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Silvia Bianciardi
Le risposte alla grande crisi: Piani quinquennali, Corporativismo, New Deal

La crisi economica del '29, sconvolgendo alla base gli aspetti sostanziali dell'assetto capitalistico, segnò l'apertura di un controverso dibattito volto alla ricerca non solo di rinnovate prospettive di evoluzione per il sistema capitalistico stesso, ma anche alla definizione di modelli nuovi di gestione economica e sociale alternativi al capitalismo, che sembrava ormai avviato verso un irrimediabile declino. In questo contesto, il convegno di studi promosso dalla Fondazione Bonino – Pulejo e dall'Università Degli Studi di Messina, sul tema Le risposte alla grande crisi: Piani quinquennali, Corporativismo, New Deal, si è proposto di analizzare criticamente i nuovi indirizzi di politica economica e sociale e i diversi modelli economici e statuali, elaborati nell'Europa degli anni Trenta come possibili vie d'uscita alla crisi, avvalendosi, tra gli altri, dei più recenti contributi di ricerca di studiosi dell'Unione Sovietica, come Silvio Pons e Francesco Benvenuti, dell'Europa Orientale come Antonello Biagini, del Fascismo e del corporativismo come Giuseppe Parlato.

Orientamento significativo, comune alle relazioni presentate, è stato il riconoscimento che se è negli anni Trenta che, in seguito alla crisi del liberalismo politico e del liberismo economico, si delinearono le fondamentali alternative dello sviluppo economico ed istituzionale attraverso un progressivo allargamento del campo della politica economica degli stati nazionali e delle loro politiche sociali, ciò avvenne non solo con forti differenziazioni a seconda dei diversi itinerari nazionali ma anche attraverso significativi ripiegamenti negli specifici contesti nazionali.

In questa prospettiva Silvio Pons e Francesco Benvenuti, nelle loro relazioni rispettivamente su I bolscevichi e l'economia internazionale e su I piani quinquennali hanno illustrato “l'esperimento” di economia pianificata dei piani sottolineando, in polemica con quelle interpretazioni che hanno inteso presentare la pianificazione sovietica come un'esperienza generale, come in realtà essa costituì un evento storico unico, fortemente caratterizzato dal dato nazionale che della pianificazione influenzò il modus operandi stesso, definendone la peculiare struttura operativa, stabilendone la scala degli obiettivi ecc.

La pianificazione economica in Russia, ha sostenuto Benvenuti, non si configurò come una sorta di riflesso di quella tendenza più generale che parallelamente andava affermandosi in tutta Europa verso una crescente influenza del consapevole controllo politico e sociale dell'economia ma come un'esperienza che giunse ad acquisire il suo tratto peculiare, la sua specificità nazionale nel suo essere pianificazione per l'industrializzazione, per un'industrializzazione massiccia e accelerata, nel suo caratterizzarsi come sforzo estraneo alla politica socialista e ad un'impostazione propriamente marxista.

Particolarmente interessante è stata l'analisi dedicata all'atteggiamento assunto dall'antifascismo italiano rispetto all'esperienza dei piani quinquennali e dell'edificazione del socialismo in Unione Sovietica di cui ha parlato Santi Fedele, distinguendovi una serie di sfaccettature e di significative diversificazioni.

Così se la stampa comunista, nel corso degli anni Trenta, apparve sostanzialmente appiattita alle esigenze della propaganda ufficiale dettate dal Partito Comunista Sovietico, più articolato fu invece, secondo Fedele, il giudizio espresso dal movimento di Giustizia e Libertà, che sull'esperienza dei piani quinquennali aprì un dibattito, svoltosi in gran parte sui Quaderni di Giustizia e Libertà, nell'ambito del quale si distinse una singolare presa di posizione di Rosselli che assumendo un atteggiamento tutt'altro che acritico, specialmente riguardo alcuni aspetti politici ritenuti degenerativi della gestione bolscevica e staliniana del potere, sostenne comunque l'esigenza di difendere la Rivoluzione che aveva distrutto l'autocrazia, e di questa esperienza sottolineò un dato da cui non si poteva prescindere, il dato economico, lo “scandalo positivo” del primo esperimento di socialismo realizzato, della dimostrata possibilità di esistenza di un'economia collettivista, alternativa al capitalismo, che da lontana utopia si era realizzata come concreta realtà pur con tutti i suoi limiti politici, sovrastrutturali.

