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Chiara
Giorgi “Le Assicurazioni sociali” e il dibattito italiano e internazionale sullo Stato sociale (1933-1943)
Dalla Rivista uno sguardo sul mondo
Nello spoglio degli articoli di argomento internazionale tra i primi anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta si nota come andasse sempre crescendo il numero di quelli concernenti la realtà delle politiche sociali della Germania, mentre progressivamente diminuivano quelli sui sistemi assicurativi del resto d’Europa (ad esempio sui paesi scandinavi). Rilevante è ad esempio che l’unico “pezzo” relativo a questi ultimi dopo il ‘33 in realtà sembra essere scritto con intenti prevalentemente politico-ideologici, volti cioè a dimostrare che parte dei provvedimenti presi in Svezia, Norvegia e Danimarca si ispirarono in verità a quelli della Germania di Hitler. Le proposte svedesi di organizzare lavori speciali di soccorso destinati ai giovani per far fronte al problema della disoccupazione giovanile si ispirano – secondo l’autore – “alle organizzazioni di lavoro già esistenti in Germania dopo l’avvento dell’hitlerismo”, così come più in generale la realtà assicurativa dei paesi scandinavi evidenzia a suo parere “la tendenza dello Stato forte” che tende sempre più ad imporsi ovunque, anche nelle roccaforti democratiche, “al di sopra delle partigianerie grette e meschine dei singoli partiti”. L’esempio riportato in questo caso è quello dell’orientamento seguito dal ministro danese Steincke in tema di riforma previdenziale. Ed infatti – si dice – questo ministro, dinnanzi alle “difficoltà di poter mettere d’accordo i vari partiti sul modo di risolvere il problema delle assicurazioni”, si volse all’uso della forza[28].
Verificata dunque la crescente centralità dell’ambito previdenziale nazionalsocialista sulle pagine de “Le Assicurazioni sociali”, resta che la situazione assicurativa e assistenziale di molti e diversi paesi del mondo ha comunque un suo spazio non trascurabile negli studi della rivista anche durante gli anni Trenta. Ai molti articoli sulla Germania seguono, in termini statistici, quelli su altri regimi autoritari (quali Austria, Spagna e Portogallo) a cui segue poi sempre qualche altro studio sulle vicende assicurative di altri Stati, spesso assai lontani rispetto all’esperienza italiana (dalla Cecoslovacchia alla Svizzera, al Brasile, all’India, al Canada).
Analogamente nel corso dei primi anni Quaranta, gli articoli attinenti alla politica sociale dei paesi facenti parte del Tripartito, ed in specie alla realtà previdenziale della Germania, sono oramai giunti ad essere i protagonisti del dibattito in corso sulle pagine della rivista. E tuttavia, come lo stesso commento sugli indici sottolinea, “l’impostazione sostanzialmente scientifica della Rivista le consente di mantenere [...] un sufficiente contatto con l’evoluzione delle idee, nel campo sociale, che ha luogo al di là della linea dei combattimenti”. In questo senso “il periodico non manca di riportare e commentare i fatti e gli orientamenti sociali più salienti dei paesi avversari e neutrali”. Emblematico di ciò è soprattutto il lungo commento al “Piano Beveridge”, per l’instaurazione della sicurezza sociale in Inghilterra, pubblicato nel 1943, a firma di Riccardo Del Giudice[29].
Relativamente agli scritti sulle assicurazioni sociali tedesche, c’è da osservare poi che la loro preponderanza è dovuta in questo periodo non solo alla stretta vicinanza politico-militare di Italia e Germania, bensì anche – dato non irrilevante – all’attenzione che suscitò il progetto di riforma presentato dalla DAF ed elaborato dal suo direttore Robert Ley, all’indomani del nuovo decennio. Come vari articoli presenti sulla rivista sottolinearono si trattava dell’elaborazione di un nuovo sistema di sicurezza sociale, dal carattere evidentemente rivoluzionario, conseguente all’ulteriore sviluppo fatto dalla materia previdenziale tedesca. Al di là infatti dei concreti esiti del piano (ogni decisone in merito ad esso venne rinviata al periodo postbellico), esso mostrava importanti analogie con “i piani quasi contemporanei di Wiliam Beveridge per la riforma del sistema britannico di sicurezza sociale”, nel più complessivo movimento di universalizzazione della sicurezza sociale (Ritter 1996, p. 134).
Gli articoli di autori tedeschi concernenti il piano non fanno allora che riprenderne e presentarne i punti salienti, dandone all’unisono un giudizio per lo più positivo, anche in ordine all’effetto disciplinante che esso avrebbe realizzato (a differenza di quello beveridgiano). Ma anche da parte italiana non mancarono esaustivi ed entusiastici commenti al piano tedesco proposto dalla DAF, in relazione al quale si istituiva un parallelo tra i “nuovi concetti della solidarietà nazionale” tedesca e la “concezione etico-sociale del Fascismo” italiano, nella convinzione che fosse lo Stato a dover avere cura degli individui (i quali avevano a loro volta “offerto ed impiegato la loro capacità lavorativa per il bene della collettività”)[30]. Ad essere sottolineato in questi scritti era poi il carattere universalista del piano, con il quale si sarebbe garantita “a tutti i cittadini tedeschi la sicurezza nell’ultimo periodo della vita, indipendentemente dalla loro appartenenza alla categoria degli operai o a quella dei lavoratori intellettuali, dei liberi professionisti, ovvero degli artigiani”. Rilevante è a questo proposito la spiegazione addotta al fine di giustificare il nuovo provvedimento: si ricorreva al “concetto mazziniano del lavoro e del capitale riuniti nelle stesse mani”, espressione di una “realtà economica individuale”, così come di una “realtà nazionale e statale”[31].
