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Alessandro
Parola L’esperienza politica di Giuseppe Dossetti
Introduzione: il “mito” del dossettismo
Dieci anni fa P. Pombeni affermava che la storia del dossettismo era ancora da scrivere: un giudizio sicuramente più penetrante della sua immediata ovvietà. Il riferimento era a chi pretendeva di ascriversi a legittimo erede di quella stagione democristiana, approfittando della temperie politica che nei primi anni Novanta stava abbattendosi sulle istituzioni del nostro Paese; la ricerca di un’analisi critica e di una giustificazione interiore della fine dell’unità politica dei cattolici portava a rivalutare chi quel dogma non l’aveva mai fatto interamente proprio; la raccolta di memorie e testimonianze di una generazione – quella dei “ricostruttori” dell’immediato secondo dopoguerra, che erano stati chiamati a ristabilire la democrazia dopo vent’anni di dittatura e ottanta di monarchia, che avevano progettato le basi delle istituzioni repubblicane e ne avevano codificato i principi nella carta costituzionale – diventava un’esigenza comune che faceva appello, a fronte della perdita di fiducia e del disorientamento provocati dall’aver scoperto il vaso di Pandora di una politica malata e corrotta, a coloro che potevano esser considerati gli ultimi maestri e che avevano concepito e praticato la politica come servizio anziché come occupazione del potere.
È dunque sbocciato un tentativo di lettura interpretativa degli anni dedicati da Dossetti alla politica. Appena un decennio, ma sufficiente per creare il mito e la leggenda del dossettismo: il cenacolo milanese di casa Padovani prima della guerra, la Resistenza, la Costituente, l’associazione Civitas humana e la rivista “Cronache sociali”, la sfida a De Gasperi, la rottura con Fanfani, il ritiro anticipato prima della conclusione della prima legislatura repubblicana. Un impegno politico basato sull’intreccio radicale tra il primato di Dio e dello spirituale e la fedeltà riformatrice e perfino rivoluzionaria alla città dell’uomo. La sinistra democristiana, e la sinistra cattolica in generale, hanno a lungo coltivato il sogno di un impossibile ritorno di Dossetti alla politica, anche dopo che divenne prete e monaco. Ed in effetti il suo drammatico appello Sentinella, quanto resta della notte? in occasione della commemorazione di Lazzati il 18 maggio 1994, e la fondazione dei Comitati per la difesa della Costituzione, sono un suo estremo ritorno ed una sorta di testamento spirituale. Un testamento, sia chiaro, non conservatore, come pure è stato scritto, non chiuso ad ipotesi di riforma, come si legge senza equivoco nel testo del suo discorso a Napoli, ma in difesa dei principi insuperabili sanciti dalla Costituzione, all’insegna di quel “patriottismo costituzionale” che dovrebbe essere patrimonio unitario di tutti in un paese democratico: orgoglio di una democrazia rappresentativa che vuole difendersi da ogni deriva plebiscitaria mediatica e populista, dal “paradiso artificiale” di una democrazia-spettacolo in maschera capace soltanto di ridurre “il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al sovrano del popolo”.
La costruzione di un mito è abitualmente accompagnata da giudizi pro e contro, da appropriazioni talora indebite, da miopi speculazioni. Ricorderò qui soltanto due interventi, che la dicono lunga su quanto il dibattito sia stato largo, disparato e non sempre appropriato: Montanelli ebbe occasione di scrivere che Dossetti “era stato uno di quei ‘professorini’ della sinistra integralista democristiana che, con la convinzione di trasformare il partito in missione, lo strapparono a De Gasperi... I Quattro Cavalieri di questa Apocalisse, Dossetti, Fanfani, La Pira e Lazzati, erano gli uomini più onesti dello scudo crociato... Ma, salvo Fanfani..., gli altri tre avevano gli occhi troppo levati al cielo per accorgersi della fogna in cui i loro piedi stavano guazzando”; approssimativo è stato anche il giudizio politico del presidente della Regione Lombardia Formigoni, che già nel 1984 aveva acrobaticamente tentato di dimostrare l’affinità e la continuità tra dossettismo e Movimento Popolare, espressione politica di Comunione e Liberazione, quando ha detto: “dal punto di vista politico [Dossetti] è stato l’emblema del complesso di inferiorità del cattolicesimo politico nei confronti del marxismo”. Il giudizio continua ad esser composito, ma oggi si può con maggiore puntualità affermare che il riverbero dell’eccezionalità dell’esperienza politica dossettiana, proprio perché ha creato attorno a sé un’aura mitica, impedisce ancora di coglierne i contorni reali, compresi i confini. Detto altrimenti e con un interrogativo: se ci si sforza di offrire una valutazione in sede storica del peso avuto nelle prime vicende della Repubblica dall’azione politica di Dossetti e dei suoi collaboratori, è inevitabile concludere che essa fu semplicemente l’espressione di una “tensione morale” e quindi nient’altro che una catena di “illusioni”, come affermava con volontà liquidatoria E. Galli della Loggia in un articolo del 1995 (La storia ha smentito le sue illusioni, in “Liberal”), oppure – tenendo conto dell’evolvere giorno per giorno della situazione politica tra il 1945 e il 1951 e delle differenti personalità e sensibilità all’interno del gruppo dossettiano – è possibile intravedere che alle spalle di quella esperienza vi fu qualcosa di molto più concreto di una catena di “illusioni”, ovvero un progetto politico certamente minoritario, ma non per questo meno capace di catalizzare attorno a sé energie non trascurabili del panorama politico di quel momento e di creare una certa inquietudine in un partito indirizzato su binari diversi?
Quanto vorrei far percepire in questa rapida panoramica, è ben espresso dalla centrata risposta che Lazzati diede alla domanda “che cos’era il dossettismo” in una intervista del 1984, rilasciata per arginare le manipolazioni ideologiche sull’eredità di quell’esperienza: “Fu il tentativo – disse Lazzati usando non a caso il passato remoto – di portare nella coscienza dei cattolici il senso della responsabilità politica”.
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