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Stefano
Bucciarelli L’Europa e le sue differenze nella storiografia e nella didattica della storia: una esperienza
Il processo di integrazione europea
Il lavoro svolto, in prosecuzione con quello sopra riferito, nel successivo anno scolastico, è caratterizzato da alcune discontinuità, di cui è opportuno dare conto. Si è già detto che il gruppo classe è cambiato (un’altra ultima classe di liceo); il lavoro precedente era quindi acquisibile sulla base della consultazione dei materiali prodotti l’anno prima, non attraverso esperienza diretta. Inoltre il tema, in continuità cronologica con il precedente, in realtà rappresentava uno spaccato ben più precisamente delimitato: in pratica, il lavoro dell’anno precedente aveva isolato, nei manuali considerati, l’intera trattazione relativa ad un certo arco di anni (quelli della guerra e dell’immediato dopoguerra); ora si trattava invece di andare a cercare, in tutta la trattazione successiva, le pagine espressamente dedicate al processo di integrazione europea. Infine, mentre alcuni manuali rimanevano a base della consultazione, altri erano sostituiti; in particolare, sono stati abbandonati, anche per il motivo sopra detto di una insignificante trattazione dell’argomento, i manuali dell’Est europeo; la rappresentanza italiana è stata ridotta al manuale in adozione nella classe e il coro si è arricchito invece delle voci inglese e spagnola.
Il primo dato che colpisce gli allievi impegnati nella ricerca è la notevole diversificazione nella quantità di spazio dedicato alla trattazione dell’argomento e anche nella sua dislocazione. La questione non appare legata strettamente a impostazioni nazionali diverse, perché soluzioni diverse sono applicate da manuali anche dello stesso paese. Semmai qualche considerazione potrebbe farsi, come vedremo, in rapporto agli specifici programmi didattici.
Il modello ancora più diffuso sembra quello che inserisce la questione in paragrafi (e schede) variamente intervallati nel contesto di più ampi capitoli. È il caso del nostro I 1, che situa riferimenti in paragrafi del capitolo L’Europa divisa: le democrazie occidentali e la nascita della Cee (pp. 346-348) e del capitolo Gli anni novanta:Problemi e prospettive dell’Europa (pp. 443-445), presentando inoltre una scheda intitolata L’euro: che cos’è, che cosa cambierà (pp. 446-447).
Analogamente, il manuale tedesco D 1, all’interno del capitolo Politica internazionale dopo il 1945: concorrenza delle potenze mondiali e Europa, dedica riferimenti sparsi all’europeismo tra le due guerre (p. 196), poi al ruolo, anche militare, dell’UE nel quadro dei conflitti di nazionalità nei Balcani e dell’ex URSS. La parte centrale è però in uno schedone intitolato L’Europa sulla strada dell’Unione, a cui sono collegati diversi documenti.
Così, i due manuali spagnoli consultati (in realtà due edizioni successive del medesimo testo) dedicano ciascuno un paragrafo di due pagine, in questo caso deludendo chi avesse appreso da Pingel (2001) che “i manuali spagnoli sottolineano molto di più il tema dell’Europa. È pertanto evidente che, almeno dal punto di vista della coscienza storica pubblica, la Spagna non assume più quella posizione isolata in Europa che manteneva durante l’era di Franco” (p. 63). Ma va qui ripetuta la considerazione circa i criteri non inappuntabili della nostra selezione.
La scoperta più significativa è però che alcuni manuali cominciano a dedicare un intero capitolo, o modulo, al problema del processo di integrazione europea.
Ancora una volta si segnala un manuale francese. F 2 presenta un capitolo, Le modele européen, articolato in una introduzione, cinque paragrafi, una ricca proposta operativa (due pagine di affiches, due di documenti, una con la proposta di analisi di una prima pagina di Le Monde, una di Bilan finale): 20 pagine su 357, cioè più del 5% del volume.
