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Francesco Silvestri
Debolezza del sistema politico e tracollo socio-economico: l’Argentina democratica in un vicolo cieco

I deboli meccanismi della partecipazione democratica: 1945-1983

Il sistema argentino in questo stesso quarantennio, esasperando una tendenza che si protrae in realtà fin dalla fondazione della Repubblica, si caratterizza per la debolezza dei meccanismi di partecipazione alla vita politica nazionale. Il rapporto tra le élite detentrici del potere e le forze sociali emergenti si sviluppa secondo il modello di inclusione, esclusione e cooptazione, un modello che non prescinde, quale che sia la sua espressione finale, dalla valutazione dell’interlocutore secondo la dicotomia amico-nemico (Waisman, 1989).

L’instabilità che ne deriva è figlia di un criterio di legittimazione del potere che non risponde a considerazioni politiche, bensì alla capacità di chi è al Governo di soddisfare le domande espresse dai settori corporativi della società – i sindacati, la burocrazia statale, le rappresentanze imprenditoriali, le Forze Armate, la Chiesa cattolica – e dai loro dirigenti. La stessa crescita ipertrofica dell’apparato pubblico risponde a questa logica: costretto a farsi carico delle diverse richieste provenienti per via diretta da ogni singolo gruppo organizzato[3] e a fungere da “arbitro” nelle questioni distributive, lo Stato si trova a ricoprire un ruolo sempre più esteso e centrale nel sistema, avocando a sé le funzioni regolativo-selettive proprie del libero mercato nelle questioni economiche e di una struttura partitica competitiva in quelle politiche.

La corporativizzazione della società non può essere considerata un valido surrogato della rappresentanza politica nemmeno in contesti dove i partiti sono troppo deboli per esprimersi. Un sistema corporativo implica la sottorappresentanza di tutti i settori incapaci di raggiungere la massa necessaria a costituirsi in organizzazione di interessi. Nel caso argentino sono almeno due i gruppi sociali sottorappresentati: la classe media, troppo eterogenea per trovare un accordo di tipo corporativo ed impossibilitata dalla debolezza dei partiti a fare accettare la propria volontà politica, ed il settore dei produttori agricoli e zootecnici, incapace di difendere le proprie ragioni dall’attacco congiunto di Stato, imprenditori industriali e sindacati urbani. Proprio il tentativo di subordinare gli interessi del settore economico più importante e moderno dal punto di vista tecnico a quelli di un settore industriale debole ed inefficiente, genera una tensione nel panorama socio-politico argentino alla lunga insostenibile, che finisce per generare sfiducia verso la compagine al potere.

In termini semplificati, il percorso che conduce alla delegittimazione si innesca ogni qualvolta le autorità economiche decidono di liberare il sistema dalle pressioni accumulatesi come conseguenza delle politiche di distorsione dei prezzi relativi in favore dei beni industriali e di sopravvalutazione del tasso di cambio. La nuova situazione, che permette il miglioramento dei conti con l’estero ed il recupero dei valori effettivi per gli indicatori economici, riduce i privilegi del settore industriale e riporta d’improvviso l’inflazione al suo livello reale, scatenando così il malcontento popolare, quello delle corporazioni sindacali ed imprenditoriali, quello dei settori nazionalisti.

I diversi interventi delle Forze Armate, succedutisi a partire dal 1955, hanno rappresentato nella maggior parte dei casi una risposta autoritaria alla perdita di legittimazione popolare da parte dei governi costituzionali; non a caso, tutti i golpe di questo ventennio hanno goduto di un certo appoggio da parte della società civile. Allo stesso tempo, nessuno dei governi militari instauratisi – contrariamente ad esempio a quanto accaduto in Cile, Brasile e in parte in Uruguay – è riuscito ad istituzionalizzarsi e a perpetuarsi nel tempo (Fiorani, 1992). Le Forze Armate argentine, nonostante l’altisonanza e la retorica che accompagnò alcuni loro pronunciamenti, sono sempre intervenute con l’intento di colmare il vuoto di potere conseguente alla perduta capacità dell’amministrazione in carica di soddisfare le richieste provenienti dai diversi gruppi sociali organizzati. Le Forze Armate non sfuggivano alla logica corporativa che soprassedeva al riconoscimento della legittimazione a governare[4] e, quando la loro capacità di rispondere alle esigenze dei gruppi di interesse veniva meno, si rassegnavano a riconsegnare il potere in mani civili.

L’instabilità del sistema argentino origina dalla inadeguatezza delle istituzioni democratiche nel rispondere alle crescenti richieste che provengono da una società in evoluzione. La risposta a tale inadeguatezza è di due tipi: in alcuni periodi si impedisce la partecipazione politica, eliminando così parte delle richieste, ma con perdita di legittimità dell’ordine pluralista; in altri, si cercano soluzioni su base corporativa, che falliscono nel momento in cui il ritmo dello sviluppo sociale e, in particolare, di quello economico non sono sufficienti a ricompensare tutti i gruppi di interesse che sostengono il Governo.

