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Francesco
Silvestri Debolezza del sistema politico e tracollo socio-economico: l’Argentina democratica in un vicolo cieco
La corsa verso il baratro
La vittoria dell’Alianza aveva inizialmente portato a credere molti osservatori che i grandi difetti della democrazia argentina fossero stati finalmente superati. Ben presto ci si rende conto, tuttavia, che l’inclinazione al personalismo, al populismo ed al settarismo manicheo della politica nazionale non accennano a stemperarsi.
Al di là della straordinaria affermazione della formula presidenziale de la Rúa-Álvarez, che raggiunge il 48,5% dei suffragi contro il 38,1% dell’accoppiata peronista, il successo conseguito dall’Alianza il 24 ottobre 1999 non è schiacciante: alla Camera dei Deputati la sua maggioranza è solo relativa, mentre al Senato essa deve addirittura sottostare alla preponderanza assoluta del PJ, il partito peronista. Il buon risultato di quest’ultimo è confermato dalle elezioni provinciali, tenutesi in contemporanea a quelle presidenziali, all’indomani delle quali i governatori peronisti sono 15 su 24.
L’Alianza subisce in particolare una dura sconfitta nelle consultazioni per il Governo della Provincia di Buenos Aires, dove la Fernández Meijide, presidente del FREPASO, cede quasi sette punti percentuali al candidato peronista Carlos Ruckauf, abile nel denunciare il dichiarato ateismo e le manifeste simpatie socialiste della rivale come segnali di scarsa affidabilità per la direzione di una Provincia tanto importante. Il pessimo risultato di una delle principali esponenti del FREPASO, soprattutto se paragonato alla vittoria senza incertezze di de la Rúa, fu interpretato da gran parte degli osservatori come un chiaro messaggio per i futuri governanti: era l’ala moderata dell’Alianza, non quella di sinistra, a raccogliere il decisivo consenso dell’elettorato. Questo dato, già emerso in occasione delle primarie alianziste – in cui de la Rúa, un personaggio considerato dai più di un’austerità che sconfinava nella noia, sopravanzò in maniera schiacciante proprio la Fernández Meijide – avrebbe avuto un riflesso diretto sull’equilibrio della coalizione oficialista e sulla futura composizione del Governo. De la Rúa, infatti, dà vita ad un Gabinetto non solo fortemente spostato verso la componente radicale dell’Alianza, ma anche con numerosi membri a lui direttamente legati da una lunga frequentazione personale o svincolati da una precisa appartenenza politica.
L’esecutivo è composto da 14 elementi; gli esponenti dell’UCR, oltre al presidente, sono sette tra ministri, capo di Gabinetto e segretario della presidenza (Jorge de la Rúa, fratello del presidente); i membri del FREPASO, escluso il vicepresidente Álvarez, sono due: il ministro dello Sviluppo Sociale e dell’Ambiente Fernandéz Meijide, recuperata ad un incarico istituzionale dopo la batosta subita nelle Amministrative bonaerensi, ed il ministro del Lavoro Flamarique. Il Governo è completato da tre tecnici (a Sanità, Difesa ed Economia). De la Rúa, dunque, probabilmente preoccupato dal dover gestire il primo Governo di coalizione della storia argentina, dà all’esecutivo un’impronta strettamente personale; quasi la metà dei membri, non a caso, sono svincolati da rigide fedeltà di partito.
Fin dai suoi esordi, il nuovo esecutivo deve fronteggiare tre ordini di questioni legate all’andamento dell’economia nazionale. Il primo problema è dato dalle incognite sempre presenti sul futuro della Convertibilità, che molti sostenitori dell’Alianza, soprattutto dell’ala frepasista, vorrebbero ridiscutere. Il secondo è la recessione economica, conseguenza diretta della crisi brasiliana e delle difficoltà incontrate dall’export nazionale. La questione più impellente, infine, è rappresentata dall’ampio deficit pubblico lasciato in eredità dall’amministrazione uscente, una situazione generata dal contemporaneo incremento delle uscite pubbliche e rallentamento della raccolta fiscale ed aggravata dalle spese fuori controllo delle Province. Il Governo, intenzionato a rafforzare la solidità finanziaria del settore pubblico, decide di non attingere allo stanziamento messo a disposizione dal FMI e di imboccare la via della rigida austerità fiscale. Con questo scopo, esso introduce un forte incremento delle aliquote fiscali (el impuestazo) il cui esito principale, tuttavia, è quello di tarpare sul nascere l’incipiente ripresa.
