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Alessandro
Parola L’esperienza politica di Giuseppe Dossetti
Un giovane leader, un gruppo, una stagione politica
Dossetti nacque nel 1913 e quando divenne per la prima volta vicesegretario di direzione della DC aveva 32 anni. Era l’estate del 1945: Dossetti, che era stato presidente del CLN di Reggio Emilia, avendo sempre rifiutato di portare le armi, entrava nel partito di De Gasperi e convinceva a fare altrettanto molti suoi amici, con i quali fin dai primi anni Quaranta aveva cercato di prospettare una linea d’azione dei cattolici nell’imminenza della caduta del fascismo. Una situazione praticamente inedita, quella in cui venivano a trovarsi i cattolici: prima il non expedit di Pio IX li aveva tenuti lontani dalla gestione dello Stato; poi i tentativi di partecipazione avevano più che altro prodotto delle contrapposizioni; infine, l’esperimento più intelligente di don Sturzo era stato stroncato dalle autorità ecclesiastiche e dal fascismo.
L’origine dell’impegno politico del gruppo va dunque cercata nei cosiddetti incontri di casa Padovani a Milano. Le notizie che abbiamo, però, non sono abbondanti e rimangono perlopiù legate alla tradizione orale raccolta da persone che vissero a contatto con uomini di questo gruppo nel dopoguerra: sappiamo che il venerdì sera avevano cominciato a trovarsi presso l’abitazione del professore dell’Università Cattolica diversi colleghi, tra i quali Dossetti, Fanfani, Lazzati, Amorth, Vanni Rovighi. Monsignor Carlo Colombo è l’unico testimone diretto che abbia scritto qualcosa di quegli incontri; una testimonianza diretta, pur se povera di particolari, è quella resa da Dossetti a V. Sesti, nella quale viene ricordato che “dopo un primo periodo di generico scambio di opinioni, si venne a fare una riflessione sistematica sullo Stato e sulla forma democratica dello Stato e fu poi in quell’occasione e in vista di questo che io cominciai a redigere non tanto dei verbali, ma una serie di proposizioni sulle quali pareva confluisse l’accordo di tutti noi. E sono queste proposizioni che sono andate perdute, cioè hanno subito la mia vicenda: le avevo io e quando poi, entrato nella clandestinità, dovetti spostarmi da una parte all’altra, a un certo momento gli appunti sono scomparsi. Erano molto sistematici e tendevano appunto a sostenere la tesi che la forma democratica dello Stato non era più, come si era sempre detto, indifferente per il pensiero della chiesa”.
Il motivo originario ed unificante l’esperienza politica del gruppo è la passione democratica. Nel periodo badogliano compaiono le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, un’opera messa in circolazione da De Gasperi dopo la caduta del fascismo e per la quale egli cercava consensi. L’adesione di Dossetti, Lazzati, La Pira e Amorth, come risulta dagli elenchi ritrovati, non è tanto in funzione della costituzione di un partito unico, né per un preciso progetto di politica attiva. Essi avevano in mente l’obiettivo del pensare concretamente ad uno Stato postfascista e democratico, capace di inserire nella vita del Paese le grandi masse popolari; avevano per questo ideato un servizio culturale per i cattolici italiani, denominandolo Civitas humana, con tutta la pregnanza di significato che questo nome doveva avere, al punto che fu ripreso letteralmente nel dopoguerra. In altri ambienti, invece, si disegnavano strategie per la guida del Governo in cui i cattolici dovevano entrare.
Politici per caso o per obbedienza?
Nel 1993 Dossetti ha escluso con molta nettezza di aver cercato volontariamente l’impegno politico diretto. Vale la pena rileggere la sua ricostruzione dei fatti:
“Io non ho per niente cercato di entrare in politica. Lo dico sempre ed è una verità sacrosanta: sono entrato in politica attraverso una rottura di testa per un incidente d’auto. Mi hanno chiamato a Roma i grandi della Democrazia Cristiana nel luglio del 1945 per il primo Congresso Nazionale del partito. Io non conoscevo nessuno, non ero conosciuto da nessuno. Sono arrivato a Roma con ritardo, perché avevo avuto un incidente d’auto a Grosseto. Appena arrivato Piccioni mi ha detto: ‘Tu sarai vice segretario della Democrazia Cristiana’. ‘Ma chi? Io? Ma mi conoscete? Io non vi conosco, non ho mai visto De Gasperi, e voi non conoscete me’. ‘Sta’ cheto, sta’ cheto, stasera vedrai De Gasperi’. De Gasperi non si è fatto vedere, si è andati alle votazioni e mi hanno eletto. Quando sono tornato a casa con la testa fasciata mi sono presentato a mia madre, non sapevo come fare. Ho dovuto rassicurarla che non era niente, ma anche dirle che avevo una rottura di testa ancora più grande. […] Ripensandoci adesso e vedendo le cose in una prospettiva lontana, quella notorietà provincialissima che avevo allora è servita semplicemente a prendere un uomo del Nord, come si doveva, che avesse fatto un poco di attività partigiana e che fosse così sconosciuto da non poter dare fastidio per l’eternità. Qui c’è stato l’equivoco. C’erano altri nomi, io li ho fatti: ‘Perché non questo, non quello?’ Questi altri nomi erano già noti, si sapeva di loro, invece io ero il meno conosciuto, non sapevano di me, soprattutto non sospettavano che avrei creato delle grane. Le ho create davvero, con buone intenzioni certamente. Sono stato un rompiscatole”.
