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Chiara
Giorgi “Le Assicurazioni sociali” e il dibattito italiano e internazionale sullo Stato sociale (1933-1943)
Dalla Rivista le caratteristiche fondamentali dello Stato sociale italiano “del e/o sotto il fascismo”
“Le Assicurazioni sociali” sono anche particolarmente utili al fine di individuare la cifra peculiare delle politiche sociali e previdenziali dell’Italia fascista, segnate da una logica di tipo selettivo e categoriale ben rintracciabile. E difatti proprio in relazione al connotato specifico assunto dallo Stato sociale italiano soprattutto durante il fascismo, quello cioè “particolaristico-corporativo” (Ascoli, 1984, p. 17), che accentuava oltre misura quegli aspetti di “frantumazione categoriale” destinati poi a farne – secondo vari pareri storiografici – un unicum nella realtà occidentale, è possibile seguire sulla rivista il prospettarsi delle singole richieste provenienti da svariate categorie professionali, o da specifici settori delle classi lavoratrici in vista dell’estensione della tutela assicurativa. A questo proposito si è parlato di una “penetrazione di logiche clientelari nell’erogazione delle prestazioni di assistenza statale” avvenuta a partire dal periodo fascista, così come si è sottolineata la connotazione clientelare assunta dalle politiche sociali del fascismo, nell’ambito delle quali “l’ente parastatale” rappresentò “la vera amministrazione fascista, consentendo regolamentazioni amministrative nell’ambito di poteri lasciati in bianco dalle leggi [...], larga ospitalità alle clientele di regime, avviando un sistema” nel quale “i fini sociali (la tutela del lavoro), di protezione e di autogoverno dei settori o esigenze di mera presenza politica vennero invocati per la costituzione di tali strutture”[16].
Ad esempio nella annata del 1933, a nome del presidente della Federazione degli artigiani d’Italia si avanzano le richieste degli artigiani per avere “un ordinamento di previdenza” che però – si precisa subito – non “può limitarsi all’assicurazione contro il rischio di malattia, ma deve estendersi alle altre forme previdenziali, più elevate e complesse, quali quelle contro l’invalidità e la vecchiaia, contro la morte e gli infortuni”. Le motivazioni con le quali si avanzavano queste istanze particolari erano quelle secondo cui l’artigiano “pur rivestendo la figura di un datore di lavoro ed essendo come tale inquadrato in un’associazione di datori di lavoro, rimane sempre un autentico lavoratore soggetto a tutti i rischi contro i quali, per legge o per contratto, il prestatore d’opera viene assicurato”. In questa direzione – si insiste – la Federazione fascista autonoma degli artigiani d’Italia aveva prospettato un programma nel quale le forme assicurative erano state suddivise in tre gruppi “prevedendo per ciascuno di essi un contributo distinto”, e decidendo di cominciare “con l’assicurazione malattia, rinviando l’attuazione delle altre ad un periodo successivo”. Ciò anche in conseguenza delle pressioni “per un ordinamento previdenziale che” fosse gradito agli artigiani medesimi, “che facesse della istituzione una cosa loro, e nel quale, innanzi tutto, le spese generali e di amministrazione fossero ridotte al minimo, in modo da consentire che i contributi potessero essere quasi totalmente destinati alle prestazioni” e in modo da ottenere un assenso compatto degli artigiani[17].
Accanto a richieste di questo tipo, delle quali la rivista si faceva abitualmente canale, vi erano poi scritti volti ad illustrare i risultati conseguiti in materia previdenziale da parte di altri settori di lavoratori, quali ad esempio gli operai dell’industria solfiera siciliana, nel corso dei primi anni del secolo sino alla soglia degli anni Trenta, secondo una linea di sviluppo della tutela assicurativa avvertita come lineare e progressiva[18]. Così le richieste dei professionisti e degli artisti in generale, quelle dei giornalisti, quelle degli artigiani, quelle a favore delle lavoratrici dell’agricoltura, quelle per “la gente di mare”, quelle per i coloni e mezzadri.
