|
Daniela
Calanca Simboli e vesti nell’Italia del boom economico
Simboli e vesti nell’Italia del boom economico
A partire dalla considerazione secondo la quale “i cambiamenti sono sempre ‘relativi’ e giocati (più o meno consapevolmente) sulle successioni generazionali, che, pur rinnovando di volta in volta abiti mentali e disposizioni psicologiche, nello stesso tempo conservano – o sono costrette a conservare – più di quanto gli eventi e le trasformazioni strutturali o anche ideologiche non lascino intendere ad una visione superficiale delle cose e della storia” (Pela, Sorcinelli, 1999, p. X), si può affermare che gli anni del boom economico e, in particolare, gli anni del “miracolo italiano”, 1958-1963, sono caratterizzati, oltre che da evidenti contrasti, da una peculiare intersezione fra mutamento dei costumi e persistenza di alcune mentalità da tempo consolidate in strutture e comportamenti[1]. In questo senso, se la grande abbuffata, il frigorifero, la lavatrice, la televisione, la vespa, assieme alla “Cinquecento” e alla “Seicento” e, non da ultimo, la spiaggia affollata sono alcuni tra i simboli più rappresentativi del “miracolo italiano”, l’abbigliamento femminile da mare, proposto in quegli stessi anni, per esempio, mostra come alla radicale trasformazione che conosce la società italiana, in pochissimo tempo, nel modo di produrre, di consumare e di sognare, non si accompagni un’equivalente trasformazione radicale e veloce nella mentalità comune nel modo di considerare il corpo, il sesso e tutto ciò che ad esso si collega[2]. Sotto questo profilo appare simbolica la camiciola “che fa moda”, da indossare sia sopra il bikini sia su “calzoni cortissimi”, commentata su “Tempo” nel luglio 1959, non solo in relazione al campo estetico e salutare ma anche per ciò che attiene al terreno della morale e del giudizio: “La camiciola è l’indumento che le donne favorevoli al bikini, vuoi per ragioni soltanto estetiche vuoi per ragioni salutari, indossano sul prendisole per smorzare l’eccessiva esibizione di nudo e perché la camiciola ‘fa moda’. Questa giacca-camicia di Belfe, in cotone stampato ‘arlecchino’ si porta tanto sul bikini come su calzoni cortissimi dello stesso tessuto. Chi parte in agosto ha lo svantaggio di patire in città la canicola di luglio, ma il vantaggio di sapere esattamente come sta comportandosi la moda sulle spiagge”. Il legame che intercorre tra l’aspetto etico – in quanto “smorza” – e l’aspetto mondano – in quanto “fa moda” – che caratterizza la camicia-giacca si rafforza nella misura in cui questo capo d’abbigliamento viene legittimato dalle “capitali” della moda-vacanze: “A Paraggi, Portofino, Santa Margherita, Rapallo si portano certi generi stampati (appunto gli ‘stampati di Portofino’, artigianato locale) e non certi altri. Le ‘camiciole’ sono in tela di cotone grossolana, fondo bianco, con motivi decorativi di carattere popolare-paesano […]. Le informazioni che ci vengono dalle ‘Isole della moda’ (Capri, Ischia, l’Elba, la Sardegna) oppure dalle isole solitarie (Stromboli, Tremiti) e dalle coste tranquille del Mezzogiorno d’Italia (Matera, Palinuro) ci dicono che anche lì le camiciole furoreggiano ma in colori arditi e a disegni vistosi, che il bikini è ammesso per il bagno di sole ‘totale’, che i pagliaccetti sono completati da casacche fantasia foderate di spugna, che i pantaloni lunghi sono meno di rigore. […]”. Non assolvendo a una mera funzione decorativa, la “camiciola” ottiene un