Ma è da segnalare con evidenza D 2, che non sarà sottoposto alla stessa analisi nella nostra esperienza didattica, trattandosi di un manuale per ordine inferiore di scuola, ma sarà pure consultato con interesse. Anche questo manuale dedica alla questione dell’integrazione europea un capitolo, Europa, di 28 pagine (su 407, quasi il 7%), con una articolazione tematica a nostro avviso estremamente efficace dal punto di vista didattico: si parte, raccogliendo l’autorevole suggestione di Norman Davies, con il mito di Zeus e Europa; si dedica spazio e si suggeriscono attività motivanti sul significato che per un giovane può avere l’Europa; si presenta un arco ideale di tappe di una storia europea dall’antichità alla Seconda guerra mondiale; si passano poi ad esaminare, in successivi paragrafi, i problemi più legati alla storia recente del rapporto tra Germania e Francia e di quello tra Germania e Polonia; infine si inserisce il discorso sul processo di integrazione europea (di cui si danno le tappe fondamentali), si descrivono le istituzioni europee accentuando il ruolo del Parlamento, si chiude parlando dei rischi e delle opportunità connesse alla realizzazione di una unità, economica e non solo.
Anche per spiegare queste nuove impostazioni, non pensiamo che ci siano motivi per invocare sensibilità nazionali, quanto piuttosto orientamenti editoriali e proposte di autori che evidentemente raccolgono più o meno prontamente gli inviti delle autorità culturali e della storiografia europea. È pur vero che i casi rinvenuti appartengono ai due paesi che forse più significativamente hanno segnato dall’interno, con i loro rapporti reciproci, la vicenda dell’integrazione.
Un discorso a parte va fatto per la manualistica inglese. E non si tratta tanto della proverbiale insularità britannica, ma di questioni in primo luogo squisitamente didattiche. Lo stesso Pingel (2001) segnala le difficoltà di scegliere, in quel contesto, libri significativi degli orientamenti didattici, a fronte di una offerta estremamente ampia e variegata, ma soprattutto a fronte di una organizzazione essenzialmente modulare dei curricoli inglesi di storia: “Libri che erano stati sul mercato per decenni e che trattavano la storia cronologicamente dall’inizio alla fine, non sono più usati; si preferisce un sistema di raggruppamenti tematici. In tal modo, i libri di testo inglesi sono strutturalmente diversi dagli altri, principalmente cronologici” (p. 17). La qual cosa ci si mostra esemplarmente riscontrando come, per esempio, nessuno dei 17 capitoli di storia mondiale dell’inglese GB 2, pure preso in esame, sia dedicato alla questione o vi contenga accenni significativi (nemmeno quello dedicato alla Guerra fredda); invece, in GB 1, dedicato alla storia europea, si ritrova un intero capitolo sul processo di costruzione dell’Europa: si intitola Western european integration ed occupa 9 pagine, più 5 di esercizi, su 238 del volume complessivo.
Certamente i riscontri quantitativi relativamente alle ultime situazioni sopra presentate sono nettamente superiori rispetto ai dati del primo gruppo di manuali, che vanno dallo 0,5% di S 2, all’1% di I 1 e S 1, al 2% di D 1. Alcune considerazioni potrebbero valere ad attenuare la portata del reperto: in Spagna il programma coperto dal manuale dell’ultimo anno è relativo a due secoli, in Italia al ‘900, in Francia alla seconda metà del XX secolo. Sta di fatto che il rilievo risultante dall’intitolazione di un intero capitolo rimane un segnale di vera novità.
Se spostiamo l’attenzione sui contenuti, il primo dato che emerge comparando le analisi svolte dagli studenti è che le narrazioni degli inizi della costruzione europea presentano molti tratti comuni.
Una condivisa serie di ragioni per cui gli statisti europei si persuasero a muovere in direzione dell’integrazione europea dopo il 1945 è quella così raccolta in GB 1: “il discredito del nazionalismo e il fatto che, durante la guerra, gli stati nazionali europei non erano stati in grado di offrire un minimo di sicurezza ai loro abitanti contro gli aggressori; l’impatto della Guerra Fredda e i bisogni della difesa europea; il fatto che l’Europa aveva cessato di essere la forza dominante negli affari mondiali, rimpiazzata ora dalle due superpotenze, USA e URSS […]; il sostegno americano ad un’Europa forte, in grado di resistere contro l’aggressione sovietica, e dunque le consistenti pressioni americane verso l’integrazione; un modo di risolvere la ‘questione tedesca’ incorporando quello stato in una più ampia unità basata sulla sua riconciliazione con la Francia; una generalmente favorevole disposizione verso l’unione europea dei partiti cattolici” (pp. 206-207).
