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Alessandro
Parola L’esperienza politica di Giuseppe Dossetti
Tra “formazione” e “azione” politica
Quando si costituisce il gruppo dossettiano non è monolitico. Attorno a Dossetti e alle sue posizioni si crea un’aggregazione di forze diverse e non del tutto omogenee, che comunque si ritrovano sotto una comune bandiera in nome di alcune specifiche battaglie condivise. Sin da subito però il gruppo appare caratterizzato da una frammentarietà quasi costitutiva che, se da una parte si può considerare il riflesso della sua vivacità intellettuale, dall’altra si dimostrerà un elemento decisivo di fragilità tanto da impedirne la sopravvivenza a quegli anni di lotte politiche anche dure all’interno del partito democristiano. Ciò che accomuna, fin dall’inizio, è invece un elemento distintivo ed irrinunciabile che deve coniugarsi all’impegno politico: la formazione. L’ospitalità che i giovani trovano in casa delle sorelle Portoghesi, in via della Chiesa Nuova a Roma, diventa l’occasione per una familiarità di rapporti che solo la coabitazione può dare; Dossetti ha ricordato di essere stato fortemente colpito e condizionato dall’atteggiamento di Lazzati, che per tutto il periodo di convivenza romana “anche nelle giornate più affannose si riservava sempre un intermezzo di preghiera, con la regolarità, la fondatezza e la sistematicità della sua vita spirituale, non con un ritmo esteriore ma come una cosa intensa ed intima”. I professorini cattolici – come verranno chiamati – prestati alla politica, esprimono una speranza generazionale fondata sul rigore della formazione spirituale.
La durezza dell’ora: la ricostruzione
I motivi dell’approdo alla politica sarebbero incompleti se non si menzionasse la necessità del “compito immane della ricostruzione [...] cui costringeva l’urgenza e la durezza dell’ora”, come ha voluto ricordare Lazzati nel 1981, in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Louvain-la-Neuve. In una successiva occasione, Lazzati ha usato l’espressione “fummo, in certo modo, ‘trascinati’ in politica”.
Il ricordo della partecipazione alla lotta resistenziale legittimava l’impegno per il ripristino della vita democratica: i dossettiani percepirono l’antifascismo come valore “culturale” condiviso e nell’ambito di quella Assemblea costituente che doveva segnare l’atto di nascita della nuova Italia fecero un ampio ricorso alla storia per delineare il nuovo assetto politico.
Basterà ricordare l’intervento di Dossetti il 21 marzo 1947 sui rapporti tra lo Stato e la Chiesa, dove l’obiettivo di far inserire il Concordato del 1929 nella carta costituzionale veniva perseguito attraverso il rinvio alla comune esperienza partigiana dei partiti di massa, che in essa potevano trovare il fondamento dell’unità spirituale del Paese. Aldo Moro, dal canto suo, disse il 13 marzo 1947 di fronte all’assemblea:
“non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale”.
Si può capire dunque la delusione che provocò la fine dell’esperienza di Governo tripartitico e dell’unità politica dei partiti di massa antifascisti: l’estromissione della sinistra dalla responsabilità di Governo, un’operazione voluta dal Vaticano e realizzata da De Gasperi nel 1947, sarà per i dossettiani un ulteriore segno della necessità di distanziarsi dalla vecchia guardia della DC, quella favorevole ad un cattolicesimo liberale che privilegiasse la governabilità rispetto alla progettualità, alleandosi con la borghesia industriale conservatrice; Dossetti e i suoi vogliono un partito con un programma fortemente caratterizzato sul piano sociale ed economico. Provano perciò a mettere in piedi un servizio culturale non allineato ed innovativo.
Civitas humana e “Cronache sociali”
Per fare politica occorre anzitutto formare ed educare le coscienze. È questa la convinzione di fondo che ispira la nascita, o forse la rinascita, di Civitas humana. Anche qui le notizie sono scarse, nonostante il grande investimento ideale compiuto nel mettere in piedi l’associazione. Essa nasce formalmente il 3 settembre 1946 a Roma, per opera di Dossetti, Lazzati, Fanfani e La Pira. Lo scopo è di orientare il mondo cattolico verso una riforma politica e sociale, seguendo i principi dell’uguaglianza e della partecipazione. Subito nascono tre gruppi, a Milano, Genova e Torino, a cui aderiscono, tra gli altri, Baget Bozzo e Del Noce. A novembre si svolge nel capoluogo lombardo un convegno, con una trentina di partecipanti. È qui che Dossetti tiene la relazione prima ricordata. Si tratta di un discorso programmatico che ha un polo concettuale fondamentale, che intende dare il tono ed il senso all’intera riflessione ed attività di Civitas humana: “ad ogni grande rinnovamento della struttura di una civiltà corrisponde e presiede (deve corrispondere e presiedere) un rinnovamento della Chiesa”. Ad esso si aggiunge un’ulteriore premessa “meno concettuale e più metodologica” e cioè “l’abbandono della mentalità di difesa propria della riforma cattolica e nella quale siamo stati immersi totalmente sino alla prima guerra mondiale (vera data nella fine di questa mentalità difensiva)”. Quando fa un’analisi della situazione politica, Dossetti si sforza di esser realista, per guardare direttamente al problema della costruzione del partito; la sua è una proposta coraggiosa: desumere il modello del partito moderno dall’esempio del Partito Comunista Italiano, che ha aspetti negativi da respingere a livello ideale, ma anche indubbie caratteristiche positive a livello organizzativo e strutturale.
