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Fabio
Berti La religione nella società dell'incertezza. Per una convivenza solidale in una società multireligiosa Vallombrosa, 11-13 settembre 2000 Oggi il pluralismo religioso si presenta come
uno degli aspetti più significativi e con le conseguenze
più imprevedibili del processo di trasformazione della società
italiana. Ovviamente non si tratta di un aspetto isolato ma anche
questo cambiamento fa parte di un più generale processo di
trasformazione improvvisa, profonda, accelerata, globale, come mai
era avvenuto nella storia con mutamenti genetici degli stessi concetti
di stato, di nazione, di lavoro, di relazioni, di solidarietà
in cui il processo di globalizzazione è ad un tempo una parola
chiave del discorso socio-economico, come di quello politico, e
tende ad assumere significati sempre più polivalenti di pari
passo con il progredire dell'inarrestabile processo tecnico e tecnologico
(Giddens 1990).
La particolarità di questo processo è che si presenta
fitto di contraddizioni e paradossi: progresso e regresso si intrecciano,
la globalizzazione è interdipendente con la frammentazione,
si parla di “molecolarizzazione della società”
e cioè dell'accresciuta solitudine anche individuale, riemergono
i localismi e l'universalizzazione dell'informazione e dei modelli
culturali si intreccia con l'etnocentrismo e l'individualismo (Bauman
2000).
Con la globalizzazione si diffonde anche la percezione
che sempre più sfere dell'esistenza vengono decise altrove,
da persone e realtà che non sono elette e tanto meno possono
essere controllate da chi ne subisce le conseguenze; la partecipazione
democratica subisce serie trasformazioni e si indebolisce il controllo
sui decisori.
Non a caso stanno riemergendo forme di conflitto
fra il primato del mercato e dell'economia e il controllo sociale
sui processi produttivi, fra merce ed uomo, tra egoismi e solidarietà.
Coloro che hanno al centro il valore della persona
umana e che vedono inscindibile il rapporto persona-relazionalità-uguaglianza-giustizia
non possono che essere critici verso un processo di globalizzazione
economica con il primato della logica del mercato e della finanza
e di uno sviluppo ineguale e auspicare una trasformazione verso
una globalizzazione della solidarietà dove ad una razionalità
come adeguamento dei mezzi ai fini ci sia un adeguamento dei mezzi
ai bisogni in tutta la loro articolazione, materiale e spirituale
(Salvini 1999).
Al pari dei rapporti economici che oggi si presentano
sempre più conflittuali, sulla scena sociale anche le culture,
e quindi anche le identità e le appartenenze, non sono uguali
tra loro e non rivestono la stessa dignità né lo stesso
potere: alcune conferiscono potere sociale e altre confinano nella
subalternità sociale. Il campo delle pratiche culturali,
e quindi anche religiose, non può dunque essere considerato
a priori come pacifico.
La sfera culturale, al pari della sfera economica,
deve essere considerata come componente essenziale dell'intenso
lavoro che deve compiersi nella società globalizzata affinché,
nel processo di differenziazione e di gerarchizzazione sociale degli
individui e dei gruppi, ciascuno arrivi a negoziare la sua presenza
e la sua appartenenza con le stesse possibilità. Ciò
è tanto più necessario considerando che nelle società
contemporanee l'incontro di popoli di cultura, tradizioni, religioni
diverse rientra nei normali processi della quotidianità.
L'alternativa a cui ci troviamo di fronte è
quella di favorire l'incontro oppure generare lo scontro:
l'inevitabile vicinanza tra diversità può rimanere
al livello di tollerante convivenza pacifica e separata o può
trasformarsi in reciproco incontro e arricchimento, anche se questo
rischia di mettere in discussione le nostre certezze e sicurezze.
La domanda che ci poniamo è insomma quella
di scoprire se ci sarà un nuovo e diverso rinascimento oppure
una nuova e inedita barbarie. Non sappiamo quale potrà essere,
neppure a medio termine, il risultato di tale trasformazione, in
particolare dopo i tragici fatti dell'11 settembre scorso. L'unica
certezza riguarda il fatto che il cambiamento è irreversibile
e i prossimi anni presenteranno una modalità di forme relazionali
e comunicative inedite rispetto ad ogni standard precedente.
Anche le religioni, soprattutto le maggiori e
in particolare quelle che hanno alla loro base il principio dell'uguaglianza
degli uomini, non possono non operare nella direzione dell'incontro.
Chi dice di non voler vivere in un paese multiculturale e multireligioso
non si rende conto che lo siamo già in modo irreversibile.
L'analisi dei dati sulle presenze degli immigrati conferma quanto
stiamo affermando. Considerando il totale degli immigrati che, come
riporta il Dossier Statistico 2001 della Caritas di Roma sono ormai
1.400.000, il panorama delle appartenenze religiose all'inizio del
2001 risulta così composto: cattolici 371.000 (26,7%), altri
cristiani 299.000 (21,5%), musulmani 511.000, (36,8%), ebrei 5.200
(0,4%), buddisti 45.000 (3,2%), induisti 36.000 (2,6%), confuciani
14.000 (1%), religioni tradizionali 19.000 (1,4%), altre appartenenze
88.000 (6,4%).
