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Chiara Giorgi
“Le Assicurazioni sociali” e il dibattito italiano e internazionale sullo Stato sociale (1933-1943)

La Rivista negli anni Trenta

Nella rivista degli anni Trenta si possono individuare tre momenti significativi. Il primo coincide con l’intenso dibattito dei primi anni successivi alla crisi, all’incirca gli anni 1933 (data simbolica per l’INFPS) – 1935; il secondo coincide con l’impresa africana compiuta dall’Italia e con l’avvicinamento di questa all’Asse (1936-1939), e infine il terzo con la fase iniziale della Seconda guerra mondiale (1940-1941).

Come si specifica anche nella nota di accompagnamento alla pubblicazione degli indici della rivista, al periodo “sufficientemente calmo” del quadriennio 1925-1928, durante il quale la rivista è permeata soprattutto dal dibattito europeo sull’estendibilità del modello assicurativo bismarckiano, segue quello dominato dai problemi fondamentali posti dalla Grande crisi. E infatti nei primi cinque anni del decennio considerato la questione maggiormente toccata dai vari scritti comparsi su “Le Assicurazioni sociali” è la disoccupazione, ora affrontata sotto vari aspetti: da quelli assicurativi a quelli assistenziali, a quelli professionali, a quelli connessi al collocamento e all’istruzione. Non è un caso che, se fino a quel momento questo problema era stato visto “in gran parte attraverso il prisma assicurativo” (INPS, 1956, p. 28), dagli inizi degli anni Trenta esso viene affrontato in modo nuovo, ossia prendendo in considerazione altri mezzi utili ad attenuare la disoccupazione, mezzi inseriti all’interno di più vasti programmi di opere pubbliche e di assistenza diretta a coloro che si ritrovano improvvisamente esclusi dal mercato del lavoro. Sul piano delle politiche concrete la specifica “erogazione di prestazioni prolungate indipendenti da un ‘test di contribuzione’” venne difatti introdotta, seppur ancora come misura provvisoria per i disoccupati che avevano esaurito o non avevano ancora acquisito il diritto all’indennità assicurativa, durante il periodo della grave crisi economica, quando si posero – ancora sottoforma di “speciali programmi assistenziali d’emergenza” – le basi per schemi di tipo assistenziale ad ampia copertura e a largo raggio di azione[8].

D’altronde il X Congresso internazionale degli attuari (svoltosi a Roma nel 1934) è dedicato all’assicurazione contro la disoccupazione, così come su questo problema si concentrano in questo periodo gli studi e i programmi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (l’OIL), i quali trovano spesso spazio all’interno delle pagine de “Le Assicurazioni sociali”.

In linea generale, sia per il triennio 1933-‘35 sia per gli anni successivi le esperienze dei paesi che adottano soluzioni di tipo autoritario, e di quelli che hanno un orientamento democratico, vengono seguite con attenzione dall’osservatorio dell’organo di stampa dell’INFPS, nel senso che ad alcuni studi italiani specifici fatti su Germania, Austria, Inghilterra, Francia, Stati Uniti, e paesi scandinavi (per citare i casi più ricorrenti) si affiancano numerosi articoli firmati direttamente da esperti in materia o rappresentanti politici di quelle realtà. Anzi proprio questi ultimi riempiono parte della rubrica “Articoli e studi”. Rubrica dalla quale è appunto possibile seguire il dipanarsi del dibattito internazionale in corso negli anni Trenta sulle tematiche previdenziali e di politica sociale.

Il periodo 1936-‘39 è prevalentemente caratterizzato dalle tematiche legate alla politica demografica, ossia all’introduzione degli assegni familiari (in Italia nati nel ‘34, dati in gestione all’INFPS nel ‘36, generalizzati a più categorie di lavoratori nel ‘37 ed estesi al coniuge ed ai genitori nel ‘38)[9] e alla protezione della maternità e dell’infanzia (nel ‘35 la tutela della maternità viene assunta dall’INFPS, mentre nel ‘39 questa assicurazione viene sostituita con il premio di nuzialità e quello di natalità).

