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Paolo
Sorcinelli L’ordine sessuale e gli artifici del piacere. Le pratiche contraccettive dall’Accademia delle dame a Freud
Per non restare incinte
Come si può notare in un’anomala relazione amorosa di un prete e di una ragazza, entrambi i protagonisti ricorrono o credono di ricorrere a espedienti antifecondanti: don Luigi assicura Geltrude di aver preso un veleno che la metterà al riparo da ogni rischio; a Geltrude le donne del vicinato che sanno dei suoi rapporti con il prete attribuiscono l’uso del chinino. Anche in un piccolo paese di montagna, negli anni che seguono la nascita del Regno d’Italia, gli uomini e (forse in misura ancora maggiore) le donne cercavano di limitare le gravidanze. Proviamo ad entrare in questo mondo di espedienti partendo dall’uso del bidet che fa la sua apparizione nella prima metà del XVIII secolo. Antoine Bret, in Le B**** ou Histoire bavarde del 1748 parla del bidet senza tuttavia nominarlo mai direttamente[18]; nello stesso anno il marchese Jean-Baptiste de Boyer in Thérèse philosophe gli dedica un intero capitolo: “Utilité des bidets”. In La philosophie dans le boudoir, che de Sade pubblica nel 1795, l’uso del bidet è sconsigliato perché “desideri e titillamenti sarebbero smorzati subito dalle pratiche igieniche” (de Sade, 1986, p. 87). L’anonimo autore de L’enfant du bordel, sempre della fine del Settecento, descrive un complicato rapporto a tre dove alla fine una signora si ritira in un “piccolo guardaroba per fare le necessarie abluzioni” (L’enfant du bordel, 1992, p. 76). Come si può notare da queste testimonianze letterarie per tutto il secolo l’oggetto è strettamente legato alle pratiche sessuali. Confinato in un alone di indecenza e di strumento del peccato, il bidet veniva anche definito violon, accostandone la forma a quella dell’omonimo strumento musicale, ma soprattutto per richiamarne le valenze erotiche attraverso la metafora musicale. Una stampa pornografica di Thomas Rowlandson del 1843, Il concerto, raffigura un uomo seduto in poltrona intento a compiere un atto sessuale con una donna che gli è assisa a cavalcioni volgendogli le spalle[19]. Questa regge sulla schiena uno spartito e l’uomo suona il violino. In questo caso è esplicito l’accostamento del suonare uno strumento con l’atto sessuale[20]. Analogamente funziona l’accostamento violon/bidet: prima il rapporto sessuale (suonare il violino) e poi l’uso del bidet per un’abluzione a posteriori con acqua tiepida e aceto per impedire la fecondazione. Il bidet in questo caso si affianca o sostituisce analoghe manovre praticate con marchingegni più appariscenti, come l’instrumento di Pleisse, l’irrigatore Aiguisier, cannule e siringhe[21], documentate in incisioni del Seicento ma anche in opere del Novecento. “Dopo la prima estasi”, si legge nell’autobiografia erotica di Frank Harris pubblicata nel 1922, “la pregai di far uso della siringa”[22]. Anche un manuale medico della seconda metà dell’Ottocento consiglia quello che è ritenuto “il meno cattivo dei metodi maltusiani” e cioè “di fare subito dopo il coito un’iniezione abbondante e forte d’acqua fredda o meglio tiepida nei genitali femminili” (Tonini, 1873, pp. 350-51). Ma è chiaro che manovre di questo tipo potevano essere surrogate anche da lavaggi sul bidet o su un semplice catino che non mancava mai nella camera da letto coniugale. Sulla base di questa accezione l’uso del bidet ha continuato ad essere visto con grande sospetto e ad essere collegato all’intenzione di “vanificare gli effetti del coito, distruggendo e facendo sparire dalla vagina la materia fecondante che vi è stata depositata dall’uomo” (Beaupré, Guerrand, 1997, p. 99).
 | | Figura 4: François Boucher, Toilette intime (1741). | | (Ingrandimento) |
L’autorevole opera medica di Charles R. Drysdale, che fra il 1854 e il 1887 conobbe ben 26 edizioni in tutta Europa, prevedeva sia l’uso di una siringa, sia la semplice operazione manuale[23]. L’efficacia di queste abluzioni però non sempre risultava all’altezza delle aspettative e spesso si finiva per “baciare il culo a Caino”, come in certe parti d’Italia si definiva una gravidanza indesiderata[24]. Spesso non avevano maggiori probabilità di successo della credenza femminile che durante il rapporto sessuale bastasse “muoversi il più possibile per impedire al seme di penetrare nella matrice”[25], ma questo non impediva alle donne di crederci, come d’altra parte si credeva che certi unguenti, certi suffumigi e il riposo a “cosce strette” dopo il rapporto favorissero la fecondazione[26].