ulteriore significato di moda, quando viene correlata all’intera gamma di colori e forme proposte: “Cotone per camiciole e casacche: più ci si allontana dalla Liguria, dalle coste adriatiche e dal Centro dell’Italia per spingersi al Sud, più si accendono di colori violenti. Vi citiamo ad esempio le casacche in foulards e in cotone che portano disegni curiosi e tipici: la ‘giostra del saraceno’, ‘il gioco della barca’, il ‘libro dei proverbi’. Sono tutti disegni allegri e divertenti, con accozzi di colori arditi i quali fanno, della camiciola, un ‘pezzo’ unico, veramente alla moda per completare gonne e pantaloni”. E in questo quadro la “celebrazione” non può che configurarsi, metaforicamente parlando, come uno “spazio” del compromesso tra parti discordanti, ossia tra esigenze estetiche ed esigenze etiche: “Ogni anno una campagna anti-bikini annuncia la fine di questo costume scostumato. Effettivamente non si può dire che il bikini sia di moda, ma praticamente lo si vede poi dappertutto sulle spiagge. Ci sono donne anti-bikini per giustificate ragioni estetiche e ci sono, comunque, donne pro-bikini per motivate esigenze di abbronzatura totale e di cura solare. Pudore e buon senso relegano però il ridottissimo prendisole sulle sabbie o sugli scogli più o meno solitari. Non appena la cura è finita, s’indossa la camicia-casacca che si tiene lì, a portata di mano, insieme con la grande ‘sporta’ (borsa da spiaggia)”[3]. Di fatto, il bikini, il completo composto da alta fascia reggiseno e calzonicini-mutandina, che nel 1946 viene ideato dallo stilista svizzero Luois Reard, e lanciato dal couturier Jacques Heim, presentato a Parigi in coincidenza con le prime esplosioni atomiche sperimentate sull’atollo Bikini, in Italia negli anni Cinquanta non riesce a diventare un fenomeno di massa (Davanzo Poli, 1995, p. 79). Seppure indossato con disinvoltura dalle “maggiorate”[4] come Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Sylva Koscina, Rossana Podestà e tra le francesi Brigitte Bardot, viene considerato dalla mentalità dominante scandaloso. E questo è un atteggiamento diffuso anche negli altri paesi europei. Sebbene venga indossato nei luoghi mondani, sulle riviste femminili più seguite si propongono tuniche con gonnellini a godet, calzoncini e camicetta, e vestine a pannelli. Ciò che domina è il costume a un pezzo con gonnellino sul pube, la giacca-accappatoio delle sorelle Fontana, di spugna blu foderata di tela a righe bianche e rosse, come reggiseno e slip, il “prendisole” con motivo di grembiulino annodato oppure realizzato con fazzolettoni di cotone stampato. I due pezzi sono riservati alla barca, mentre per la spiaggia è sempre di moda il costume a vestina svasata, e ancor di più la tunica diritta o pieghettata. Alla fine degli anni Cinquanta e negli anni 1960-61 i modelli dei costumi sono gli stessi ovunque: elasticizzati, con gonnellino sul pube, mini abiti da spiaggia, baby doll che funge anche da costume da spiaggia per signore in attesa. Mentre a Saint Tropez Brigitte Bardot lancia costumi e bikini che riproducono tratti infantili (cuoricini e quadretti), le sorelle Fontana, per esempio, lanciano il costume-cabina costituito da un grande cappuccio, che sembra confermare il significato sociale di un compromesso, la consapevolezza cioè di non poter non considerare le grandi trasformazioni indotte dalla modernizzazione nelle abitudini “balneari” degli italiani, ma di non poterle nemmeno trattare apertamente[5].