Infine gli anni coincidenti con il momento bellico vedono la crescita delle notizie sui paesi schierati con l’Asse, senza tuttavia che venga meno l’interesse nei confronti delle politiche sociali e previdenziali dei paesi “avversari”. E difatti uno degli esempi di questa “opera di documentazione” generale compiuta dalla rivista è offerto dal verificarsi contemporaneo di studi sia sul “progetto – del 1941 – per la riforma della previdenza sociale in Germania” (quello ideato dalla DAF di stampo universalista), sia sull’inglese Piano Beveridge (INPS, 1956, p. 37).

Complessivamente tuttavia non esiste una così rigida ripartizione tematica tra i singoli periodi, dal momento che per tutti gli anni Trenta le questioni affrontate dalla rivista mostrano invece una loro omogeneità: si spazia da questioni di tecnica attuariale (come gli importanti studi sui criteri di finanziamento delle assicurazioni), a elaborazioni di sistemi di assistenza diretta (elaborazioni in relazione alle quali il nodo centrale è quello della possibile coesistenza dei sistemi assicurativi con quelli assistenziali), alle problematiche sull’inclusione di ulteriori categorie e gruppi sociali nei regimi assicurativi obbligatori, a programmi di arginamento degli effetti della crisi economica – la disoccupazione prima fra tutti – alle politiche del lavoro e a proposte di tutela particolare alle donne e ai giovani occupati in condizioni disagiate o rimasti disoccupati.

Tutte queste tematiche vengono analizzate sotto l’ottica sia nazionale che internazionale. Anzi, da una sommaria statistica dei “pezzi” scritti indicizzati come “Articoli e studi”, si ravvisa un sostanziale equilibrio tra studi di autori non italiani e inerenti per lo più alla realtà assicurativa di altri paesi, e studi firmati invece da italiani, espressamente concentrati sull’Italia (sebbene, come si è accennato, non manchino “pezzi” di italiani attenti ad analizzare i contesti sociali e previdenziali stranieri). Accanto a questi poi la rivista dedica numerose pagine alle specifiche attività dell’INFPS.

Nel citato “Notiziario Italiano” la parte sulle “Attività dell’Istituto” costituisce quasi una cronaca puntuale di ogni attività, di ogni manifestazione, di ogni “impresa”, che sia la inaugurazione di un nuovo sanatorio, o l’avvio di corsi scientifici legati alla materia assicurativa (ad esempio nell’annata del 1933 si fa menzione dell’attivazione da parte della sede INFPS di Torino di “nuovi corsi di Legislazione e di Medicina del lavoro”)[10], o l’impegno in lavori pubblici di varia natura a Roma e in provincia (ad esempio nell’annata del 1934 si riporta che nella capitale “l’isolamento dell’augusteo” e la ricostruzione del nuovo quartiere è stata affidata all’Istituto)[11], o in opere di colonizzazione demografica dell’Africa orientale o che sia la partecipazione finanziaria dell’INFPS ad altre iniziative di interesse pubblico, o che sia il suo impegno nella espansione della propria rete territoriale a livello periferico (costruzione di nuove sedi provinciali).

Anticipando qui alcune conclusioni di carattere generale si può dire che dall’analisi dell’intero dibattito presente sulla rivista emerge la sua natura non univoca, ossia il suo essere sia il contenitore di studi e articoli sui sistemi previdenziali e sulle tematiche ad essi connesse (una rivista dunque di materia, specializzata), sia, più propriamente la rivista dell’INFPS, ovvero dell’ente pubblico nazionale preposto alla gestione della previdenza fascista. Una rivista dunque sia di studio, di “libero” confronto sui provvedimenti assicurativi ed assistenziali del mondo, sia di promozione delle politiche sociali italiane, e quindi, per gli anni qui considerati, proprie del regime. Non a caso le firme che vi compaiono sono di molteplice provenienza e estrazione sociale e politica, ossia di personalità intimamente legate al fascismo (ed al nazionalsocialismo), ma anche di studiosi di ogni paese competenti della materia previdenziale in senso stretto.