Esistevano poi altre soluzioni per non correre il rischio di rimanere incinte. Così, mentre un proverbio veronese ammoniva molto prosaicamente che “casso in culo, no fa fanciulo” (Corso, 1914, p. 97) e un proverbio finnico suggeriva che “con il sedere si trebbia e con la bocca si semina”[27], von Krafft-Ebing ricordava più forbitamente che, per “il timore di nuove gravidanze”, la paedicatio uxorum era una pratica che veniva scelta dagli uomini e tollerata dalle donne (von Krafft-Ebing, 1889, p. 161).
Le tracce di queste esperienze si infittiscono dal XVIII secolo in poi, proprio in concomitanza con una maggiore attenzione al problema demografico tramite il ricorso al coitus interruptus. In Thérese Philosophe, un dialogo pornografico del 1748, si teorizzava un tipo di rapporto sessuale che non avrebbe comportato “alcun pericolo che nasca un bambino”. Ci voleva però un “amante saggio” e “padrone delle proprie emozioni” in modo di essere in grado di controllare “l’ondata di piacere” e di scegliere il momento opportuno per “ritirare l’uccello dal nido” e arrivare così ad una eiaculazione “sicura” con “alcuni abili colpi” della sua mano o di quella della partner (Darnton, 1997, pp. 266, 285). In altri casi l’iniziativa era tutta al femminile. È quanto succede ad esempio nel romanzo di Apollinaire, Le prodezze di un giovane Don Giovanni, del 1811: “Stavo per godere anch’io, lei se ne accorse e si alzò di colpo. – Trattieniti, amico mio – mi disse con voce ancora tremante di voluttà – conosco un sistema che ti farà godere senza rendermi incinta –” (Apollinaire, 1993, p. 66).
Nel 1827, monsignor Bouvier vescovo di Le Mans cerca di intervenire sulle questioni inerenti al VI e al IX comandamento accomunando l’eiaculazione “fuori dal vaso naturale: nella parte posteriore, nella bocca, tra i seni, tra le gambe o le cosce”, ad una vera e propria “specie di sodomia” consumata tra persone di sesso diverso. In effetti la sua Dissertatio in sextum decalogi praeceptum precisa che, mentre per “sodomia completa” deve intendersi “l’accoppiamento con un sesso non giusto, e cioè un uomo con un uomo, una donna con una donna, qualunque sia la parte del corpo in cui ha luogo”, si cade nella “sodomia incompleta” nel caso in cui in un rapporto eterosessuale si consegue il piacere con “un organo diverso da quello naturale”. In questo caso non si tratta di un peccato “per l’uso di un sesso proibito”, ma di “una gravissima iniquità”, di “una vergognosa profanazione della carne”, di “un abuso abominevole degli organi genitali che denota una predisposizione irresistibile alla lussuria”[28]. Non solo sono venuti a meno gli spazi di manovra ammessi da San Tommaso con la proposizione paulisper tantisper licet ludere in ano, intesa nel senso che “se la tua donna, durante le mestruazioni, non potrà accoglierti, tu te ne starai lontano” cercando di “domare gli stimoli della carne” e solo nel caso in cui questi “fossero più potenti di te, non cercherai di altra donna, piuttosto godrai di lei in quel modo che potrai meglio” (Rifelli, Ziglio, 1991, p. 153), ma ora si prospettano anche gravi danni alla salute e al sistema nervoso quando l’uomo e la donna con la lingua e con la bocca cercassero di acuire al massimo i piaceri[29]. Anche il coitus interruptus, che Mantegazza definiva la “ritirata prima della finale catastrofe”, non era giudicato esente da effetti collaterali in quanto provocava sull’uomo “una scossa” sul cervello e sul midollo spinale, mentre per la donna significava insoddisfazione e frustrazione, come con “un sorso d’acqua fresca bevuto con immenso desiderio e poi buttato fuori dalla bocca prima di poterlo inghiottire” (Mantegazza, 1889, pp. 348-49).