Del resto, che in quegli anni sia presente una commistione di atteggiamenti mentali con cui si guarda in particolare la donna è quanto è dato constatare anche nel modo in cui la “filosofia” dei valori dominanti concorre a circoscrive la sua “modernità”, e, viceversa, nel modo in cui la rappresentazione della donna moderna viene a coincidere con ciò che sta a metà strada fra innovazione e tradizione[6]. Da questo punto di vista, appaiono emblematici “I tre giorni della bellezza”, un piano “che permette alle affaticate donne del 1951 di diventare più belle divertendosi e senza ricorrere all’istituto di bellezza”, commentati sull’“Europeo”[7]. Sotto il profilo strettamente innovativo ciò che si staglia come l’interesse principale deriva dal fatto che si tratta di un programma studiato dai medici della Beauty Clinic di New York e pubblicato in un libretto che in pochi mesi ha venduto milioni di copie in America, e che “le fotografie che illustrano alcuni esercizi fisici da seguire durante i tre giorni sono state fatte con l’attrice Gina Lollobrigida”. Nel contempo, constatando che “la donna moderna ha poco tempo per pensare a sé; ormai la noia non è più il suo male” si riconosce il fatto che i tempi sono cambiati, che la società si è trasformata. Se la letteratura è riuscita a ritrarre il tipo di donna che si annoia, come nel caso di Emma Bovary – ed è probabile che in qualche piccola città sperduta della provincia ci siano ancora delle signore Bovary – “oggi – viene fatto osservare – la donna-tipo del nostro tempo va ricercata al centro di alcune società come quella americana, quella inglese, quella francese e quella italiana, forse limitandoci ad alcune grandi città come Roma o Milano o altre che pur avendo una popolazione minore partecipano al costume della vita moderna”[8]. Tuttavia, in questa stessa concezione della trasformazione si annida l’esigenza di salvaguardare la superiorità della sfera tradizionale e ciò avviene nella misura in cui si sottolineano, a chiare lettere, le varie mansioni, nonché una certa presunzione femminile: “Questo tipo di donna per sette giorni della settimana ha poco tempo per sé. Se è madre deve pensare alla pulizia della casa, ai bambini, al marito. Se lavora nell’ufficio, gli impegni burocratici la sommergono. La giovinezza se ne va rapidamente, appannata dalle fatiche e dalle preoccupazioni. Eppure ci sono regole che potrebbero, qualora adottate, permettere alla donna di casa o alla donna di ufficio, di curare il proprio fisico. Dove trovare il tempo? Nel calendario, rispondiamo. Oggi la donna è diventata più presuntuosa degli uomini nel credersi insostituibile, eppure basta una breve malattia per dimostrare il contrario. […] Tanto vale allora prevenire quei malesseri prendendosi una vacanza di 72 ore, cioè di tre giorni, per seguire una cura che in questo momento molti medici ci consigliano”. Quanto si “gioca” fra il dare per scontata la presenza degli elementi tradizionali e il loro intreccio rispondente al costume della vita moderna, viene a coincidere con uno dei tratti più tradizionali del modo di essere donna, ossia una moglie ideale: “Dopo la breve vacanza la conversazione con vostro marito ritorna ad essere fresca e piacevole, avete nuovi argomenti, la vostra immaginazione è piena di estro”[9].
L’intersezione tra ciò che permane e ciò che si trasforma si può dire, dunque, che costituisca una delle note di fondo relative ai discorsi inerenti al costume del tempo. Ed è proprio in questa intersezione che si registra l’inclinazione, a tratti anche dissimulata, a fornire parole e immagini a uno dei maggiori tabù del tempo, come si può osservare, a titolo esemplificativo, dalla rappresentazione di un simbolo peculiare di quegli anni, i vitelloni, immortalati da Fellini nel 1953[10]. Dalla fine di giugno a metà settembre i vitelloni sono tutti a Rimini con la loro uniforme: “I maglioni blu o verde smeraldo, i mocassini giallo-uovo, i sandali alla schiava che imprigionano l’alluce, i golf gettati sulle spalle con le maniche annodate attorno alla gola, i dischi di musica negra sotto il braccio”; non ballano quasi mai con signorine, ma stringono fra le loro braccia, con gli occhi socchiusi e le narici frementi, “signore fra i trenta e i quarantacinque, ben conservate, coi lombi forse un po’ troppo pesanti per le gambe nervose”, quelle stesse signore che il sabato sera siedono, senza troppa allegria, “accanto a signori cinquantenni, ben vestiti e profumati di lavanda