In particolare fu un articolo di Celestino Arena che si assunse il compito, da parte italiana, di illustrare nel dettaglio le Nuove tendenze delle assicurazioni sociali tedesche, discutendo problemi e temi ad esse connesse. L’accento batteva soprattutto sul carattere “completamente rivoluzionario” del nuovo ordinamento, il quale prospettava una riforma delle assicurazioni sociali “per via diversa da quella espressamente auspicata da Bismarck, cioè in senso non corporativo ma propriamente statalista”. Si chiariva che la riforma era ispirata “ai nuovi concetti dell’etica della collettività nazionale, cioè della solidarietà nazionale e della giustizia collettiva”, i quali si esprimevano proprio “nei doveri del lavoro verso la collettività e nei doveri che a questa collettività incombono di garantire la vita dei vecchi e degli invalidi, la salute in genere e il benessere dei lavoratori”. Laddove si sottolineava che la “garanzia statale di un minimo nazionale di esistenza” era comunque pensata per i cittadini fedeli nei confronti dello Stato e della collettività nazionale, non “asociali” e capaci di adempiere ai loro doveri nei confronti di quest’ultima.
Complessivamente il giudizio di Arena era senz’altro positivo: con il nuovo ordinamento si sarebbe “estesa la sfera di applicazione delle stesse assicurazioni sociali nel duplice senso dei gruppi assicurati e delle prestazioni garantite” e benché venissero “snaturati i caratteri tecnici essenziali” delle assicurazioni tradizionali, tuttavia si sarebbero realizzati “fini più larghi di protezione sociale” attraverso “mezzi diversi”. E di fatti “la ricerca dei mezzi finanziari occorrenti a questa nuova provvidenza non sarà fatta più per singoli gruppi di assicurati, ma nella comunità nazionale, attraverso un equo concorso di tutti al carico tributario”[32].
Alla luce di ciò, non sorprende non solo la successiva attenzione della rivista nei confronti del piano Beveridge, ma anche il fatto che il giudizio emergente dallo scritto di commento a questo abbia una natura ambivalente: a critiche si affiancano infatti non trascurabili, benché più celati, apprezzamenti.
Dopo aver criticato “la maggiore deficienza tecnica del piano”, dovuta al fatto che in esso si elude il “più grave problema dell’odierno sviluppo delle assicurazioni sociali”, ossia quello di semplificare il sistema contributivo senza distaccarlo dai redditi degli assicurati (come di fatto avveniva in Germania e Italia, basate entrambe, come è noto, su un sistema assicurativo di tipo occupazionale e contributivo), si giunge a quella che sembra essere la pars costruens della critica di Del Giudice. Alla domanda se “il famoso” e “miracolistico piano Beveridge sia tutto da buttar via” e non contenga invece qualche utile indicazione “per il progresso delle assicurazioni sociali”, Del Giudice risponde che esso, benché rappresenti “un passo indietro nella politica e nella tecnica delle assicurazioni sociali”, “nondimeno contiene alcuni principi, i quali, sorgendo dall’evoluzione maestra degli istituti, necessariamente debbono ritrovarsi in qualunque ben congegnata organizzazione delle assicurazioni”. Il giudizio espresso a conclusione dello scritto si presenta dunque maggiormente articolato rispetto ad una critica completamente negativa del piano. Se infatti “preso in blocco, è da respingere” proprio perché “attesta una concezione dell’uomo e della società troppo egualitaria e materialistica”, tuttavia esso sembra essere anche informato da quei postulati ritenuti irrinunciabili ai fini dell’organizzazione moderna delle assicurazioni sociali. Postulati quali: l’“unificazione in uno speciale dipartimento dello Stato dei servizi riguardanti la sicurezza sociale”; l’unificazione e l’autonomia “dei servizi sanitari in un’organizzazione nazionale”; l’”unificazione degli importi delle indennità per interruzione di lavoro, trattisi di disoccupazione, di malattia, d’infortunio, di nozze, di maternità o di lutto”. Ed infine la “conseguente organizzazione d’una assicurazione basilare, comprensiva del massimo numero dei rischi con il più vasto campo di applicazione, dalla quale, soltanto dopo un certo periodo di tempo, si passi alle amministrazioni dei rischi speciali”.
Scrive espressamente Del Giudice nelle ultime righe del suo articolo che le assicurazioni sociali, inserendosi “direttamente nel bilancio dello Stato”, divengono, nella società contemporanea, sia un importante “mezzo di redistribuzione del reddito nazionale secondo principi di giustizia sociale”, sia uno “strumento di coesione e sicurezza sociale”[33].
Emerge in conclusione anche da questo esempio come “Le Assicurazioni sociali” rappresentino un osservatorio utile al fine di individuare i punti di connessione esistenti, nel periodo tra le due guerre, tra la riflessione che si andava sviluppando in Italia e i percorsi spesso diversi seguiti dagli altri paesi, europei e non (anche dunque di quelli intenti a sperimentare strade alternative al modello assicurativo tradizionale), in ambito di politiche sociali e previdenziali.
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