Fonti
Bibliografia, risorse on e off-line.

Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF visualizzabile con Acrobat reader

 
Paolo Sorcinelli
L’ordine sessuale e gli artifici del piacere. Le pratiche contraccettive dall’Accademia delle dame a Freud

La teoria della buona fede

Tra il 395 e il 430 sant’Agostino afferma due principi etico-religosi che per diciotto secoli peseranno sui comportamenti sessuali di tutto l’Occidente:“la concupiscenza trasmette il peccato originale; il peccato originale è lasciato in retaggio all’umanità attraverso l’atto sessuale”. Da qui l’assimilazione del peccato originale al peccato sessuale e dunque il rifiuto del piacere attraverso la lotta alla concupiscenza della carne che per lunghi secoli marcerà di pari passo con i tentativi di resistere ai piaceri della gola. Ma non è da trascurare lo scarto che in ogni epoca è esistito tra la precettistica dei filosofi, dei teologi, dei moralisti, degli scienziati, che “tendono a rappresentare il mondo in astratto, in bianco e nero” e “l’effettivo comportamento sessuale” della vita quotidiana. In ogni società e in ogni tempo infatti “ci possono essere cose proclamate immorali e vietate dalla legge che poi però chiunque fa in chiara coscienza, un po’ come, al giorno d’oggi, violare i limiti di velocità in automobile” (Stone, 1995, pp. 20, 22). Anche per questo, a volte, le interpretazioni storiografiche possono giungere a conclusioni diametralmente opposte fra loro. Come succede nel caso della cosiddetta “rivoluzione sessuale” della seconda metà del Settecento che secondo Lawrence Stone si sarebbe manifestata fra la borghesia per poi estendersi agli altri ceti sociali, mentre per Edward Shorter sarebbe stata appannaggio delle classi operaie, per risalire in seguito alle classi borghesi e all’aristocrazia (Cerutti, 1982, p. 10).

Figura 3: Adriaen van Utrecht (1599-1658), Natura morta con figure (part.)
(Ingrandimento)

