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Assunta
Trova Cesare Correnti Le “cinque giornate” di Milano e più in generale le vicende della Prima guerra d’indipendenza rappresentano, nell’immaginario collettivo, uno dei momenti più alti delle gloriose vicende del Risorgimento italiano; e Cesare Correnti una delle figure che esprime in modo emblematico le peculiarità e le contraddizioni che hanno accompagnato quegli eventi.
I passi iniziali della vita pubblica di Correnti, così come per la gran parte degli intellettuali italiani che maturarono la loro formazione politica nei primi decenni della Restaurazione, furono percorsi soprattutto all’interno di collaborazioni editoriali nelle riviste più rappresentative che, in quegli anni, videro la luce sorrette da una evidente, benché sottesa, scelta antiaustrica.
Correnti nacque a Milano nel 1815 – lo stesso anno nel quale, a Vienna, venivano stabiliti i nuovi assetti dell’Europa post-napoleonica –; anni di difficoltà ma anche di fermenti per il movimento patriottico, e come scriverà Leonardo Carpi all’indomani della morte di Correnti, nel 1888, il milanese “in pari alla maggior parte dei giovani d’allora cui l’onda rivoluzionaria sollevava e travolgeva ad un unico fine, studiò e cospirò al medesimo tempo” (p. 2). Il riferimento è ai suoi anni giovanili.
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Sarà con il Quarantotto che, per quella generazione, ed anche per Correnti, avverrà il passaggio dalla fase cospirativa alla lotta popolare; già nel 1836 però – Correnti era un giovane poco più che ventenne – al suo impegno si deve la nascita di un almanacco, formalmente di carattere letterario, il che dati i tempi era una strada obbligata, con una chiara anche se velata valenza politica. Emblematico il nome, “Il Presagio”, e, nonostante la brevità di quella esperienza, forte fu il suo valore simbolico nella pur ricca editoria milanese di quegli anni; è dedicato infatti a Giuseppe Parini il primo numero dell’almanacco – che venne stampato a Milano nel 1836 – ed è per Ugo Foscolo la dedica del secondo ed ultimo numero che vide la luce nel 1837. Come scriverà in piena epoca fascista un ignoto collaboratore della “Rivista letteraria”, “la materia trattata è di preferenza la storia, memore il Correnti dell’insegnamento foscoliano, e tutto mira più o meno palesemente a dare addosso al governo straniero, a rilevare l’abbietta tolleranza delle moltitudini, l’ignavia di coloro che avrebbero potuto e dovuto protestare” (Un almanacco di Cesare Correnti , 1936, p. 31).
I rischi personali connessi a quelle iniziative erano peraltro particolarmente gravi per Cesare Correnti, che aveva trovato lavoro alle dipendenze dell’amministrazione statale in qualità di vice segretario presso la commissione liquidatrice del debito pubblico.
Vano sarebbe però ricercare, in questa fase, in Correnti e nei suoi amici – i fratelli Giulini, Giulio Carcano, Giuseppe Sirtori in primo luogo – un preciso disegno politico, anche se un momento importante, per quella generazione di intellettuali impegnati in politica, fu rappresentato, proprio in quegli anni, per usare le parole di Carlo Morandi (1955) dal “passaggio dalle strenne politiche alla Rivista Europea, dalla letteratura politica alla politica economica, dal Presagio agli Annali di Statistica” (p. 383); pagine nelle quali scrissero “uomini diversi per formazione culturale ed orientamento ideale, accomunati dalla convinzione della necessità dell’impegno civile”, come ha sottolineato in anni recenti Franco Della Peruta (1992), mettendo in evidenza l’ampiezza degli interessi della testata milanese nella quale “vennero affrontati i temi di fondo della società del tempo: dall’industrialismo al rinnovamento dell’agricoltura, dallo sviluppo industriale alle crisi commerciali, dalla lotta all’analfabetismo alle questioni igienico-sanitarie, dalle ferrovie agli asili d’infanzia” (p. 81).
