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Stefano
Bucciarelli L’Europa e le sue differenze nella storiografia e nella didattica della storia: una esperienza
Una esperienza di uso didattico della comparazione tra manuali di diversi paesi
Su siffatti riferimenti teorici, più o meno esplicitamente assunti, si è mossa una esperienza didattica, realizzata nell’ambito del progetto Dalla Toscana all’Europa – Dall’Europa alla Toscana Progetto per un Laboratorio Europeo di Storia Partecipata
[5] e curata da chi scrive, nei due anni scolastici trascorsi, con alunni delle ultime classi del liceo classico “G. Carducci” di Viareggio.
Essa è consistita nell’utilizzare manuali esteri nello svolgimento di delimitate sezioni del programma di storia, individuate in rapporto al rilievo che in esse ha la tematica europea. L’argomento generale stabilito dal gruppo di ricerca sulla didattica della storia è stato svolto con approfondimenti sul tema della costruzione dell’Europa, successivamente operati nelle due classi sopra indicate, nei seguenti due ambiti: Dalle Resistenze ai principi dell’Europa democratica e Dalla Guerra Fredda all’Unione Europea.
L’aspetto peculiare dell’attività proposta è consistito proprio nella metodologia e negli strumenti adottati: i manuali scolastici. Sono infatti stati analizzati, in lavori per gruppi e seminariali, manuali, sia italiani che di diversi paesi europei, per confrontare, sui temi indicati, somiglianze e differenze.
L’idea era che gli alunni potessero così apprezzare, attraverso la loro esperienza diretta, come i manuali rappresentino il veicolo, oltre alla storiografia, ai mass-media, ai periodici, di una interpretazione corrente (ma per nulla univoca) della storia.
Per problemi poi in cui, come in quelli sotto osservazione, era rilevante la questione dell’interdipendenza fra nazioni e popoli diversi, pareva particolarmente interessante l’interrogazione di manuali anche di altri paesi, volta a reperire interpretazioni diversamente legate a storie diverse, magari anche stereotipi identitari e semplificazioni che sono, a livello di singole nazioni (Italia compresa, naturalmente), punto di partenza per la percezione di sé e la percezione dell’altro.
Si trattava di selezionare i fatti per i quali il manuale in uso proponeva o suggeriva una spiegazione e confrontare fatti e spiegazioni con quelle proposte dai manuali di altri paesi, valutando i punti in cui uno dei manuali arricchisse o completasse o smentisse la spiegazione dell’altro; di individuare ricorrenze che accomunassero i testi o eventuali lacune ed omissioni nell’argomentazione delle affermazioni, avanzando ipotesi esplicative in proposito; di confrontare stereotipi e portati del senso comune con la riflessione storiografica; di cogliere la specificità dei diversi punti di vista, sia a livello storiografico, che ideologico.
L’obiettivo finale era di creare per gli alunni nuove occasioni per riflettere sul rapporto tra identità nazionali e storia nazionale, sul rapporto tra identità nazionale e identità europea, sui valori comuni dell’Europa democratica.
I materiali usati non hanno risposto a criteri di rappresentatività statistica, sia per il loro numero, sia per le difficoltà di reperimento. Non disponendo di classifiche di manuali più adottati nei vari paesi, si è seguito il criterio di raccogliere manuali da editori noti per la loro importanza sui vari mercati scolastici nazionali. Anche i paesi di provenienza sono stati selezionati sulla base delle competenze linguistiche, in primo luogo possedute dagli alunni delle classi, in qualche caso disponibili all’esterno[6].
Del resto, anche se la selezione fosse stata fatta con criteri di rappresentatività più impegnativi, sarebbe comunque valsa la precisazione (fatta anche da Pingel) che differenze anche cospicue possono comunque evidenziarsi, non solo tra realtà di Paesi diversi, ma anche tra diversi testi, anche coevi, dello stesso Paese. In realtà, molte indicazioni scaturite dal lavoro didattico, confrontate a posteriori con l’analisi scientifica di Pingel, hanno offerto significative conferme e puntuali riscontri.
Non secondariamente, ciò è avvenuto anche circa rilievi relativi alle diverse impostazioni editoriali e didattiche, che pure non costituivano l’aspetto centrale dell’analisi.
Nei manuali dell’Est europeo balzava per esempio all’attenzione la monotonia dell’impostazione grafica. Come segnala anche Pingel, generalmente “illustrazioni ed estratti dai documenti storici giocano un ruolo minore. Spesso illustrano a malapena il testo. Non offrono una metodologia né aprono prospettive diverse. Di regola, visualizzano ciò che è già stato presentato nel testo scritto” (p. 40). Nel volume polacco si notava poi, accanto alla carenza di immagini, insistenza sugli aspetti più strettamente politici delle vicende, periodi densi e carichi di contenuti, difficoltà di lettura. Stessi caratteri erano riscontrati nel manuale della Repubblica federale di Iugoslavia, più semplice nel testo, che però è per un ordine scolastico inferiore.
I testi tedeschisi presentavano più vicini alla nostra manualistica, con parte narrativa, parte documentaria, ricchezza di storiografia. Ma era in quelli francesi che si lasciava apprezzare la peculiarità del paratesto: affiancata alla pagina narrativa, c’è sempre la pagina che contiene brevi documenti, spesso testimonianze, cartine, foto, grafica, ecc. Nella trattazione, particolare attenzione è data agli aspetti sociali, alle armi e alle strategie, alla propaganda, al cinema, alla stampa, agli interventi politici, alla vita quotidiana. Soprattutto colpisce il fatto che prevalgano nettamente i fatti sui giudizi e i documenti diretti sulla storiografia.
Le osservazioni, che sono emerse spontaneamente dalla consultazione dei testi da parte degli studenti, forniscono interessanti riscontri comparativi a quanto conosciamo sulla didattica della storia in vari paesi. Si torni ai dati della indagine Körber, per verificare come per la Francia si registri il dato più alto nella risposta alla domanda circa lo studio di fonti storiche: il 77,4 degli studenti francesi risponde che esso ha luogo “spesso” o “molto spesso” (a fronte, per esempio, del pur non irrilevante 35,8 degli italiani).
Altre notazioni sono consentite da YU: l’adozione del cirillico risponde ai criteri del nazionalismo serbo. La denominazione dell’editore suggerisce poi trattarsi di un istituto di Stato: in effetti, il monopolio dell’editoria di Stato sul mercato dei libri di testo, già caratteristica dei paesi comunisti, ma anche della Grecia, seppur qua e là attenuato, non manca ancora di farsi sentire[7].
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