Nel breve volgere di alcuni mesi, l’Argentina vede svanire progressivamente tutte le aspettative di una pronta ripresa economica. La stagnazione non permette la riduzione del tasso di disoccupazione, mentre il rallentamento della raccolta fiscale impedisce di rafforzare la rete di sicurezza sociale, con ulteriore allargamento della forbice distributiva.
Di fronte al perdurare della recessione, de la Rúa decide di riprendere e completare il progetto per la flessibilizzazione del lavoro mai portato a termine dal suo predecessore. Il disegno di legge conosce fin dal principio un appoggio ed una opposizione trasversali agli schieramenti politici; se i sindacati lo rifiutano senza appello, il fronte peronista fornisce segnali contrastanti. In sede parlamentare, tuttavia, il PJ mostra maggiore compattezza nell’opporsi al progetto; approvato agli inizi di marzo alla Camera, il disegno di legge staziona a lungo al Senato, a maggioranza peronista, prima di essere accolto. Ciò avviene a fine aprile, ma il processo che porta alla approvazione della legge diventerà il fattore scatenante di una grave crisi politica ed istituzionale tuttora in corso.
Ai primi di luglio del 2000, infatti, iniziano a circolare notizie incontrollate su un accordo tra l’esecutivo ed alcuni senatori dell’opposizione per consentire l’approvazione della riforma lavorativa. Nel volgere di poche settimane, le voci diventano sempre più insistenti, mentre emergono nuovi elementi che scoperchiano uno scenario di probabile corruzione; secondo tale scenario, il ministro del Lavoro Flamarique, tramite de Santibañes, capo della Secretaría de Inteligencia del Estado (SIDE), avrebbe “comprato” l’appoggio al progetto di legge di un certo numero di senatori contrari ad esso, del PJ come dell’UCR, per consentirne l’approvazione.
Il vicepresidente Chacho Álvarez è tra i primi a chiedere chiarezza sull’accaduto e a stigmatizzare qualsiasi comportamento omertoso sul tema all’interno dell’esecutivo; quando poi le responsabilità di de Santibañes e Flamarique emergono in tutta la loro gravità, Álvarez chiede il loro immediato allontanamento. De la Rúa risponde rimovendo sì Flamarique dalla carica di ministro, ma recuperandolo nell’esecutivo come segretario generale della presidenza; il suo posto al vertice del dicastero del Lavoro è preso da Patricia Bullrich, frepasista dell’ultima ora con un passato da leader della Juventud Peronista, non certo il candidato ideale di Álvarez. Nel non celato intento di poter contare su un ministro della Giustizia facilmente controllabile, inoltre, il presidente assegna l’incarico a suo fratello Jorge; infine, egli non prende alcuna misura nei confronti del discusso de Santibañes, lasciando a questi piena libertà di scelta sulla propria permanenza in carica. L’effetto complessivo del rimpasto è evidente: con esso, de la Rúa non solo difende i membri dell’esecutivo al centro dell’inchiesta sulla corruzione del Senato, negando di fatto che vi sia stato alcun illecito, ma rinsalda il Gabinetto attorno alla propria persona; i nuovi entrati – così come de Santibañes e Flamarique, quest’ultimo sempre più lontano dalle sorti del FREPASO – sono infatti esponenti del nascente “partito del presidente”, un’agglutinazione di interessi trasversali che, secondo alcuni osservatori, ha il proprio referente in Antonio de la Rúa, figlio del capo dello Stato.