Una collaborazione, quella di Correnti agli “Annali”, che coprì un arco di tempo che va dalla fine degli anni Trenta ai primi anni Quaranta dell’Ottocento, e che accompagnò anche il suo difficile rapporto con Carlo Cattaneo – le sollecitazioni di Cattaneo ebbero tuttavia un ruolo fondamentale sulle riflessioni di Correnti in questi anni, riflessioni sulle condizioni economiche e sociali della Lombardia, ma anche un’attenzione particolare a tematiche più attente alle gravi questioni sociali del momento, non ultime le condizioni del lavoro minorile negli opifici –. Le diversità fra i due intellettuali milanesi saranno comunque destinate a manifestarsi in modo ancora più evidente molti anni dopo, all’indomani della sconfitta degli insorti milanesi nella Prima guerra di indipendenza e più ancora in occasione della guerra di Crimea e dell’appoggio dato da Correnti, ormai deputato subalpino, alla scelta di Cavour di intervenire in guerra con un’alleanza militare, quella con la Francia e l’Inghilterra, che si sarebbe rivelata ben presto la premessa per una alleanza politica dagli esiti fondamentali per il futuro assetto politico della penisola italiana.
Nel 1831, peraltro, durante i suoi studi presso l’Università di Pavia, Correnti aveva conosciuto l’abate Tommaso Bianchi, un sacerdote vicino a Mazzini che morirà nelle carceri austriache, ed era stato influenzato dalla sua personalità, anche se, in realtà, il verbo mazziniano non fece mai presa su Correnti, e forte sarà sempre la diffidenza di Mazzini nei confronti del milanese, tanto più negli anni successivi, soprattutto a partire dal dicembre del 1847, quando con l’Indirizzo degli italiani di Lombardia alla Congregazione centrale lombarda Correnti pareva fare affidamento ancora su una soluzione politico-diplomatica.
Al di là degli scritti di carattere più politico, gli interessi del giovane Correnti spaziavano con lavori a tutto campo che denotano la sua vivacità intellettuale, anche se, in più di un caso, fu soprattutto la necessità di “campare la vita con la penna” ad orientare le sue collaborazioni editoriali; pur persuaso, come era, della funzione pedagogica che avrebbe dovuto avere la stampa, anche nella prospettiva della cacciata degli austriaci, considerata una priorità.
In questa fase, nei primi anni Quaranta del secolo XIX, mancava ancora, in Correnti, e non solo in lui, una precisa piattaforma politica, sia sul futuro assetto politico-istituzionale della penisola ma anche su quella che era la strada più opportuna per la liberazione del Lombardo-Veneto; era comunque diffusa la convinzione che fosse prematuro ipotizzare una sollevazione popolare in chiave antiaustriaca.
Nel 1847, anonimi, presso la Tipografia elvetica di Capolago – la stampa al di fuori del Regno era una soluzione obbligata –, videro la luce due dei principali lavori di Cesare Correnti, L’Austria e la Lombardia e L’Europa e il suo avvenire, ossia principi generali politici in rapporto con la storia dell’incivilimento dei popoli, scritti che, come verrà sottolineato qualche anno dopo, nascevano sorretti da una chiara connotazione politica e non sempre erano basati sulla “serenità obiettiva del vero storico”[1], benché molte di quelle pagine, dalle quali traspare sempre una forte partecipazione emotiva, siano illuminanti anche per cogliere le condizioni economiche e sociali del Lombardo-Veneto. Voleva avere peraltro una forte valenza simbolica il fatto che il termine “Italia” comparisse come luogo di edizione del volume su l’Europa e il suo avvenire.
Manca ancora in quei mesi, che pure saranno destinati a precedere di poco lo scoppio insurrezionale, una precisa scelta a favore di una soluzione armata della “questione italiana”; anzi, nel dicembre del 1847, l’Indirizzo degli italiani di Lombardia alla Congregazione centrale lombarda scritto da Cesare Correnti era sorretto ancora dalla speranza che si potesse fare affidamento sulle relazioni diplomatiche per avviare a soluzione la questione nazionale italiana. Le difficoltà della pacificazione, denunciate da Correnti, erano molte, ma ancora meno auspicabile in quelle settimane era considerata l’alternativa militare per i rischi di disordini connessi ad una tale soluzione.
Correnti, conscio dell’impossibilità di fare affidamento su di un autonomo ritiro dell’Austria, ipotizzava, nell’Indirizzo, l’eventualità di quella che veniva definita, genericamente, una “uguaglianza federativa”, basata su un non meglio definito inserimento del Lombardo-Veneto nell’Impero austriaco, inserimento che avrebbe dovuto però essere caratterizzato da ampie potestà.