Nel secondo dopoguerra, il sistema è connotato dall’alternarsi di un modello politico pluralista a partecipazione limitata (o di democrazia ristretta) ed uno non pluralista a partecipazione esclusiva (o di democrazia plebiscitaria), inframmezzati dalla periodica instaurazione di regimi militari. La forza dei propugnatori del secondo modello, segnatamente i membri del movimento peronista, è tale che per i fautori della prima opzione si pone una scelta paradossale tra due alternative: da un lato, assicurare il dispiegarsi di un sistema pluralista a costo di sacrificare chi vi si oppone, vale a dire la maggiore forza politica del Paese; dall’altro, accettare, in nome dello stesso pluralismo, la sconfitta per mano della maggioranza anti-pluralista. Ogni volta che nel quarantennio considerato si sono realizzate libere elezioni, il movimento peronista ha facilmente conquistato il potere, dando poi vita ad un sistema di Governo di chiaro stampo corporativo, basato sull’accordo Stato-gruppi di interesse e non sul contraddittorio democratico all’interno del Parlamento. Tuttavia, nelle due occasioni in cui dalla sfida elettorale, ristretta dalla proscrizione del peronismo, emergono forze democratiche e pluraliste, le compagini che appoggiano Frondizi nel 1958 ed Illia nel 1963, queste si rivelano incapaci di incidere sulla realtà politica e sociale del Paese e vengono presto sostituite da un regime militare.

A prescindere dai limiti della struttura istituzionale, i partiti argentini scontavano debolezze e difficoltà oggettive per porsi al centro di un sistema pluralista e pienamente competitivo. Fino al 1945, le tre forze politiche principali erano il conservatorismo, che aveva la propria base nell’elettorato nazionalista e – grazie al suo atteggiamento populista – in quello di estrazione sociale più bassa; il radicalismo, che, seppure dotato di una certa capacità di mobilitare i settori popolari, aveva la propria roccaforte elettorale nelle classi medie; infine, il socialismo, forza minoritaria nel Paese, ma molto importante nella Capital Federal, dove si manifestavano processi di incipiente industrializzazione. In questo periodo, il panorama argentino è connotato da almeno due caratteristiche che concorreranno alla debolezza successiva del sistema: da un lato, la ritrosia alla partecipazione politica da parte dei cittadini di recente immigrazione, la maggior parte dei quali di estrazione operaia; dall’altro, l’alto grado di mobilità sociale, che non consente l’identificazione di classe con un partito e consigliava a molti individui l’astensione dalla attività politica.

A partire dal 1945 il peronismo, grazie alla sua natura di movimento di salvaguardia di interessi specifici più che di partito con una radice ideologica ben definita, riesce contemporaneamente ad intercettare il consenso di quanti ancora non si interessano di politica, a porsi come più credibile garanzia per il voto populista, che un tempo premiava i partiti conservatori, e a rappresentare per le classi lavoratrici un’alternativa migliore per la difesa delle proprie posizioni rispetto al partito socialista. In tal modo, la lealtà operaia al socialismo e quella popolare al conservatorismo si trasferirono al partito peronista. Inoltre Perón, una volta al potere, procede presto a trasformare il partito in una pura macchina elettorale e di indirizzo del consenso. Con la massima forza elettorale dedita alla difesa di interessi corporativi e con tanto la destra quanto la sinistra dello schieramento rimaste orfane di validi partiti di rappresentanza, il sistema politico argentino perde di dinamismo, di capacità competitiva e, in ultima istanza, di democraticità. Da questo momento, anche nei periodi in cui il peronismo è proscritto dalla scena elettorale, lo scontro sociale verte su questioni distributive più che politiche; settori sempre più ampi della società diventano, di fatto, percettori di rendite assegnate dallo Stato e quando quest’ultimo non riesce più a mediare tra i diversi interessi, viene invocato un cambiamento extra istituzionale per rimuovere lo stallo. La cappa corporativa interviene a bloccare ogni tentativo di liberalizzare il sistema politico, volto a dare voce alle richieste che emergono dalla modernizzazione economica e sociale. I giovani, i progressisti, i propugnatori dei bisogni latenti, cercano alla fine degli anni ’60 nuovi canali di espressione del malcontento, trovandoli nella lotta armata e nella rilettura in chiave radicale del messaggio peronista.

In breve, la violenza si appropria della vita politica argentina; dapprima quella delle organizzazioni terroristiche, che si scatena durante il fragile Governo di Isabel Perón, poi quella dello Stato, istituzionalizzata e in parte riconosciuta dal regime militare, che

“put the final touches to the decadence of a 20-year period which was never able to find the necessary correspondence between economics, society and politics” (Portantiero, 1989, p.24).



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