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Francesco Silvestri
Debolezza del sistema politico e tracollo socio-economico: l’Argentina democratica in un vicolo cieco

Conclusioni: l’Argentina in un vicolo cieco

Il panorama che caratterizza oggi l’Argentina è preoccupante. Se dal punto di vista economico questa situazione è conseguente ad una serie ininterrotta di errori che si sono ripetuti per 40 anni e, in tempi recenti, a misure di stabilizzazione non sostenibili nel lungo periodo, dal punto di vista politico essa è ascrivibile al duplice “peccato originale” che inficia alla radice la cultura politica[5] propria del paese del Rio della Plata, così come di molte altre realtà latino-americane: da un lato l’abitudine storica ad esprimere identità politiche ed interessi sociali emergenti tramite mobilitazione collettiva di gruppi antiistituzionali, i cui membri sono legati tra loro da processi di integrazione orizzontale e verticale e si riconoscono in una logica di demonizzazione del rivale; dall’altro la concezione strettamente personalistica della politica dei leader locali, tanto quelli al Governo quanto quelli all’opposizione.

Alberti (1996), definisce il primo atteggiamento “movimentismo”,

“[…] a particular way of playing politics in which all major interests in society are expressed and loosely organized in movements led by charismatic leaders which claim to represent the ‘true’ interests of the nation, do not recognize each other’s legitimacy, fight each other for the conquest of public power and identify personal leadership with State institution” (p. 254).

Rileggendo la storia recente argentina alla luce del concetto di movimentismo, allora, si può verificare come esso abbia di fatto attraversato tutti gli schieramenti politici ed abbia contagiato tutti i leader: da Perón ed il giustizialismo, espressione esemplare di movimiento, a Frondizi e la sua versione intransigente del radicalismo; dal terrorismo trotzkista dell’Erp a quello populista di Firmenich e dei Montoneros; dalla visione etica di Alfonsín – nemmeno questa scevra da tentazioni movimentiste – al personalismo ammantato di un alone di efficientismo di Menem; infine, da quella di Álvarez e del Frepaso a quella delle numerose formazioni politiche sorte durante gli anni ’90, tutte incentrate sulla guida carismatica di un personaggio piuttosto che su un preciso programma.

Il movimentismo, anzi, sembra alimentarsi di un duplice fenomeno legato alla svolta neo-liberista degli ultimi 10 anni: da un lato, la crescente divaricazione sociale e la minore partecipazione politica incrementano la capacità di raccogliere consenso di leader carismatici con una visione personalistica della politica (è questo il caso Menem, ma anche di Ruckauf, di de la Rúa e dello stesso Álvarez) e di formazioni extrasistema e protestatarie quali il MODÍN; dall’altro, la deriva tecnocratica susseguente all’esperienza di Menem favorisce l’ascesa di compagini e statisti che fanno dell’efficienza la propria bandiera e che rifiutano in nome di essa il contraddittorio politico.

Allo stesso modo, la ricerca del rapporto diretto con le masse, la deriva carismatica, il cattivo rapporto con il Congresso e con la propria stessa parte politica, sono caratteri che hanno accompagnato lo stile di Governo di praticamente tutti i presidenti e i leader argentini, anche di quelli come Alfonsín e Álvarez, pure accreditati di sincere convinzioni democratiche.

In conclusione, si può affermare che la transizione verso un sistema realmente democratico e pluralista in Argentina non si è ancora realizzato in maniera compiuta; nonostante gli innegabili progressi in questo senso intervenuti a partire dal 1983 – il minor peso delle corporazioni, in particolare di quella militare, nella vita politica nazionale, la alternanza tra gli schieramenti maggiori al vertice dello Stato, l’emergere nel 1999 del primo Governo di coalizione della storia argentina – il panorama è tuttora pervaso da pratiche tradizionali, legate alla political culture nazionale, o meglio continentale, che ne affettano il funzionamento. Alcuni osservatori individuano nel perpetuarsi del fenomeno movimentista nel tempo e nella sua capacità di “trasmigrare” da una formazione ad un’altra, da un leader ad un altro, una dimostrazione di irriformabilità del sistema politico argentino. Alla luce dei successi raccolti dal processo di democratizzazione avviatosi a partire dalla caduta dell’ultimo regime militare, questo giudizio poteva apparire eccessivamente severo, ma gli avvenimenti di fine 2001 sembrano invece ridare slancio a tale ipotesi.

Oggi l’Argentina è in un vicolo cieco: le difficili condizioni economiche richiederebbero una seria presa di coscienza da parte delle forze politiche nazionali, ma queste ultime, squassate dai contrasti interni ed in balia delle inchieste della magistratura, non riescono a rappresentare un punto di riferimento stabile e credibile né per la popolazione, né per investitori e partner commerciali stranieri. In questo quadro, l’unica consolazione sembra essere la lealtà al sistema democratico delle Forze Armate, abituate in altri tempi a prendere il potere per via diretta ogni qualvolta si configuravano situazioni di stallo simili a quelli che il Paese sta vivendo in questi giorni.

L’auspicio è che anche per l’Argentina in un futuro non troppo lontano, come in un tango di Gardel, come in un romanzo di Soriano, si possa affermare che “No habrá más penas, ni olvido”. Ma il momento in cui ciò avverrà, sembra oggi molto lontano.



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