D’altronde, come per altri versi si è potuto osservare studiando i resoconti ispettivi redatti dagli ispettori compartimentali dell’Istituto ai quali spettava il compito di “sorvegliare” e riferire sulla situazione delle sedi periferiche INFPS[12], la stessa logica che sottostà alle svariate attività di quest’ultimo si mostra ambiguamente rispondente – nel periodo fascista – alla doppia funzione dell’ente, di ente finanziario-assicurativo dotato di vita propria e avente competenze eminentemente “tecniche”, e di istituzione al servizio degli obiettivi di politica sociale del regime. Anche in uno scritto pubblicato nella rivista nel 1940 fu esplicitamente messo in luce questo “doppio” aspetto dell’Istituto, di “strumento di azione sociale” e di “istituzione economico-finanziaria”, di “ente assicuratore”, volto al conseguimento dei fini dell’impresa economica e di “organo esecutivo della previdenza fascista”, “investito” di questa “missione sociale” suprema[13]. Se allora più in generale e sotto molti aspetti della vita dell’Istituto le dinamiche della sua politicizzazione, della sua fascistizzazione si affiancano a quelle facenti capo alla realizzazione della sua efficienza tecnica, del suo rendimento funzionale, per ciò che attiene all’ambito della rivista, articoli di celebrazione del duce e delle “sue missioni sociali”, insieme a scritti sul primato internazionale del modello previdenziale italiano, propriamente fascista ovviamente, compaiono accanto a studi di stretta competenza tecnica, redatti da specialisti stranieri sui vari sistemi assicurativi d’europa e d’oltreoceano come anche a valutazioni positive in merito a modelli di welfare di tipo universalista e redistributivo (ispirati, come è il citato caso della Nuova Zelanda, alla social security).

Si pensi ai due articoli ospitati nell’annata del 1933 e relativi alla realtà previdenziale scandinava. Il primo, del direttore del ministero danese degli Affari sociali tende ad illustrare in modo specialistico ciò che in Danimarca è stato compiuto da una riforma della legislazione sociale avente per scopi l’allargamento a più persone e categorie delle assicurazioni sociali, l’aggiornamento di “tutta la vasta legislazione assistenziale, in un sistema organico” e una redistribuzione dell’onere finanziario “derivante dall’applicazione della legislazione sociale” tra Stato e Comuni. Diversamente nel secondo articolo, del professor Giovanni Bach, l’intento sembra essere soprattutto quello di comparare il sistema sociale scandinavo a quello italiano, elogiando nel confronto i provvedimenti fascisti in materia di opere pubbliche. In particolare nel primo caso si pone l’accento sull’importanza oggettiva del carattere universale dell’assicurazione generale, la quale non si limita soltanto agli operai e all’ambito della malattia, così come sull’importanza della chiarezza delle disposizioni inerenti alla assistenza pubblica così come infine sull’importanza dell’assunzione a carico dello Stato dell’onere di alcune spese sociali (nell’intento di alleggerire i comuni più poveri)[14]. Nel secondo caso invece ad essere posta in evidenza è l’utilità di un sistema sociale che, tendendo alla riduzione delle prestazioni dirette (“che hanno tanto pesato sulle finanze degli Stati”), incoraggi e finanzi lavori di utilità pubblica, quale misura di politica sociale risolutiva della disoccupazione dilagante. È l’Italia fascista che, secondo l’autore, ha offerto l’esempio di politiche sociali anti-disoccupazione poggianti sul recupero dei valori del ruralismo e su programmi di ritorno alla terra. Seguendo quest’esempio anche in Danimarca, Svezia e Norvegia “masse di uomini – si documenta – vengono sottratte agli agglomerati cittadini ed immerse di nuovo nel lavacro purificatore della natura”. E così mentre “si va attuando una più severa rassegna delle forze lavorative disponibili, le quali vengono incanalate verso sistematici lavori di utilità pubblica”, va contemporaneamente sorgendo “il concetto di lavoro obbligatorio” il quale lungi dall’essere, secondo le parole del professore vicine a tanta parte della retorica fascista, “una forma di schiavitù”, è “un più elevato senso del dovere, poiché ogni cittadino [...] deve sentire di essere parte fattiva e integrante dello Stato”[15]. Da queste brevi citazioni si evince dunque il carattere prevalentemente ideologico delle argomentazioni di questo scritto, ben differenti dall’impostazione essenzialmente documentaria del primo articolo.



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