Alla vigilia del 1848, Correnti si dimostrava fiducioso nei confronti di Pio IX da pochi anni salito sul soglio pontificio; i primi passi del nuovo pontefice avevano infatti ingenerato, fra i patrioti italiani, sentimenti di apprezzamento e forte era la speranza su quello che sarebbe stato l’atteggiamento del papa nei confronti della “questione italiana”.
Il sollecito rivolto da Correnti alla Congregazione centrale trovava dunque la sua ragion d’essere nell’auspicio che potesse essere evitato il ricorso alle armi, auspicio destinato però a fallire non solo perché era illusorio pensare che la Congregazione potesse avere un’influenza così forte nei confronti delle scelte operate a Vienna, ma anche perché era difficile aggregare, intorno all’Indirizzo, il variegato mondo dei patrioti lombardo-veneti.
Dopo il fallimento dell’insurrezione del 1848, e ancora di più dopo l’alleanza con Cavour nel 1854, nei confronti di Correnti si leveranno, soprattutto da parte dei democratici, pesanti giudizi per quello che veniva considerato un atteggiamento dettato da opportunismo.
Non saranno quelle dei democratici, peraltro, le sole accuse di tradimento; nel 1876, anno che vedrà Correnti partecipare attivamente alla “rivoluzione parlamentare”, le accuse verranno invece dagli uomini della Destra che si sentiranno, anche loro, traditi.
Nel 1848, comunque, l’atteggiamento di incertezza sulla strada da seguire non era solo di Correnti, ma era diffuso capillarmente in tutto il vasto schieramento di forze che erano tuttavia unite dalla comune scelta antiaustriaca; di qui, fra i patrioti italiani – e sarà uno dei limiti destinato a incidere pesantemente sulle possibilità di successo della loro azione –, la mancanza di una scelta unitaria sulle forme di intervento più opportune per raggiungere l’indipendenza del Lombardo-Veneto.
Alla vigilia del 1848 si era peraltro già compiuta la rottura tra Correnti e Mazzini che, rivolgendosi a Gioberti, definiva appunto l’Indirizzo espressione di un “gesuitismo politico triste”[2].
Furono i moti di Vienna e più in generale il clima politico di quelle prime settimane del 1848 e la speranza di poter sfruttare le difficoltà interne al Governo austriaco ad accelerare la radicalizzazione del conflitto; ed è anche in questo caso alla penna di Correnti che si deve il tentativo – destinato a fallire – di arrivare ad una soluzione politica che regolasse i rapporti tra la casa d’Austria e il Lombardo-Veneto.
Nel Proclama steso da Correnti all’indomani della rivolta viennese, la richiesta avanzata era quella di una Reggenza provvisoria e della convocazione dei Consigli comunali che avrebbero dovuto eleggere a loro volta i delegati per una Assemblea nazionale; ma, ancora una volta, era la mancanza d’unità d’intenti a caratterizzare quella complessa stagione politica.
Le differenti posizioni riguardavano, in primo luogo, il ruolo che avrebbe dovuto avere casa Savoia e dunque i futuri destini istituzionali del Paese; e vivace si rivelava anche il dibattito politico sull’atteggiamento da mantenere nei confronti dello stato della Chiesa, che stava vivendo, con i primi passi del pontificato di Pio IX, una stagione che pareva differenziarlo profondamente dalle esperienze passate. Sarà proprio questa mancanza di unità di intenti una costante destinata a rendere difficile il successo delle iniziative dei patrioti italiani.
I contrasti tra le due “anime” del movimento patriottico, sempre presenti, non erano stati infatti tacitati neppure nelle giornate milanesi del marzo 1848, che pur avrebbero rappresentato uno dei momenti più alti della storia del Risorgimento italiano.