inglese, giunti poche ore prima da Milano, da Roma o da Bologna per trascorrere la domenica accanto alle mogli”[11]. L’esplicito riferimento a comportamenti che potrebbero indurre a formulare pensieri e giudizi contrari al perbenismo e alla morale dominante, viene rivestito da una sorta di riflessione giustificatoria, quasi come per far rientrare nella norma qualcosa che sfugge ad essa: “Oggi è un film di Federico Fellini, intitolato appunto I vitelloni, ad arricchire la conversazione degli italiani di un’espressione insostituibile. I vitelloni sono, infatti, più solidi dei gagà, più innocui dei ‘paini’ e più arrendevoli degli snob. In Romagna, dove Fellini è nato, si chiamano vitelloni quei giovanotti, figli di piccoli e medi borghesi, che pur non avendo mestiere né rendite amano la vita brillante, gli amori spinti fino alla commedia della passione, i vestiti alla moda, i fogli da diecimila trattenuti con negligenza da un fermaglio, gli accendisigari inglesi. Se in Italia il gagà appartiene specialmente a via Veneto o a Monte Napoleone, il vitellone è personaggio caratteristico delle cittadine balneari. Da Bordighera a Positano, da Siponto a Iesolo, i vitelloni sono un esercito. Splendidi d’estate, smarriti d’inverno, questi attori giovani del turismo sono più che altro vittime di una società senza radici, costruita su vecchi luoghi comuni ed equivoci”. Il tentativo di assicurare una giustificazione che in altre circostanze apparirebbe del tutto improponibile, qui trova un’occasione per esprimersi nello spazio dischiuso dalla stessa tradizione: “Come si fa a non guardare con occhi da seduttore una signora inglese o tedesca quando si è sentito dire per anni, magari dal proprio padre, che ‘gli italiani battono in amore tutti gli uomini del mondo’ e che ‘le straniere preferiscono l’abbraccio di un facchino italiano alla carezza di un gentiluomo del loro paese?’. Per i vitelloni romagnoli, la leggenda erotica italiana si arricchisce di orgoglio regionale. In amore, essere emiliani significa essere due volte italiani; essere romagnoli, vuol dire essere due volte emiliani. Ecco perché i vitelloni di Fellini, per i quali il regista di Rimini ha preso a modello alcuni dei suoi concittadini, possono degnamente rappresentare il vitellonismo nazionale”[12]. La stessa impressione si può trarre dal modo mediante cui gli stessi giovani attribuiscono significati ai propri comportamenti in materia sessuale-amorosa, sotto il condizionamento di un meccanismo psicologico tra le maglie del quale fatica ad emergere il tratto di libera spontaneità, come mostra il caso della ragazza che scrive al direttore di “Tempo”, dopo aver “combinato la più grossa bestialità” della sua vita, un rapporto sessuale con un giovane conosciuto da poco tempo, con il quale interrompe però fin da subito qualsiasi contatto[13]. La ragazza trascorre un anno a darsi “dell’imbecille e a versare litri di lacrime di rabbia e di umiliazione”, ma ad un certo punto un suo ottimo amico comincia a corteggiarla. “Non ne ero affatto innamorata, ma avevo molta stima per lui. Gli raccontai l’accaduto facendomi persino più colpevole di quanto non fossi stata, tanto era umiliante per me l’idea che qualcuno mi avesse trattata come una specie di bottino di guerra. Si comportò da vero signore oltre che da persona di cuore; mi rispose che la cosa non lo riguardava affatto e che, d’altra parte, non avrebbe proprio potuto scagliare la prima pietra”. Da quel momento il ragazzo si è sempre comportato con la massima correttezza senza mai fare allusione alla confidenza fatta. Tuttavia, al momento di prendere una decisione, la ragazza esita. “Sposarlo, significherebbe vivere con un uomo profondamente comprensivo, generoso, sensibile, intelligente; che però è anche spesso timido, influenzabile, irresoluto e pessimista. Non sposarlo potrebbe significare vivere in solitudine per tutta la vita; non sono né bellissima né ricchissima; quante poche speranze avrei di trovare persone altrettanto indulgenti che il mio ragazzo. D’altra parte trovo immorale oltre che rischioso sposare una persona senza sentirmene innamorata; non è soltanto in gioco la mia personale felicità; c’è anche la sua e non potrei mai perdonarmi di avergli avvelenato l’esistenza. Mi dia il suo parere”. Lungi dal prender davvero in considerazione il sentimento, si sceglie di rientrare “nei ranghi”, laddove per una ragazza il matrimonio costituisce ancora la più alta forma di identità sociale. In questo senso