Sono considerazioni particolarmente caratterizzate in senso politico, a cui potrebbero aggiungersi quelle ideali così presentate, per esempio in D 1: “Durante la Seconda Guerra mondiale, rappresentanti dei movimenti della Resistenza sia dell’Ovest che dell’Est europeo svilupparono il concetto di un ordine europeo sovrastatale, precisamente con l’argomento che lo Stato nazionale del XIX secolo non poteva più da solo assicurare la pace, il benessere e la democrazia” (p. 246).
Sul medesimo piano di generale condivisione si trova il rilievo attribuito alle tappe fondamentali del processo: ad esempio, la consapevolezza che la cooperazione prende avvio di fatto dalla gestione del piano Marshall; l’attenzione al problema cruciale della risoluzione della questione franco-tedesca; il rilievo attribuito alla fondazione della Comunità del Carbone e dell’Acciaio, che va bene al di là di quello meramente economico; il riconoscimento del ruolo propulsivo che i Sei hanno fino al Trattato di Roma, e così via.
La tabella qui allegata degli argomenti fondamentali trattati offre una visione d’insieme in cui appare come la selezione degli eventi presentati dai vari manuali dipenda più dalla maggiore o minore ricchezza della trattazione, che da scelte che rivelino diversità cospicue di interpretazione storiografica.
 | | Figura 1: Contenuti relativi al processo di integrazione europea presentati dai vari manuali esaminati | | (Ingrandimento) |
Così è, probabilmente, per l’esame dei rapporti e delle frizioni che si registrano a livello internazionale, di cui è esemplare la vicenda del fallimento del CED per il voto contrario opposto dalla Francia, con un voto che vide uniti gollisti e comunisti.
Questo discorso non vale però per la questione dei rapporti tra Europa e Regno Unito, caratterizzata dal veto gaullista che impedì, lungo tutti gli anni ’60, la adesione inglese. In questo caso i due manuali F 2 e GB 1 ci presentano con tutta evidenza una contrapposizione di interpretazioni di chiara impronta nazionale. Da un lato, F 2, ricordando il veto opposto da De Gaulle nel 1963 e nel 1967 alla candidatura britannica, ne avalla questa spiegazione: “Egli stimava in effetti che gli orientamenti inglesi sarebbero stati incompatibili con i principi del mercato comune. Il seguito sembra dargli ragione”. Ed il seguito avrebbe messo in luce, a giudizio degli autori, interessi concreti, ed anche visioni strategiche in effetti difformi rispetto agli interessi del gruppo storico (o, comunque, della Francia): “ Gli inglesi esigono nel 1974 e nel 1975 due rinegoziazioni destinate a ridurre i loro contributo al budget comunitario. Chiedono pure una riforma della politica agricola comune e vogliono limitare la CEE a una semplice zona di libero scambio aperta sull’Atlantico” (p. 170). D’altro canto, GB 1, che non nasconde una originaria prevenzione inglese nei riguardi del mercato comune (“All’inizio i britannici, che si vedevano soprattutto come una potenza mondiale con ampie proiezioni oltremare, reagirono alla CEE proponendo una più ampia area di libero mercato di cui facessero parte la Gran Bretagna, la CEE e gli altri paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea”), riconduce la posizione di De Gaulle alla sua volontà di utilizzare l’Europa come base del potere francese: egli, “muovendo dal suo precedente atteggiamento di ostilità nei confronti della Comunità, considerava i Sei un gruppo non solo utile dal punto di vista economico, ma anche utilizzabile per gli interessi politici francesi, […] egli desiderava escludere un potenziale rivale dalla Comunità e opporre una resistenza alla supremazia anglo-sassone in Europa”. In questo senso la posizione di De Gaulle sarebbe stata non dissimile da quella, successiva, di Margaret Tactcher: entrambi evidenziano “la tenacità dell’idea nazionale in condizioni di crescente interdipendenza economica” (pp. 210-211).
