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Andrea
Ragusa Un problema di autonomia disciplinare: l'intellectual history
Conferenza annuale della “International Society for Intellectual History” Cambridge, 26-29 luglio 2001
“What is ‘intellectual history’?” Alla
domanda posta dalla rivista inglese History Today alla metà degli anni Ottanta, cinque interlocutori – tra storici, politologi
e studiosi di scienze sociali – rispondevano sottolineando in primo
luogo la difficoltà di definirne con esattezza l'autonomia
disciplinare. Partendo dal presupposto intuitivo che il ruolo dovesse
essere:
“the understanding of those ideas, thoughts,
arguments, beliefs, assumptions, attitudes and preoccupations,
that togheter made up the intellectual or reflective life of previous
societes”[1]
tutti gli interventi rinviavano comunque al problema
che la dipendenza da altre discipline o settori dell'indagine storica,
e l'ampiezza dello spettro tematico (field of research) riconoscibile
come ad essa afferente, prospettavano. Stephan Collini indicava
in particolare alcune tipologie di errore – di problematizzazione
e metodologia – derivanti da un approccio ancora ingombrato da una
egemonia idealistica. Il “pregiudizio filisteo”
secondo cui la intellectual history corrispondeva in realtà a qualcosa di non problematizzabile, creato dal lungo predominio
dei political historians, si legava alla convinzione che
azione ed idea politica fossero in realtà concetti privi
di qualsiasi connessione:
“this prejudice – affermava infatti lo studioso
– was reinforced, especially where the spirit of Namier was received
at all hospitably, by the assertion that political action was
never really the outcome of principles of ideas, which were, in
the gruff demotic of the land-owning classes, as mimicked by Namier,
‘mere flapdoodle’”[2].
L'idealismo determinava inoltre la presunzione
che lo sviluppo delle idee – la ricostruzione del quale avrebbe
incarnato in realtà l'essenza della intellectual history
– fosse sotteso da una logica propria che lo sganciava dal social
context in cui era immerso. Micheal Hunter, considerando come
studiare le idee di un determinato periodo storico consentisse di
cogliere molti altri aspetti di esso, era in questo senso indotto
a concludere che dopo tutto
“intellectual history has a less forbidding
synonym in the form of the ‘history of ideas’, and this is a term
which is in many ways preferable, implyng as it does a broader
range of subject-matter of which the most astruse ideas form only
a part”[3].
In realtà a partire dagli anni Settanta
l'intellectual history era entrata in circolazione nella
sociologia storica statunitense, ormai affermandosi come settore
di una più generale social history nel solco della
quale il compito che le si era attribuito (sulla strada aperta dagli
indirizzi metodologici del New England Mind, pubblicato nel
1939 da Perry Miller) era quello di cogliere i nessi tra sviluppo
dei fatti e riflessione su questo stesso sviluppo; non esattamente
lo Zeitgeist di un'epoca, di sapore ancora troppo hegeliano,
quanto piuttosto
“the mind of an individual or of groups at the
times when a particular event happened or an advance was achieved”[4].
E tuttavia, ancora nel decennio successivo, il
ritorno della storia politica e addirittura di una narrativa storica,
unitamente alla perdita di una funzione educativa della storia,
e all'affermazione, di contro, di quello che Giuseppe Giarrizzo
ha definito “il gioco testuale (del testo che rinvia al testo)
del post-modernismo, il quale si spinge a dichiarare irrilevante
la contestualizzazione del documento”[5], avrebbe rappresentato un ostacolo alla
acquisizione della categoria soprattutto da parte dei principali
poli storiografici europei.
A parte l'Inghilterra, infatti, naturalmente
più vicina al “punto di fuga” americano, e dove
peraltro i mutamenti della sociologia intellettuale erano oggetto
di attenzione anche in virtù della spinta modernizzatrice
impressa alla politica culturale dai governi laburisti, gli anni
Sessanta avevano visto il dominio, in Italia, di uno storicismo
marxista che con molta fatica si apriva ad un'osservazione a tutto
tondo della società: basti pensare ai filoni di ricerca prevalenti
nelle principali riviste del PCI, Studi Storici e Critica
Marxista, ed al rifiuto della proposta lanciata da Ernesto De
Martino dalle pagine di Movimento Operaio, di una storia
delle classi subalterne); mentre in Germania l'Archiv für Sozialgeschichte, fondato nel 1961 all'interno della Friedrich
Ebert-Stiftung, decretava una separazione della storia sociale dalla
Geistesgeschichte o Ideengeschichte lasciata al controllo
pressoché esclusivo delle discipline filosofiche. La Francia,
vera e propria terra d'elezione della “questione intellettuale”,
seguiva intanto un proprio percorso autonomo che l'avrebbe condotta
– in un tempo comunque non breve – ad operare una netta svolta verso
l'osservazione e lo studio del “ruolo dell'uomo di cultura”
nella società e delle caratteristiche ambientali e generazionali
dei gruppi, raccogliendo l'eredità del positivismo ottocentesco,
ed ancor più un'annalistica rinnovata dalla lezione recente
di Michel Foucault.