Il massimo sconfitto della manovra di de la Rúa è senza dubbio Álvarez. Intenzionato a rilanciare l’Alianza con una posizione di alto profilo etico, così come a recuperare centralità per il proprio partito all’interno del Governo, Álvarez vede nello scandalo che scuote il Senato l’occasione per realizzare entrambi gli obiettivi, ponendo a freno il crescente personalismo del presidente. Quest’ultimo, tuttavia, schiva l’affondo del suo vice e, sentita sfidata la propria autorità, accentra ulteriormente il processo decisionale, inserendo personaggi a lui fedeli, o facilmente manovrabili, nei posti chiave del Gabinetto. Álvarez, sconfessato, il 6 ottobre 2000, si dimette dalla vicepresidenza.
La rinuncia del massimo esponente del FREPASO è un duro colpo sia dal punto di vista istituzionale – in quanto eletto direttamente, sia pure in coppia con il presidente, il vicepresidente dimissionario non può essere sostituito – che da quello politico; con tre anni ancora da trascorrere prima della nuova scadenza presidenziale, la capacità di tenuta dell’Alianza diventa il principale interrogativo della politica argentina; de la Rúa, sempre meno apprezzato dai suoi stessi elettori, si è alienato anche parte dell’appoggio dei partiti della propria maggioranza. Da questo momento, egli dovrà contare esclusivamente sulle proprie prerogative e su un ristretto numero di collaboratori per reggere le sorti del Paese.
L’inchiesta della magistratura sulla corruzione dei senatori, intanto, prosegue, con richieste di rinvio a giudizio per concussione di sette senatori – un radicale e sei peronisti – e per corruzione di de Santibañes, Flamarique e dell’ex presidente radicale del Senato, accusato di essere stato il tramite tra i referenti dell’esecutivo ed i legislatori implicati. Ai problemi giudiziari dell’oficialismo fanno da contraltare quelli del peronismo Menemista, con l’ex presidente, tuttora a capo del partito, e alcuni suoi collaboratori accusati di avere venduto armi di contrabbando durante gli anni ’90 ad Ecuador e Croazia, contravvenendo così all’embrago dell’ONU ai paesi belligeranti.
Incapace di invertire il sempre più preoccupante corso dell’economia, de la Rúa decide di richiamare a capo del relativo dicastero Domingo Cavallo, l’architetto della Convertibilità di 10 anni prima, assegnandogli estesi poteri per fare riemergere il Paese dalla sempre più dura crisi. Dal punto di vista tecnico, molti osservatori leggono nel ritorno di Cavallo l’intenzione di abbandonare progressivamente la camicia di forza in cui si è trasformata ormai la Convertibilità, misura questa impossibile da portare a compimento senza l’intervento di garanzia e controllo del suo ideatore; dal punto di vista politico, l’operazione conduce ad un ulteriore allontanamento dell’esecutivo – che ora conta tra i suoi membri anche l’ex ministro peronista artefice delle fortune di Menem, titolare di una forza politica indipendente (Acción por la República), che alle ultime presidenziali aveva sfidato lo stesso de la Rúa – dal proprio sempre più smarrito elettorato.
Il ritorno di Cavallo, unito all’ottenimento di un eccezionale prestito da parte del FMI, aveva inizialmente fatto registrare una certa fiducia nella possibilità di rilanciare l’economia nazionale dopo 30 mesi di recessione continuata. Ben presto, tuttavia, è risultato evidente come le timide misure introdotte da Cavallo – dal moderato incremento di tassazione dei conti correnti bancari all’aggancio del Peso all’Euro oltre che al Dollaro se e quando queste due monete recupereranno la parità 1:1 – fossero incapaci di incidere in una situazione sempre più drammatica.
