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Paolo Sorcinelli
L’ordine sessuale e gli artifici del piacere. Le pratiche contraccettive dall’Accademia delle dame a Freud

La donna vista dall’uomo

Il senso comune e la letteratura moralistica hanno ristretto la donna all’interno di un’ottica bipolare che da un lato la interpreta come discendente di Eva peccatrice e dall’altro la esalta come figlia spirituale di Maria. L’uomo se ne sente attratto ma ne ha anche paura, secondo uno schema mentale creato dal cristianesimo e agitato fino al XX secolo, quando Freud collegherà questo dualismo al timore maschile della castrazione e al “desiderio femminile di possedere un pene”[1]. Nella tradizione cristiana, sulla scorta di San Paolo, San Gerolamo e Tertulliano e poi del notissimo manuale sulle streghe dei domenicani Sprenger e Krämer: Malleus maleficarum del 1490[2], la donna è un “essere malefico di cui Satana si serve per dannare l’uomo”[3], la “madre del peccato” che trascina gli uomini nell’abisso della sensualità[4]. Nella tradizione morale controriformista la donna verrà demonizzata dal mondo ecclesiastico per la sua insaziabilità sessuale[5] e per le sue esigenze orgasmiche. Fin da Galeno, medico greco del II secolo dopo Cristo, si riteneva infatti che durante l’orgasmo la donna emettesse un seme, parte integrante e necessaria alla riproduzione. Tale teoria percorre tutta la cultura occidentale medievale ed è accettata anche dalla maggioranza dei teologi cristiani dell’età moderna alcuni dei quali introducono la variante fondamentale che il seme femminile (e dunque l’orgasmo) non fosse indispensabile a concepire un figlio ma contribuisse a farlo nascere più sano e più bello[6]. La giustificazione orgasmica resta sostanzialmente valida anche dopo la scoperta dell’ovaio femminile da parte di Reinier de Graaf (1641-1673), in quanto si continua a ritenere che l’“uovo della donna” sia il suo “vero sperma”[7]. I termini della questione subiscono invece una svolta radicale dopo gli inizi degli anni ’40 del XIX secolo, quando Félix Archimède Pouchet (1847) giunge alla conclusione che l’ovulazione femminile è spontanea e indipendente dallo “spasmo voluttuoso”. In pratica da questo momento soltanto l’orgasmo dell’uomo diventa l’elemento indispensabile per la fecondazione[8], mentre alla donna compete soltanto una funzione ricettiva. Cade l’unico presupposto che fino ad allora aveva sostanzialmente giustificato il piacere sessuale della donna. Con tempismo, nel 1842, monsignor Bouvier si schiera dalla parte di coloro che ritengono che “le donne non abbiano seme”, ma soltanto un liquido “il cui flusso inumidisce le pareti interne ed esterne della vulva”, provocando durante l’atto sessuale “una estrema voluttà”, peraltro non necessaria per concepire un figlio[9].

Figura 1: Gerda Wegener, Gli amanti (1889)

Ma c’è di più, in quanto la scoperta di Pouchet accredita indirettamente l’opinione che la donna frigida sia più idonea a mettere al mondo dei figli perché in grado di trattenere il seme maschile molto meglio di una donna voluttuosa. Un assioma che conduce poi, passando attraverso Cesare Lombroso e von Krafft-Ebing, fino al Novecento inoltrato, quando un docente di medicina legale all’Università di Milano, nel 1939, può sancire l’ininfluenza del fatto che “in un certo numero di donne l’appetito sessuale faccia addirittura difetto, tanto che la copula per esse è tutt’altro che un atto gradito”. Quel che importa è che malgrado questa frigidità non sia affatto esclusa “la possibilità del concepimento” e che anche queste donne possano avere “figli in abbondanza” (Ciampolini, 1939, p. 327).