Con una presenza così variegata ed eterogenea
e a dispetto degli insuccessi del passato di altri paesi europei
è impensabile improvvisare la costruzione della società
multiculturale senza partire da una profonda conoscenza reciproca,
in tutte le sue dimensioni.
La variabile religiosa è da sempre una
prospettiva per comprendere il cambiamento sociale anche perché
dobbiamo considerare che molti italiani si convertono a fedi religiose
da tempo estranee alla cultura occidentale o si avvicinano a movimenti
spirituali nuovi che sembrano soddisfare maggiormente le esigenze
degli uomini della società moderna e post-moderna.
Il multireligionismo, come componente ed espressione
primaria, del multiculturalismo, è una conseguenza inevitabile
del crescente e irreversibile movimento migratorio: oggi siamo in
presenza di eventi biblici, un esodo dall'Africa, come dall'oriente,
dall'America latina come dall'est europeo, dal sud del mondo verso
il nord. Il dato che non dobbiamo mai dimenticare è che un
quarto degli abitanti del pianeta consuma l'80% delle ricchezze
di tutti. È fenomeno destinato a durare ed ampliarsi nel tempo
considerando che la popolazione del pianeta raggiungerà nel
prossimo mezzo secolo i 10 miliardi di abitanti e di questi circa
un miliardo vivrà in condizioni di fame o malnutrizione,
dato al quale va sommato quello che indica che il passo dei paesi
in via di sviluppo è attualmente il doppio o il triplo dei
paesi europei.
Si comprende facilmente come il “vicino”
sarà sempre meno “simile” a me e sempre più
“altro” e obbligherà tutti a fare i conti con la
diversità e la relatività della propria identità.
Vivere in una società multiculturale e multireligiosa non
è un fatto acquisito, occorre certo del tempo, della pazienza,
una revisione delle rispettive identità e una loro manifestazione
pubblica ma aperta alla relazione in un dialogo franco e costruttivo.
La religione, come tutta la storia ed anche la
tradizione sociologica ha dimostrato, è un fattore importante
di incontro e di scontro sul piano sociale non fosse altro perché
secondo la più accreditata letteratura sociologica l'80%
della popolazione mondiale si considera appartenente ad una religione
(Ramonet 1999). Inoltre la religione ha avuto e continua ancora
ad avere una funzione ideologica quando forma il cemento della società
fornendo ad un tempo la lettura dei rapporti sociali e la loro legittimazione.
Emerge spesso una rappresentazione religiosa dell'ordine sociale,
come ordine voluto da Dio dove i rapporti sociali esistenti tra
i gruppi sociali che costituiscono la società vengono rappresentati
come frutto di una volontà soprannaturale anche se il più
delle volte si naturalizzano rapporti sociali ineguali e quindi
potenzialmente fonte di violenza.
Le religioni nella loro complessità e
contradditorietà di vissuto con profondo spessore sociale
e culturale sono fattori di stabilità e di instabilità
anche senza assolutizzarne la portata e questo anche laddove la
società, come quella italiana, si è profondamente
secolarizzata. Le stesse religioni, preoccupate di conservare egemonie
territoriali, tradizioni culturali od anche solo visibilità
sociale esclusiva o quanto meno primaria, più o meno consapevolmente
contribuiscono a chiusure etnico-culturali e a separatismi e a possibili
conflitti anche violenti.
In una situazione così frammentata e carica
di incertezze diviene quanto mai opportuno ricercare meccanismi
che possano favorire la comunicazione e il dialogo; un primo passo
per affrontare la realtà del multiculturalismo e del multireligionismo
è quello di abbandonare la categoria della tolleranza e sviluppare
il concetto di rispetto e il valore della differenza. Il concetto
e la prassi della tolleranza esclude l'oppressione ma non include
la relazione. La tolleranza non è un bene ma un male necessario
da sopportare. L'oggetto della tolleranza è sempre carico
di disvalore. Si tollera soltanto ciò che non si reputa vero
e valido, oltre al limite ovvio insito nel concetto di tolleranza
di non tollerare l'intolleranza o situazioni di evidente ingiustizia
e disumanità.
Il rispetto invece è una prima base universalistica
in quanto richiede una “relativizzazione” dei significati
e dei codici simbolici e quindi una valorizzazione del pluralismo
e della diversità e si concretizza nel confronto e nel dialogo
sulla base di un riconoscimento di uguaglianza e di differenza,
dove la base dell'uguaglianza è il riferimento all'esistenza
come tale e ad individuare una base per un confronto e un dialogo.
Rispetto non vuol dire condividere tutto ma relazione. Se
si calpesta il rispetto si brucia il patto di convivenza democratica,
si uccide ogni germe di solidarietà. Così il primo
dovere del rispetto è l'intolleranza verso l'intolleranza.
