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Francesco Silvestri
Debolezza del sistema politico e tracollo socio-economico: l’Argentina democratica in un vicolo cieco

La gestione dell’economia: 40 anni di errori

Il periodo che va dalla prima elezione di Perón nel 1945 alla caduta dell’ultimo regime militare nel 1983, si caratterizza dal punto di vista economico per l’alternarsi di cicli espansivi e recessivi di cadenza triennale. Tale alternanza finisce nel lungo periodo per minare la fiducia degli operatori e della popolazione stessa nella capacità delle autorità di Governo, quale che fosse la loro compagine, di guidare il Paese verso il benessere economico.

Quando Perón assume la carica presidenziale nel 1945, egli procede ad una redistribuzione del reddito dal settore esportatore alla classe lavoratrice industriale urbana. Questa operazione si incentra sull’espansione del ruolo statale, sia come regolatore delle dinamiche economico-sociali, che come dispensatore di benefici e motore del benessere. Il nuovo attivismo dello Stato ha effetti dirompenti sull’antico equilibrio del Paese, comportando esso la crescita della quota di ricchezza detenuta dai ceti salariati, l’aumento dell’importanza relativa del secondario a scapito del primario e l’incremento del prodotto nazionale. Le trasformazioni sono particolarmente evidenti e durature nell’indicatore rappresentato dal tasso d’inflazione annuo; se prima della Seconda guerra mondiale questo si attestava su valori oscillanti tra il 3% ed il 5% annuo, a partire dalla presidenza Perón esso assume un nuovo livello naturale tra il 15% ed il 30% al di sotto del quale scenderà difficilmente e solo per brevi periodi.

I fattori principali di questa pressoché improvvisa crescita del livello d’inflazione standard sono almeno due: l’aumento della spesa pubblica ed il notevole incremento del potere d’acquisto della popolazione e della domanda di consumi da parte di essa generava, vista la ancora scarsa capacità produttiva del settore manifatturiero nazionale, un aumento di prezzo dei beni domestici, oltre ad implicare una forte espansione dell’import. Va infine rimarcato come il carattere oligopolistico tanto del mercato del lavoro quanto di quello dei manufatti industriali, facesse sì che ogni incremento dei redditi avesse incidenza diretta sulla domanda di consumi e, di conseguenza, sui prezzi dei beni (di Tella, 1989). L’alta inflazione diventa un elemento strutturale del sistema economico argentino. Ogni tentativo di ridurla attraverso programmi di abbattimento della spesa pubblica è frustrato dalla pronta mobilitazione del movimento sindacale in difesa della capacità di consumo della classe lavoratrice. Allo stesso modo, quando i problemi della bilancia dei pagamenti consigliano alle autorità una svalutazione competitiva della moneta, così da rilanciare il settore esportatore e consentire l’afflusso di valuta pregiata, i settori salariati si oppongono, consci che la svalutazione ridurrebbe il loro potere di acquisto tanto di beni esteri quanto di prodotti nazionali[2]. La minore capacità di spesa dei lavoratori, poi, non sarebbe nemmeno controbilanciata da una maggiore concorrenzialità dell’industria nazionale, visto il carattere di settore quasi esclusivamente rivolto al mercato interno, se non addirittura, come provocatoriamente affermato da Gerchunoff (1989), di settore dedito al trasferimento di risorse anziché alla produzione.

Il ciclo inflazionistico, oltre ad essere prodotto dalle due cause menzionate, si alimenterà da questo momento in base ad un meccanismo perverso che lo lega all’andamento della bilancia dei pagamenti: la distorsione dei prezzi relativi a scapito dei settori esportatori (a cui, come detto, l’industria di fatto non appartiene), incentrata sulla sopravvalutazione della moneta, consente importazioni a buon mercato e funge da calmiere artificiale dell’inflazione; quando le difficoltà dei conti con l’estero e la progressiva riduzione delle riserve valutarie impongono una svalutazione, il tasso d’inflazione compie un balzo verso l’alto, recuperando di colpo il suo livello reale. A ciò va aggiunto che, a partire dal 1955, l’inflazione conoscerà nuove determinanti legate alla credibilità delle autorità monetarie, economiche e politiche.

La distorsione sistematica delle politiche introdotte a partire dal 1945 a scapito del settore agricolo era volta a far nascere un’industria nazionale capace di ridurre la dipendenza argentina dall’estero. A ben vedere, tuttavia, il risultato di questo processo di sostituzione delle importazioni sembra essere stato esattamente l’opposto. L’incapacità del settore industriale di mantenere il ritmo di ammodernamento necessario a competere a livello internazionale, ha fatto sì che l’ammontare delle esportazioni sia stato sempre monopolizzato dal primario; nel contempo, la dipendenza dell’industria nazionale da materie prime, semilavorati e tecnologia stranieri, unita al forte assorbimento interno, superiore alle limitate capacità produttive di un’industria obsoleta ed inefficiente, ha generato una domanda di beni capitali e di consumo che ha finito per deprimere i conti con l’estero. Il quadro è completato dall’esborso necessario a coprire il debito ed i servizi relativi. I tentativi di risolvere lo sbilancio dei conti con l’estero producevano così periodi di recessione di circa un triennio, aggravati dal nuovo innescarsi del ciclo inflazionario.

In conclusione, dunque, si può affermare che le politiche inaugurate da Perón nel 1945 hanno prodotto una distorsione strutturale nel funzionamento dell’economia argentina, responsabile del deterioramento progressivo degli aggregati e della impossibilità di gestione della situazione negli anni ’80; la politica di crescita del prodotto industriale nazionale e di redistribuzione della ricchezza, fondata sullo stimolo della domanda interna, sull’espansione del ruolo dello Stato e sulla penalizzazione dei settori esportatori, porta nel medio periodo, quando si esaurisce la capacità della industria locale di soddisfare la domanda, al peggioramento dei conti pubblici, allo sbilancio dei conti con l’estero, all’aumento dell’indebitamento esterno e, soprattutto, ad un innalzamento del tasso d’inflazione standard (Portantiero, 1989). Nello stesso tempo, il settore industriale, a lungo protetto ed assistito dallo Stato, non evolve verso forme di efficienza e concorrenzialità, mancando di trasformarsi in un solido motore di sviluppo per il Paese.

Il paradosso di penalizzare il settore più moderno e competitivo, quello agricolo, in favore di un settore obsoleto e quasi improduttivo, è alla base delle pessime performance fatte registrare dall’economia argentina al termine del quarantennio preso in esame. Come afferma di Tella (1989), si prova

“a deep frustration at the sight of a country, rich in natural resources and with a reasonably well trained popolation, sliding decade by decade behind most other countries either more or less developed than herself. The economic reasons for the brief successes and the failures can be seen. [...] However, all this is not enough to provide an explanation. It is necessary to scrutinise the political and cultural attitudes of the country and the way in which they are clearly reflected in the economic performance” (p. 14).



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