In questo panorama culturale, le argomentazioni elaborate da Mantegazza in un’opera del 1864, Fisiologia del piacere, appaiono scomode e marginali fino al punto di suscitare contro l’autore l’accusa di immoralità, non tanto per la forma, quanto per i contenuti. Nel libro si sostiene che la donna sarebbe passiva soltanto in senso fisico, cioè nel senso di lasciare che sia l’uomo a gestire i movimenti durante l’atto sessuale, senza compierne a sua volta, ma di essere attiva in quanto a sensazioni. I termini della questione in questa maniera vengono completamente rovesciati: la donna si trova a partecipare al gesto sessuale in maniera superiore a quella dell’uomo. Infatti se è vero che “nell’atto della copula la donna è quasi pienamente passiva”, però è altrettanto vero che “non essendo impiegata la più piccola parte di forza al moto, tutta la [sua] tensione riesce rivolta al senso”. Cerca di nascondere “i palpiti” e “i frequenti desideri”, ma in realtà “aspira con maggior trasporto dell’uomo a questi piaceri, a lei resi ancora più seducenti dal mistero che le viene imposto dal pudore e dalla consuetudini sociali”. Le “maggiori voluttà” riservate alla donna nella “funzione generativa” non sarebbero nient’altro che “un compenso pei dolori e pei pericoli” a cui è destinata a andare incontro durante la gravidanza e il parto; dunque una sorta di compensazione naturale per farle “dimenticare la lunga serie di sacrifici che può incontrare nel cedere al prepotente bisogno” (Mantegazza, 1959, p. 39).

Una interpretazione su cui però né la scienza, né la cultura dell’epoca saranno disposte ad aprire un dibattito che avrebbe finito per sconvolgere tutto un sistema di vita e di rapporti, mettendo in discussione la supremazia maschile nei confronti del sesso femminile. In realtà la seconda metà del XIX secolo è dominata dalla costruzione teorica di Cesare Lombroso e del suo collega tedesco von Krafft-Ebing: secondo i due psichiatri “la donna sente meno dell’uomo il bisogno dell’amplesso” anche se “ognuno può osservare che la grande preoccupazione di tutte le ragazze è l’uomo, il fidanzato, le nozze”. Una contraddizione che Lombroso spiega chiamando in causa “il bisogno della specie, della maternità” che in pratica è il solo incentivo che “spinge la donna verso l’uomo”. Dunque nella donna il richiamo erotico “è una funzione subordinata alla maternità” e quando questa regola non viene rispettata si manifesta “una esagerata e continuata libidine” propria delle “criminali-nate” e delle “prostitute-nate”[10]. Sulla stessa lunghezza d’onda von Krafft-Ebing per il quale una donna che è soggetta alle sollecitazioni del sesso rivela “condizioni morbose” che in primo luogo possono manifestarsi “con la smania di abbellirsi o addirittura con la ricerca degli uomini”. Secondo lo psichiatra tedesco “l’uomo sente più vivace il bisogno dell’amplesso” mentre una donna “d’intelligenza normale e buona educazione” manifesta un “desiderio sessuale languido”. Una regola che è necessaria al buon ordinamento civile, sociale e morale perché, “se così non fosse, il mondo intero diventerebbe un bordello” e non avrebbe alcun senso parlare di matrimonio e famiglia. In un contesto ordinato infatti “l’uomo che fugge la donna, e questa che cerca l’uomo” sono manifestazioni e fenomeni assolutamente anomali destinati a scardinare un sistema che esigeva una donna sessualmente passiva – non solo per educazione e per bon ton – ma soprattutto per un insieme di fattori organici che non predisponevano il sesso femminile al “godimento sensuale” ma a fornire soltanto “una prova d’amore” al suo compagno di vita.

Una frase riassume in maniera lampante la diversificazione concettuale tra uomo e donna in materia di comportamenti sessuali così come è codificata nell’Ottocento: per la donna “l’amore è vita”, mentre per l’uomo l’amore è “una gioia della vita”[11]. Da cui una definitiva legittimazione della “doppia morale”, ribadita con argomentazioni che inquadravano e giudicavano in maniera differente il comportamento sessuale dell’uomo, fornito di una “specifica sensibilità erotica” con il compito di sorreggerlo adeguatamente nell’erezione e nel “lavoro non indifferente che precede l’emissione del seme”, da quello della donna, considerata invece non dotata di una “voluptas particolare” e dunque “parte essenzialmente passiva nell’atto della copula” (Ciampolini, 1939, pp. 327-28).

Figura 2: Camicia da notte in uso nelle campagne francesi nel XIX secolo.


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