Tutto ciò rende ragione di un panorama
diversificato della storiografia sugli intellettuali, nel quale
è tuttavia possibile rintracciare oggi alcuni assi di sviluppo
ruotanti intorno all'interrogativo sugli esatti confini – con ciò intendendo l'oggetto, la periodizzazione, una possibile metodologia
– di questo particolare settore dell'indagine.
Il corrispettivo dell'espressione intellectual
history – storia intellettuale, histoire intellectuelle,
Intellektuelle Geschichte – ha in realtà acquisito
una propria “rispettabilità storiografica” soltanto
in Francia, dove tanto l'approccio sociologico tentato dalla scuola
di Pierre Bourdieu intorno al “Centre Européen de sociologie”
ed alla rivista Actes de la Recherche en Sciences Sociales;
quanto i gruppi nati dalle esperienze del “Centre National
de Recherches Sociales” di Parigi, hanno reso possibile il
consolidarsi di categorie ormai divenute di uso corrente. Géneration, milieu, lieux de sociabilité, riescono infatti
ad offrire uno spaccato complessivo della vicenda culturale e degli
ambienti in cui essa si è sviluppata, anche per la particolare
relazione tra percorso intellettuale e spazio urbano che un'attenzione
quasi esclusiva ai gruppi parigini sbalza come sfondo aperto alle
suggestioni internazionali ma al tempo stesso chiuso nella propria
autoreferenzialità a sufficienza, e quasi in una sorta di
orgogliosa separazione dalla periferia: nell'imbuto dei grandi boulevards,
affaccio dei caffè dell'Università e delle celebri
librerie? Proprio il libraio-editore Jacques Julliard, rilevando
nel 1989 i Cahiers Georges Sorel, trasformati in Mil neuf
cent. Revue d'Histoire Intellectuelle come organo del “Centre
de Recherche Européen sur la vie intellectuelle”, ha
tra l'altro dimostrato la possibilità di una sinergia tra
impresa privata ed intervento statale che si riversa con indubbia
efficacia sull'organizzazione degli studi: la cornice delle écoles
nationales di epoca napoleonica vede oggi attivi numerosi centri
specializzati tra i quali, per quel che maggiormente interessa in
questa sede, il Département de Sciences Sociales dell'école
Nationale Superieure di Cachan, si rivela esemplare: basato su criteri
di integrazione disciplinare, esso presenta, al proprio interno,
un “Groupe d'Analyse des Politiques Publiques” (GAPP),
il gruppo di studio su “Institutions et Dynamiques Historiques
de l'économie” (IDHE), e l'“Institut d'Histoire
du Temps Present” (IHTP) comprendente, tra gli altri, un “Groupe
de Recherche sur l'Histoire des Intellectuels” diretto da Michel
Trebitsch.
