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Stefano
Bucciarelli L’Europa e le sue differenze nella storiografia e nella didattica della storia: una esperienza
Guerra mondiale e Resistenza
Entrando nei contenuti della prima parte del lavoro[8], quella centrata sulla Seconda guerra mondiale e sull’immediato dopoguerra, un primo elemento che si impone all’analisi degli studenti è il confronto relativo alla presenza delle vicende nazionali nella narrazione.
È uno dei temi su cui la ricerca di Pingel si mostra particolarmente attenta e non è difficile riscontrare la sua stessa conclusione, per cui “la storia nazionale resta in primo piano”, dato che “ciascun paese si considera quale punto di partenza dell’esposizione” e “i contenuti europei o globali” sono generalmente “discussi spesso solo se hanno un effetto immediato sulla storia nazionale di un paese” (p. 46). Per la verità, il periodo considerato è caratterizzato da particolare intersezione tra le vicende europee, i presupposti totalitari (fascismo e nazismo) sono generalmente considerati come capitoli immancabili, lo stesso scenario della guerra posto sotto attenzione è essenzialmente europeo. Orbene, nella narrazione delle vicende della Seconda guerra mondiale, nei manuali italiani analizzati, le vicende relative all’Italia sono inserite nella narrazione via via che acquistano importanza (l’ingresso in guerra, la caduta del fascismo, la Resistenza, ecc.). Lo spazio dedicato all’Italia in rapporto alle vicende che vedono al centro dell’attenzione altri paesi varia da meno di un quinto (I 2) a circa un terzo (I 4). Nei testi stranieri analizzati la trattazione più simile è quella del testo francese F 1, che però sviluppa il discorso in tre capitoli tematici: uno sulle vicende della guerra (sintetico, informativo, ad ampio raggio); uno (L’Europe occupée) centrato sull’Europa nazista, la “Soluzione finale”, le Resistenze all’ “ordine nuovo” hitleriano; uno centrato invece sulla Francia nella Seconda guerra mondiale (con attenzione al regime di Vichy, al regime di occupazione, alla Resistenza). Il testo tedesco D 1 affronta i temi all’interno di due grandi capitoli, anch’essi tematici, dedicati rispettivamente a Democrazia e dittatura al tempo delle due guerre e alla Politica internazionale al tempo delle guerre mondiali, con un’attenzione alla Germania quantificabile in un 50 per cento di testo. La maggior presenza delle vicende nazionali tedesche collima con il reperto di Pingel (2001): la sua spiegazione, che si estende anche al di là del periodo considerato, risulta per altro del tutto convincente, “La Germania è, per così dire, il punto di intersezione degli sviluppi politici di questo secolo, essendo stata fortemente coinvolta nell’origine delle due guerre ed avendo fatto esperienza dei regimi democratico, fascista e comunista” (p. 47). Per altro, la più recente riunificazione si è posta come evento centrale del processo di costruzione dell’integrazione europea. La quota di storia nazionale da lui rilevata nei manuali tedeschi (tra 40 e 70%), “una delle più alte in Europa occidentale”, non torna quindi “a svantaggio della storia europea”, ma semmai “della storia mondiale, la cui quota si è generalmente ridotta rispetto ai manuali degli anni ‘80” (p. 48).
Assai più caratterizzati dalle vicende nazionali sono i due testi dell’Est europeo (quello iugoslavo intitola il capitolo La seconda guerra mondiale e la resistenza iugoslava, facendo di questo secondo tema, dopo una prima parte più generale dedicata al quadro europeo che porta alla guerra, quello centrale: ad esso saranno variamente intitolati sei dei sette capitoli successivi).
Anche su questo Pingel offre conferme (ma anche controesempi), rilevando come, nella attuale situazione, particolarmente in situazioni ancora calde, come negli stati emersi dallo smembramento della vecchia Iugoslavia, “l’argomento centrale è il problema dell’autodeterminazione nazionale, in particolare durante il XX secolo, mentre la dimensione europea appare come una questione appena secondaria” (pp. 49-50). In effetti, abbiamo verificato come almeno i manuali di cui disponevamo non avrebbero poi dedicato che modesti accenni informativi al processo di integrazione europea, per cui la loro analisi sarà abbandonata nella seconda parte del lavoro.