 | | Figura 5: L'uso della siringa a scopo terapeutico o anticoncezionale sec. XVIX | | (Ingrandimento) |
Un discorso a parte merita il condom, il “guanto protettore” che Casanova dice inventato dagli inglesi e che i francesi chiamavano invece “piccolo sacchetto di pelle di Venezia”. In realtà è il medico Fallopio in un’opera del 1564 ad attribuirsi il merito di averlo portato alla ribalta, ma il suo uso era consigliato non tanto per evitare il concepimento quanto per salvaguardarsi dalla sifilide[30]. Certamente prima della fine del XIX secolo svolse principalmente questo compito ed era diffuso soltanto in certi ambienti altolocati e durante rapporti con prostitute. E anche molto malvolentieri in quanto limitava il piacere maschile, era poco sicuro perché non aderiva perfettamente e richiedeva una grande accortezza nell’applicarlo. Si sa che James Boswell, figlio di un lord scozzese, nel 1763 acquistò dei preservativi a Londra in un negozio di Half Moon Street per usarli con una compagna occasionale e due anni più tardi se ne servì per un fugace rapporto sessuale con la moglie del sindaco di Siena. Ma per il resto, Boswell preferì farne a meno, a costo di passare da un’infezione venerea ad un’altra![31] D’altra parte la sua diffusione si scontrava col fatto che non era né a buon mercato né di facile preparazione. Fino alla scoperta della vulcanizzazione della gomma era per lo più composto da un intestino cieco di pecora che veniva immerso in acqua e quindi lavato “in una soluzione di soda” per cinque o sei volte. Infine si toglieva “la membrana mucosa con l’unghia”, lo si trattava con dello zolfo e infine si lavava accuratamente con acqua e sapone. Si applicava al pene mediante un nastro e veniva espressamente consigliato “per prevenire infezioni o gravidanze” (Tannahill, 1994, p. 352). Solo alla fine del secolo il lattice liquido e i processi di lavorazione industriali permisero una notevole riduzione del prezzo e infine una diffusione di massa durante la Prima guerra mondiale, quando ai soldati, assieme all’uso delle armi, si insegnarono anche i metodi di difesa dalle malattie veneree. Il soldato francese riceveva in dotazione unguento di calomelano e un preservativo[32] che dunque si affiancava ai rimedi più tradizionali.
Accanto a questo sistema di competenza maschile esistevano poi interventi più propriamente femminili. Come dimostra l’Accademia delle dame un’opera di Chorier del 1691. L’autore in questo caso parte con lo smontare la stretta correlazione tra seme e fecondazione ed esaltare la masturbazione e l’onanismo coniugale, sostenendo che “tutto quel seme che ne’ lombi degli uomini e della donna concuocesi non è per necessità dovuto alla riproduzione”. Anzi, “sarebbe da pazzo credere” che tutto il seme si debba impiegare per far nascere figli e lo dimostrerebbe il fatto che non si può procurare una “nuova gravidanza fottendo la moglie gravida”. La conclusione è dunque un’esaltazione del piacere sessuale in quanto tale e anche al di fuori del matrimonio. Come si “corrompe” l’acqua in un pozzo, così il “seme femminile” che ristagna nella vagina senza essere utilizzato può provocare effetti deleteri alla salute. Ecco allora un invito a far libero uso della propria sessualità e a usare le dovute precauzioni anticoncezionali sotto forma di pessari. “Avviene che i medici, introdotti nella potta della fanciulla certi ordigni di morbidissima lana chiamati da loro pessari, la stimolino al piacere, e con ciò sciolgono da’ più cupi luoghi lo stagnante marcito seme, che alla non maritata di così gravi morbi è cagione” (Chorier, 1990, pp. 180-81). Restif de La Bretonne[33] e de Sade parlano di spugne da introdurre all’interno della vagina per assorbire lo sperma[34]. Un opuscolo del 1832 di Francis Place consiglia “ai coniugati di entrambi i sessi” un pezzo di “soffice spugna della dimensione di una pallina” per “prevenire infelicità e miseria”. In un’opera medica del 1867 si parla di “pezzi globosi di spugna involti in tela cerata” che però all’epoca erano già stati soppiantati dai “superiori vantaggi dei pessari di gomma” (West, 1868, p. 198). Anche un dépliant fatto circolare quasi clandestinamente fra il 1958-‘59 contiene istruzioni per la preparazione casalinga di tamponi vaginali e di “spugne di gomma espansa” da immergere in “antifecondativi fatti in casa” usando acqua, aceto, olio, burro o una “soluzione saponosa”. L’unica novità di quegli anni rispetto al passato consisteva in una “compressa schiumogena in vendita a prezzi ragionevoli” (Barbanti, 1995, pp. 346-47).