A Milano – dopo la breve esperienza del Comitato di guerra, a guida democratica, con Cattaneo e Cernuschi – nel Governo provvisorio di Lombardia Cesare Correnti aveva dunque assunto la carica di segretario generale e in questa sede, accanto ai moderati, la maggioranza, sostenitori della “fusione” della Lombardia col Piemonte, avevano trovato spazio anche repubblicani come Luigi Anelli e Anselmo Guerrieri Gonzaga, dunque nobili e borghesi, che, fra molte difficoltà e contrasti destinati a non essere superati, avevano cercato di trovare una mediazione politica quale nuovo ceto dirigente. Difficile però cogliere l’esatta posizione di Cesare Correnti; in anni recenti Nicola Raponi (1988) lo collocherà tra gli “incerti e perplessi” (p. 89). Un atteggiamento, questo di Correnti, che mirava ad attendere l’evoluzione della situazione prima di prendere posizione; all’origine soprattutto il tentativo di una mediazione i cui esiti non saranno – si è già visto – quelli sperati.
Con il profilarsi della sconfitta militare, nel Governo provvisorio di Lombardia andava infatti rafforzandosi la convinzione che quella di un plebiscito che sanzionasse l’unione della Lombardia al Piemonte fosse la sola strada percorribile; impensabile ormai un successo della sola iniziativa rivoluzionaria; e si deve alla penna di Correnti – già sostenitore della necessità che i futuri destini del Lombardo-Veneto dovessero essere stabiliti “a guerra vinta” – la stesura del Proclama del 12 maggio 1848 con il quale i cittadini lombardi venivano sollecitati ad accogliere come unica soluzione praticabile quella dell’annessione al Piemonte. Le incertezze dell’operato di Correnti nella prima fase della guerra erano state ormai superate in una logica filo-piemontese; anzi, molti anni dopo, commemorando Anselmo Guerrieri Gonzaga, Correnti (1866) cercherà di accreditare la sua scelta piemontese come una scelta di lunga data: “Molti mesi prima dei primi moti di Milano, quand’altri cantava ancora l’esecrato Carignano di Berchet e sbertava l’esercito sardo come un’accozzaglia di contadini insaccati nell’uniforme, essi – il riferimento è appunto a lui e ad Anselmo Guerrieri Gonzaga – già si erano indettati coi patrioti piemontesi ed erano deliberatissimi di promuovere l’unione della Lombardia da tanto tempo inerme col regno sardo”.
A Torino si aprirà per il milanese una fase del tutto nuova della sua vita politica: divenne deputato con un vasto consenso elettorale – anche se non particolarmente solerte fu, da parte sua, la frequentazione delle aule parlamentari –, fu convinto organizzatore di iniziative editoriali, ma, da più parti, non senza ragione, gli verrà rimproverato, proprio negli anni torinesi, di non aver più dato alle stampe, al contrario di quello che era avvenuto a Milano, alcuna opera veramente compiuta. Eppure fu, fino alla morte, un importante protagonista della vita politica del Regno sardo, prima, del Regno d’Italia, poi.
Correnti così, negli anni successivi, all’indomani della sconfitta militare, nonostante i successi elettorali, incontrerà, in Piemonte, la diffidenza dei moderati per i suoi legami con i repubblicani, da Giuseppe Sirtori a Pietro Maestri a Giulio Spini, ma anche i democratici prenderanno le distanze dal suo operato considerato troppo accondiscendente nei confronti di una soluzione della “questione italiana” sotto l’egida di casa Savoia. Vi erano, peraltro, in quegli stessi mesi, tutte le premesse perché, da Mazzini, venisse l’ennesimo atto d’accusa, tanto più quando, nell’autunno del 1848, Correnti sottoscrisse con Giulio Carcano, Giuseppe Valenti Gonzaga e l’abate Carlo Cameroni, a nome dell’Associazione dei profughi lombardi, una dichiarazione nella quale si proclamavano “stranieri” alle “dimostrazioni tumultuose degli esuli dimoranti in Torino”, ribadendo anzi la loro “piena fiducia” sul fatto che “il Piemonte avrebbe sempre per sacra la causa italiana da lui in molte battaglie vigorosamente difesa”[3].
Anche se poi, ed è l’ennesima riprova di quanto sia difficile ricondurre la figura di Correnti all’interno di una chiara scelta ideologica, in quelle stesse settimane, sebbene pressato da esigenze di carattere economico, Correnti rifiuterà, con una motivazione tutta politica, una cattedra di filosofia offertagli da Massimo d’Azeglio: “non vorrei abbassarmi col presente ministro”[4].
La sopravvivenza in Piemonte, per Correnti come per tutta la sua generazione di esuli politici, fu resa ancora più dura dalle difficoltà connesse alla concessione della cittadinanza piemontese.
