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Andrea
Ragusa Organicismo e libertà. Continuità ed innovazione nella strategia del “compromesso storico”
Il paradigma antifascista
Tracciando una rapida ricostruzione della strategia elaborata dal gruppo dirigente comunista tra il 1973 ed il 1979, Paolo Franchi (1982) sottolineava, a quasi dieci anni di distanza, come i tre articoli con cui Enrico Berlinguer aveva avanzato, dalle pagine di “Rinascita”, la proposta di un “nuovo grande compromesso storico” tra le forze politiche rappresentative della “grande maggioranza del popolo italiano” per un Governo di “alternativa democratica”, non segnassero, a ben guardare, la data di origine di quel disegno politico. Il rilievo “tutto particolare” con cui erano stati accolti nel dibattito corrente derivava, anzi, proprio dalla loro “evidente contraddittorietà”:
“per un verso – affermava infatti Franchi – esprimono il massimo di continuità possibile, e di continuismo addirittura, della strategia comunista; per l’altro si presentano come politicamente esplosivi, come se rappresentassero una novità inaudita sulla scena politica italiana” (p. 44)[1].
Ragionando, da una angolazione “interna”, su avvenimenti che lo avevano visto direttamente coinvolto[2], Franchi individuava con molta chiarezza uno dei lemmi interpretativi – appunto quello continuità/rottura – su cui la letteratura sul compromesso storico, destinata anche in seguito a rimanere comunque chiusa in una dimensione di prevalente polemica ideologica e politica, nonostante gli importanti contributi storiografici comparsi a partire dagli anni Novanta, si sarebbe confrontata con maggiore frequenza ed intensità.
L’elemento della continuità fu in effetti rivendicato come tratto caratteristico della proposta da parte della dirigenza comunista, con un atteggiamento che, connaturato alla cultura di cui questa era imbevuta, era d’altra parte intrinseco (ed in questo senso rispondeva efficacemente anche ad esigenze pratiche) alla realtà storica del partito, nella quale – lo notava, nello stesso contesto, un altro illustre “compagno di strada” di quegli anni travagliati, come Alberto Asor Rosa – tutto, tanto più, quindi, la nozione di salto e di rottura, era sacrificato alla volontà di realizzare una “superiore unità tra le diverse posizioni messe di volta in volta sul tappeto”:
“non appena il salto in effetti si produce – spiegava, così, l’intellettuale romano, cogliendo gli archetipi della strategia nel riferimento frequente di Berlinguer ad un rapporto svolto da Togliatti di fronte al Comitato Centrale addirittura nell’aprile del 1954 – …interviene un complesso apparato ideologico ed intellettuale per dimostrare che, in realtà, il salto non è che lo sviluppo intelligente di una posizione che già esisteva in precedenza. Ed è molto più importante, dal punto di vista della ricostruzione di una soggettività politica, che si verifichi comunque e sempre, ad ogni mutamento, questa operazione di costante e prudente riassetto del tessuto ideologico e culturale della posizione comunista, che non la verifica della rigorosità ed ineccepibilità filologico-storica dell’operazione stessa” (Asor Rosa, 1982, pp. 15-16).
Comparsa per la prima volta nel passaggio finale dell’ultimo dei tre articoli di Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile
[3]
, l’espressione “compromesso storico” richiamava un progetto di alleanza tra i due partiti rappresentativi del movimento operaio, da un lato, ed il mondo cattolico, che trovava espressione massiccia ed unitaria nel partito della Democrazia Cristiana, dall’altro, già esplicitato da Berlinguer nel rapporto al XIII Congresso, nel marzo 1972.
“Dai processi oggettivi – aveva dichiarato, in particolare, in questa occasione – dall’inasprirsi delle questioni storiche che travagliano l’Italia, dalle spinte emerse nei movimenti di questi anni, scaturisce la necessità di realizzare una svolta democratica, che muti i fini e la qualità dello sviluppo economico-sociale, cambi la collocazione delle masse lavoratrici nella vita nazionale, dia una nuova direzione politica al paese. In un paese come l’Italia, una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità delle sinistre è condizione necessaria ma non sufficiente”[4].