la risposta del direttore non può che essere più che tradizionale, senza tuttavia incorrere nella condanna morale esplicita: “[…] Se quel giovane, dunque non le dispiace fisicamente, se la sua vicinanza ed i suoi gesti affettuosi non suscitano in lei nessuna reazione sgradevole, se insomma pensa di potere stare abbastanza piacevolmente fra le sue braccia, se lo sposi subito; anche se non sente per lui quel trasporto irresponsabile e cieco che si chiama amore, ed è frutto spesso di autosuggestione, della lettura di falsi romanzi, della visione di altrettanto false pellicole che hanno, gli uni e le altre, il torto di terminare sempre al bacio finale e non prolungarsi almeno fino al primo litigio”. All’immediata risposta spontanea che ruota attorno a quell’espressione emblematica, quale appare il “se lo sposi subito”, segue una disamina più che convincente per realizzare quello che ancora si ritiene il meglio per una donna: “È assioma che i matrimoni fatti per reciproca simpatia e sulla base di sagge e fredde considerazioni durano più a lungo, e promettono maggiore concordia coniugale, che quelli nati dalla cotta, dalla passione, dal ‘senza-di-lui-(o di-lei)-prefersico-morire’. E spesso quando nei matrimoni conclusi per passione l’amore diventa stanca abitudine o tedio, nei matrimoni così detti di ragione l’amore si accende, e dura assai più a lungo”. A ciò segue un’ulteriore rappresentazione che chiarifica in realtà la natura di molti rapporti matrimoniali, quasi come per eliminare qualsiasi dubbio restante in proposito: “Ma poi, dove lo trova, in questo nostro paese di gelosia retrospettiva che risale fino agli anni della balia, un uomo così comprensivo e discreto? È timido? Beata la moglie di un timido; preferirebbe un bullo sfacciato e prepotente? È influenzabile? Ringrazi il cielo, potrà così esercitare su di lui il suo ascendente di donna che ci pare sappia il fatto suo (tale appare dalla sua lettera, nonostante quello scappuccio iniziale). È irresoluto? Deciderà lei per lui nelle faccende importanti, come del resto fanno in Italia il novanta per cento delle mogli; lasciandogli credere poi, come le più accorte di quel novanta per cento, che la risoluzione è tutto merito suo. E infine, è pessimista? Meno male; non passerà il pomeriggio d’ogni sabato a compilare schedine del totocalcio”[14]. “Meglio un cattivo marito che senza”, recita il proverbio, anche perché di fronte a ciò che è considerato il tabù dei tabù, “una delle tragedie più terribili che possa capitare a una ragazza italiana è quella di attendere un bambino. Nell’aula di una scuola di Upsala, in Svezia, ho visto qualche tempo fa questo cartello: ‘Ragazze, non disturbate le vostre compagne incinte’. In Italia, una ragazza che capita in un incidente del genere non va più certamente a scuola, rischia di essere cacciata di casa, qualche volta tenta il suicidio”[15]. Va da sé come il problema dei figli illegittimi nasconda una serie di comportamenti che persistono sulla base di valori antichi, anche laddove si considera la diminuzione degli illegittimi nel nostro paese un segno di modernità: “Nel 1957, 83 sono stati gli infanticidi per causa di onore, di cui 7 commessi da minorenni. In media ogni quattro giorni un bambino appena nato viene ucciso dalla madre. Eppure, il numero dei figli illegittimi è abbastanza alto nel nostro paese. Nel 1957, l’ultima data per cui abbiamo una cifra sicura, i nati illegittimi sono stati 25.482, contro 877.968 legittimi. La regione che presenta la punta più alta di nascite irregolari è la Campania, 3271, seguita dalla Sicilia, 2759, dal Lazio, 2692, dalla Lombardia, 2512, e dall’Emilia-Romagna 2173. Per contro l’Umbria presenta la punta minima di 232 nati illegittimi seguiti dalle Marche, 254. Per quanto riguarda invece i nati illegittimi calcolati in un rapporto a mille nati da unioni regolari, è la Valle d’Aosta a tenere il primato negli ultimi cinque anni. Con una cifra sempre superiore ai 50 su mille: vale a dire che c’è un illegittimo ogni venti regolari. Segue poi il Trentino-Alto Adige, l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia nell’ordine. L’ultimo posto è invece occupato dalle Marche, precedute dall’Umbria. La massa delle nascite irregolari tende però a decrescere: 27.773 nel 1955, 26.645 nel ’56 e 25.482 nel ’57. È questo fra gli altri, uno dei tanti segni del progredire del nostro paese sulla via della modernità: nei paesi più civili le nascite degli illegittimi diminuiscono”[16].
