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Paolo
Borruso Africa e storia contemporanea: il caso etiopico
Nuove prospettive storiografiche
È passato ormai qualche decennio da quando prese avvio, negli anni ’60, il lungo dibattito sulla legittimità delle fonti per la storia di un continente come l’Africa, in larga parte privo di lingue e documenti scritti. A partire dalla decolonizzazione, infatti, dal continente africano giungevano sollecitazioni ad abbandonare una storiografia eurocentrica in nome di una realtà extra-europea. Joseph Ki-Zerbo (1977), primo africano ad aver tentato un’ampia ricostruzione storica del continente, contestava l’assenza dell’Africa nella storiografia europea, mentre ne affermava la ricchezza di storia. Queste affermazioni trovarono il sostegno di Fernand Braudel (1977), che nella prefazione poneva il problema di una saldatura della storia dell’Africa con la più generale storia del mondo, sottolineando la necessità di una memoria storica su cui fondare il futuro del continente:
“Si tratta di un lavoro che va ben oltre l’opera di storia fatta di pazienza e di leale attenzione: è un libro di speranza, che dà a un intero continente, a un’immensa massa di uomini il messaggio, le parole d’identificazione che contribuiranno – ne sono convinto – al loro progresso; perché per sperare, per progredire bisogna sapere da dove veniamo. La storia è l’uomo, sempre l’uomo, con i suoi mirabili sforzi. La storia del continente africano, se è rettamente intesa, non può non coinvolgere tutti gli uomini, tutti i popoli, tutto il mondo” (p. XXVII).
Si richiedeva, in sostanza, una “decolonizzazione” storiografica, che andava a toccare le basi scientifiche del lavoro storico, gli strumenti della ricerca e le metodologie, contestando la legittimità universale delle fonti tradizionali di uso occidentale come gli archivi coloniali. In Belgio e in Francia, si cominciò a dare risalto a fonti alternative, non cartacee, come quelle orali e fotografiche, che potessero fondare una ricostruzione storica autenticamente africana, sino alla riscoperta di un’identità pre-coloniale. Conseguentemente all’identificazione di nuove fonti, la storia dell’Africa ha avuto bisogno di allearsi con altre scienze come l’antropologia, l’etnologia, la linguistica, trovando negli Annalisti francesi validi interlocutori[1]. Nascevano, così, due filoni di studio concernenti la tradizionale ricerca d’archivio, da un lato, e quella sul terreno, dall’altro, fondata in gran parte sulle fonti orali anche per quel che riguardava l’Africa contemporanea e la storia del colonialismo (Filesi, 1989). Il lavoro delle due scuole è proceduto in maniera parallela, privo di punti di incontro e di contatto, rischiando una dispersione di energie su un pur comune campo d’indagine, quale il continente africano. Mancava, in definitiva, una dialettica interna che potesse contribuire all’ampliamento della conoscenza storica, mentre nessuna delle due scuole era in grado di risolvere a proprio favore la sfida relativa all’attendibilità delle fonti. La questione rimaneva, in sostanza, aperta. Un africanista come Henry Moniot (1981), a proposito dei “popoli senza storia”, pur rilevando la funzionalità delle fonti orali, non negava che
“i mezzi di una ricerca storica sono i materiali documentari, e l’attività intellettuale (problematica, critica...) che li cerca, li riconosce, li usa... entrambi del resto intrecciati in un modo indissolubile e continuo”[2].
Nel corso degli anni, l’indagine si è diretta pure agli archivi privati, che in molti casi hanno permesso ricostruzioni più dettagliate e autentiche di quelle fondate su documenti ufficiali[3].
Le vicissitudini della ricerca di nuovi strumenti e nuove fonti non riflettevano che un problema più di fondo, quello di una rottura della tradizione storiografica eurocentrica e di una collocazione degli studi africanistici nel panorama storiografico sul mondo contemporaneo. In Francia, tale esigenza aveva prodotto validi risultati tramite l’incontro degli studi sull’Africa con la “nuova storia” annalista e con gli studi coloniali (Braudel, 1963; Coquery Vidrovitch, Jewsiewicki, 1986).