Una interessante e più diretta controprova per i nostri alunni è stato nel verificare la presenza italiana nei manuali esteri. Si scopre così che essi, generalmente, sviluppano un intero capitolo dedicato al fascismo italiano, presentando invece un ruolo molto ridotto per l’Italia nella Seconda guerra mondiale.
Il testo tedesco D 1 vede l’ingresso in guerra dell’Italia solo come premessa di un aiuto che necessariamente l’esercito tedesco dovrà fornire all’alleato: “[…] Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania. Per sostenere gli obiettivi militari italiani in Nord Africa e nel Mediterraneo, le truppe tedesche occuparono la Jugoslavia, la Grecia e un ‘Afrikakorps’ passò dalla Tunisia alla Libia” (p. 204).
Lo stesso testo ritorna sull’Italia a partire dal ’43, in modo risultato ai nostri alunni sorprendente: “[…] Dopo la sconfitta dell’alleanza tedesco-italiana in Africa, gli Alleati, nell’estate del 1943, sbarcarono in Italia. Questo comportò la caduta di Mussolini, che dovette ritirarsi in Italia settentrionale, in territorio tenuto (gehaltene) dalle truppe tedesche” (p. 206).
Non enfatizza la posizione dell’Italia neanche F 1, mentre in YU le citazioni colpiscono in quanto valgono a sottolineare l’ostilità italiana: “La monarchia iugoslava trovò nell’Italia l’avversario accanito che cercava di occupare i Balcani, a partire dall’Albania. L’Italia appoggiava tutte le forze separatiste antiiugoslave” (pp. 100-101). L’Italia dimostrerà poi i suoi orientamenti con la costruzione della Grande Albania nelle terre occupate.
Un tema su cui si registra un consenso diffuso è quello delle responsabilità della guerra. Tutti i manuali le individuano nella Germania nazista: “A provocare il conflitto fu la politica di conquista e di aggressione della Germania nazista” (I 4, p. 490). Nonostante questo, non si escludono responsabilità anche delle altre potenze, sia, ovviamente, di quelle che ne furono alleate, Italia e Giappone, che di quelle avversarie: Francia e Inghilterra, illuse nella politica di appeasement, deboli a Monaco nei confronti di Hitler; e URSS (patto di non aggressione, successiva divisione della Polonia; l’emblematico episodio delle fosse di Katyn è citato, nei manuali italiani, in I 5 e in I 3).
Sotto questo rispetto, la posizione più interessante da analizzare è risultata proprio quella presentata dal manuale tedesco. Secondo il testo D 1, la responsabilità tedesca è acclarata e si tratta semmai di discutere della riconducibilità più o meno diretta della guerra ai programmi iniziali di Hitler. Secondo gli autori di questo manuale uno dei caratteri più marcati di questa guerra è quello di essere una “guerra razziale”: “Ma la guerra fu soprattutto un evento tragico quanto illogico, provocato dal delirio del nazismo tedesco. Tale era infatti il progetto di sottomettere gli altri Paesi al dominio della Germania, di annientare il comunismo e i popoli slavi, di elaborare lo sterminio pianificato degli ebrei e delle razze considerate inferiori” (p. 185). Dei vari aspetti di questa “guerra razziale”, D 1 compie una disamina molto accurata, non eludendo il problema della responsabilità più ampia della popolazione: “A questi assassinii hanno partecipato centinaia di migliaia di persone in Germania e in Europa, come medici, come poliziotti, come ferrovieri, come produttori di beni e servizi, come produttori e fornitori di gas, come soldati e come personale del lager SS. Solo pochi hanno protestato”, (La Germania nella Seconda guerra mondiale, pp. 95-96). Anche nella trattazione precedente, D 1 aveva denunciato una acquiescenza colpevole. Così, per esempio, aveva commentato la Kristallnacht: “Il pogrom effettuato nella notte dal 9 al 10 novembre del 1938, la cosiddetta notte dei cristalli, ha tre aspetti: la volontà non nascosta di annientamento, la completa mancanza di diritti degli ebrei in Germania, la noncuranza (Wegsehen) della popolazione tedesca”. (La politica razziale del nazionalsocialismo, pp. 94-95).