Che una sensibile trasformazione nei comportamenti sessuali abbia preso le mosse nel corso del XVIII secolo, lo lascerebbe supporre la presa di posizione di Alfonso de’ Liguori che con la “teoria della buona fede” cercò di ricucire lo strappo che si era aperto fra la precettistica religiosa e i costumi reali. In effetti il teologo suggeriva ai confessori una minore invadenza e una maggiore tolleranza nei confronti del comportamento sessuale delle coppie regolarmente sposate: “Per quelli che sono peccati commessi nel matrimonio, chiedete solo alle mogli se hanno osservato il loro dovere coniugale; per il resto restate in silenzio a meno di non essere interrogati”[12]. Si trattò di un’apertura che inquadrava con molto realismo il problema della sessualità coniugale, anche se da altre parti della Chiesa nello stesso momento si ribadivano posizioni più rigoriste, accusando le teorie di Alfonso de’ Liguori di rappresentare un via libera alla diffusione dell’onanismo coniugale. Che, a quanto pare, è già largamente diffuso in certe zone della Francia dalla fine del Settecento[13] e che nel 1842 ha assunto proporzioni tali da turbare il vescovo di Le Mans: “non si trovano quasi più giovani sposi che vogliano avere una troppo numerosa famiglia”. Il religioso appare angosciato dal divario che nota fra le regole del suo credo religioso e i nuovi atteggiamenti sessuali che stanno prendendo il sopravvento: “nulla oggi è più frequente di questo detestabile costume tra i giovani sposi che cercando unicamente i piaceri del matrimonio, ed evitando i doveri, non vogliono avere figli o vogliono averli in numero determinato, e tuttavia si danno vergognosamente e senza freni alla passione, cercando di evitare gli effetti del coito”. In questo stato d’animo chiede lumi alla Sacra Congregazione della Penitenza ponendo due questioni fondamentali che vertono sulla constatazione oggettiva di una prassi ampiamente diffusa e sull’atteggiamento da tenere da parte dei confessori, che evidentemente in più casi erano costretti a trattare i temi dell’onanismo coniugale e della lussuria nel matrimonio con molti distinguo e più per dovere di ufficio che per reale convinzione di poter in qualche modo incidere sull’effettivo comportamento sessuale. “1. Gli sposi che fanno uso del matrimonio in modo da impedire il concepimento commettono un atto in sé mortale? 2. Si deve approvare la condotta del confessore che, per non ferire le persone sposate si astiene dall’interrogarle sul modo con cui fanno uso del matrimonio?”. Le risposte lasciano ampio margine di interpretazione: infatti separano nettamente i ruoli sessuali, tirando in causa una malizia dell’uomo e un adattamento passivo della donna, cosicché sarebbe solo l’uomo a peccare, mentre la donna si troverebbe nella condizione di essere costretta a “tollerare il peccato di suo marito”. Affermazione che diventa ancora più sibillina alla luce del fatto che in sé e per sé “il confessore non è tenuto a parlare dei peccati che gli sposi commettono relativamente ai doveri coniugali”[14]. Alcuni decenni più tardi la stessa Penitenzieria, in riposta ad un analogo quesito del curato di Angers, tende a precisare che non è accettabile che gli stessi confessori “incoraggino nei penitenti in buona fede l’idea che la contraccezione non sia peccato”, arrivando poi a chiarire definitivamente nel 1901 che in nessun caso un prete può assolvere una persona su cui cade il sospetto di “onanista impenitente” (Flandrin, 1980, pp. 116-17). Che il “peccato onanistico” sia per tutto il XIX secolo in forte ascesa lo dimostrano anche i riferimenti circostanziati delle relazioni che i vescovi spedivano a Roma in occasione della loro visita ad limina, insieme al riscontro oggettivo della progressiva flessione dei tassi di natalità[15]. Complici certamente le opere di Jeremy Bentham [1798], James Mill [1818] e Francis Place [1822], ma anche la lavorazione del caucciù, che, dopo il 1843, grazie alla scoperta della vulcanizzazione di Goodyear, consentirà la fabbricazione di preservativi in gomma, la messa a punto nel 1880 del diaframma vaginale, l’introduzione nel 1924 del metodo di Ogino, che, sebbene venga accettato dalla Chiesa solo nel 1951, ricalca peraltro un sistema teorizzato fin dal 1833 che prevedeva l’astensione da ogni rapporto sessuale 3-4 giorni prima delle mestruazioni e per 14 giorni subito dopo[16]. Un testimone di fine Ottocento, Paolo Mantegazza, evidenziava che il problema era quanto mai attuale: “nel seno della famiglia ognuno per conto proprio risolve il problema dell’equilibrio fra la popolazione e la sussistenza e in quasi tutta Europa le statistiche dimostrano gli effetti di questi singoli sforzi di limitata produzione”. Insomma, la prassi di limitare le nascite era ormai “divenuta popolare” decretando il trionfo di Malthus “nel seno di cento, mille famiglie” dove “l’uomo moltissime volte ama, ma non genera” per sua libera scelta (Mantegazza, 1889, pp. 344-45). Il famoso medico, senatore e antropologo ritorna sull’argomento in un’altra opera pubblicata nel 1881 in collaborazione con la scrittrice Neera; anche in questo caso sottolinea la tendenza diffusissima a far uso di “artifici per non avere figlioli” e a ricorrere a “mezzi per distruggere il già fatto” almeno in quegli ambienti sociali in cui “gli impegni della famiglia, le esigenze della società, la vita pubblica ed esteriore” fanno sì “che una numerosa figliolanza non sia più desiderata come un tempo. Anzi d’anno in anno si viene sempre più manifestando negli sposi l’avversione alla prole e si moltiplicano con ricerche insistenti gli artifici per non avere figliuoli” (Mantegazza, Neera, 1985, p. 183). Il reverendo Louvel nel 1880 riconosce che il coitus interruptus è “un delitto oggi commesso assai di frequente dalle spose” (Louvel, 1995, p. 44) e nel 1894 monsignor D’Hulst parlerà di “voglie sfrenate” e di conseguenti “precauzioni sacrileghe” di cui le donne erano le principali responsabili, mentre Petrai, autore nello stesso anno di Bacco, tabacco e Venere si scaglierà contro la “sozzura che lorda spesso il talamo” attribuendone la principale responsabilità agli uomini[17]. Anche Sigmund Freud, nell’opera La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno del 1908, interverrà sull’argomento con un giudizio negativo nei confronti di “tutte quelle forme di contatto tra i due sessi con le quali si elude l’obbligo della procreazione”. Il padre della psicanalisi si trova sulle posizioni di chi propugnava “l’eroico autocontrollo e la virile resistenza alla tentazione, così come insegnano la Chiesa e lo Stato”, fino a definire tutti i sistemi anticoncezionali come “eticamente riprovevoli”, in quanto degraderebbero “le relazioni d’amore, che sono una cosa seria, ad un comodo gioco senza pericolo e senza partecipazione spirituale” (Wagner, 1990, pp. 115-16). Non ho intenzione in questa sede di passare in rassegna le posizioni pro e contro i sistemi contraccettivi; mi preme piuttosto rilevare che il dibattito in atto a cavallo dei due secoli dimostra che le pratiche neomaltusiane avevano trovato largo seguito in Europa e anche in Italia. L’opera di Charles R. Drysdale (pubblicata in italiano nel 1874 con il titolo Elementi di scienza sociale ossia religione fisica, sessuale e naturale: un malloppo di 600 pagine!) conosce in sette anni ben quattro edizioni.



   Pagina precedente         Inizio pagina         Pagina successiva