Queste sollecitazioni raggiungevano pure l’Italia, dove le due impostazioni metodologiche hanno avuto significativi sviluppi. Da un lato, ci si impegnava nella ricerca di possibili fonti d’archivio per la ricostruzione della storia dell’Africa[4]. Dall’altro, si avviava l’uso di fonti orali e non cartacee, mentre si tentava la ricerca sul terreno come nuova metodologia d’indagine[5]. I termini del dibattito vennero puntualizzati, alla metà degli anni ’70, dalla raccolta di saggi a più voci sulla storia dell’Africa curata da Alessandro Triulzi, Anna Bozzo e Guido Valabrega (1979), che, oltre a presentare un’ampia opera sul continente, rilevava anche problemi e limiti della produzione storiografica italiana. Vi si sottolineava, tra l’altro, l’esigenza di tornare sulla vicenda coloniale come punto di partenza per la storia dell’Africa contemporanea e indipendente ed anche come nodo decisivo nella storia del mondo contemporaneo.
Negli anni ’80, la questione delle fonti per la storia dell’Africa veniva ripresa nel convegno su Gli studi africanistici in Italia dagli anni ’60 ad oggi. S’imposero all’attenzione aspetti molteplici e diversificati delle discipline africanistiche da parte di autori italiani e non, mentre si rilevò la scarsità di studi italiani sull’Africa contemporanea ed il mancato collegamento ad un orizzonte internazionale: la vicenda coloniale, sovente appannaggio dei contemporaneisti, era stata affrontata come storia della presenza europea e italiana in Africa, ma non dal punto di vista della storia africana. Il dibattito, inoltre, ha investito la storiografia missionaria, valutando la funzionalità del materiale conservato dai diversi ordini religiosi ai fini di una ricostruzione storica dell’Africa[6]. In quell’occasione, tuttavia, si avvertì l’esigenza di superare il parallelismo, talora inconcludente, tra ricercatori d’archivio e ricercatori sul terreno in una concordia di intenti e di orientamenti finalizzata ad un medesimo campo d’intervento, quello appunto della storia dell’Africa. Il ricorso alle scienze alleate non poteva sottrarre lo storico alla responsabilità della propria identità e del proprio mestiere. D’altro lato, si tornava ad accettare l’insostituibilità degli archivi europei o coloniali per quanto concerneva specialmente il fenomeno coloniale, che, nonostante i vizi d’origine degli studi coloniali, rappresentava un punto di non ritorno nella storia dell’Africa indipendente ed aveva inserito di fatto il continente nella contemporaneità (Calchi Novati, 1986).
Successivamente, alla questione delle fonti veniva dedicato l’intero convegno Fonti e problemi della politica coloniale italiana (Taormina-Messina 1989). Vi si avvertì nuovamente l’urgenza di rompere l’incomunicabilità tra storia dell’Africa e storia coloniale, tra africanisti e contemporaneisti, stabilendo un rapporto di reciprocità (Triulzi, 1989b). D’altro lato, negli stessi anni si concludeva l’opera di Angelo Del Boca (1982-84 e 1988), che, oltre ad affrontare il nodo della presenza dell’Italia in Africa, contribuiva a risvegliare l’interesse nazionale per il continente africano, liberandolo da un certo carattere elitario e cementando una saldatura tra storia contemporanea e storia dell’Africa.
È infatti su una prospettiva di complementarietà che, a mio avviso, occorre proseguire per l’indagine di fenomeni e vicende del continente africano: una ricerca di trait d’union, di punti d’intersezione, che sappia restituire all’Africa il rapporto con la contemporaneità. Esauritasi la fase “dimostrativa” della storia dell’Africa, volta a conquistare uno spazio autonomo e legittimo di esistenza tra le altre discipline, si avverte ora l’esigenza di un collegamento, anche a livello internazionale, con la storiografia contemporaneistica, individuando piste di ricerca, fonti inesplorate e periodizzazioni più adeguate. Come ha giustamente sottolineato Calchi Novati (1995), la vicenda africana è parte della storia del mondo contemporaneo, come soggetto attivo di mutamenti e processi storici di portata generale. In questo senso, è del tutto ribaltata la visione di un’Africa “passiva” perché colonizzata, mentre appare più proficua una prospettiva di comunicazione fra discipline troppo a lungo rimaste separate: una ricostruzione storica basata su ricerche a largo raggio e su un materiale documentario diversificato, il più ampio possibile, non può che arricchire la conoscenza di un vissuto da protagonisti e, più in generale, di un mondo articolato come quello africano, pienamente coinvolto nelle dinamiche degli avvenimenti contemporanei. L’esigenza di tornare sulla vicenda coloniale come nodo storico del mondo contemporaneo si è manifestata anche in campo internazionale: nonostante la discutibilità di alcune conclusioni, il recente lavoro di Reinhard (2002) sulla storia del colonialismo mostra lo sforzo di individuare le correlazioni tra momenti diversi dello stesso fenomeno coloniale e una sincronia non casuale tra aree assai lontane dal punto di vista geografico, arrendendosi ad un’irrinunciabile impostazione eurocentrica, ma ponendo molti problemi sulla valutazione di ciò che il colonialismo ha prodotto nell’evoluzione del continente e nel rapporto con l’Europa. Il rapporto tra Africa e storia contemporanea va assumendo sempre più le connotazioni di un processo storiografico irreversibile, destinato a creare un varco nei limitati orizzonti della ricerca storica nazionale.