L’evidenza con cui l’argomento dell’antisemitismo è trattato è diversa, anche se l’informazione di base non manca in nessuno dei manuali analizzati. I 3 vi dedica poche righe nel capitolo sulla guerra, ma aveva però un paragrafo sull’antisemitismo in un precedente capitolo sul nazismo. Sono apparse alquanto generiche espressioni come queste: “Fu questo il più grande massacro della storia mondiale, un ‘olocausto’ che immolò più di cinque milioni di vittime innocenti” (I 2, p. 303). Maggior rilievo storiografico al problema è data in I 4, che dedica una scheda alla questione dei genocidi nella storia e della “unicità” di Auschwitz. Maggiore visibilità ha il problema in I 5, che titola l’intero capitolo La Seconda guerra mondiale e il genocidio degli ebrei e che dedica al problema due ricchi paragrafi, che si chiudono con il tema della inesplicabilità dell’esperienza dei lager.
Dei manuali esteri, si è detto che F 1 dedica un capitolo quasi per intero al problema, con grande ricchezza di dati, fotografie, statistiche, cartine.
Aggiungiamo il rilievo che YU dà all’aspetto razziale della politica dello stato croato “ustascia” di Ante Pavelic, considerato emulo della politica nazista: “Lo stato fu organizzato secondo regole naziste. L’obiettivo era di costruire uno stato etnicamente pulito. Progettarono di annientare le etnie inferiori, Ebrei, Serbi e Rom (zingari, considerati ‘senza valore’). Dalla fine di aprile 1941 cominciarono i massacri…. Furono costruiti i campi di sterminio […] in due mesi abbandonarono la Croazia 100 mila profughi, che si rifugiarono in Serbia. I sacerdoti ortodossi furono perseguitati e le chiese bruciate.[…] La chiesa cattolica di Roma non condannò mai i crimini compiuti dagli Ustascia”. Si dà a questo riguardo rilievo alla figura dell’arcivescovo di Zagabria Stepinaz, che “incitava gli ustascia” nella loro politica. Una foto documenta il campo di concentramento di Jasenovac, dove “furono uccisi 700.000 persone” (p. 120). Sarebbe stato naturalmente interessante confrontare queste affermazioni con quelle di un manuale croato[9].
I movimenti di resistenza svilupparono a livello europeo l’obiettivo comune di sconfiggere il “nuovo ordine” nazista e fascista, di combattere i governi o movimenti collaborazionisti, di dare corpo alla ribellione morale di ampi strati della società civile. Di questo tipo sono le valutazioni ricorrenti nei manuali esaminati. Per altro, quegli stessi movimenti si caratterizzarono per varianti nazionali anche molto forti, ciò che egualmente emerge nella manualistica, il cui esame proprio su quest’ultimo aspetto ci fornisce elementi importanti di valutazione.
Sulla presenza della Resistenza italiana nella manualistica estera, abbiamo riscontrato conferme a questa scarsa presenza delle vicende italiane in generale. Nei manuali italiani si dà invece, naturalmente, ampio spazio alle vicende 1943-45, con valutazioni articolate ed anche in parte diverse, comunque avvertite del più recente dibattito storiografico (e non solo) sulla questione.
Viceversa, il peso delle Resistenze europee al di fuori dell’Italia, sulla manualistica italiana, è vario. Modesti accenni in I 3 (7 righe, a p. 295, con citazione di Francia e Iugoslavia). Più articolata la trattazione in I 4 (2 sottoparagrafi con citazione, in più, della Grecia), ma pur sempre generica.
Assai più dettagliato nei particolari è il quadro di I 2 (pp. 326-329). Vi si parla di: Francia (dal movimento “France libre” di De Gaulle al “Consiglio nazionale della Resistenza”); Iugoslavia (con la contrapposizione tra i comunisti di Tito e i “cetnici” serbi di Mihajlovic); Grecia (con la contrapposizione tra EDES, Unione nazionale greca democratica, e ELAS, Esercito nazionale popolare di liberazione); Polonia (caratterizzata dalla concorrenza tra la maggioranza dei resistenti polacchi organizzati nell’Esercito dell’interno, e i comunisti dell’Esercito popolare, che dettero vita ad un “Comitato polacco di liberazione nazionale”, poi proclamatosi governo provvisorio, riconosciuto dall’URSS in opposizione al governo di Londra; la situazione porta al dramma dell’insurrezione di Varsavia); URSS (la resistenza quantitativamente più rilevante, con un milione di persone); Germania (con i movimenti cospirativi “Cappella rossa” e “Rosa bianca” e l’attentato contro Hitler di Claus von Stauffenberg).
