, avvenuta in gran parte per effetto di interventi di programmazione straordinaria, analizzando così un caso di studio particolarmente significativo dell'impatto ambientale e territoriale dei grandi complessi industriali all'origine del manifestarsi di gravi fenomeni di inquinamento industriale. Dalla rilettura complessiva di questa vicenda di programmazione e pianificazione di un'area, di un polo di sviluppo industriale è chiaramente emerso come rispetto alla problematica dell'inquinamento, prima richiamata, una sensibilità specifica, una percezione verso il fenomeno dell'inquinamento come portato specifico di un'inefficace modalità tecnica e sociale di sfruttamento delle risorse naturali ed economiche di un territorio inizi a maturare soltanto tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento. Durante questi anni infatti la progressiva acquisizione di consapevolezza, da parte dei soggetti sociali e istituzionali, dei rischi connessi all'alterazione degli equilibri ecologici dovuti all'inquinamento riporta le tematiche ambientali al centro del dibattito e della riflessione riscattandole dalla marginalizzazione subita a causa del prevalere di una iniziale lettura del processo di industrializzazione troppo ottimistica e più incline a rilevare le ricadute immediate e positive dell'industrializzazione in termini di aumento di reddito, di aumento dei consumi, di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, di occupazione. In merito all'emergere di fenomeni di degrado ambientale e all'opportunità e possibilità di interventi sistematici di pianificazione su di essi, Federico Paolini ha considerato il caso dello sviluppo urbano della città di Firenze relativamente agli anni compresi fra il 1946 e il 1980. Se nell'area fiorentina la modifica profonda del territorio e il delinearsi dei primi significativi casi di rischio ambientale, drammaticamente rivelati nella loro gravità dagli eventi alluvionali del 1966, furono in gran parte determinati dall'effetto combinato dei processi di industrializzazione e di inurbamento e dall'azione dei fattori tecnologici e sociali (quali il fordismo, il più vasto uso di oli e combustibili e di energia elettrica, lo sviluppo della motorizzazione privata e di nuove abitudini di consumo ecc.) l'intervento ha evidenziato come la mancata elaborazione e attuazione di politiche di risanamento ambientale e di interventi di pianificazione coordinati anche a scala sovracomunale da parte del Comune di Firenze come degli altri comuni della Provincia, che fossero in grado di apportare una significativa modifica al quadro di dissesto territoriale che era venuto delineandosi (sviluppo edilizio intensivo ed eccessiva cementificazione del suolo, inquinamento atmosferico, delle acque, e del suolo) debba ricondursi in gran parte a motivi, volontà e talvolta a contese tra soggetti istituzionali di natura politica, a conferma di come la città, la configurazione di un determinato assetto urbano non sia il frutto di dinamiche spontanee ma il prodotto di interventi o di mancati interventi di pianificazione della crescita che coinvolgono regioni intese in senso territoriale. Caso analogo di inadeguata gestione dell'impatto ambientale causato da carenza di politiche di pianificazione, quello illustrato da Grazia Pagnotta relativamente alla città di Roma, sugli effetti ambientali delle politiche del trasporto pubblico nel dopoguerra, dove l'assenza di pianificazione nella progettazione dell'accrescimento della città, associata alla mancanza di un piano di programmazione razionale dei trasporti ( soprattutto l'assenza di una politica del mezzo pubblico che prevedesse l'utilizzo di tram e filobus alimentati ad energia elettrica e la realizzazione della rete metropolitana, capace di imporsi sul progressivo aumento della motorizzazione privata) ha portato la città a percepire, a vivere, il problema del trasporto e quindi del traffico in termini di grande emergenza da un punto di vista ambientale.