Il pericolo sempre più reale di una fuga indiscriminata di capitali dal Paese, ha consigliato nel dicembre del 2001 la disperata mossa di limitare a 1.000 Dollari il massimo del prelievo settimanale ammesso ai titolari di depositi bancari. Il corralito bancario è la goccia che fa traboccare il vaso: come già nell’89, la disperazione della popolazione esplode in una serie di saccheggi a supermercati e negozi, trascinando con sé l’ormai isolato Governo de la Rúa, che tenta inutilmente l’ultima carta di un esecutivo di unità nazionale per uscire dalla crisi. Incassato il no peronista, de la Rúa, così come Alfonsín, suo ultimo predecessore radicale, rinuncia al mandato in anticipo sulla scadenza istituzionale.
Con l’economia allo sbando e senza alcuna via di uscita praticabile, l’emergenza mette impietosamente a nudo la debolezza del sistema politico, incapace di rappresentare una speranza a cui la popolazione possa aggrapparsi. Con quello che restava dell’Alianza ormai completamente distrutto, la scena politica resta in mano al PJ, a sua volta attraversato da scandali ed accuse di corruzione, ma soprattutto devastato dalla lotta interna tra correnti e personalità di partito seguita alla sconfitta elettorale del 1999.
È così che, dopo la rinuncia del presidente del Senato Ramón Puerta – a rigore costituzionale il soggetto chiamato a coprire la vacanza della carica presidenziale fino alle elezioni del 2003 – e la breve parentesi di Adolfo Rodríguez Saá, catapultato da governatore della Provincia di San Luis a presidente e costretto ad abbandonare dopo appena 15 giorni di promesse magniloquenti (dall’introduzione di una terza moneta, l’Argentino, da affiancare a Peso e Dollaro alla creazione di un milione di nuovi posti di lavoro, nella migliore tradizione del populismo ad ogni latitudine), l’incarico presidenziale è ricoperto da Eduardo Duhalde, il candidato peronista duramente sconfitto da de la Rúa appena due anni prima.
Duhalde – che può contare all’interno del PJ sull’appoggio di alcune importanti personalità, ma anche di rivali di primo piano quali il presidente del Partito Menem ed i governatori provinciali Reutemann e De la Sota – dà vita ad un esecutivo di osservanza peronista, ma composto per lo più di figure a lui fedeli.
Il nuovo esecutivo è subito chiamato a prendere provvedimenti sui principali problemi che strangolano l’economia argentina: l’elevato indebitamento pubblico e il mantenimento della ormai insostenibile politica cambiaria. Dopo alcune resistenze iniziali, intese soprattutto a non preoccupare ulteriormente gli investitori internazionali – i quali, tuttavia, avevano già iniziato la fuga dal Paese – la Convertibilità è definitivamente abbandonata. Il Peso, dapprima ancorato ad una nuova parità e – a partire dal febbraio 2002 – lasciato libero di fluttuare, viene scambiato abbondantemente al di sopra del valore di 3 unità per Dollaro, che diventa 3,7 già a metà del 2002. Dopo 10 anni, la Convertibilità voluta da Menem e Cavallo cessa di esistere.
Dopo avere preso la dolorosa ma improcrastinabile decisione di abbandonare la Convertibilità, Duhalde si impegna su un duplice fronte: su quello esterno, tenta – peraltro con scarso esito – di riguadagnare al sistema-paese la fiducia del FMI; su quello interno, cerca di arrivare ad un accordo fiscale con le Province, la cui spesa pubblica continua a mostrarsi fuori linea rispetto ai canoni di rigore e sacrificio imposti dall’amministrazione centrale.
La difficoltosa trattativa con le Province è la cartina di tornasole della debolezza del Governo di Duhalde. Questi, infatti, non riesce a trovare la collaborazione nemmeno nei governatori del suo stesso partito, che anzi premono per barattare l’accordo con un impegno del presidente nominato a lasciare la carica prima della fine del mandato, anticipando così di circa nove mesi la data delle elezioni. Nel frattempo, le previsioni del FMI per il 2002 parlano di un crollo del PIL (-17% rispetto all’anno precedente, già connotato da crescita nulla) e l’inflazione viaggia a ritmi del 10% mensile. Ma, ciò che è più grave, nessuno – politico come tecnico, in patria come all’estero – vede una qualsiasi via di uscita per il caso argentino.
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