Il quadro è ampio anche in I 5 (pp. 228-231), dove si hanno importanti, espliciti giudizi su: a) l’importanza della Resistenza italiana nel quadro europeo (“Benché tardiva, quella italiana non fu affatto un episodio minore; fu la seconda per importanza dopo quella iugoslava, o la terza, se si considera anche quella sovietica”); b) il carattere unitario della Resistenza italiana e di quella francese (“In Italia e in Francia, salvo episodi del tutto marginali, le due Resistenze, quella democratica e quella comunista, operarono di comune accordo, proseguendo quindi lo sforzo antifascista dei Fronti popolari”); c) la peculiarità della resistenza sovietica (“Si trattava di civili inquadrati e armati dall’Armata rossa […]. Non avevano nessuna forma di autonomia, né politica né militare”); d) le divisioni interne che segnarono altre Resistenze.
Nei manuali esteri consultati, F
1 presenta una panoramica europea simile per ampiezza ai due ultimi manuali italiani citati (pp. 288-291), ricca soprattutto di elementi informativi e documenti, con i cenni citati alla Resistenza italiana, maggiori dettagli su Iugoslavia e Polonia (compreso il documento di una testimonianza sull’insurrezione di Varsavia).
Nei manuali YU e P, ed anche, seppure in misura minore in D, il peso degli eventi nazionali è assolutamente prevalente.
In P abbiamo seguito la parte dedicata all’insurrezione di Varsavia (agosto-ottobre 1944), vicenda che manca totalmente nel nostro libro di testo (dove si dice solo che dal luglio ’43 “L’Armata rossa iniziò una lenta ma inarrestabile avanzata che si sarebbe conclusa solo nell’aprile-maggio ’45 con la conquista di Berlino”) ed invece occupa nel manuale polacco le pp. 333-339. Il racconto evidenzia le divisioni interne alla Polonia. “Con l’Armata rossa alle porte di Varsavia e la rivalità tra AK, Esercito dell’interno legato al governo londinese, e AL, Esercito popolare legato al PKWN e all’URSS, la decisione di intraprendere la lotta [la decisione sull’insurrezione di Varsavia] conteneva in sé le caratteristiche di una tragedia greca: ognuna delle scelte era una scelta terribile”.
In YU, rimane confermato il ruolo assolutamente prevalente della resistenza comunista guidata da Tito. Si valorizza il ruolo anche di altre forze democratiche (Chiesa, ufficiali), ma sui cetnici di Mihailovic il giudizio è negativo: “a volte combattevano contro l’occupante, a volte ‘collaboravano’” perché il loro scopo principale era comunque “combattere i comunisti” (p. 144).
Non è trattata la questione delle foibe, del resto presente solo nella manualistica italiana.
Anche D 1 concentra la trattazione sulla questione nazionale, evidenziando l’attività di gruppi formatisi tra i militari e nell’amministrazione dello Stato che si impegnarono per la fine del nazionalsocialismo. Il culmine di questa resistenza in mezzo ai militari e all’amministrazione dello Stato fu il fallito attentato fatto con una bomba contro Hitler da Claus Graf Schenk von Stauffenberg il 20 luglio 1944.