L’analisi dei “processi oggettivi”, ed il riferimento all’“inasprirsi delle questioni storiche che travagliano l’Italia”, indicava, anche in certi richiami lessicali, il peso ed il valore dell’eredità togliattiana per Berlinguer e per tutta la generazione ascesa ai vertici del partito tra il 1956 ed il 1966, nel momento, cioè, in cui più intenso era stato il rinnovamento. E ciò non solo nella centralità attribuita, nell’asse strategico, alla questione cattolica; ma ancor più in quei nuclei problematici generali che Alessandro Natta, rispondendo, da nuovo segretario del partito, ad un’intervista di Aldo Zanardo su Gli anni e le idee di Enrico Berlinguer, ad un anno dalla morte di questi, indicava come portanti del modo stesso in cui il “partito nuovo” era stato costruito e pensato: la prospettiva della Nazione recuperata e ripensata attraverso la lotta antifascista, il ruolo di classe dirigente nazionale assegnato alla classe operaia, la necessità di un profondo radicamento nella società e nella cultura italiana; la concezione unitaria della rinascita della Nazione. Individuando, successivamente, l’importanza anche di un’eredità di metodo, nelle “grandi componenti” della politica di Togliatti:
“il realismo, che significa rifiutare il propagandismo, lottare nel concreto, puntare ad obiettivi graduali e parziali, legarsi ai movimenti delle masse, cercare alleanze; e nello stesso tempo l’attenzione per le grandi idealità, che significa guardare alla trasformazione, ad un rivolgimento” (Natta, 1985, p. 12).
Uno degli elementi essenziali del tessuto culturale-ideale lungo il quale il PCI venne dispiegando la propria azione per tutti gli anni Settanta, ben oltre il “triennio aspro e complesso” 1969-’72, fu in questo senso il ripensamento del paradigma antifascista declinato lungo le due direttrici della guerra di Liberazione come lotta nazionale unitaria, e della valorizzazione del ruolo in essa acquisito dalla classe operaia.
L’importanza crescente assunta dalla variante anticolonialista e terzomondista dell’internazionalismo, ebbe il più evidente riflesso nella tendenza, avviatasi nel decennio precedente ma ora accresciutasi, ad istituire un “parallelismo pressoché automatico” tra Resistenza e lotte anticoloniali ed antimperialiste (Santomassimo, 2001).
Particolarmente significativa fu, in questo senso, l’analisi che nel febbraio 1973 Berlinguer dedicò, in un editoriale di “Rinascita”, alla vittoria del Fronte di Liberazione Nazionale in Vietnam. Aprendo con la sottolineatura, peraltro non scevra da certe forme di ritualismo trionfalistico, del valore di esempio che l’eroismo dei combattenti aveva assunto, affermava infatti nelle prime battute:
“ovunque sia in corso una lotta di liberazione nazionale, ovunque fermenti un movimento di emancipazione, ovunque si manifesti una spinta all’indipendenza, ovunque s’accenda una speranza di libertà e di riscatto sociale, ovunque covi sotto la cenere una volontà di ribellarsi contro l’oppressione e contro lo sfruttamento, i protagonisti di queste battaglie considereranno la vittoria dei vietnamiti come un successo della loro stessa causa, come un aiuto, come un incitamento, come un esempio”.
Ma quella lotta rappresentava soprattutto, sul piano politico, un “modello di autentico leninismo”, proprio per il suo carattere unitario, nel quale era da riconoscere
“una esemplare capacità di mobilitare tutte le energie nazionali verso un obiettivo in cui il popolo intero si riconosce, e la geniale articolazione di una politica di alleanze che isola il nemico principale e concentra contro di esso il massimo delle forze concretamente disponibili”.
Da questo carattere unitario scaturiva infine una sorta di ammonimento alla necessità di trovare anche in Italia un’intesa tra le grandi correnti ideali in cui il popolo si riconosceva in maggioranza. Berlinguer lo ricordava a conclusione dello scritto, commentando le parole con cui il cattolico Raniero La Valle, in un’intervista rilasciata a “Paese Sera”, aveva esaltato il valore umano di quella vittoria: parole scelte non a caso – era la sottolineatura –
“perché esse ci confermano che nell’impresa alla quale ci siamo accinti – quella di avviare, nelle condizioni proprie del nostro paese, una trasformazione profonda delle strutture e dei valori sui quali si fonda questa società – non è vano auspicio considerare tra i protagonisti, oltre ai comunisti ed ai socialisti, anche la componente ideale e politica di matrice cattolica”[5].
Legata dunque anche ad una robusta visione degli equilibri internazionali di cui l’approdo delle Riflessioni del 1973, occasionato dagli eventi cileni, avrebbe costituito una accentuazione difensiva, la valorizzazione dell’unità fu d’altra parte la risposta al gonfiarsi di un antifascismo militante che recuperava il radicalismo di matrice azionista e lo nutriva della mitologia di una seconda “occasione storica rivoluzionaria” che il Sessantotto lasciava “finalmente” intravedere. Contro questa mitologia, la reiterazione ed il consolidamento di categorie interpretative anch’esse risalenti nel tempo – soprattutto la polemica contro un tradimento della Resistenza preteso dagli azionisti, al quale si opponeva l’idea di una Resistenza semmai incompiuta – si avvalse del non trascurabile contributo fornito dalla storiografia marxista nell’alveo di uno sforzo di apertura tematica e metodologica messo in moto dalla rete degli Istituti storici della Resistenza per soddisfare il nuovo interesse per la ricerca storica che mostrava diffondersi tra le nuove generazioni.