A dire il vero il “rompiscatole” raccontando quella che per lui è davvero una “verità sacrosanta” tralascia alcune informazioni che aiutano oggi a comprendere meglio il determinarsi di quella fulminante ascesa: nel giugno 1945, egli aveva presieduto ad Assisi il convegno nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana (quindi, avendo già svolto attività politica a livello nazionale, forse non era davvero così sconosciuto a Roma); inoltre, è probabile che le ragioni della sua chiamata a Roma non gli fossero del tutto estranee, neppure nel momento in cui veniva “cooptato”, e che egli avesse intuito già allora cosa volessero realmente da lui i dirigenti nazionali della DC; è più verosimile, invece, che essi non avessero compreso esattamente quale fosse la sua personalità, non avendo visto in lui nulla di più che un giovane brillante, in quel momento utile per motivi non del tutto intrinseci alla politica.
Vi sono inoltre alcune riflessioni più ampie che occorre fare in merito alla “casualità” dell’entrata in politica di Dossetti: se è forse possibile o addirittura corretto ritenere che l’esperienza partigiana e la precedente attività di studio e di ricerca non possono essere considerate una preparazione specifica e cosciente all’attività politica, da un altro punto di vista, pare innegabile che esse abbiano rappresentato una solida base sulla quale Dossetti ha impostato tutta la propria esperienza politica. È certamente vero che Dossetti non si era preparato per divenire un “quadro” di un partito politico e che fino al 1944 non era nemmeno convinto della opportunità di creare un partito cattolico; occorre però ricordare che a quell’epoca solo chi aveva partecipato attivamente alle istituzioni del regime fascista poteva aver avuto qualcosa di simile a una “preparazione politica”, non è necessario aggiungere come e quanto connotata.
Un simile atteggiamento di ripugnanza ebbe anche Lazzati. Raggiunto da una telefonata dell’amico Dossetti, pochi giorni dopo essere rientrato dalla prigionia dei lager militari, egli tenne a ricordare che diversa era la linea prospettata negli anni precedenti. Eppure accettò l’invito ad entrare nella DC, rinunciando immediatamente alla presidenza della federazione milanese della gioventù cattolica. Nel suo caso è possibile affermare che si trattò di una scelta libera: il 20 ottobre 1945 scrive una lettera al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano che lo voleva confermare per un altro biennio alla guida della Giac, in cui comunica di passare alla politica, pur sapendo che la strada sarà “irta di difficoltà in tutti i sensi”.
Comune fu invece il motivo per cui sia Dossetti che Lazzati accettarono la candidatura per le elezioni politiche del 1948: l’obbedienza. Entrambi avrebbero voluto concludere l’esperienza politica, ma arrivarono precisi ordini da parte della gerarchia ecclesiastica. Questo è un elemento fondamentale per circoscrivere l’orbita della parabola dossettiana: la leva parlamentare è un’altra cosa rispetto al periodo costituente, l’unico veramente fecondo e carico di tensione progettuale.
L’alternativa all’occupazione del potere
Una volta affacciatisi alla vita politica, Dossetti e i suoi collaboratori dimostrano di sapersi muovere molto bene. Assistono alla messa in atto delle strategie del partito, che portano De Gasperi alla guida del Governo nel dicembre 1945, dopo una drammatica crisi, e si distinguono rispetto alla linea di neutralità impostata nella DC riguardo alla questione istituzionale: Dossetti compie fin dal mese di ottobre un tour in Veneto per propugnare la scelta repubblicana, Lazzati a Milano è a capo della maggioranza antimonarchica del partito.
Per tutti De Gasperi è il capo della DC, un uomo di grande statura morale e politica. Ma i dossettiani hanno un diverso modo di concepire lo Stato: mentre De Gasperi pensa al partito come ad una coalizione compatta che lo segua nella prospettiva della restaurazione dello Stato liberale prefascista, sia pure con qualche correzione, i dossettiani pensano che quello Stato debba essere completamente dimenticato e che sia necessario per così dire farne uno nuovo, sin dalle fondamenta. Infatti chiedono ed ottengono l’ufficio studi e propaganda del partito, si rifiutano di entrare nel Governo, che tuttavia decidono di pungolare per la linea economica di stampo liberale. Le differenze sono fin da subito nette: Dossetti si oppone all’idea di un partito al traino dell’attività di Governo, pretendendo per esso un’iniziativa politica autonoma e creativa, al di fuori del ruolo di comitato elettorale a cui il leader trentino lo voleva circoscrivere.
