Abstract
Leggi l'abstract di questo saggio.

Glossario
Partiti

Fonti
Bibliografia, risorse on e off-line.

Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF visualizzabile con Acrobat reader

 
Francesco Silvestri
Debolezza del sistema politico e tracollo socio-economico: l’Argentina democratica in un vicolo cieco

Il ritorno della democrazia: nuove speranze e vecchi vizi del sistema politico argentino

I compiti che si presentano al Governo democratico che emergerà dalle elezioni del 1983 sono ciclopici: sotto il profilo economico, esso dovrà farsi carico del problema dell’inflazione, ormai endemica al sistema ed attestata da otto anni al di sopra del 100% annuo, oltre che del riordino dei disastrati conti pubblici. Sotto il profilo politico, esso ha la proibitiva incombenza, dopo 40 anni di funzionamento di un sistema corporativo fortemente instabile, di ricostruire un meccanismo pluralistico e democratico attraverso il quale processare le richieste della società e regolarne i contrasti interni. In subordine a questo compito, il nuovo Governo dovrà anche decidere le misure da prendere nei confronti della istituzione militare affinché questa non diventi un pericolo per il nuovo ordine democratico, ma anche affinché non sfugga al giudizio del Paese per i crimini commessi durante il Proceso.

Con il ritorno di un Governo democraticamente eletto, all’indomani dell’umiliazione conseguente all’assurda guerra delle Falkland, le contraddizioni ed i cortocircuiti del sistema argentino emergono in tutta la loro imponenza. Il nuovo presidente Raúl Alfonsín, capo dell’Unión Cívica Radical (UCR), il partito radicale attivo fin dagli anni ’20, si adopera fin dal primo momento del suo mandato per restituire la legittimità perduta, o forse mai conquistata, alle istituzioni politiche e per ricostruire i meccanismi di un confronto democratico. Il suo impegno in questo senso, tuttavia, lo porta inizialmente a trascurare la disastrosa situazione dell’economia. Convinto che l’imposizione dei sacrifici legati alla realizzazione di una riforma di lungo periodo avrebbe scatenato nuovamente il conflitto sociale, principale fonte di instabilità e di antidemocrazia dell’Argentina del dopoguerra, Alfonsín preferisce cercare l’accordo con corporazioni e gruppi d’interesse, finendo così per rinunciare a qualsiasi iniziativa capace di rinnovare realmente il sistema. Da questo momento, l’amministrazione radicale tenta di governare la incalzante recessione riproponendo più volte politiche di portata limitata, nella speranza, del tutto inutile, di riattivare quasi per miracolo l’economia.

In una situazione di insofferenza crescente nei confronti dell’oficialismo, il configurarsi del drammatico fenomeno iperinflazionistico, con un’ondata di saccheggi di negozi da parte della popolazione affamata, incapace di rincorrere l’incessante aumento dei prezzi, scuote profondamente la opinione pubblica e consiglia ad Alfonsín, in parte già delegittimato dalla vittoria peronista alle elezioni presidenziali di qualche mese prima, di dimettersi in anticipo. Nonostante l’attenzione del Governo per la messa in pratica di programmi di sostegno del reddito delle categorie sociali più povere ed i tentativi di redistribuzione iniziali, al termine del mandato alfonsíniano tutti gli indicatori segnalano un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. La riduzione di benessere, che ha colpito in particolare le fasce più povere della cittadinanza, non è conseguenza diretta delle politiche introdotte dall’amministrazione Alfonsín, bensì dell’incapacità di quest’ultima nel bloccare la spirale inflazionistica e rilanciare l’economia nazionale.

Dal punto di vista politico, il grande merito di Alfonsín è stato quello di traghettare il Paese da una psicotica dittatura militare ad un sistema capace di perpetuarsi secondo meccanismi democratici. Questo processo non è stato scevro da pericoli e malfunzionamenti, come testimoniato dai rigurgiti golpisti di alcuni settori delle Forze Armate e dalle difficoltà nel governare l’economia, così come non è stato capace di assicurare pari opportunità di accesso al sistema a tutte le forze sociali. Il discorso politico di Alfonsín, inizialmente pervaso da un forte afflato etico, si è adeguato poco alla volta alle difficili condizioni in cui il suo Governo si trovava ad operare, cedendo a quelle stesse pratiche collusive ed incorrendo nelle stesse tentazioni “movimentiste” contro cui si era schierato durante tutta la sua carriera politica. Ciononostante, non va dimenticato che è stato soprattutto a seguito dell’opera di Alfonsín che in Argentina si è ripristinata la possibilità dell’alternanza democratica e che al termine della sua amministrazione, per la prima volta dopo 40 anni, la cittadinanza ha potuto esprimere il suo giudizio sull’operato del Governo esercitando il libero istituto del voto.

