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Intervista a Marzio Romani a cura di
Angelo
Varni
Recentemente ho letto nella “Rivista milanese di economia” un tuo intervento sul ruolo, se così si può dire, dello storico a cospetto del futuro in un complesso momento di transizione come quello che stiamo vivendo. È evidente che una rivista di storia contemporanea che si intitola “Storia e futuro” non può non essere particolarmente interessata a tale tema. Come vedi, dunque, questa potenzialità dello storico di riversare il suo specifico bagaglio di conoscenze sul mondo che ci aspetta?
Comincerò con il dire che il tema della storia come possibile “scienza per il futuro” mi intriga da parecchi anni. Ho sempre rifiutato l’idea, tanto cara ai nostri maestri, che il fuoco delle passioni dovesse essere spento e le ceneri ben fredde prima che lo storico potesse indagare il passato col necessario distacco e sono sempre stato convinto che la storia potesse essere legittimamente “scienza del presente” e che essa fosse dotata delle potenzialità e degli strumenti atti ad utilizzarla come forma di conoscenza previsionale, facendo mio il motto di un grande storico, secondo il quale: “presente e futuro si collegano al passato, che li agita, li dirige, li incalza, ora per dissuaderli da ogni sia pur minimo cambiamento, ora per sollecitarli ad un necessario cambiamento”.
Debbo però ammettere che una fonte non secondaria di ispirazione fu un libro di Pierre Chaunu dal titolo Histoire et immagination. La transition, che vent’anni fa recensii per il “Giornale degli Economisti”. Lo storico francese, proiettando sul futuro i dati relativi all’andamento delle principali variabili demografiche ed economiche a partire dal secondo dopoguerra, sosteneva, in un’epoca in cui anche per l’Europa si paventava il pericolo di un incremento demografico incontrollato, che il pericolo era esattamente l’opposto e che quello altro non era che il primo indizio di una crisi di civiltà, della nostra civiltà; destinata ad implodere su se stessa non tanto per carenza di capacità innovativa, quanto per la perdita di quei valori e di quelle speranze che avevano guidato i nostri progenitori del XV e XVI secolo ad aprirsi la via verso mondi nuovi e a progettare il progresso e la ricchezza.
Il futur sans avenir nel quale Chaunu calava il destino degli europei mi trovava meno d’accordo; ma non potevo non essere affascinato dall’idea geniale di combinare le temps vectoriel con le temps cyclique e ad utilizzare il passato come banco di prova per le déjà vu, le déjà connu, le répétitif e le radicalement neuf, sottoponendo le ripetizioni e le novità del presente/futuro al vaglio della storia e comparando quindi i tempi e i ritmi della “transizione” che secondo i futurologi connotava gli ultimi decenni del secolo XX con le transizioni che l’umanità aveva vissuto nel suo passato remoto e recente.
Un’altra fonte di ispirazione fu sicuramente rappresentata dal volume denso di cifre prodotto da W.W. Rostow in quegli stessi anni, dal titolo The world economy. History and prospect, nel quale il grande storico statunitense tentava di proiettare nel futuro le tendenze del passato, traendone alcune interessanti deduzioni.
Detto dei miei ispiratori debbo ammettere che ho continuato a riflettere in questa direzione e l’articolo che tu citi, che ho vissuto più come un divertissement che un serio tentativo di schiudere le cortine del futuro, mi ha vieppiù convinto delle potenzialità che la nostra disciplina offre in quella direzione. Se non altro perché, abituati come siamo a calarci nel “tempo lungo”, dovremmo essere in grado di sfuggire alla miopia di quanti si muovono invece su archi temporali molto più ridotti.
Siamo stati bersagliati, in questo passaggio di millennio, da valutazioni addirittura contrapposte tra un futuro capace di risolvere tutti i problemi ed un altro, al contrario, nerissimo e spesso il dibattito si è avvitato attorno al concetto “magico” di globalizzazione; come giudichi questa sostanziale semplificazione di prospettiva?
Sì, in effetti, intorno al secolo che si è chiuso che, non dimentichiamoci, ha chiuso un lungo millennio, si sono moltiplicati i tentativi di esplorare gli scenari del terzo millennio, grazie anche al fascino che tale evento suscitava ed ai timori che esso evocava.