A quest’ultimo proposito di particolare interesse è l’articolo scritto da Bruno Biagi sul provvedimento di inclusione di questi ultimi lavoratori nella assicurazione contro la tubercolosi. In relazione all’individuazione del criterio più adatto per la ripartizione dell’onere assicurativo, che a giudizio di Biagi doveva essere diviso tra proprietari, mezzadri e coloni, era proprio il nuovo presidente dell’INFPS a farsi interprete di una concezione dell’Istituto allora assai diffusa. Concezione che metteva bene in rilievo l’“uso” strumentale che il fascismo fece dell’ente rispetto alle proprie politiche di tipo clientelare. Si sosteneva infatti che “il preciso adempimento” delle formalità assicurative “deve essere cura degli agricoltori, con il consiglio e la vigilanza delle loro associazioni sindacali” affinché si evitino “lacune o abusi, le cui conseguenze ricadrebbero sulle stesse categorie interessate, in quanto che l’Istituto della previdenza non può e non deve intendersi che come l’istituto corporativo creato e gestito nell’interesse delle categorie sotto l’ègida dello Stato”. Si aggiungeva poi: “se vi è una categoria alla quale si doveva in modo particolare oggi provvedere è proprio quella dei lavoratori rurali, sia per le necessità obiettive di un’assistenza più ampia e più efficace in fatto di malattie sociali, sia per le benemerenze che la categoria stessa ha acquisito”[19].
A guidare i provvedimenti presi in campo previdenziale nel periodo fascista non era dunque solo la logica “oggettiva” (come la si potrebbe definire), connessa alla funzione stessa delle assicurazioni sociali (in questo caso si riportavano anche i dati statistici sul tasso di mortalità per la tubercolosi fra mezzadri e coloni, nonché si alludeva ai risultati scientifici raggiunti su questa materia nel Congresso di previdenza sociale di Bologna del ‘35): contribuivano a tale direzione anche e soprattutto preoccupazioni connesse con i problemi del consenso sociale e del governo politico.
Per il caso italiano colpisce poi che ad una attuazione delle misure previdenziali concretamente avvenuta tramite piccole inclusioni di gruppi sociali “selezionati” – ossia secondo questa direzione particolaristica e categoriale, funzionale alla “cattura” del consenso di determinati strati della popolazione e pertanto alla costruzione della “forza” egemonica del regime – facesse riscontro un dibattito, presente sempre sulle pagine de “Le Assicurazioni sociali”, propenso ad evidenziare le ragioni della generalità e dell’unità (l’unità cioè che si veniva a creare tra lo Stato corporativo fascista e la società civile, tra il supremo interesse nazionale e quello particolare di ciascuna categoria), ossia le ragioni di “uno sviluppo organico obbediente ad un piano d’insieme ben preciso”. A sostenere queste posizioni non erano soltanto i “proclami” ufficiali del duce, pur ospitati con il dovuto risalto dalla rivista (soprattutto in materia di teorie sul corporativismo)[20], ma anche – in virtù di quel carattere composito del periodico che si è già accennato – le elaborazioni di intellettuali non assimilabili tout court alle posizioni del fascismo[21].
D’altra parte sembra qui possibile individuare una delle caratteristiche fondamentali del più ampio sistema previdenziale dei regimi totalitari (di Germania e Italia in particolare): si tratta cioè della distanza esistente tra il piano della propaganda e la realtà effettiva delle politiche sociali realizzate. Su questo scarto aveva avuto già modo di indagare Louis Franck in relazione allo specifico dell’organizzazione corporativa (così come Timothy W. Mason ha poi avuto modo di analizzare le reali condizioni della classe operaia tedesca nel corso degli anni Trenta, verificando puntualmente l’esito concreto dei provvedimenti presi in ambito occupazionale e in quello sociale più ampio nella Germania di Hitler, al di là dei dati ufficiali prodotti dal Terzo Reich)[22].