Sul rapporto di sempre più stretta integrazione configuratosi nelle relazioni tra città e territorio nel corso del Novecento si è incentrata invece la quarta sessione del Convegno. L'intervento di Gabriella Corona attraverso l'illustrazione di un caso di studio relativo alla città di Napoli ha riguardato il progressivo delinearsi di una concezione che attribuiva grande importanza al territorio identificato come risorsa. Sviluppando la ricostruzione della storia di un gruppo di esperti in gran parte urbanisti (Elena Camerlengo, Giovanni Disposto, Maria Franca De Forgellinis, Mario Moraca, Laura Travaglino, Roberto Giannì, Rosanna Costagliola) impegnati, lungo un arco temporale che va dagli anni Settanta ad oggi, nell'elaborazione di alcune esperienze di pianificazione, nell'ambito dell'amministrazione comunale a Napoli (il Piano delle Periferie 1978 – 1979 e gli Indirizzi di pianificazione urbanistica ) Gabriella Corona ha voluto testimoniare l'affermarsi di un'idea ecosistemica della città identificata non come il frutto di dinamiche spontanee ma di politiche di pianificazione urbanistica realizzate contestualmente ad interventi di risanamento ambientale, ispirati ad una visione ecologica dello spazio urbano, parallelamente anche il maturare di una diversa pratica e sensibilità urbanistica interessata alla città considerata non soltanto come costruzione sociale ma anche come dato naturale, provvista di una precisa identità fisica e culturale espressione di valori collettivi storici e naturali. Il tema della progettualità, della progettazione e ideazione del governo del territorio in relazione alla questione dello sfruttamento delle risorse naturali è stato affrontato anche da Michela Morgante che ha ripercorso le fasi della costruzione del Canale Camuzzoni, a Verona, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, finalizzato alla salvaguardia della portata idrica del fiume Adige, riuscendo a rappresentare come questa vicenda di costruzione di un'infrastruttura idraulica si ponga da un lato, come catalizzatore di conflitti tra logiche economiche contrastanti, tra interessi di tipo diverso, pubblici e imprenditoriali, privati, dall'altro, come questa stessa esperienza assuma una valenza significativa anche da un punto di vista estetico – culturale. Analogamente Barbara Bartoli assegnando una valenza altrettanto centrale alla relazione tra sviluppo urbano-industriale e modalità di uso delle risorse naturali ha sostenuto nel caso della città di Ravenna come l'intrinseca specificità rilevata nella modifica della compagine urbana scaturisca in gran parte dall'assoluta originalità del rapporto stabilito da questa città con l'acqua intesa come risorsa ma anche come limite e risolta nella configurazione e predisposizione della “darsena di città” come asse del futuro sviluppo economico, produttivo e infrastrutturale della città stessa.

Pur nella diversità degli approcci metodologici e disciplinari utilizzati, i contributi offerti dagli intervenuti al Convegno, anche attraverso l'analisi e lo studio di casi specifici, hanno complessivamente inteso affermare la consistenza di una prospettiva storiografica di ispirazione ambientalista che individua la propria specificità nel presupposto della centralità del rapporto tra uomo e natura. In tale contesto l'analisi si orienta verso la considerazione della natura come ecosistema e della società come parte distinta ma non esterna all'ecosistema che con la natura stessa stabilisce un rapporto di interazione sinergica. L'indagine relativa alle modalità di incorporazione della natura cioè di elaborazione, di produzione sociale di elementi della realtà naturale, esaminate nella loro valenza ecologica, non consente pertanto di limitarsi alla considerazione esclusiva dei processi di carattere sociale e economico ma induce alla valutazione di quei procedimenti di tipo fisico-chimico e biologico alla base dei processi di produzione e riproduzione della realtà naturale. Così operando, dunque, si impone la messa a punto di una pluralità di strumenti analitici e concettuali, di paradigmi metodologici e interpretativi, la riproposizione di temi, concetti e istanze proprie delle discipline storiche (storia urbana, storia sociale, storia delle politiche pubbliche, storia economica, storia della tecnica, ecc.) come delle scienze ecologiche che complessivamente si coniugano a definire la nuova storia dell'ambiente come filone della ricerca storiografica dal profilo disciplinare certamente inedito ed originale pur se ancora non privo di problematicità.

 




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