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Il tesoro dei poveri. Il patrimonio artistico delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (ex ECA) di Milano Alberto
Malfitano
commenta: ----------------------------------- Il tesoro dei poveri. Il patrimonio artistico delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (ex ECA) di Milano, Milano, Silvana Editoriale, 2001 ----------------------------------- È uscito da alcuni mesi un volume che merita di essere ricordato per il contributo che fornisce alla storia dei beni culturali, artistici e degli istituti assistenziali. Si tratta de Il tesoro dei poveri. Il patrimonio artistico delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (ex ECA) di Milano. Dietro l’IPAB, nome ostico e a molti poco conosciuto, si muove un’associazione che ha alle spalle una storia plurisecolare di assistenza alle fasce deboli della città: dapprima i poveri, oggi gli anziani. L’IPAB è infatti l’erede di tutte le organizzazioni caritative che da sette secoli operano nel capoluogo lombardo a favore degli indigenti.
A partire dal Trecento, un numero sempre più consistente di istituzioni preposte al soccorso dei cittadini più sfortunati ha connotato il tessuto urbano della città, tanto da fornire a Milano un primato assolutamente invidiabile in questo campo, come ricorda Giorgio Rumi nella introduzione al volume. Primato che nasce dalla spontaneità delle donazioni da parte di singoli benefattori, e che è cresciuto nel corso del tempo. Di certo non era una generosità del tutto disinteressata, in quanto volta a mantenere saldo un tessuto sociale che legasse strettamente alle classi sociali più agiate la massa di poveri che stentavano a campare, impedendo così che potessero trasformarsi in un pericolo per la gerarchia sociale cittadina. Ma si tratta di una generosità che a Milano raggiunge punte non conosciute altrove e che si esprime in decine di confraternite e “luoghi pii”, ognuno dei quali operante nel suo stretto ambito, ma tutti insieme finalizzati allo scopo di rendere la comunità più solidale e quindi più unita.
Solo successivamente, nell’epoca dell’assolutismo illuminato, Giuseppe II d’Asburgo decise di coordinare e razionalizzare la miriade di associazioni esistenti ponendole sotto il controllo statale, obiettivo poi confermato e seguito con maggiore convinzione dallo Stato napoleonico e ripreso nella seconda metà del XIX secolo da quello italiano. Si trattò di una decisione che, se da una parte ha accentuato l’efficienza della rete assistenziale milanese, dall’altra ha forse smorzato l’entusiasmo per la beneficenza da parte dei singoli cittadini, che hanno smarrito quell’attivismo e quella visibilità fatta di palazzi, di oratori, di cappelle, di opere d’arte, che fungeva da corollario importante all’opera assistenziale. Nell’ultimo secolo, poi, le distruzioni ingenti causate dai bombardamenti alleati durante il conflitto mondiale hanno accentuato un’opera di rimozione dalla memoria, o quantomeno distolto l’attenzione dei cittadini dalle IPAB, pericolo che invece occorre scongiurare.
Il tesoro dei poveri rientra nell’opera meritoria volta a sottrarre questo ente al calo di interesse in cui è recentemente scivolato, ed a far conoscere, oltre alla sua azione, anche il patrimonio morale, immobiliare e artistico con cui le varie organizzazioni assistenziali avevano arricchito nel corso dei secoli la città.
Il volume ha lo scopo principale di offrire un catalogo delle opere d’arte conservate nel patrimonio dell’ente, ma il suo significato e le sue potenzialità d’uso vanno ben oltre. In un momento più delicato del solito per le prospettive nazionali sulla conservazione dei beni culturali, Il tesoro dei poveri si offre non solo come uno strumento di valorizzazione di tesori che restituiscono a Milano una più completa dimensione di città d’arte, ma come preziosa testimonianza del reticolo sociale che di queste istituzioni caritative fu organizzatore e instancabile promotore attraverso lasciti e donazioni. Così, accanto alla descrizione dei quadri, che formano una parte cospicua del patrimonio IPAB, la biografia dei benefattori ritratti, basata su numerosi documenti d’archivio e redatta da una equipe storica di tutto rilievo, permette al lettore di contestualizzare l’opera caritativa, di evitare il pericolo dell’astrazione dell’opera d’arte rispetto alla sua cornice storica, di ripercorrere la vita di questi nobili, mercanti, commercianti, notabili, uomini (ma anche donne) che hanno, con la loro opera, sostanziato la rete caritativa milanese per tanti secoli. L’utilità per gli storici delle istituzioni e per quelli dell’arte è evidente, ma anche chi si interessa di storia dei costumi troverà abbondanti spunti per il proprio lavoro, per esempio nella foggia dei costumi, rappresentati dalla tarda età medievale fino a quella contemporanea.
D’altronde il volume ha il pregio di poter essere sia consultato con chiarezza per ricerche mirate a conoscere meglio il tal personaggio o il dato “luogo pio”, sia letto nel suo insieme come spaccato della buona società milanese (anche se mancano i beneficati in questa storia), grazie alla “stratificazione di storia e di documentazioni del vissuto antropologico” che il percorso della carità meneghina concede e che opportunamente Andrea Emiliani sottolinea nel suo intervento.
È d’altronde una carrellata di personaggi, questa compresa nei ritratti nella quadreria, di tutto rispetto, ma che non esaurisce il vasto patrimonio dell’IPAB: chiese, cappelle, poderi, sculture, costituiscono una parte del patrimonio, a cui va aggiunto l’ingente materiale cartaceo, e restituiscono agli studiosi una ricchezza pressoché inedita. La storia del territorio e delle grandi trasformazioni che lo hanno interessato trarrà sicuramente grande vantaggio dalla disponibilità dei documenti ad esso relativi che man mano emergeranno dal “forziere archivistico” dell’IPAB.
D’altro canto, proprio su questo numero di “Storia e Futuro”, un altro storico milanese, Franco Della Peruta, ricorda l’importanza degli archivi e delle biblioteche per lo studio della storia, e l’esistenza di fondi documentari spesso misconosciuti che giacciono in molte di essi. Il volume curato dall’IPAB e dal direttore del suo archivio, Marco Bascapè, fornisce un contributo rilevante per riportare alla luce una parte almeno di questo tesoro sommerso, che giace spesso vicino a noi senza possibilità di essere valorizzato dalle ricerche degli studiosi. L’augurio di tutti è che possa essere presto seguito da altre iniziative del genere e che la stessa IPAB prosegua in questa iniziativa di grande interesse.
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