Civitas humana unirà una rigorosa struttura di vita religiosa (obbedienza alla gerarchia, preghiera, S. messa per l’associazione il primo sabato di ogni mese, corso annuale di esercizi spirituali) con una finalità politico-sociale. Nella primavera del 1947 decide di darsi un nuovo strumento di riferimento, un periodico: nasce così “Cronache sociali”, un quindicinale che presto si qualifica per l’estraneità dalla politica della maggioranza, pur non trattandosi di un giornale di pura valutazione politica. Il momento migliore, ancora una volta, è quello degli inizi. Nel giugno 1947 arriverà infatti lo strappo di Fanfani, che accetta di entrare nel quarto Governo De Gasperi, come ministro del Lavoro; si appanna il disegno di Civitas humana; arrivano le note allarmate della curia romana in merito a questo nuovo colpo di testa di Dossetti. Il destino della rivista neonata, che sopravvivrà con alterne fortune per pochi anni, è condizionato.
Il 18 aprile 1948
La sconfitta interna al secondo Congresso nazionale della DC (novembre 1947) fa maturare in Dossetti la decisione di non candidarsi alle elezioni politiche del 1948, ma il papa Pio XII in persona gli impone di farlo. Nonostante a quel punto sia evidente che le speranze di Dossetti non hanno più uno spazio politico reale (e di questo è consapevole lui stesso, come appare dalla lettera che scrive al segretario Piccioni per notificare il suo dietro front imposto dall’alto) nel dopo aprile ‘48 vi è un periodo di rinnovato vigore, poiché egli si convince che col mandato che gli elettori hanno affidato al partito cattolico si possa almeno operare una politica di riforme e di messa in atto dei valori della Costituzione che sino a quel momento non si era riusciti a realizzare. Questa convinzione rimane viva per poco tempo, anche se paradossalmente, dal punto di vista dei risultati politici concreti, i soli successi della politica riformatrice, da lui sempre auspicata, giungeranno in questo quadro ormai compromesso: nel 1950 verranno infatti approvate alcune leggi di riforma come la creazione della Cassa del Mezzogiorno, la riforma agraria, la riforma tributaria, frutti tardivi e minimamente “consolatori” di una linea politica che restava comunque marginale rispetto agli indirizzi complessivi del Governo.
Ma il Dossetti più lucido resta a mio giudizio quello che da una parte è consapevole che la sua esperienza politica è finita e dall’altra prosegue l’impegno solo per obbedienza alla Santa Sede. A questo proposito la lettera a Piccioni del febbraio 1948, alla quale si accennava prima, è molto importante e significativa, perché manifesta chiaramente la percezione della sconfitta:
“Sinceramente non mi sentivo di continuare ad avallare, con il rinnovo dell’impegno elettorale e parlamentare, una politica che [...] certo è stata troppo di carattere soltanto negativo: ha abbandonato e abbandona con uno slittamento insensibile ma continuo la ispirazione popolare che proclamava di avere alle sue sorgenti; ha progressivamente ridotto, con cautela e sottilizzazioni eccessive il contenuto sostanziale delle proprie dichiarazioni programmatiche; si è rivelata sinora incapace di risolvere o di avviare a soluzione i più urgenti problemi economici e finanziari, neppure nei termini limitati e modesti, che le nostre modestissime possibilità con un po’ più di metodo e di efficienza, ci consentirebbero. Negli ultimissimi giorni, durante la mia assenza da Roma, qualche nostro amico ha provocato sulla mia questione un intervento alto e autorevole, al quale io non posso resistere; potevo solo tentare di esporre i miei motivi. Ieri mattina sono riuscito a farlo. Nonostante questo, e nonostante una chiara manifestazione dei miei propositi per l’avvenire, mi è stato ordinato di presentarmi. La mia accettazione, dunque, ha soltanto questo preciso significato: di una adesione alla volontà di Chi può disporre della mia vita: adesione, data con libertà interiore e, credo, le garanzie di futura libertà esteriore, che mi vengono da una aperta dichiarazione preventiva delle mie idee, delle mie aspirazioni e delle mie intenzioni”.
Dossetti obbedisce quindi a “Chi può disporre della sua vita”, nonostante un’analisi ancora una volta dura della condotta politica della DC. Si tratta di un atteggiamento che trova qualche analogia con quello tenuto nella vicenda dell’adesione al Patto Atlantico. Dossetti non negava in assoluto la necessità di aderire al Patto, ma proponeva un’inserzione graduale ed elastica, che avrebbe permesso una maggiore autonomia dell’Italia. Le sue proposte non furono accolte e fu messo invece ai voti un ordine del giorno che autorizzava l’adesione al Patto senza condizioni. Dossetti, Del Bo e L. Gui si opposero, mentre G. Lazzati ha ricordato che, in occasione del dibattito parlamentare vero e proprio, fu necessario trascinare Dossetti in aula a forza per farlo votare come imponeva la disciplina di partito. E anche in questo caso, “indicibili” pressioni vaticane erano intervenute nei suoi confronti.
Con il 18 aprile 1948 si ha una generale omologazione del mondo cattolico: per tutti le elezioni sono uno scontro di civiltà, che richiedono uno sforzo corale per scongiurare il pericolo rosso e l’arrivo dei “cosacchi”. I dossettiani non possono fare altro che assistere e cercare di contribuire a questa crociata, anche quando Gedda vara i Comitati civici come struttura ecclesiastica elettorale parallela, se non alternativa alla DC.
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