Un esame, per la verità piuttosto superficiale, della immensa letteratura prodotta sul tema mi pare definire una sorta di intervallo, ai cui estremi si pongono, da una parte, quanti, con incredibile ottimismo teorizzano l’imminente venuta di un “Nuovo Rinascimento”, connotato da uno sviluppo finalmente svincolato dalla limitatezza delle risorse, grazie alla net-economy ed esaltano il ruolo della globalizzazione, del capitale, del mercato senza confini alla Friedman (Le radici del futuro, Mondadori, 2000) e dall’altra il deciso pessimismo di quanti demonizzano questi fenomeni paventando l’affermarsi di un disumano capitalismo globale, l’ingovernabilità dei mercati globali, l’ampliarsi dello sfruttamento alla scala planetaria (cfr. p. es. Wolman W., Colamosca A., Il tradimento dell’economia, Ponte alle grazie, 1997), la fine della biodiversità, ecc.
Le polemiche tra gli uni e gli altri hanno, in realtà, prodotto più fumo che arrosto: il peso della componente ideologica in questi discorsi è spesso tale da oscurare le capacità di analisi degli stessi; suscitando atteggiamenti di adesione o di rigetto che poco hanno di razionale o di scientifico.
Tutto questo, come ho osservato anche nel mio scritto, mi ricorda da vicino l’emozione suscitata in Occidente dalla comparsa, nel ‘72 mi pare, del volume che raccoglieva le tesi del Club di Roma che, estrapolando nel futuro le tendenze manifestatesi nel passato recente e definendo un preciso limite alle possibilità d’innalzamento della funzione di produzione, concludeva molto pessimisticamente sul futuro dell’umanità: “Se le presenti tendenze di crescita della popolazione, dell’industria, della produzione di cibo, della polluzione e dello spreco di risorse continueranno ai ritmi attuali, i limiti fisici dello sviluppo del pianeta saranno raggiunti nei prossimi cento anni e il risultato più probabile sarà un rapido e incontrollato declino della popolazione e delle capacità produttive”.
Come unica soluzione possibile si proponeva quella che J.S. Mill aveva proposto più di un secolo prima, e cioè quella del raggiungimento dello “stato stazionario”, di uno stabile equilibrio dell’economia mondiale con popolazione e manifatture a tasso di crescita zero e con un contenuto tasso di polluzione, senza tener conto della peculiare natura del sistema e della inesauribile capacità innovativa degli uomini per spostare verso l’alto la funzione di produzione.
Ecco riflettendo a tutto questo mi viene da pensare che proprio noi storici avvalendoci della nostra conoscenza del passato e delle nostre capacità di analizzare il presente secondo prospettive di lungo periodo forse potremmo intervenire efficacemente nel dibattito per ridimensionare da una parte gli entusiasmi e dall’altra i timori suscitati da quell’insieme di manifestazioni che oggi si chiama globalizzazione, presentandone le premesse, prossime e remote, e mettendo in luce come le società del passato abbiano reagito e si siano adattate alle precedenti “transizioni”, non solo in termini materiali; ma costruendo un universo di simboli e di valori atti a ricondurre le angosce del futuro entro un quadro etico e politico favorevole allo sviluppo.
Tu parli di uno Stato e di un’industria in prevedibile ulteriore regresso, con il connesso rischio di un sovraccarico di responsabilità per un “individuo”, in realtà privato dei suoi tradizionali punti di riferimento in termini di valori e di ideologie. È, dunque, sul piano culturale che ci si deve muovere per “salvare” il nostro futuro?
Quanto sta capitando proprio in questi giorni dimostra, mi pare, senza possibilità di dubbio che si sta chiudendo un’epoca e che, se si vuole competere su un mercato sempre più globale, bisogna operare alcune scelte, non ulteriormente rinviabili. Il vero problema è che la crisi del così detto stato del benessere, la caduta delle ideologie, la perdita di peso degli stati-nazione a favore di realtà istituzionali più ampie o più piccole da una parte privano i più deboli di pur limitati ammortizzatori sociali e dall’altra concorrono ad esaltare gli egoismi ed il desiderio di affermazione del singolo.
“Vogliatevi bene”, “Siate egoisti” o “Coccolatevi” sono formule che non a caso tanto successo hanno nell’odierna comunicazione mediatica. Di fatto esse non fanno altro che trasmettere, amplificandolo, un messaggio che sembra essere profondamente penetrato nel tessuto connettivo delle nostre società e cioè che il successo, la ricchezza, la felicità debbono essere conquistate dai singoli senza guardare in faccia nessuno, senza rispettare niente, compresa talvolta la dignità e la vita degli altri.