È ancora un po’ “lontana” la rivoluzionaria minigonna tagliata appena al di sotto dell’inguine, ideata dall’inglese Mary Quant nel 1964, che si qualifica come un segno femminile forte, che condensa nel suo percorso storico valori di libertà in opposizione alle censure dei benpensanti[17]. Viceversa, i blue jeans, l’ “uniforme dei giovani”, li identifica e li circoscrive quali giovani ribelli, come mondo a sé che si afferma distinguendosi dalle generazioni precedenti, contribuendo a far scolorire tradizionali distinzioni di ceto[18]. Ciò che maggiormente inquieta in questi anni è il fenomeno del teppismo, le nuove forme della delinquenza giovanile presenti in altri paesi molto più che in Italia. “Anche l’abito fa il monaco”, dichiara il ministro di Grazia e Giustizia Gonella nel 1959, “la blusa nera e i calzoni d’oltreoceano [i blue jeans] costituiscono una specie di immunizzazione morale di questo esercito di gaglioffi. Pedagogisti e psicanalisti hanno già rilevato una più accentuata spinta alla criminalità nei giovani che credono di riparare la loro responsabilità sotto il fragile asbergo di una divisa, anche se trattasi di una divisa da straccioni”[19]. In realtà di quegli stessi giovani, che indossano la “divisa da straccioni” manca una conoscenza approfondita: “Il numero delle inchieste italiane dedicate al problema dei giovani è assai basso. Mentre in Francia, tanto per fare un esempio, esce almeno un libro ogni settimana sulla gioventù, le recenti indagini italiane dedicate allo stesso argomento si possono contare sulle dita: citiamo fra le migliori quelle di alcuni grandi giornali d’informazione, come ‘La Stampa’ e ‘Il Resto del Carlino’, e l’altra della rivista ‘Ulisse’. Questa è un’altra prova dell’indifferenza con cui gli anziani accolgono la nuova generazione. Dobbiamo dire per la verità che i paesi più solleciti ad interessarsi del problema sono quelli in cui la delinquenza minorile assume proporzioni minacciose: e questo non è certamente il caso dell’Italia. L’inserimento delle nuove leve nella società è tuttavia un problema continuo: non ci sembra che ad esso si dedichi l’attenzione che merita”[20]. Malgrado la rilevanza che viene da un lato conferita alla scarsità informativa presente nel Paese, e dall’altro alla problematica della conoscenza stessa, si tende a circoscrivere il tutto in un sistema unitario sulla base della giustificazione degli “anziani”: “In realtà l’atteggiamento degli anziani è spesso un riflesso della loro situazione familiare. I genitori, cioè, portano su un piano più generale gli stessi sistemi di educazione che adoperano con i figli: il più diffuso fra questi sistemi è quello che potrebbe essere detto la ‘pedagogia del nascondere’. Si evita cioè di parlare di certi problemi, lasciando che i figli adolescenti se la sbrighino da soli”. Di questi problemi il più importante è quello dell’“amore” e in ordine a ciò viene posto il quesito cruciale, ossia “Quanti sono i genitori che osano spiegare ai propri figli come nascono i bambini?”