Gli ulteriori sviluppi della costruzione europea, documentati dalla manualistica, secondo ciò che si è detto, con maggiore o minore ricchezza informativa, lasciano il campo a questo punto ad una serie di considerazioni storico-politico sui problemi e le prospettive che in particolare si sono aperte con Maastricht: ne esce un quadro molto variegato di luci ed ombre, che è difficile interpretare univocamente ed in cui si ha l’impressione che siano in gioco punti di vista e accentuazioni proposte dagli autori dei manuali, oltre che sensibilità nazionali che ancora traspaiono, più che filoni interpretativi ben strutturati.
Così troviamo I 1 tra i più sensibili a sottolineare le novità di Maastricht, non solo per il futuro monetario dell’Europa, ma per il fatto che indica “nella cittadinanza europea, nell’adozione di una politica comune per la sicurezza, nello sviluppo di iniziative coordinate nella politica sociale e del lavoro gli obiettivi prioritari dell’Unione” (p. 444).
Più tiepidamente E 2 sottolinea come Maastricht sia in certo senso la risposta ad “una situazione difficile” attraversata “durante il 1992 e 1993, a causa del deteriorarsi della situazione economica” e ricorda come “Il trattato fu ratificato, non senza qualche difficoltà, come avvenne in Danimarca o in Francia, dai parlamenti e dai cittadini dei paesi membri” (p. 311). I casi citati sono, come è noto, quelli dei paesi che dettero luogo a referendum: in Danimarca questo riuscì solo al secondo tentativo, mentre in Francia la decisione a favore fu raggiunta solo con una maggioranza relativamente ristretta.
Le vicende tedesche, legate in questo caso all’unificazione, sono ancora centrali per D 1: “L’ordine di pace in Europa, che dopo la fine del conflitto Est-Ovest doveva essere tenuto a battesimo, dovette in primo luogo reagire di fronte alla paura di una Germania dominante dal punto di vista politico ed economico. La questione di un vincolo della Germania si pose anche nell’interesse del paese stesso che voleva dissipare tutti i dubbi dell’integrazione politica dell’Europa attraverso una accelerazione” (D 1, p. 251). È D 2 a segnalare con molta evidenza come durante la discussione sul trattato di Maastricht i tedeschi abbiano provveduto a cambiare la costituzione: l’art. 23 della Costituzione, al 1° comma, ora recita: “La repubblica federale tedesca collabora per la realizzazione di una Europa unita nel contesto dello sviluppo dell’Unione europea. La Federazione può trasferire a questo fine attraverso legge con l’approvazione del Bundesrat il diritto di sovranità” (p. 348).
Altre questioni aperte sono variamente sottolineate dai vari manuali.
Abbastanza presente è quella della legittimazione democratica delle istituzioni comunitarie. Sul tema si distinguono ancora i manuali tedesco e francese: “Il mandato indiretto della Commissione europea di Bruxelles e del Consiglio dei ministri europei non è più sufficiente a rendere visibili ai cittadini la trasparenza delle decisioni” (D 1, p. 247); “Il Consiglio dei Ministri che prende le decisioni deve raggiungere l’unanimità. La Commissione di Bruxelles è ridotta ad una funzione di organo proponente ed esecutivo e il Parlamento, formato da eletti a livello nazionale, non ha che un ruolo consultivo. Accettabile in una Comunità di Sei, questo compromesso diviene impraticabile in un’Europa allargata. […]” (F 2, p. 174).
Egualmente attenti sono i due manuali sul rilievo delle questioni sociali aperte, e del tutto esplicitamente afferma D 1: “Le fasce sociali deboli e gran parte del ceto medio hanno paura di perdere le sicurezze dello Stato sociale che lo stato nazionale garantisce loro in un ‘superstato’ dominato dagli interessi economici” (p. 247). Sulla stessa lunghezza d’onda I 1: “[…] la stabilità monetaria è indispensabile all’Unione, ma lo è altrettanto una politica del lavoro che accresca l’occupazione. Aggiungiamo che le politiche di rigore finanziario fin qui seguite, centrate prevalentemente su una riduzione della spesa pubblica a fini sociali, non possono intaccare la sicurezza sociale (pensioni, salute, indennità di disoccupazione) oltre un limite ritenuto accettabile dal cittadino europeo; né può essere disattesa quell’esigenza di protezione delle fasce più deboli della popolazione che la cultura politica ed economica dell’Europa continua a considerare fondamentale. Come conciliare rigore economico e finanziario, giusta tutela dei più deboli, lotta alla disoccupazione?” (p. 444).