Nei paesi “multietnici” sarà
il senso di dialogo, di rispetto, di ricerca di convivenza, e dove
possibile anche di valori condivisi, a consentire alle religioni
e ai credenti di continuare a svolgere una funzione positiva, di
allontanare decisamente il ricorrente fantasma dei conflitti religiosi;
è questo il senso della presenza e della missione delle maggiori
correnti spirituali presenti nel mondo, dalla maggioritaria tradizione
cristiana, a quella islamica o altre fino a quella “religione”
detta “terza confessione”, termine più obiettivo
anche se provocatorio rispetto a quello di non credenti, o atei,
o agnostici, genericamente e impropriamente detti “laici”
per i quali il valore primario è l'umanità (ma questo
lo è anche per i credenti!), composta da coloro che con convinzione
e con un sostrato di valori etico-umanistici non inferiori a quelli
dei credenti non sono nostalgici di una qualsiasi trascendenza o
in ricerca di spiritualità. L'homo a-religiosus privo
di esperienze religiose di cui non sente la mancanza è spesso
legato solidamente ai valori di umanità anche superiori a
quelli di molti credenti e quantitativamente costituisce la seconda
comunità “spirituale” del pianeta.
Risulta quindi importante che ogni appartenenza
religiosa pensi di superare una fase reattiva per entrare in quella
proattiva e partecipare attivamente come soggetti integrati alla
vita sociale e a relazioni di convivenza solidale.
È questo il senso del convegno che si è
svolto dall'11 al 13 settembre 2000 presso l'Abbazia benedettina
di Vallombrosa i cui lavori sono stati raccolti nel volume curato
dai sociologi Roberto De Vita e Fabio Berti dell'Università
di Siena La religione nella società dell'incertezza. Per
una convivenza solidale in una società multireligiosa
pubblicato dall'editore Franco Angeli di Milano. Il volume, con
la presentazione dell'Abate di Vallombrosa Lorenzo Russo e del prof.
Maurizio Degl'Innocenti Direttore del Centro interuniversitario
sulla storia del cambiamento sociale e delle innovazioni e dopo
l'introduzione dello stesso De Vita, è suddiviso in quattro
parti, ciascuna preceduta da una relazione introduttiva: la prima
è del prof. Pierpaolo Donati dell'Università di Bologna
che titola il suo contributo Universalità, particolarismo,
neutralità del fenomeno religioso: è possibile una
sfera pubblica religiosamente orientata? ed è seguita
dai lavori di Giuliano Giorio, Cristopher Zielinski e Francesco
Pardi; la seconda è del prof. Franco Garelli dell'Università
di Torino e riguarda il rapporto tra Religione e ricerca di senso
ed è seguita dagli interventi di Angelo Scivoletto, Eugenio
Stretti, Mahmoud Salem Elsheikh, Antonella Castelnuovo, Giuseppe
Casetta e Stefano Martelli; la terza è del prof. Vincenzo
Cesareo dell'Università Cattolica di Milano su Il ruolo
della religione nel processo di globalizzazione con contributi
di Luigi Berzano, Pierpaolo Parma, Luca Diotallevi, Stefano Tomelleri,
Fabio Berti e Claudio Stroppa; infine, l'ultima sezione è
introdotta dal prof. Enzo Pace dell'Università di Padova
e riguarda Conflitti di valore e azione comunicativa. Le religioni
nella sfera pubblica, seguita dai contributi di Francesco Lazzari,
Renzo Bonaiuti, Angela Mongelli, Maria Dal Pra, Giuseppe Scidà
e Barbara Bertolani.
Per ribadire la necessità di approfondimento
che richiedono i temi affrontati in questa prima iniziativa, dal
3 al 5 settembre del 2001, sempre presso l'Abbazia di Vallombrosa,
si è tenuto un secondo convegno titolato Dialogo senza
paure. Scuola e servizi sociali: uno spazio per la convivenza solidale
in una società muliculturale e multireligiosa del quale
presto saranno disponibili gli atti. In tale occasione è
stato deciso di istituire un “Laboratorio sulle relazioni multiculturali
e multireligiose” promosso da Mahmoud Salem Elsheikh, Direttore
di ricerca Cnr, segretario del Comitato Oriente-Occidente, Amos
Luzzatto, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche
italiane, Paolo Naso, Direttore della rivista Confronti,
della Chiesa Evangelica Valdese, Pierdamiano Spotorno, della Comunità
Benedettina di Vallombrosa e Roberto De Vita, della Facoltà
di Scienze Politiche dell'Università di Siena nonché
afferente al Centro interuniversitario sulla storia del cambiamento
sociale e delle innovazioni. Il confronto da realizzare nel “Laboratorio”
con contributi religiosi pluralisti (a partire dalle grandi religioni
rivelate: cristianesimo, islamismo, ebraismo) è non tanto
sul piano della interreligiosità, specifico del dialogo culturale-teologico
tra le varie religioni, quanto per delineare, a partire dai contenuti
delle religioni più presenti nel nostro Paese o dalle esperienze
realizzate, una nuova relazionalità sociale pluralista; il
“Laboratorio” si propone quindi come luogo aperto alle
diverse voci e alle diverse discipline e tutti gli interessati potranno
apportare i loro contributi.
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