A dir la verità, la questione tedesca sembra proprio essere quella di una mancanza di una incisiva Resistenza. Per questo, appaiono di particolare interesse, sempre in D 1, alcune parti, che non hanno generalmente riscontro negli altri manuali, dedicate ad indagare la questione del rapporto della popolazione tedesca col nazismo. Più in generale, è il coinvolgimento nell’intera politica di guerra a far riflettere: “Ma perché i tedeschi si sono lasciati guidare, pronti, senza fare resistenza verso la guerra? […] I militari salutarono il riarmo senza capirne il rischio, ma erano pronti comunque ad onorare il successo perché l’onore che il successo di fatto che la politica di Hitler faceva registrare andava a loro vantaggio. Similmente si può dire della grande industria, che guadagnava bene negli armamenti. Anche qui nel ’36 e fino al ‘38 ci fu una resistenza contro la tendenza a marciare direttamente verso la guerra e il conseguente ritiro dagli scambi di merci internazionali. Tuttavia ci furono potenti industrie, come la IG Farben, che intesero l’espansione diretta verso l’Est come una garanzia per lo smercio dei propri prodotti chimici. La politica estera di Hitler era popolare in Germania persino presso uomini e donne che stavano ad una certa distanza dal nazionalsocialismo. L’aver rigettato i trattati di Versailles, ristabilito la grandezza nazionale fecero sì che molti si unissero a festeggiare il Fuhrer nelle grandi manifestazioni. Non ebbero paura i tedeschi quando i comunisti e i socialdemocratici venivano arrestati o quando le sinagoghe erano bruciate, ma solo quando nella crisi cecoslovacca si trovarono di fronte alla grande guerra. Tuttavia, come si sarebbe potuto trasformare allora questa paura in azione politica, in protesta contro il governo? E alla fine il successo scatenò di nuovo le emozioni e trasformò la paura addirittura in consenso […] (Consenso di massa verso i successi in politica estera?, pp. 202-203).
La ricaduta didattica della consultazione di questi ultimi testi è risultata la più significativa, non solo per l’arricchimento informativo che si è conseguito, ma anche perché in questo caso il punto di vista altrui ha prospettato due questioni – la divisione interna tra i movimenti di resistenza e la necessità di riflettere anche in modo autocritico sulle responsabilità del “consenso” – cariche di suggerimenti anche per l’analisi della realtà italiana.
Passando al giudizio prevalente nella manualistica esaminata, sia italiana che estera, relativamente alla situazione dell’Europa al termine della Seconda guerra mondiale, si può anche qui evidenziare una base comune, con giudizi simili a questo di I 2: “Il conflitto modificò radicalmente la gerarchia politica degli Stati, collocando in primo piano sulla scena internazionale gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica […] e accentuando il declino dell’Europa indebolita e instabile […]. L’Europa si trasformò così da soggetto in oggetto della grande politica mondiale, il cui destino passò nelle mani delle due superpotenze coloniali” (p. 349-350). In questa prospettiva Patto Atlantico e Patto di Varsavia sono generalmente presentati come alleanze speculari e contrapposte, praticamente obbligate.
Alcuni manuali vedono così passare in secondo piano le tensioni ideali che avevano caratterizzato la guerra contro il fascismo e il nazismo. Così I 4: “Mentre all’Est l’edificazione e la conservazione dei regimi comunisti si realizzarono a prezzo di sanguinose repressioni e di interventi armati, in Occidente si ebbe il paradosso di un’America, già paladina della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli, che si trovò, in nome della difesa del ‘mondo libero’, ad appoggiare anche regimi autoritari” (p. 526).
Col minor determinismo che viene anche dalla consapevolezza di quanto la divisione avrebbe pesato sulla storia tedesca, un giudizio sostanzialmente analogo è in D 1: “La Guerra Fredda fu il risultato non soltanto della sfiducia reciproca. Il confronto che si svolse dal 1947 al 1980 non era un processo inevitabile venuto fuori da idee e sistemi politici contrapposti. Le cause si trovano nelle occasioni lasciate cadere dopo la vittoria sulla Germania e sul Giappone. Perché però furono lasciate cadere le occasione di una cooperazione? Con la capitolazione della Germania e del Giappone l’ordinamento mondiale del periodo tra le due guerre fu distrutto. La Germania, come grande potenza al centro dell’Europa, era tramontata, ma anche le vecchie potenze europee, Francia e Inghilterra, non erano più i fattori decisivi della grande politica. Certamente appartenevano ai vincitori, ma non potevano più esercitare nessuna politica da grande potenza. Gli stati europei divengono oggetto di politica mondiale” (p. 236).
In realtà, questa divisione fu il frutto di una serie di atti successivi e il suo carattere precostituito è, in linea teorica, da alcuni manuali, escluso. Il fatto che essa risalga alle decisioni prese nella Conferenza di Yalta è così considerato da I 3 (p. 300) “luogo comune”; I 5 sottolinea che a Yalta fu decisa la spartizione della Germania, mentre “sulla Polonia l’accordo non si trovò” (p. 247).