Nell'area dell' “Europa mediterranea”,
tuttavia, l'avanzato sviluppo della storiografia francese appare
bilanciato dal suo isolamento, laddove, soprattutto, si guardi alle
difficoltà e alla lentezza con cui, perlomeno in questo
settore, si muove da anni quella italiana. Lo specialismo disciplinare
e tematico, che pure ha favorito l'apertura ad indirizzi di ricerca
nuovi – inerenti soprattutto i processi di modernizzazione da cui
il paese è stato investito nel secondo dopoguerra (con la
comparsa di una storiografia dei consumi, delle trasformazioni strutturali
connesse ai fenomeni di deruralizzazione ed inurbamento, ai movimenti
migratori, all'avanzamento tecnologico e culturale) – rimane però legato a problemi che ineriscono anche ritmi e modalità della
produzione scientifica: il prevalere dell'autoreferenzialità disciplinare rende in questo senso la nostra tradizione estranea
alla considerazione di un discorso di integrazione metodologica;
il “dibattito sugli intellettuali” tende a svolgersi ancora
nei termini di un confronto sulla “storia delle idee”,
condotto soprattutto da filosofi e studiosi dell'evoluzione del
pensiero come terreno quasi del tutto sganciato dal contesto da
cui emerge; ed a ciò è aggiunga la difficoltà di
comunicazione tra accademia ed istituzioni dedite alla ricerca presenti
nella società, Fondazioni, Biblioteche, Istituti) non sempre
in grado di stimolare un dialogo teso al superamento di questi limiti
ed all'acquisizione di punti di riferimento nuovi. La Sozialgeschichte
tedesca, d'altra parte, supportata da un'organizzazione scientifica
di gran lunga superiore alla nostra, soprattutto grazie ad un intervento
statale particolarmente efficiente, è tuttavia da anni avviata
allo studio di macrofenomeni strutturali nei quali prevale un'analisi
quantitativa.
L'intellectual history resta, così ancora confinata nell'ambito di uno sviluppo delle scienze sociali
che tendenzialmente riesce ad assorbirla quando non a trasformarla
in sociologia storica o in politologia; e non caso – osservava Felix
Gilbert negli anni Settanta – essa si è sviluppata negli
Stati Uniti, dove
“by stressing the role of social forces in history,
history would be brought into the orbit of the social sciences”[6].
L'organizzazione degli studi presente nei
paesi anglosassoni, tuttavia, con lo spazio largamente lasciato
all'iniziativa privata, ha favorito, almeno dagli anni Ottanta,
il fiorire di società storiche internazionali, basate sul
modello del club intellettuale britannico, che hanno aperto
la strada ad un confronto via via sempre più esteso anche
su questa tematica, riuscendo, meritoriamente, ad allargare e rafforzare
il circuito della ricerca, stimolando la comunicazione, il confronto,
l'avvicinamento della comunità scientifica attraverso conferenze,
seminari, o addirittura strumenti di dibattito stabili, come le
riviste, dotati di una propria continuità.
È il caso della International Society for
Intellectual History (ISIH), costituita nel 1994 per favorire
“communication and interaction among the
international community of intellectual historians and scholars
working in related fields [...] The goal of the Society is
two-fold: to bring togheter scholars working in intellectual history
and in related fields; and to provide this international community
of scholars with a forum for debating and discussing various approaches
to the study of intellectual history”[7].
L'ampiezza del panorama tematico coperto nell'attività di studio svolta in questi primi anni di attività è segnalato sia dagli indici della rivista Intellectual News,
pubblicata con cadenza semestrale sotto la direzione di Constance
Blackwell; sia, soprattutto, dai programmi delle conferenze annuali
sin qui organizzate. Con il contributo di studiosi di nazionalità diverse (l'associazione conta oggi più di 400 membri in Europa,
America, Asia, Australia e Medio Oriente), il periodico ha infatti
affrontato problematiche di natura storiografica e metodologica
attinenti alla definizione della materia[8], o questioni più specifiche come il rapporto tra cultura e
modernizzazione[9],
tra cultura ed identità nazionale, e perfino temi settoriali
e di una certa audacia innovativa come l'influenza del contesto
sociale sulle arti, sulla musica, sulla letteratura[10];
in uno spettro geografico – tra l'altro – che ha l'ambizione di
estendersi ad ogni parte del mondo[11].
Il contenuto multiforme e variegato della
rivista risponde ad una linea di apertura scientifica che rifiuta
una scelta unidirezionale nell'approccio; l'ISIH, anzi,
“as agreed upon its founding... (it) will make
no attempt to define intellectual history as having only one approach.
The Society therefore invites membership from scholars working
in such diverse fields as art and music, religion and literature,
philosophy, politics and the sciences”.
Questa stessa apertura, tuttavia, sembra determinare
perlomeno due tipi di problemi che traspaiono ad un'osservazione
in controluce soprattutto degli indirizzi tematici delle conferenze.