Disvalori come questi, che pongono al centro l’individuo e ne esaltano oltre misura le funzioni e i ruoli, presentano alcune pericolose contraddizioni la cui soluzione non può essere affidata alla tecnologia. E qui mi rifaccio a quanto ho scritto osservando che: se, da una parte, la tecnologia apre nuovi orizzonti all’inventiva e all’intraprendenza dei singoli, dall’altra essa concorre a rendere la competizione per emergere ben più aspra che in passato e questo potrebbe determinare nuove marginalità socio-culturali e creare nuove contrapposizioni non più fra le classi sociali intese in senso marxiano, bensì fra coloro che sanno, possono e vogliono e coloro che non sanno, non possono o non vogliono.
Gerarchia del sapere e gerarchia del successo potrebbero innescare tensioni sociali non facilmente dominabili, portare allo scontro i ceti protagonisti dello sviluppo e quelli confinati nell’esecuzione e nel consumo e imporre, paradossalmente, nuovi, pesanti interventi statuali (io ho l’impressione che i recenti fatti di Genova e quelli che sicuramente seguiranno, oltre che una moda, siano un segnale preciso di questo malessere).
Possiamo utopisticamente sperare che la cultura, oltre che una consolazione per pochi, possa essere un’ancora di salvezza per i più? Io credo di sì; o meglio mi piace pensare che nulla sia scritto e che, alla fine, come è già capitato altre volte in passato, “lo spirito di costruttiva avventura che ispirò la linea di uomini da Copernico a Newton possa prevalere e che il comune interesse di preservare la civiltà industriale – e le diverse culture con essa – possa superare egoismi retrivi e far muovere in quella direzione le politiche dei governi”, poiché, come dice il poeta, “a prua della divina nave, il mondo, che solca il tempo e lo spazio tutti i popoli della terra navigano assieme, navigano lo stesso viaggio e sono diretti nella stessa direzione”.
Possiamo sperare che gli uomini alla fine siano in grado di elaborare un grande progetto capace di salvaguardare “la divina nave, il mondo, che solca il tempo e lo spazio” e nella quale “tutti i popoli della terra navigano lo stesso viaggio?”. Quanto sembra semplice, così enunciata, una ricetta del genere e quanto è complicata invece la sua realizzazione. La mera osservazione del presente ci spingerebbe ad essere molto pessimisti in proposito; ma da storici sappiamo che il genere umano, nella sua lunga corsa dal passato al futuro, ha affrontato altri momenti in cui tutto sembrava compromesso e ne è uscito dotandosi di nuovi strumenti culturali e mentali atti a gestire la complessità. La domanda è quali costi e quali sacrifici saranno necessari perché tutto questo avvenga?
Termini con una splendida frase di Karl Polanyi che vorrei riportare: “Ricercare la verità, attenersi ai comportamenti dell’etica, agire secondo la legge e nel rispetto dell’autorità. In modo incessante e coerente. Senza ritrarsi di fronte ad alcuna considerazione, e ridestando e mantenendo sempre vive le predisposizioni umane. Ricercare la verità al di là di qualsiasi tipo di verità di classe e di razza; seguire il sentiero dell’etica pura, nonostante i precetti precostituiti dei ‘moralisti’ e al di là di essi; fondare la propria posizione sulla giustizia, anche sfidando la legge, piegandosi soltanto di fronte all’autorità del bene e del vero, volgendosi contro ogni falsa autorità che poggia su un successo viziato e sull’esibizione del potere”. Ma come fare a riportare al dovere morale e civile un uomo che ormai vive solo di diritti, che dai grandi enunciati dell’89 si sono sempre più ridotti alla tutela del proprio benessere individuale (o al più comparativo), fisico e materiale, senza alcun riguardo ai suoi simili e alla comunità?
La domanda è importante e bella quanto la frase di Polanyi; purtroppo temo di non avere le doti necessarie per azzardare una risposta corretta. Posso solo osservare che, probabilmente, la cultura, come l’economia, è soggetta al temps cyclique e che alla fine un nuovo equilibrio più rispettoso dei nostri simili sarà ritrovato. Certo, come è capitato in passato, occorrerà del tempo perché un nuovo paradigma culturale possa affermarsi e l’umanità dovrà probabilmente pagare dei costi molto rilevanti perché questa ennesima “transizione” si completi. La prospettiva non è certo eccitante, ma non mi viene in mente niente di più confortante.
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