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Alessandro
Parola L’esperienza politica di Giuseppe Dossetti
La minoranza della maggioranza
La denuncia dell’incapacità programmatica del Governo si accompagna con l’accentuarsi dello scontro con la linea impressa da Gedda all’Azione Cattolica. Fin dal 1941 Lazzati si batte per la distinzione dei piani tra azione soprannaturale e azione naturale: c’è una norma concordataria che vieta all’AC un impegno politico diretto e c’è soprattutto la lezione di Maritain sull’agire del cristiano in quanto uomo ed in quanto cristiano; l’opera politica non può confondersi con l’opera di apostolato. Ma non tutti gli ambienti ecclesiali sono pronti a questa riflessione. Gedda manipola e stravolge le associazioni parrocchiali di AC con un’opera di raffinata ingegneria elettorale. L’avallo che proviene da oltre Tevere lo autorizza a procedere e dispiegare i suoi mezzi; presto arriva anche l’apprezzamento di De Gasperi per il prodigarsi dei volontari, che promettono di arrivare dove il partito non riesce e di convogliare sullo scudo crociato il consenso degli incerti. Il dogma dell’unità politica dei cattolici è sancito.
Il principio dell’unità
Il rimprovero più ricorrente che è stato fatto ai dossettiani è di aver inseguito delle utopiche chimere. Nel 1949, al Congresso nazionale del partito che si svolse a Venezia, essi dimostrarono di avere un seguito che si andava allargando. De Gasperi allora fece un discorso nel quale li sollecitava a “mettersi alla stanga” e collaborare, per dimostrare di non essere solo dei fanatici distruttori. A Dossetti perviene un invito esplicito ad entrare nel Governo, ma mentre sta meditando sul da farsi scopre che Fanfani e De Gasperi si sono accordati per la chiusura di “Cronache sociali” e delle iniziative formative del gruppo in cambio del superministero per la lotta alla disoccupazione.
Sulla partecipazione al Governo, dunque, non c’era unanimità. Così come non c’è stata un’adesione incondizionata al principio dell’unità all’interno del partito. La chiave per comprendere l’atteggiamento complessivo dei dossettiani è quella di un’autonomia relativa.
In alcuni casi non possono che uniformarsi, come visto nel caso della candidatura, alle volontà superiori, cioè quelle della gerarchia. Fa parte della cultura religiosa del tempo, per cui i laici agiscono secondo le indicazioni del magistero ecclesiastico. In altri casi cercano di argomentare la loro posizione: se debbono difendere un’unità, preferiscono farlo per quella dei partiti di massa antifascisti. Lazzati, che è il più sui generis come politico, nei suoi corsi ai propagandisti dice che dovrebbe essere l’unità di fede e vita in cima alle preoccupazioni di ogni cristiano. Quando l’associazionismo cattolico imbocca la strada dell’integralismo, egli impugna carta e penna e scrive a Pio XII: la lettera è accorata e contiene anche una difesa dall’accusa di voler “rinchiudere la chiesa in uno spiritualismo isolato dal mondo”; l’idea fondamentale è che i cattolici si devono impegnare in politica esclusivamente sotto la propria personale responsabilità. Questa lettera rimarrà nel cassetto: non verrà spedita. Un fatto che spiega bene, mi sembra, il limite entro cui la riflessione era costretta a stare.
La Costituzione dimenticata
Non è agevole stabilire precisamente l’epilogo dell’esperienza del dossettismo. Ognuno ebbe un atteggiamento diverso. Nel giugno 1952 Dossetti chiede al padre morente di potersi dimettere da deputato per dedicarsi ad un’attività di studio e di riflessione culturale. La sintetica risposta del padre ha tutta la densità che consente, a chi conosce in profondità persone e cose, di dire tutto con poco: “Ho capito. Sei stanco di tentare di fare la rivoluzione nello Stato e vuoi tentare di farla nella Chiesa”. Forse si potrebbe anche dire che Dossetti aveva da tempo in animo di “fare la rivoluzione nella chiesa”, e per un certo periodo aveva creduto di poterla fare attraverso la politica. Ma quella stagione era finita ed era venuto il momento di nuove sfide. Lazzati rimane fedele al mandato parlamentare, anche se ha già deciso di lasciare la politica dopo le riunioni del gruppo dossettiano nel castello di Rossena, sull’Appennino reggiano, nell’estate 1951. Fanfani si è ormai staccato dal gruppo e si candida a successore di De Gasperi.
Dal 1950 il quartetto che aveva dato origine a Civitas humana si scompone in un doppio tandem, Dossetti-Lazzati da una parte, Fanfani-La Pira dall’altra. C’è addirittura una polemica giornalistica a distanza, tra Lazzati e Fanfani, che dimostra come la divaricazione sia sostanziale: è guarda caso l’uso dell’aggettivo “dossettiano”, con cui Fanfani intendeva descrivere una realtà ancora attuale e per certi versi ambigua, a far dire a Lazzati che quell’esperienza è tramontata.
La storia politica ha visto successivamente una serie di rivendicazioni di appannaggio ereditario. Il dossettismo era stato una meteora politica, ma in certi casi poteva essere tatticamente utile richiamarsi ai suoi principi. Dossetti si è chiuso nel silenzio della sua scelta monastica, rotto nel 1994 quando ha ritenuto minacciata la Costituzione. Lazzati, scomparso nel 1986, ha fondato poco prima di morire l’associazione “Città dell’uomo”, convinto che l’antica questione della preparazione dei cattolici a pensare politicamente fosse rimasta insoluta. Diceva infatti che la Costituzione, una volta scritta, era stata messa nel cassetto e che i suoi principi non avevano affatto fecondato la politica italiana. Nella Milano “da bere” degli anni Ottanta aveva preannunciato l’arrivo di una grave crisi, in cui i nodi di una politica snaturata e vilipesa sarebbero venuti al pettine.
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