Da un lato, si vuol dire, non appare forse
ancora con sufficiente chiarezza la risposta ad uno degli interrogativi
che più impegnano gli storici della cultura ed in particolare
gli studiosi della storia intellettuale: se esistano – cioè – e quali eventualmente essi siano, dei limiti temporali per questo
settore disciplinare. Rispetto ad una storiografia europea in cui
prevale nettamente l'interesse per il Novecento – sulla base dell'idea
che l'uomo di cultura abbia acquisito una dimensione di intellettuale
soltanto a partire dalla consapevolezza della propria responsabilità personale di coscienza critica della collettività ed ancor
più sul secondo dopoguerra, indicato come l'apogeo della
storia dell'impegno intellettuale; la letteratura americana risente
evidentemente dei tentativi compiuti da ampi settori della sociologia
per rintracciare un modello dell'intellettuale anche in ruoli presenti
nelle élites delle civiltà più remote
(lo scriba, il sacerdote, lo sciamano), con il risultato di rendere
sempre più elastico il confine temporale di questa storia.
Ancora nella sua ultima conferenza annuale – tenutasi nel luglio
di quest'anno al Trinity College di Cambridge – l'ISIH ha da questo
punto di vista ricalcato appieno la tendenza indicata dando ai propri
panels tematici un impianto pressoché onnicomprensivo:
le sessioni di lavoro hanno visto allinearsi – intorno all'argomento
proposto: Quarrels, Polemics, Controversies – relazioni sullo
sviluppo del pensiero europeo moderno, sull'evoluzione del linguaggio
e della comunicazione intellettuale, sulle prospettive dell'indagine
scientifica, degli indirizzi artistici, del gusto estetico; con
una netta prevalenza – tra l'altro – di modernisti (la maggior parte
studiosi del Cinque-Seicento o al limite dell'illuminismo), e poche,
isolate, proiezioni sull'età contemporanea.
Con poche eccezioni gli interventi hanno
d'altra parte segnalato uno sbilanciamento a favore di un approccio
filosofico che ha riproposto in tutta la sua problematicità la questione degli obiettivi e della metodologia della ricerca sulla
storia intellettuale. Il tentativo di cogliere i nessi tra lo sviluppo
delle idee ed il rispettivo contesto sociale, politico, istituzionale,
è sembrato infatti ancora assai debole soprattutto negli
interventi della maggior parte degli studiosi tedeschi, informati
in larga parte a contenuti e persino ad uno stile da history
of ideas. L'ampiezza del tema proposto – occorre ribadire –
lasciava spazio alle più diverse interpretazioni ed agli
approcci più vari, mirando gli organizzatori a suscitare
l'interesse dei partecipanti sull'importanza della questione
come veicolo di dibattito intellettuale:
“what, it will ask, have been the status, place
and functions, of quarrels in the intellectual world?”
Una domanda che veniva poi vincolata da una prospettiva
più che altro formale dello studio di una controversia:
come oggetto di produzione storiografica, in una ricostruzione della
storia esterna e dei modelli linguistici adottati (historiography
and discourse), della dinamica e dei rituali attorno a cui si
articolava (modes and forms); o – d'altro lato – sollecitandone
un esame come strumento di potere (power-games and stakes),
“as a means of controlling a discipline or an
institution; the role of national and nationalistic claims, priorities;
personal pride and glory, financial or economic stakes”;
o un panorama della struttura interna o del ruolo
svolto nell'avanzamento delle conoscenze. Ma proprio per questo
il confronto sviluppatosi durante i cinque giorni di lavori – risultato
certamente di grande interesse da un punto di vista di dibattito
sulle singole questioni – non ha forse raggiunto appieno l'obiettivo
prefissato di porre all'attenzione della comunità scientifica
internazionale una possibilità davvero nuova nel concepire
e fare storia della cultura.
Tanto più apprezzabile, proprio perciò, è stata la Plenary conclusiva di Wolfgang Mommsen
che, tracciando un quadro dettagliato quanto affascinante dell'Historikerstreit
su memoria e coscienza dell'Olocausto negli anni Ottanta, ha non
solo dato sostanza a quel principio – indicato ormai trent'anni
fa dai primi teorici della intellectual history – secondo
cui
“it is human consciousness which connects the
long-range factors and forces and the individual event and it
is at this crucial point of the historical process that the intellectual
historian does his work”[12],
ma ha altresì lanciato un forte richiamo
all'urgenza di riscoprire un fine “educativo” della storia
gettando uno sguardo maturo su di un secolo che sembra averne esaurito
il senso, stringendola tra le macerie del passato ed un futuro ancora
troppo carico di incertezze.
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