L’impegno di Correnti – a Torino, come già era avvenuto a Milano – si indirizzò, ancora in quegli anni, in una ricca attività editoriale: fra i suoi primi impegni, la pubblicazione di una strenna popolare, “Il Nipote del Vesta Verde” – il riferimento era al titolo di un vecchio almanacco; l’anonimato, per Correnti, dati i tempi, era d’obbligo –, alla quale aveva già dato vita, alla fine del 1847, in Lombardia. Lo scopo dichiaratamente politico; come scriverà Giovanni Visconti Venosta (1904), uno dei suoi collaboratori, “parlare molto d’Italia, in quei modi velati che fossero conciliabili con la censura e con la polizia” (p. 47).
Ricche erano le informazioni sulla storia passata, esplicito il riferimento a “un paese […] che ha nome Italia”[5] – la penisola, dunque, presentata come un’unica entità geografica, e sottesa una valenza politica –; ancora una volta, però, nessun chiaro disegno sul futuro istituzionale del paese. L’unico obiettivo politico, seppur espresso velatamente, soprattutto nel primo numero, la cacciata degli austriaci dal suolo italiano.
All’indomani dell’armistizio, lo sconforto si diffondeva fra i patrioti italiani, e vi era ancora chi, fra i democratici repubblicani esuli a Parigi, sperava di coinvolgere Correnti[6]; progetto vano, perché Correnti non aveva alcuna fiducia sul fatto che dalla Francia repubblicana potesse venire un qualsiasi aiuto alla soluzione della “questione italiana”, come le vicende successive d’altronde avrebbero confermato[7].
Con l’elezione di Luigi Napoleone a presidente della repubblica francese, peraltro, anche molti dei patrioti italiani che nei mesi precedenti avevano sperato che un aiuto alla causa italiana potesse venire d’oltralpe, si persuasero della assoluta illusorietà di quella prospettiva.
L’ipotesi della ripresa della guerra contro l’Austria rappresentava però, per Correnti, anche all’indomani del suo arrivo a Torino, una strada obbligata, come traspare da una nuova intrapresa editoriale alla quale diede vita a partire dal novembre del 1848, i “Bollettini dell’emigrazione”[8]. Obiettivo dichiarato una forte coesione dei proscritti; di qui anche le prese di distanza nei confronti del Governo piemontese, proprio per il trattamento riservato agli esuli.
“Guerra e Gioberti”, era la parola d’ordine di Correnti, dalle pagine dei suoi “Bollettini”[9], alla fine del 1848; di qui il plauso per i tre concetti posti da Gioberti a base del suo programma: “democrazia, rispettando le forme dinastiche, guerra di indipendenza, costituente nazionale”. Nelle prime settimane del 1849, però, il mutato atteggiamento dell’abate torinese fece crollare la fiducia di Correnti nell’operato del primo ministro, ma non mutò l’obiettivo che rimaneva prioritario, la guerra ad oltranza contro l’Austria. La fuga di Pio IX a Gaeta era così salutata con soddisfazione: Il papa se ne va e Dio rimane
[10]; il riferimento era alla realtà romana durante i mesi repubblicani, una realtà nella quale, ne era persuaso Correnti, regnavano “le leggi, l’ordine e la religione”, anche in assenza dell’autorità pontificia.
Mancava in Correnti, ancora in questi mesi, un esplicito disegno sui futuri destini politici della penisola, benché apparisse chiara la sua accettazione dell’istituto monarchico; anche grazie a questo suo costante impegno, a Torino, come organizzatore di un’editoria con forti connotazioni patriottiche, il milanese, presentatosi – come candidato dei democratici – alle elezioni del gennaio 1849 per la II legislatura del Parlamento subalpino, ottenne così, a Stradella, la conferma del mandato parlamentare. La sua collocazione politica era, nei banchi della Camera, a sinistra.