Una lettura molto ampia di questo accordo che è generalmente posto all’inizio della divisione in blocchi è proprio nel manuale della Polonia, paese che rimase particolarmente schiacciato dagli interessi delle due superpotenze, dove si ha una valutazione storiografico-politica assai complessa: “Per molti anni la storiografia ufficiale polacca ha sostenuto che la conferenza di Yalta aveva stabilito un ‘nuovo ordine democratico’ a livello mondiale, mentre in maniera rumorosa la storiografia occidentale e quella dell’emigrazione ha affermato che la conferenza aveva deciso della divisione dell’Europa in sfere d’influenza, ‘consegnando’ la Polonia e tutta l’Europa ad est dell’Elba nelle mani dell’Unione Sovietica”. Al passaggio fra gli anni settanta e gli anni ottanta quelle interpretazioni si sono rovesciate in modo paradossale. Il movimento di storiografia e pubblicistica storica indipendente dal potere, che iniziava allora a svilupparsi, metteva in rilievo come le decisioni di Yalta sulle “libere elezioni”, sul diritto dei popoli alla “scelta del sistema politico” non fossero poi state rispettate e, a sua volta, la propaganda ufficiale iniziava a ribadire che “il sistema di Yalta è immodificabile, il che doveva significare che la Polonia era condannata ad una sovranità dimezzata e che i tentativi di rendersi indipendenti dall’URSS erano da considerarsi un tentativo di rovesciare le fondamenta dell’ordine postbellico stabilito a Yalta” (p. 285).
Anche la Iugoslavia fu nell’occhio del ciclone. YU ci presenta la posizione iugoslava del dopoguerra come animata dalla volontà di continuare “la collaborazione tra tutti i paesi socialisti, ma rispettare la politica di ogni paese” (p. 149). “Il Cominform – continua il manuale – aveva il compito di aiutare lo scambio di esperienze dei vari partiti comunisti nella lotta contro l’imperialismo, ma fu subito chiaro che Stalin, attraverso il Cominform, voleva aumentare il proprio dominio”. Si arriva così alla rottura del ’48. Dapprima “si accentuò la pressione di Stalin verso il partito comunista iugoslavo con una serie di lettere in cui lo si accusava apertamente di abbandonare il marxismo e di agire in modo non corretto con l’URSS”. Poi, il ritiro degli esperti sovietici, l’annullamento dei trattati economici e militari, fino alla conferenza di Bucarest a cui gli iugoslavi non mandarono rappresentanti e dove fu sancita la rottura. Tito sarà da allora l’alfiere dei paesi non allineati.
La questione più emblematica della divisione dell’Europa del dopoguerra è quella della Germania. La divisione di questo paese è generalmente considerata inevitabile. Eppure, anche in questo caso, una gradualità è sottolineata in D 1: “La politica oscillava tra cooperazione e conflitto e condusse solo per gradi successivi alla divisione della Germania” (La strada verso la fondazione di due stati tedeschi, p. 293).
Sul problema della denazificazione, è interessante la valutazione del processo di Norimberga. I 5 considera l’operazione dotata di “basi morali solide, ma basi giuridiche fragili” (p. 251). Particolarmente interessanti le informazioni di D 1, che sottolineano come l’esito di Norimberga fu ben poco rispetto a quello che in Germania si è fatto poi, quasi a voler sottolineare la capacità dei tedeschi di liberarsi del passato. Gli accenti con cui in D 1 si tematizza la questione, anche in rapporto dialettico con gli orientamenti dell’opinione pubblica, presso la quale si diffondono atteggiamenti di allontanamento dalla politica, sembrano fatti apposta per accreditare questo giudizio del manuale italiano I 5: “Più degli austriaci, che pure avevano entusiasticamente votato l’Anschluss, più dei francesi e degli italiani, con il loro collaborazionismo e fascismo, i tedeschi, moralmente trascinati come popolo sul banco degli imputati, hanno finito con il mettere in questione e con l’esaminare la propria storia. Nella loro riunificazione, avvenuta cinquant’anni dopo, nei successi politico-economici che li hanno resi uno dei pilastri dell’Europa democratica attuale, non è assente una riflessione sull’orrore di cui si resero responsabili” (p. 252).
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