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Michela
Figurelli Il giornalismo in Lombardia Milano, 3-4 ottobre 2001 Nei giorni 3 e 4 ottobre 2001 si è tenuto a Milano il convegno Il giornalismo in Lombardia nel decennio di preparazione (1849-1859). Organizzatore del convegno è stato, insieme alle Civiche raccolte storiche del Comune di Milano e al Dipartimento di storia della Facoltà di Scienze politiche, il Centro di studi per la storia dell'editoria e del giornalismo che, attraverso molteplici iniziative (mostre, convegni, censimenti di fondi, pubblicazione di ricerche e di bibliografie) persegue l'obiettivo di potenziare gli studi e di fornire strumenti di lavoro in questo settore.
Il convegno di cui si parla si inserisce coerentemente in questo percorso, in quanto risulta al tempo stesso un bilancio dei risultati raggiunti e una sollecitazione a continuare in questa direzione, per la quale molto resta ancora da fare. Entrambi questi aspetti, e in particolare il secondo, sono stati evidenziati nell'ampia relazione introduttiva di Franco Della Peruta che, dopo aver presentato la situazione generale della stampa lombarda negli anni che precedono l'unificazione, ha sottolineato quanto i giornali siano una fonte storica insostituibile per lo studio dei secoli XIX e XX, ma non di facile reperimento e consultazione, nonostante si tratti di materiale a stampa e quindi “pubblico”. In realtà siamo ancora ben lontani dal possedere un quadro completo dei fogli che venivano stampati in Italia nel periodo preunitario, dal momento che essi non sono conservati nelle grandi biblioteche nazionali di Roma e Firenze ma sparsi nelle biblioteche locali delle città capitali degli antichi Stati (ci si riferisce ovviamente a ciò che di quel patrimonio non è andato perduto). Questa situazione spiega l'utilità dei cataloghi e delle bibliografie che, recando l'elenco dei periodici esistenti, il luogo in cui sono conservati e i numeri o le annate disponibili, rappresentano un prezioso strumento per lo storico.
Le relazioni presentate al convegno hanno permesso un'ampia panoramica della stampa non solo di Milano, ma anche di Brescia (con la relazione di Sergio Onger sulla Sferza), di Como (con la relazione di Rosaria Marchesi sul Lario e Il Corriere del Lario) e di Mantova (Giancarlo Ciaramelli ci ha parlato della Lucciola), e hanno preso in esame le idee dibattute sui giornali relativamente alla scienza, all'economia, alla pubblica amministrazione, all'architettura, ai teatri, alla musica, alla moda.
È opportuno ricordare che in questi anni
non esisteva nel Lombardo-Veneto un giornalismo politico indipendente,
essendo tutta la stampa sottoposta ad una pesante censura poliziesca;
solo in mezzo a mille cautele e con un linguaggio quasi cifrato
i giornali di cultura e letteratura cercavano di veicolare idee
politiche. Facevano eccezione a questo divieto solo i giornali esplicitamente
filo-governativi, reazionari, clericali, che avevano una qualche
maggiore possibilità di esprimersi (erano soggetti però
anche loro a non rari interventi censori). Gli argomenti controrivoluzionari
sono stati accuratamente ricostruiti, oltre che da Sergio Onger,
da Rita Cambria (La propaganda austriaca nei giornali milanesi),
da Nicola Del Corno (Il legittimismo clerico-reazionario della
“Bilancia”) e da Alfredo Turiel (“Il Crepuscolo”
e la stampa cattolica).
Meno pericolosi apparivano alle autorità i dibattiti economici, che infatti potevano svilupparsi con relativa autonomia, e sui quali si sono soffermati Carlo G. Lacaita (Scienza e modernizzazione) e Giorgio Bigatti (Tecnologia e sviluppo economico). In particolare Lacaita ha ricordato l'attenzione degli intellettuali lombardi per la cultura tecnico-scientifica, considerata condizione essenziale per permettere all'Italia di inserirsi nel grande progresso economico europeo. La consapevolezza della vulnerabilità di un'economia ancora incentrata sull'agricoltura (o su un'industria legata all'agricoltura, come era allora l'industria serica lombarda), appare sui giornali milanesi più avvertiti, come ci ha illustrato Giorgio Bigatti, proprio in occasione della crisi prodotta dall'epidemia del baco all'inizio di questo periodo, rafforzando il partito favorevole all'industrializzazione.
Maria Canella, nella relazione Architettura e crescita urbana, ci ha parlato del dibattito che contrapponeva allo stile architettonico neoclassico dominante a Milano nei primi decenni del secolo, “nobile e severo” ma anche inesorabilmente conformista (e tuttora visibile nelle attuali vie Manzoni, Montenapoleone, Borgonuovo, corso Venezia), la ricerca di uno stile nazionale che si concretizza sia nel recupero delle forme architettoniche medioevali e in particolare neoromaniche, sia nell'attenzione all'assetto urbanistico delle periferie, alla costruzione delle tramvie, alla nascente architettura industriale.
La relazione di Lucia Romaniello sui giornali umoristici ha messo in luce la presenza, tra i collaboratori del Pungolo e dell'Uomo di pietra, degli scrittori che costituiranno di lì a pochi anni il gruppo della Scapigliatura milanese, e che già negli anni Cinquanta mostravano il gusto della provocazione e della polemica corrosiva, indirizzata per il momento solo a fatti letterari e di costume, da cui però traspariva anche un significato politico che doveva essere percepito solo dai lettori e non dalla censura. Questa modalità della frase a doppio senso venne usata in modo particolarmente suggestivo da Ippolito Nievo nei suoi articoli apparsi sul Pungolo, come ci ha ben esemplificato la relazione di Andrea Accorsi.
L'attenzione del convegno si è infine rivolta anche ad un tipo di giornalismo che possiamo chiamare “specializzato”, molto sviluppato già da alcuni decenni, che consisteva in pubblicazioni destinate ad una categoria professionale. L'esempio più significativo è quello del Regolatore amministrativo (oggetto della relazione di Angelo Moioli), giornale che si rivolgeva al mondo della burocrazia e dei pubblici funzionari, ma con un ampio respiro su tutti i temi di interesse pubblico. Sul versante più “leggero” dell'intrattenimento e del mondo artistico, troviamo i giornali femminili (relazione di Patrizia Landi) – che pur occupandosi prevalentemente di moda, contenevano anche una rubrica letteraria -, i periodici teatrali, su cui si è soffermata Irene Piazzoni e infine la Gazzetta musicale di Milano, oggetto dello studio di Matteo Mainardi. In questi ultimi due casi è emerso come l'impresa editoriale fosse in qualche modo legata ad un'altra attività imprenditoriale di cui costituiva, con maggiore o minore autonomia, il versante pubblicitario: un'agenzia teatrale nel primo caso, la casa editrice Ricordi nel secondo.
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