A questo proposito, un percorso documentario singolare è offerto dalla folta corrispondenza conservata in alcune buste dell’Archivio storico del ministero degli Esteri e dell’Archivio centrale dello Stato[7]. Si tratta di numerose lettere di confinati etiopici in Italia, censurate dal governo fascista, scritte per la maggior parte in lingua amhara, ma pure in francese e in italiano; alcune sono allegate all’originale amarico, di altre sono rimaste solo le traduzioni dattiloscritte dell’Ufficio politico del ministero dell’Africa Italiana. Diversi originali, di modesti mittenti, erano ancora in busta sigillata, mostrando lo scarso interesse dell’autorità coloniale quando non si trattava di un personaggio di rilievo. Tale corrispondenza costituisce, a mio avviso, materiale raro ed inconsueto: sono fonti di prima mano e gli autori sono i colonizzati, appartenenti a ceti sociali diversi della società etiopica. È stato sottolineato (Taddia, 1991) come uno dei problemi ricorrenti della ricerca africanistica sia il silenzio dei colonizzati, la mancanza di fonti dirette da parte di chi ha subito il dominio coloniale. In questo caso, tuttavia, i documenti trovati provengono dall’Africa, restituendole una memoria altrimenti perduta. Gli stessi tragici avvenimenti del febbraio 1937 e le conseguenze della dura repressione messa in atto dal maresciallo Graziani acquistano una luce nuova, attraverso la testimonianza diretta di quanti subirono la sorte della deportazione. I documenti riportati offrono, infatti, informazioni nuove sul vissuto e sull’identità dei deportati sul piano storico, contribuendo alla conoscenza del fenomeno coloniale nell’impatto con il contesto africano.
Le lettere contengono per la maggior parte appelli al Governo italiano e richieste di clemenza, ma pure la narrazione delle vicende personali in cui gli autori sono stati coinvolti, sovente senza capirne le ragioni. Molte sono anche le dichiarazioni di disponibilità politica e le rinnovate promesse di fedeltà al governo fascista, specie da parte di chi aveva già fatto atto di sottomissione. Le condizioni di prigionia, più o meno dure, non bastano a motivare tali posizioni: i lunghi racconti e le numerose espressioni di fiducia nei confronti dell’Italia fanno pensare più ad una logica di consenso che ad una costrizione. Ha scritto Irma Taddia, a proposito dell’Eritrea italiana tra ‘800 e ‘900, che “la costruzione del potere coloniale è un fenomeno che si ripropone quotidianamente, l’Italia cerca alleanze e soluzioni di compromesso, trovando anche consensi” (Taddia, Gori, Chelati Dirar, 1997). La storia della dominazione coloniale fu anche storia di consensi. Gli atti di sottomissione non furono solo estorti manu militari, ma furono pure il risultato di una politica tesa a strappare l’approvazione di quanti mal sopportavano un regime negussita giudicato oppressivo. Il divide et impera italiano raggiungeva il suo scopo di dominio “diretto”, ottenendo consensi tra le complesse relazioni che percorrevano la società etiopica. Solo successivamente l’imposizione di un tal apparato repressivo, destinato a compromettere la costruzione di uno Stato coloniale, risultò negativo allo stesso Mussolini, fino a convincerlo della necessità di sostituire il viceré Graziani con il più “moderato” Duca d’Aosta.
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