Correnti, in questa fase, sperava in un allargamento della lotta che coinvolgesse la Toscana e Roma – l’invito rivolto al papa, rifugiatosi a Gaeta, era di non trascinare “la religione di Cristo a farsi partigiana della politica”[11]–; Guerra allo straniero e concordia italiana
[12], la sua convinta parola d’ordine. Si trattava, però, di un’ipotesi illusoria quando, nel marzo 1849, Carlo Alberto dichiarava guerra all’Austria. La fiducia di Correnti, e di tutti i patrioti, era destinata ad avere vita molto breve – ambiguo peraltro era stato l’atteggiamento degli stessi comandanti militari piemontesi nei confronti dei volontari lombardi che, proprio su sollecitazione di Correnti, si presentavano per arruolarsi[13]–. Con la sconfitta si chiudeva definitivamente un’epoca, ma si deve alla penna di Cesare Correnti il ricordo di uno dei capitoli più tragici di quella campagna militare – l’insurrezione di Brescia –; un capitolo dal quale traspare, ancora una volta, l’eroismo che accompagnava quella generazione di combattenti per la libertà dell’Italia[14]. In quelle settimane vi fu però anche chi denunciava quanto, nello scritto su i Dieci giorni dell’insurrezione di Brescia, Correnti avesse evitato di usare i documenti più compromettenti sull’operato di Carlo Alberto[15]. Eppure, nonostante la fiducia sull’atteggiamento del Piemonte sabaudo, il dibattito parlamentare di quei mesi sulla concessione della cittadinanza sarda agli emigrati dimostra quanto difficile fosse la vita dei proscritti e quanto giocassero, in questa vicenda, i timori del Governo Piemonte di compromettere i già difficili rapporti con l’Austria, con le conseguenze politiche che questo avrebbe determinato sul piano internazionale.
I tentativi operati dai deputati che sedevano sui banchi della Sinistra affinché la ratifica del trattato di pace con l’Austria fosse accompagnata dalla legge sulla concessione della cittadinanza agli emigrati politici – Correnti aveva fatto parte della Commissione relatrice su un disegno di legge in tal senso – fallirono. La ratifica del trattato di pace avvenne, da parte della nuova Camera, senza alcuna condizione; il clima politico che il proclama di Moncalieri aveva contribuito a consolidare era ormai profondamente diverso rispetto a quello che, solo pochi mesi prima, aveva riportato le truppe di Carlo Alberto sul fronte di guerra.
La nostalgia per il Quarantotto era una costante in quella generazione di esuli, ma contemporaneamente la persuasione che fosse illusorio fare affidamento su una nuova iniziativa insurrezionale. Correnti scelse così, a Torino, la strada di un più sollecito impegno editoriale, anche se dalle pagine del giornale torinese “La Concordia” – e già il nome voleva essere un programma per i patrioti – al quale Correnti collaborò (direttore-gerente era Lorenzo Valerio) era stata più volte evidenziata la necessità della ripresa della guerra contro l’Austria.
Nel 1850 si deve ancora all’attività di Correnti ed alla sua collaborazione con Agostino Depretis, Sebastiano Tecchio e con l’abate Giuseppe Robecchi, la nascita di un nuovo quotidiano, “Il Progresso”, la cui finalità era esplicitamente riconosciuta fin dal primo numero (7 novembre 1850): “far prevalere i principii e la politica della attuale opposizione parlamentare”, ma anche la convinzione che non fosse opportuno “formulare un programma il quale limitandosi ai principii e allo scopo ultimo potrebbe essere indeterminato”; insomma nessun programma organico prestabilito ma la convinzione che questo dovesse essere elaborato in relazione all’evolvere della situazione politica generale, nazionale ed europea.
L’esigenza di una maggiore libertà di movimento era stata d’altronde una delle cause non ultime del progressivo distacco di Correnti dalla collaborazione alla “Concordia”.
Il nuovo quotidiano doveva avere, nelle intenzioni dei suoi compilatori, il difficile compito di rappresentare quasi la voce ufficiale dei profughi lombardi; in questo senso sempre più forte si andò rivelando l’impronta della personalità di Cesare Correnti; di qui la presa di distanza di Mazzini e l’invito ai responsabili della nuova testata affinché Correnti non venisse inserito fra i componenti la direzione; esplicita la motivazione addotta: “La condotta di Correnti merita una espiazione”[16].
Ostilità di Mazzini da un lato, ma dall’altro anche dei liberali che, come ha scritto recentemente Nicola Raponi (1988), prendevano le distanza dall’operato di Cesare Correnti “che proclamava apertamente che lo Statuto era solo un punto di partenza” (p. 111)[17].