Fin dall’inizio del 1946 inizia un braccio di ferro: Dossetti si dimette a febbraio e a settembre dalla vicesegretaria, dalla direzione e dal Consiglio nazionale del partito. Gesti sicuramente clamorosi per un uomo che stava coagulando attorno a sé un crescente consenso. Al primo Congresso del partito, che si tiene a Roma dal 24 al 27 aprile 1946, si costituisce formalmente la corrente dossettiana, forte di un successo ampio ottenuto nelle elezioni per il Consiglio nazionale. La questione istituzionale, che i dossettiani danno per risolta, ha impantanato i lavori del Congresso: si rivela una DC composta di repubblicani, ma non programmaticamente repubblicana, per cui è necessario risolvere il nodo di un partito filorepubblicano nella dirigenza, ma in maggioranza monarchico nell’elettorato, soprattutto quello di gran parte della gerarchia ecclesiastica. I giovani dossettiani non ignorano che compromessi e sacrifici sono e saranno necessari, in nome dell’unità. Ma ottengono anche una visibilità che li legittimerà ad occuparsi della Costituzione, lasciando ancora a De Gasperi la gestione del Governo.
“Preparare i cattolici a pensare politicamente”
Il problema di fondo che affligge il mondo cattolico e che si manifesta immediatamente è l’incapacità di una riflessione politica. Una latitanza per motivazioni storiche, ma non solo. Un’altra ragione è sicuramente la mancanza di distinzione tra azione cattolica e azione politica: entrambe sono sottomesse alla dottrina del mandato apostolico, per cui i laici debbono trattare le realtà temporali secondo le indicazioni della gerarchia. L’ideale da perseguire è quello di una società cristiana, nella quale fosse restaurata l’egemonia cattolica attraverso il controllo delle istituzioni civili. Dopo aver tentato invano di cristianizzare il regime, la Chiesa non abdica all’aspirazione di confessionalizzare la repubblica. E per poter operare e incidere sui pubblici poteri, data la novità della democrazia, la Chiesa sa di dover servirsi della mediazione di un partito cristiano.
I giovani dossettiani non potevano sottrarsi a questo schema ideologico. Tanto più che la loro formazione era avvenuta in gran parte nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’ateneo che Padre Gemelli aveva ideato per difendere “l’ideale della cultura cattolica, l’ideale della vita cristiana, l’ideale dell’amore per la chiesa, l’ideale dell’amore per una patria cristianamente governata”. Eppure questo impianto comincia a incrinarsi. Le giovani generazioni condividono l’analisi di Maritain, secondo la quale “poiché l’ideale medievale, definitivamente, è caduto, bisogna lavorare ad instaurare un nuovo ideale storico per una nuova cristianità”. Così scrive Lazzati nel 1947, in un articolo esemplare dal titolo Esigenze cristiane in politica. Proprio Lazzati aveva tra l’altro puntualizzato fin dal 1943, in una lettera indirizzata al presidente diocesano dell’Unione Uomini divenuta il manifesto del suo impegno per la distinzione tra azione cattolica e azione politica, che sarebbe stato “veramente dannoso o confondere l’AC con la politica o svuotare la prima a vantaggio della seconda”. Dossetti si spingerà coraggiosamente oltre, quando nel primo convegno di Civitas humana del 1946 affermerà che la Chiesa italiana “ha in gran parte mancato il suo compito negli ultimi decenni” e denuncerà il papa che “ha nell’occasione delle elezioni per la costituente affermata la decisività di una determinata manifestazione politica”, imponendo per fede un certo voto, dovendo poi “constatare la necessità di non fare più conto sui 45 milioni di cattolici ma solo su 8”; con un dubbio cruciale: “di questi quanti veramente consapevoli e disinteressati, preoccupati più del Vangelo che della loro proprietà?”
Mentre il mondo cattolico si va sostanzialmente ripiegando sulla elaborazione di una crociata contro lo spauracchio comunista, al suo interno si profila però anche una tendenza diversa, incentrata sulla prioritaria necessità di aiutare i cattolici a pensare politicamente, cioè ad essere coerenti con la loro vocazione di fedeli laici. Il dossettismo sceglie di restare all’interno della DC un movimento d’opinione e l’opinione d’un movimento, anche a costo di risultare, con la sua azione formativa, inviso a De Gasperi e sospettabile alla Chiesa.
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