Dall’analisi emergono poi altri elementi caratteristici dell’organizzazione dello Stato sociale italiano nel periodo fascista. Delle argomentazioni di Vincenzo Buronzo, il già menzionato presidente della Federazione nazionale fascista degli artigiani, colpisce da un lato la natura di alcune proposte avanzate in merito alla realizzazione di determinate forme assicurative per questa categoria (sulle quali – si chiariva – si andavano approfondendo studi e indagini “su quanto è stato fatto all’estero, specialmente in Germania, in Francia, in Jugoslavia e in altri paesi europei nel campo – specifico – della previdenza obbligatoria a favore degli artigiani e dei lavoratori autonomi”); e dall’altro lato colpisce soprattutto il modo in cui si era giunti ad ottenere “uno schema di provvedimento che permetterà una forma assicurativa a carattere collettivo automatico per tutta la pesca artigiana”. Spiega Buronzo che questo schema, dopo essere stato “compilato dal Ministero delle Corporazioni sulla scorta degli elementi contenuti nella mozione approvata dalla Corporazione”, e “tenendo conto delle considerazioni d’indole tecnica prospettate dalla Federazione in accordo con le altre organizzazioni sindacali”, era stato esaminato nel corso di una riunione “presso il Ministero delle Corporazioni alla quale avevano partecipato i rappresentanti dei Ministeri e delle organizzazioni interessate”[23]. Dal caso sembra emergere dunque la cifra specifica delle varie riforme intraprese nel corso degli anni Trenta in ambito previdenziale, le quali “non solo si propongono come una sequenza di provvedimenti graduati nel tempo, ma sono il frutto[...] di una dialettica che investe” i ministeri appositi, la presidenza del Consiglio, gli stessi vertici dell’INPS, nonché le organizzazioni di categoria, coinvolte direttamente nella realizzazione legislativa delle politiche sociali del regime. Laddove anzi, nella “dialettica di organi e di istituzioni” nella quale si traduce concretamente il “modello di governo fascista” (Melis, 1989, pp. 117-8), ampio spazio è lasciato alle istanze e alla partecipazione diretta dei rappresentanti degli interessi sociali ed economici più svariati, i quali hanno così modo sia di “contrattare” con gli altri soggetti politici ed istituzionali chiamati in causa, sia quindi di esercitare le proprie pressioni “particolari”, di categoria. Non è un caso a questo proposito che, anche in un’ottica più complessiva, accanto alla natura autoritaria e accentratrice del modello di governo fascista si individui un carattere policentrico del sistema di governo nazionale. E difatti le spinte più diverse provenienti dalla società in via di modernizzazione indussero ad ampie politiche di contrattazione tra i vari soggetti presenti, tese a stabilire un canale “diretto” tra la dirigenza fascista e i differenti interessi sociali[24].
Sempre da questo esempio emerge poi una nuova prospettiva dell’intervento sindacale, “nuova nelle dimensioni; negli esiti erga omnes, cioè ben al di là dell’assai minoritaria area degli organizzati; nelle prestazioni dirette”, nonché nella predisposizione alla mediazione e alla collaborazione di tipo istituzionale (Degl’Innocenti, 1995). Collaborazione dunque non solo nella gestione degli organi previdenziali (nel Consiglio di amministrazione dell’Istituto sedevano – all’altezza della metà degli anni Trenta – 10 rappresentanti dei lavoratori di nomina confederale su un totale di 32), ma anche nella proposizione di concrete politiche del lavoro e di specifiche misure in ambito assistenziale. Non è un caso allora che nel 1934 Tullio Cianetti, per mezzo della rivista, si espresse a favore di una riforma degli uffici di collocamento la quale nel “disciplinare meglio il mercato della manodopera” provvedesse anche a “rendere sempre più aderente il collocamento alla funzione dei Sindacati” e a dare a questo “un indirizzo unico, tanto amministrativo che tecnico”[25].
Alla base di questo fenomeno vi era infatti, proprio nel periodo tra le due guerre, la necessità di favorire una collaborazione tra le parti sociali, grazie alla quale fosse possibile governare una società sempre più articolata e complessa, conflittuale e stratificata, nella quale le stesse logiche di dominio “assoluto” dovevano misurarsi con i processi di modernizzazione in corso, con le istanze “pluraliste” della società, con le contraddizioni che i nuovi attori sociali innescavano. Se dunque resta per un verso fermo che in Italia (come in Germania) la “riformulazione più o meno esplicita del contratto sociale”, imposta dalla crisi postbellica e da quella a cavallo tra anni Venti e Trenta , così come la “ricerca di nuove forme di integrazione sociale” passarono per la strada della repressione, “dello smantellamento dei sindacati e dei partiti operai”[26], della riduzione dei salari, del particolarismo delle politiche previdenziali, della corporativizzazione degli interessi; non sembra d’altra parte opportuno trascurare le articolate dinamiche che strutturarono le pratiche di governo sociale nell’Italia fascista. Su questo sfondo si comprendono anche le analisi di quanti, in un’ottica comparata, sostengono che una politica di “pianificazione”, seppure in una versione “tecnocratico-corporativa”, fu tentata nei contesti autoritari come quello dell’Italia fascista (Sassoon, 1997, p. 80). È poi questa la prospettiva che consente di rintracciare elementi comuni ai vari panorami politici europei nel periodo interbellico, prima fra tutti l’impossibilità di governare prescindendo dalla presenza di gruppi di interesse dati, ovvero dalla mediazione e dalla contrattazione “con gli interessi economici e sociali esistenti”, coi quali lo stesso Mussolini “fu costretto a mantenere un rapporto prudente”, in quella che è stata definita come una “versione autoritaria di un più ampio tentativo, in atto in tutti i paesi capitalistici occidentali, volto a trasformare i rappresentanti degli interessi in partners burocratici”[27].
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