Sostanzialmente critica, almeno fino al '34, ha sostenuto Fedele, fu invece la posizione assunta dai socialisti del Partito Socialista unificato, con Nenni che, nel '31, se da un lato riconosceva come dato positivo il fatto che il piano quinquennale aveva dimostrato la possibilità che il progresso tecnico non fosse esclusivo monopolio del capitalismo individualista, dall'altro non solo esprimeva significative ed esplicite riserve critiche sulle risultanze effettive della politica economica sovietica ma, denunciando la progressiva tendenza della rivoluzione alla burocratizzazione, sottolineava con forza l'impossibilità di separare il socialismo dalla libertà e dalla democrazia.

Posizione sostanzialmente critica questa dei socialisti che mutò sensibilmente, tuttavia non in maniera tale da escludere qualsiasi accenno critico verso l'esperimento sovietico, in seguito al '34, per effetto del condizionamento esercitato dalla politica di unità d'azione tra socialisti e comunisti che proprio dall'agosto del '34 prese l'avvio.

Sul tema della fortuna internazionale del corporativismo, la proposta politica che il fascismo tentò di realizzare come modello di gestione economica e sociale ed esperienza di terza via alternativa tanto al capitalismo quanto al collettivismo, si è incentrata la relazione di Giuseppe Parlato che ha sottolineato la complessità che un discorso sul corporativismo comporta, rilevando, in primo luogo, come non si possa parlare di un'impostazione ideologica unitaria del corporativismo e del fascismo corporativo, e, in secondo luogo e conseguentemente, come qualsiasi discorso riguardante il tema del successo internazionale di esso possa svolgersi solo in riferimento ad alcuni aspetti di esso e solo assumendo il corporativismo in un'accezione allargata, non come una compiuta teoria economica, come uno strumento di per sé fascista, ma come un'idea di società che in alcuni suoi tratti più specifici, più pragmatici e concreti e, più in particolare, nella sua dimensione di grande e pesante critica rivolta al liberalismo e al liberismo identificava il suo elemento principale di esportazione.

In questa prospettiva, ha sottolineato Parlato, qualsiasi discorso in tema di fortuna internazionale del corporativismo implica il riconoscimento di una divaricazione che viene a prodursi e che prevede, da un lato, l'esistenza di una teoria economica corporativa, quella cui il fascismo italiano voleva dare una realizzazione compiuta ma che non riesce a decollare, e, dall'altro, una prassi corporativa non riconducibile in via esclusiva al fascismo ma risalente ad esempio anche alla tradizione corporativa cattolica, e comprendente una serie di concetti, di presupposti, di realtà che il corporativismo mette in atto e che, paradossalmente, non realizzate durante il fascismo si realizzarono in seguito anche a livello internazionale.

Sotto questo profilo quindi, solo alcuni aspetti specifici, come, ad esempio, la creazione di una prassi economica che permettesse l'ingresso ordinato delle masse nello stato, la sostituzione e l'affiancamento della legge del mercato con quella del benessere nazionale, il rinnovato rapporto tra lavoro ed economia, che si caratterizzarono come corporativi ma che si realizzarono soprattutto come il portato di un'evoluzione della società dopo la crisi del '29 e di intuizioni emergenti dall'analisi del rapporto tra società, masse e potere, vennero a costituire l'oggetto della fortuna internazionale del corporativismo.

In questa stessa prospettiva, Francesco Villari nella sua relazione sui rapporti tra Keynes e il New Deal, oltre ad escludere una riduzione del New Deal al Keynesismo, ha sottolineato, come Parlato nel caso del corporativismo, l'opportunità di guardare al New Deal come ad un progetto che nelle sue linee principali si configurò non solo come conseguenza diretta delle stringenti necessità poste dalla depressione economica, ma come fenomeno che trovò la sua caratterizzazione principale nella ricollocazione complessiva del ruolo e delle funzioni dello stato e del sindacato in un contesto di capitalismo maturo.

Seguendo questo comune orientamento, le considerazioni conclusive emerse dal dibattito hanno condotto i relatori, in una sorta di messa in discussione critica del titolo stesso del convegno, a segnalare come le esperienze diverse, seppur correlate, del New Deal, del corporativismo, dei piani quinquennali sovietici non possano essere considerate nella dimensione esclusiva di “risposte” alla crisi del '29, ma debbano essere prese in esame come fenomeni aventi comunque origine nel tessuto storico, economico e politico dei rispettivi paesi, come esperienze in qualche modo risultanti, oltre che dalle specifiche esigenze oggettive ed improrogabili poste dalla depressione, come frutto di un ripensamento profondo del ruolo e delle funzioni dello Stato, del sindacato e in alcuni casi della grande impresa che aveva avuto il suo inizio precedentemente alla grande crisi.