Se la letteratura non manca di descrivere casi di coitus interruptus a volte per iniziativa dell’uomo: “Oreste, più attento di lei al di lei bene, ritrasse la sua spilla dal gioco senza concludere”; a volte per iniziativa della donna: “anche l’eccitazione del principe aumentava sempre più e, al mio abbandono completo, spinto lontano, al sicuro dalle conseguenze, arrivò anche per lui la voluttà”[35], sull’argomento non mancano neppure testimonianze d’archivio. Oltre all’originale sistema anticoncezionale descritto in un processo del 1913, quando l’uomo, racconta la giovane, “appena compiuto l’atto, mi tirò giù dal letto, mi batteva la schiena con le mani e mi fece bere un bicchiere d’acqua zuccherata”[36], il coitus interruptus sembra una prerogativa d’ambo i sessi. In un processo per “stupro per pregnanza” del 1794 appare rilevante il ruolo della donna, almeno nella versione fornita dall’attempato amante: “Mi slacciò lei medesima i calzoni, si pose per terra, si alzò i panni e io gli fui sopra e la conobbi carnalmente, ma l’atto che fu compiuto dentro, credo che poi la materia andasse fuori, perché detta Rosa in quest’atto si rivoltò, ed io avendola richiesta a dirmi perché si fosse contenuta, rispose che, giovanotta com’era, non voleva farsi ingravidare, al che io soggiunsi che in quella maniera non ci avevo gusto” (Palombarini, 1993, p. 130). In altre testimonianze dei primi dell’Ottocento si rileva invece la sistematica iniziativa dell’uomo; un canapino dichiara ai giudici che ha avuto per un anno intero rapporti completi con la fidanzata, ma di essere sicuro di non poter essere l’autore della sua gravidanza perché lui, “quando era per corrompersi, tirava fuori il suo membro e si corrompeva fuori” (Casadio, 1987, p. 92). La quindicenne Luigia e la diciassettenne Sebastiana superano la paura “di rimanere gravide se ci lasciavamo trattare” dopo aver ricevuto formale assicurazione che “ci avrebbe trattato in maniera da non ingravidarci”. Il seduttore è un chierico detto “Barbarancia” di 24 anni che ha rapporti con le due ragazze in casa della Checca che entrambe frequentano per imparare l’arte del telaro. Ecco il racconto di Luigia: “[Dopo essersi preso] delle libertà con toccarmi il petto più volte, mi ritirai presso un nicchietto a piano terra dove, dettomi, che mi dovessi alzare la sottana, tirò fuori il suo membro grosso e duro ed appoggiatomelo alla natura, stando ambedue in piedi, me ne introdusse una parte del suo membro, finché non si corruppe, gettando però con le mani un certo non so che, come il latte, che gli uscì dal membro, dicendomi che così faceva perché a suo dire se lo facevo entrare nella mia natura mi avrebbe ingravidato […]. Quando introdusse nella mia natura il suo membro, io sentì un gran dolore e la natura fece un chioppo, fu allora che cominciavamo a sentirsi un maggior gusto, come dicevo, allora lo cavò e con le mani gettò per terra il seme, così da lui chiamato. La Sebastiana se ne stette sulla porta e nessuno entrò così che ci mantenessimo a prenderci piaceri per un quarto o mezzo quarto d’ora incirca, introducendolo e cavandolo, e di nuovo l’introduceva dopo però averlo pulito. Devo di più deporre che prima di trattare con me, trattò colla detta Sebastiana, nella stessa nicchia, mentre io stavo sulla porta di casa”. Anche Carmine, che amoreggia con Teresa per due anni e mezzo, dopo i primi approcci (“incominciò a toccarmi nel petto e nella natura”), pretende di “fare quello che fa il marito con la moglie”. La ragazza però è titubante “specialmente perché potevo rimaner gravida”, ma allora il giovane ventunenne è pronto a replicare che “come faceva lui non poteva succedere niente”. La deflorazione avviene una sera di luna piena e gli incontri intimi si susseguono con regolarità, ma Teresa rimane incinta perché in realtà l’uomo, evidentemente troppo sicuro di sé, “qualche volta ha seminato nella mia natura e qualche altra volta no, e mi diceva che non ci seminava per non ingravidarmi”[37].