. La maggior parte dei ragazzi intervistati da un giornalista confessa d’averlo saputo dai compagni più grandi. “Sono racconti che, fatti da un compagno discolo anziché da una persona dell’ambito familiare, appaiono talmente crudi da ferire la sensibilità del fanciullo fino a ieri convinto di essere stato trovato dai suoi genitori sotto un cavolo o fra i petali di una rosa. Spesso, questa rivelazione è il primo tradimento che un fanciullo o una fanciulla deve affrontare nella vita”. Vista in questa prospettiva, l’impostazione delucida la questione assumendo il punto di vista dei giovani: “Qualcuno m’ha detto – racconta il giornalista – che, dopo la rivelazione, ha avuto la sensazione d’essere stato ingannato dai genitori e ha perso la fiducia che aveva in loro. Qualche altro, cui evidentemente erano state fatte descrizioni più crude, m’ha confessato d’aver poi guardato la propria madre con un sospetto che solo gli anni hanno potuto sciogliere”. Tuttavia, ciò che viene posto in rilievo non è tanto la “drammaticità” per il giovane, quanto per le famiglie: “Una ragazza m’ha detto: ‘Quando l’ho saputo sono corsa dalla mamma che mi ha tranquillizzata dicendomi che non era vero. Più tardi però, mentre ero a letto, ho sentito che litigava aspramente col babbo e io ero l’oggetto della discussione. Ho avuto la sensazione allora di essermi avvicinata a qualcosa di terribile capace di provocare, sia pure con un semplice accenno, un momento drammatico nella mia famiglia’”. Si cerca in tal modo di individuare una linea mediana tra ciò che appare necessariamente come nuovo e ciò che persiste: “Molti genitori non sembrano rendersi conto di quanto sia necessario il loro aiuto nel momento del passaggio dall’adolescenza alla gioventù. Dell’amore, in casa loro, non si parla. Del sesso, meno ancora. Devono essere i figli a prendere la parola per primi? Tutta la pedagogia moderna è d’accordo sulla risposta: ‘No, certamente no’”. Ma dietro alla necessità di effettuare una trasformazione modale del rapporto tra genitori e figli emerge il tentativo di colmare il divario tra ciò che può consentire un processo di mediazione e ciò che invece non può consentirlo. Infatti, oltre ad ammettere una simile esigenza, compare un elemento di accordo con la persistenza, ossia il “primato” dell’istituto familiare: “L’imbarazzo dei padri e delle madri nel trattare certi argomenti è perfettamente comprensibile: pure, è necessario superarlo se si vuol formare il carattere dei figli. Altrimenti si lascia alle suggestioni del mondo esterno il compito di influire decisamente sulla personalità dei fanciulli. E il mondo moderno sembra avere soprattutto questi eroi, questi modelli per eccitare la fantasia dei giovani: campioni sportivi, dive del cinema, grandi rapinatori, famose cocottes, seduttori internazionali, cantanti di musica leggera e presentatori della televisione”[21]. Anche la famiglia, centro dell’ideologia tradizionale, si sta trasformando, si stanno trasformando i modi di vita dei suoi componenti, ma il modo di vivere gli elementi che l’esperienza della modernizzazione sottopone agli occhi di tutti si intersecano tra innovazione e tradizione[22].
Nel delineare dunque, seppure brevemente, la presenza di una forte compenetrazione di persistenze e mutamenti nell’Italia del miracolo economico, di quegli anni appare chiaramente un profilo contraddittorio. Ed è forse la stessa contraddizione che pare di cogliere nelle parole della giornalista che, indagando sulla rivoluzione mondana a cui si assisterà nell’anno nuovo, nel dicembre del 1962, scrive: “Una novità: nel ‘63 anche le signore potranno fischiare al cinema senza sembrare maleducate; solo un fischio particolare però sarà permesso: il richiamo dolce e modulato della quaglia”[23].
|