Le difficoltà in politica estera sono segnalate, tra gli altri, in modo netto da E 1, che parla della “incapacità europea a disimpegnare un ruolo pacificatore nella guerra civile della ex Iugoslavia” (p. 334). È comunque F 2 che inserisce il discorso nel quadro più ampio del difficile dialogo con gli Stati Uniti: “Nel corso dell’ultimo negoziato GATT, denominato Uruguay Round, l’Europa ha accettato una riduzione del suo sostegno all’agricoltura. Essa si è impegnata, dopo Maastricht, nell’elaborazione di una PESC (Politica estera e di sicurezza comune), che prevede alla conclusione l’attivazione di una difesa comune. Questo grande cantiere, reso urgente dall’impotenza dimostrata dalla Comunità di fronte alla guerra civile nell’ex-Iugoslavia, si scontra con la volontà americana di mantenere la preminenza della NATO. Analogamente la creazione dell’euro pone la delicata questione del ruolo della moneta unica a fronte del dollaro” (p. 176).
Il tema generalmente dominante in chiusura è comunque quello dell’allargamento della Comunità. Resta naturalmente tutto aperto il problema di come esso sia percepito da parte dei paesi candidati all’ingresso nell’Unione: se esaminato dal punto di vista dei manuali scolastici, anche non volendo sopravvalutare la nostra sicuramente limitata esperienza, diremmo che ancora esso stenta non poco ad essere semplicemente messo all’ordine del giorno. I manuali da noi presi in esame, invece, che sono tutti di paesi interni all’Unione, lo assumono quasi tutti come prospettiva ormai scontata, da valutare per altro con ponderazione dei problemi aperti. Citiamo ad esempio due passaggi, rispettivamente del manuale inglese e di quello italiano: “Il dibattito originario sull’integrazione si è ora riproposto in discussioni sul fatto se la Comunità debba essere ‘allargata’ o ‘approfondita’, o entrambe le cose, circa insomma l’estensione territoriale e l’estensione della centralizzazione dei processi decisionali” (GB 1, p. 211); “È chiaro che una Unione politica europea allargata risulterà ancor più difficile da governare e comporterà, data la situazione economica dei possibili nuovi ingressi, pesanti costi che andranno ripartiti fra i paesi più forti; d’altro canto, è difficile pensare che un consolidamento economico e politico di quelle aree, nonché un effettivo progresso civile dell’intero continente, possa avere luogo senza uno sviluppo del processo di unificazione” (I 1, p. 445).
L’impressione è dunque che la manualistica europea, quella più aggiornata, rilanci gli interrogativi politici dell’attualità facendo anche in questo caso risuonare una certa diversità di accenti. Ma, ragionando in particolare sulle non del tutto sopite divergenze storiche a base nazionale, è parso che, man mano che l’attenzione viene spostandosi sui temi più urgenti e vicini a noi, l’importanza di quei fattori nazionali possa attenuarsi, per dar spazio, nella considerazione degli autori dei manuali, alla consapevolezza, pur non acritica e non poche volte venata di scetticismo, che i problemi sul tappeto sono comuni. Insomma, ci pare che le famose differenze europee possano oggi essere affrontate con ottica sempre più disposta al dialogo, alla contaminazione, all’incontro: una ragione in più, forse, per riaffermare che l’ensemble esiste.
L’esperienza proposta a livello scolastico di confronto tra pagine di manuali di diverse nazioni europee si è mossa appunto nell’ottica di promuovere siffatti intendimenti ed atteggiamenti. Essa, che è sicuramente da mettere a punto in sperimentazioni di più ampio respiro, previa analisi delle difficoltà che in situazioni diverse si potrebbero incontrare e al netto degli errori che sicuramente sono stati commessi, ci pare comunque dimostrare la validità, dal punto di vista della formazione storica, di una attività comparativa che rappresenti qualcosa di più di uno sguardo curioso rivolto fuggevolmente all’altro.
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