Con Carlos Menem, il nuovo presidente peronista della Nazione, la realtà politica argentina conosce una nuova stagione di personalismo. Pur muovendosi nell’alveo di un sistema democratico, ma non rinunciando quando le necessità lo richiedono a modificare tanto la prassi quanto la lettera costituzionale, Menem estremizza l’uso degli strumenti di delegazione del potere, il cosiddetto decretazo, e governa con uno stile decisionista che sconfina spesso nell’autoritarismo. Questo atteggiamento – che attraversa tutto l’operato di Governo di Menem, soprattutto durante il suo primo mandato – è manifesto nella trattazione dei problemi economici. Nonostante sia giunto al potere con un programma, in realtà appena abbozzato, che pesca a piene mani nel repertorio tipico del populismo peronista (salariazo, crescita occupazionale, proprietà sociale delle imprese pubbliche), Menem impone al Paese una severa politica neoliberista.

Strumenti fondamentali di una tale rivoluzione sono la rapida e profonda ondata di privatizzazioni dell’industria di Stato, i decreti volti ad aumentare il grado di apertura dell’economia e l’adozione nel 1991 del Plan de Convertibilidad, un programma che, agganciando per legge la moneta nazionale al Dollaro in un rapporto 1:1, annulla di fatto la possibilità di utilizzare la leva monetaria e la svalutazione del tasso di cambio come strumenti di politica economica. Il piano di Convertibilità – ideato dal neo ministro dell’Economia Domingo Cavallo – ha successo nell’abbattere l’inflazione, male cronico del sistema argentino, e nel rilanciare l’economia nazionale, ma a costo dell’imposizione di duri sacrifici alla popolazione, dell’allargamento della forbice distributiva e della crescita della disoccupazione a livelli sconosciuti fino a quel momento nel Paese.

Menem è abile nell’accaparrarsi con la propria decisa conduzione e con una promessa di efficienza nel risolvere i problemi, gli spazi politici lasciati liberi dal volontario ritiro di molti attori sociali (Cheresky, 1995). A cinque anni dalla caduta del regime, infatti, il clima politico e sociale del Paese è cambiato ed il consolidamento democratico comincia a mostrare i propri frutti, primo fra tutti l’adesione ai principi della sovranità popolare da parte delle Forze Armate; anche in Argentina, così, inizia a manifestarsi quel fenomeno di minore partecipazione alla vita politica da parte della cittadinanza proprio di molti sistemi a democrazia matura.

Il pacchetto di riforme di Menem ha un forte impatto sulle condizioni generali di benessere della popolazione: i processi di ristrutturazione aziendale intervenuti hanno comportato una forte contrazione dell’occupazione, ancora più paradossale, a prima vista, perché configuratasi in un contesto generale di crescita sostenuta del PIL. Di conseguenza, non solo si allarga la forbice distributiva, ma una quota vicina al 30% della popolazione si pone al di sotto della soglia di indigenza (Romero, 1994). Poco alla volta, così, sorge più di un dubbio sulla effettiva sostenibilità nel lungo periodo del modello economico introdotto dalla Convertibilità, capace di rendere l’Argentina il Paese con il tasso d’inflazione più basso del mondo (nel 1990 essa deteneva il record opposto di Paese con il tasso di inflazione più elevato), ma anche di imporre un grado di rigidità al sistema ormai intollerabile.

A partire dalla lunga presidenza di Menem, non solo l’economia, ma anche il sistema politico argentino ha conosciuto una serie di cambiamenti epocali. Il modello corporativista, sorto dalla capacità dello Stato di distribuire benefici e di regolare il conflitto tra i diversi portatori di interessi, entra in crisi. Allo stesso tempo, la percezione di una sempre minore capacità di influenza sui vertici del potere, blindati nella loro concezione verticistica ed efficientista della cosa pubblica, ed il diffondersi di fenomeni di corruzione a tutti i livelli dell’apparato decisionale nazionale, portano la base popolare ad allontanarsi sempre più dalla vita politica o a premiare partiti sorti di recente, estranei, almeno ad una prima e superficiale lettura, a logiche e pratiche tradizionali. Così si spiega il buon risultato elettorale del MODÍN – un partito di estrema destra che ha nell’ex colonnello carapintada Aldo Rico il suo fondatore – e, soprattutto, la crescita per la prima volta nella storia argentina di una forza di sinistra, sia pure moderata, in grado di imporsi a livello nazionale. È questo il FREPASO, il cui massimo ispiratore, Carlos “Chacho” Álvarez, diverrà l’architetto della Alianza por el Trabajo, la Justicia y la Educación – coalizione composta da un partito di sinistra moderata e dall’UCR, partito caratterizzato da una forte attenzione per gli aspetti etici della vita pubblica – che riuscirà ad imporsi nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 1999.



   Pagina precedente         Inizio pagina         Pagina successiva