Erano, questi, mesi nei quali Correnti ribadiva la convinzione che la soluzione del problema nazionale italiano dovesse passare per uno sbocco insurrezionale[18] e continuava a credere nella funzione educativa della carta stampata, mentre l’assenza dalle aule parlamentari rappresentava sempre una costante, con la sola eccezione, significativa, della sua partecipazione al dibattito parlamentare in materia di concessione della cittadinanza piemontese agli emigrati politici.
L’evolvere della situazione politica internazionale, parallelamente alle difficoltà che maturavano sulla possibilità di una ripresa della guerra a breve scadenza, facevano intravedere a Correnti la possibilità di altri, seppur ancora non ben delineati, percorsi politici e, soprattutto dalle pagine del “Progresso” – si era ormai consumata la rottura con gli uomini della “Concordia” –, Correnti cominciava anche a volgere lo sguardo al di fuori dei confini “nazionali”, nella speranza che qualche spazio di manovra potesse aprirsi, nella penisola italiana, in seguito ad una situazione internazionale che, in special modo nell’Europa centro-orientale, mostrava evidenti segni di profondi cambiamenti.
Iniziarono così anni di riflessione e di ripensamento che riguardavano il futuro, ma anche il passato. Le polemiche mai finite erano peraltro destinate ad acuirsi all’indomani della pubblicazione dell’Archivio Triennale. Il ruolo avuto da Correnti in questa iniziativa editoriale – nonostante i rapporti sempre difficili mantenuti con Cattaneo – darà l’occasione per ulteriori polemiche, innescate proprio dallo scritto di Correnti dal titolo Brani d’una memoria d’altro promotore della rivoluzione. L’anonimato era solo formale, a tutti era nota la paternità di quello scritto. Soprattutto i moderati avranno parole di aspra presa di distanza dall’operato di Correnti in quella vicenda, in particolare per il supporto dato, di fatto, a Cattaneo; e invano Correnti portò come giustificazione l’essere stato il suo scritto pubblicato in una versione diversa da quella che lui aveva vergato, ed essere stato lo stesso Cattaneo l’artefice di quegli interventi che avevano reso le pagine pubblicate solo in parte rispondenti al pensiero dell’autore della memoria. Ancora una volta, l’oggetto del contendere era l’operato di Carlo Alberto.
Eppure, pur fra queste difficoltà, gli anni seguenti segneranno una ripresa del dialogo degli esuli lombardi – e Correnti fra questi – con la classe dirigente liberale, mentre assai più difficile si rivelerà il tentativo degli emigrati politici in Francia di porre in essere una proficua collaborazione con i patrioti italiani e gli esuli lombardi emigrati in Piemonte, in primo luogo Correnti[19].
Con il primo Governo guidato da Cavour, alla fine del 1852, il quadro politico del Piemonte sabaudo andava mutando in maniera decisiva e la nuova realtà era destinata a incidere profondamente nelle scelte dello stesso Correnti; forte era sempre la tensione ideale che accompagnava i suoi scritti – nel “Nipote del Vesta Verde” in primo luogo–; la sopravvivenza di questo almanacco, ma anche del “Progresso”, era però resa sempre più difficile dalle gravi condizioni economiche che accompagnavano quelle intraprese editoriali.
La chiusura del “Progresso”, alla fine dell’anno, era un sintomo delle più generali difficoltà che attraversavano il mondo dei democratici.
A Torino, peraltro, nonostante gli insuccessi editoriali degli ultimi anni, in quegli stessi mesi, agli albori del 1853, il variegato mondo dei democratici cercava di dar vita ad un nuovo giornale: ma molte erano le difficoltà non solo per le loro divisioni interne ma anche perché, dopo il fallimento del moto milanese del 6 febbraio, molti patrioti, già rifugiatisi nel regno sardo, erano stati costretti all’esilio, e fra questi Francesco Crispi esule a Malta; e il mare segnerà un distacco profondo, anche politico, fra lui e Correnti, che dimostrava apertamente la sua contrarietà al “moto” milanese giudicato intempestivo e dagli esiti pesanti per le condizioni dei profughi – in realtà, nei mesi successivi, l’operato di Cavour, sorretto da una precisa scelta politica, avrà come conseguenza anche quella di mitigare questi disagi –.