Ma tutto questo non impediva che le donne vivessero “i rapporti sessuali con nervosa attenzione” e che, come estrema ratio, facessero ricorso anche a pratiche e a sostanze abortive. Nelle Confessions di Jean-Jacques Bouchard (1606-1644) si cita l’artemisia e l’aristolochia, quali erbe dai poteri abortivi e sterilizzanti, da “mettere sulla bocca del sesso”[38]; altre fonti rivolgono la loro attenzione a interventi post-coitum con infusi di erbe e radici di capelvenere, finocchio e persici e perfino con l’ingestione di “argento vivo”, cioè mercurio, che era possibile acquistare nelle spezierie[39]. In farmacia l’attempato Carlo “la Bestia”, nel 1794, compra dell’argento vivo che fa bere alla sua giovane amante “dentro una scorza d’ovo”[40]; nel 1847, un canonico chiede al medico e poi al farmacista del paese della limatura di ferro e dei marziali per somministrare ad una giovane con cui aveva una relazione amorosa. In un altro caso del 1858 una ragazza rimasta incinta ricorre a delle erbe di capelvenere per far tornare le mestruazione (praticamente per abortire) dietro suggerimento della madre[41] e nel 1839 il cagliaritano Giovanni Muso cerca di far abortire la sua giovane servente da lui violentata sottoponendola ad un salasso e quindi facendole bere una non meglio specificata pozione[42].
 | | Figura 6: Irrigazione vaginale per provocare l'aborto. (Inizio XX secolo) | | (Ingrandimento) |
“Quando l’astinenza veniva meno, il coito interrotto falliva e le docce e gli altri rimedi si dimostravano inefficaci” (De Grazia, 1993, pp. 84, 92), complici le levatrici, le mammane o altre donne più esperte si cercava in tutti i modi di “sperdere la cosa” (Covoni, 1997-98, p. 50). Sia con “la cura dell’acqua fredda”, sia con “un infuso di aglio, amianto e prezzemolo”[43], in una rete si solidarietà e di complicità che per la donna che vuole interrompere una gravidanza è tutta al femminile. Ma il ventaglio delle tecniche abortive non si fermava qui: altrettanto usuali erano il ferro da calza e l’uncinetto, le sonde di gomme, i manici dei cucchiai in legno, le matite, i termometri, i gambi di sedano e i rametti d’edera. A cui si accompagnava l’ingestione di chinino, di segale cornuta, di purganti e il ricorso a iniezioni a base di alcol, acqua e tintura di iodio, acqua e sapone, siero di follicolina, acqua ossigenata[44], solfato di chinino. Un farmacista italiano alla fine dell’Ottocento prescrive alle donne di sciogliere in un litro di acqua bollente due grammi di chinino e due grammi di acido timico e di iniettarsene una siringa dopo ogni rapporto sessuale (Sorcinelli, 1988, p.163). Un testo tedesco del 1910 cita come un “mezzo preventivo chimico-fisico” le “irrigazioni vaginali, subito dopo l’assalto sessuale con acqua pura, o con acqua alluminata, o con solfato di rame, solfato di chinino, e via via. Le irrigazioni debbono essere praticate mentre la donna è ancora coricata, e profondamente”. Tuttavia, avverte ancora il testo, “la loro efficacia è molto incerta” (Bloch, 1910, pp. 530-31).
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