La difesa della politica di alleanze attuata con la svolta di Salerno, di cui si sottolineò sempre la specificità dell’elaborazione di Togliatti nel quadro del riconoscimento del Governo Badoglio da parte dell’Unione Sovietica; la centralità del ruolo nazionale della classe operaia; l’importanza della funzione di avanguardia e guida esercitata dal PCI rispetto alle masse in movimento; furono i nodi cruciali dell’interpretazione che si tese a costruire attraverso una fiorente saggistica e memorialistica raccolta nelle due collane dirette per gli Editori Riuniti da Ernesto Ragionieri: la Biblioteca di storia e la Biblioteca del movimento operaio italiano. Anche dopo l’approvazione, nel 1972, di un programma per la “ricerca scientifica generale” da parte dell’Istituto nazionale, e sul crinale del dibattito, che tra il 1973 ed il 1974 vide tra i protagonisti di primo piano lo stesso Ragionieri, volto al superamento di quei limiti tematici e di quegli schemi interpretativi che avevano finito per concentrare la letteratura resistenziale sul ruolo del PCI nel movimento operaio e nella ricostruzione della democrazia repubblicana, trascurando il peso delle altre forze politiche e di interi ceti sociali (i ceti medi soprattutto); quei nuclei concettuali rimasero il veicolo di una polemica stringente contro l’attacco sferrato ai danni di una presunta “imbalsamazione” della Resistenza[6]. Polemica che non a caso avrebbe avuto tra i suoi momenti centrali l’esame della rassegna bibliografica presentata dal nuovo gruppo di lavoro per la “ricerca scientifica generale”, costituito nel giugno 1973, come relazione introduttiva al seminario su storiografia politica e storiografia economica svoltosi ad Ariccia nel gennaio 1974, criticata ancora da Ragionieri per limiti “di schematismo e di ristrettezza di orizzonti e per l’indirizzo generale inteso come metodo di lavoro, garanzia di scientificità ed ambito di problemi” (Rossi, 2001, p. 121). Ed ancor più si sarebbe indirizzata, nel 1976, contro quel Resistenza e storia d’Italia nel quale Guido Quazza, presidente dell’Istituto nazionale dal 1972, avrebbe rivendicato la positiva contiguità tra storia e politica in relazione allo sviluppo delle lotte studentesche ed operaie, scrivendo tra l’altro:
“la polemica dei giovani contro l’Italia ‘nata’ dalla Resistenza […] ha quasi di colpo dato vigore, con la sua carica di massa, con il suo impeto appassionato e passionale, con i suoi stessi tratti unilaterali ed approssimativi di scontro ideologico-politico, ai tentativi di rinnovazione fino ad allora avviati da pochi studiosi, accendendoli di un effetto provocatorio che è valso ad aprire un nuovo corso storiografico”[7].
E nel quale l’individuazione della banda partigiana come “microcosmo di democrazia diretta”, sarebbe servita a consolidare un criterio interpretativo ritenuto, dalla cultura comunista, “insufficiente”, in quanto tendente a ridursi – lo avrebbe sottolineato Carlo Pinzani recensendo il volume per “Rinascita” –
“alla contrapposizione della spontaneità della classe e del movimento partigiano, portatori dell’ansia di rinnovamento delle masse popolari italiane, alla direzione ‘giacobina’ delle forze politiche di sinistra, e particolarmente del PCI, volta invece a perseguire obiettivi più limitati e parziali, ed abbagliata da una prospettiva di vertice, per seguire la quale avrebbe controllato e sfiancato la spinta dal basso”[8].
La politica di alleanze aveva al contrario non solo favorito la vittoria sul fascismo e la nascita del compromesso costituzionale, ma aveva anche reso possibile – fatto decisivo nella storia nazionale – l’ingresso nell’arena politica di grandi masse popolari, unite, artefici di una svolta rinnovatrice nella vita del paese. La strategia unitaria concepita come “nuovo grande compromesso storico” tra le forze democratiche, equivaleva perciò ad attuare una “seconda tappa della rivoluzione antifascista”, con l’introduzione di “elementi di socialismo”, indispensabili, affermava Berlinguer rispondendo ad un’intervista pubblicata ancora da “Rinascita” per il trentennale del 25 aprile,
“se si vuole evitare la decadenza dell’intera nazione, ed una degenerazione in senso reazionario dell’assetto politico italiano”[9].
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