Nella primavera del 1854, Correnti pensava in primo luogo, dopo i fallimenti precedenti, ad una nuova intrapresa editoriale; accanto a Correnti vi erano, ancora una volta, Agostino Depretis e Lorenzo Valerio ma anche l’abate Robecchi. L’invito alla collaborazione doveva essere, nelle loro intenzioni, il più ampio possibile e spaziava da Sirtori a Pietro Maestri a Giuseppe Montanelli, ad Enrico Cernuschi, ad Anselmo Guerrieri Gonzaga; ma la mancanza di una linea politica unitaria, già manifestatasi negli anni precedenti, fu all’origine di nuovi contrasti. Da Cernuschi e da Maestri venne una risposta negativa, prudente da Montanelli e da Guerrieri, positiva solo da Sirtori, che pure, però, evidenziava i termini di una divergenza destinata a diventare sempre più marcata: “In ogni modo si deve combattere la politica piemontese della fusione. […] Il Piemonte ed ogni parte d’Italia vanno subordinati all’Italia, non l’Italia alle sue parti”[20]; insanabile la rottura tra Correnti e Mazzini.
Il 3 aprile 1854 vedeva la luce “Il Diritto”.
I temi del dibattito politico erano sempre gli stessi che avevano accompagnato il periodo insurrezionale, i rapporti con il Piemonte sabaudo, la futura forma istituzionale dello Stato, i caratteri che questo avrebbe dovuto avere, una volta raggiunti gli ideali risorgimentali.
Nelle parole di Correnti erano ormai distanti gli inviti all’insurrezione che solo pochi anni prima erano stati una costante della sua azione politica; pochi mesi dopo, al profilarsi della guerra di Crimea, Correnti si dimostrò fin dall’inizio disponibile ad accettare le scelte che andavano maturando in Cavour, come appare dai ripetuti articoli a firma del milanese pubblicati, in quel torno di tempo, sulle pagine del “Diritto”.
Era la fine di un lungo sodalizio con i suoi vecchi e nuovi compagni di strada, i milanesi che con lui avevano combattuto sulle barricate milanesi, ma anche i torinesi con i quali aveva dato vita alle ultime iniziative editoriali di una stagione particolarmente feconda; e fra questi, in primo luogo, Brofferio e Valerio.
Col voto favorevole di Correnti alla Camera, sull’intervento in Crimea, la rottura si consumava definitivamente.
Il sodalizio con Cavour era destinato a durare e, all’indomani dell’Unità, Correnti ritornò a Milano con alcuni delicati incarichi; fu nominato infatti dallo stesso Cavour quale membro della Commissione per il riordinamento delle province lombarde, divenne prefetto del Monte Lombardo-Veneto e commissario plenipotenziario per la Divisione del debito lombardo-veneto.
Gli anni unitari lo videro quasi sempre deputato di Milano (solo nel 1861 il suo collegio fu quello di Abbiategrasso); relatore e membro di importanti commissioni – le questioni ferroviarie, ma anche quelle fiscali e più in generale finanziarie furono quelle che, più di altre, lo videro attento protagonista dei lavori parlamentari –. La figura di Correnti deputato, in questi anni, va però ricordata, soprattutto, per il suo incarico di titolare del dicastero della Pubblica Istruzione dal 1869 al 1872 – anni importanti, dunque, con la presa di Roma e il compimento del processo unitario –; molte le leggi che videro la luce grazie all’iniziativa di Correnti, e fra queste la parificazione delle Università di Roma e Padova, ma soprattutto fondamentale fu la sua azione su temi delicati, che avevano direttamente a incidere sui già difficili rapporti dello Stato italiano con la Chiesa cattolica, come l’abolizione delle facoltà teologiche e la soppressione dell’istruzione religiosa nelle scuole superiori. La necessità dell’istruzione elementare obbligatoria lo vide, fin da subito, fra i più convinti sostenitori, ma i tempi, nell’Italia di quegli anni, non erano ancora maturi.
Col nuovo clima politico, nel 1876, la scelta di Correnti fu quella di avvicinarsi a Depretis e alla Sinistra; ma la sua parabola politica era ormai alla fine; nel 1886 i suoi elettori milanesi non gli riconfermano la fiducia, anche se per i suoi meriti trascorsi si apriranno per lui le porte del Senato; di lì a poco, nel 1888, Correnti moriva.
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