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Leonardo Rombai
Storia del territorio e paesaggi storici: il caso della Toscana

Quella toscana, è la storia di una unitarietà paesistica e culturale fatta di varianti, di un'identità sfaccettata, pur all'interno di fisionomie subregionali o di campagne relativamente unitarie: come l'impervia e povera montagna appenninica e amiatina (che mai seppe nutrire un vero e proprio sistema urbano), come il maggiormente vocato sistema collinare-vallivo dell'interno (in ogni epoca ricco di città) e come la potenzialmente fertile e produttiva fronte collinare-pianeggiante della costa con l'arcipelago (dove però il fitto tessuto urbano dei tempi etrusco-romani si atrofizzò definitivamente durante la crisi trecentesca).

Questa articolazione territoriale in tre sistemi subregionali, in “tre Toscane”, con gli innumerevoli microcosmi paesani e rurali che compongono ciascuna grande realtà paesistica (e con quelle aree che rifiutano di collocarsi quietamente nella triplice tipologia), non è frutto tanto dei fattori fisico-naturali, bensì di quelli umani in larghissima misura riconducibili all'azione delle città, che pure non possono non tenere conto dei caratteri, delle 'vocazioni' e dei condizionamenti fisico-naturali (Greppi e Massa, 1971). Essa è sostanzialmente da collegare ai processi storici dei secoli posteriori al Mille, quando, con l'affermarsi della civiltà comunale, emergono numerosi organismi urbani quasi tutti dislocati nella parte collinare e valliva della Toscana centro-settentrionale, solcata dalla più formidabile via di comunicazione naturale tra il mare e l'interno, l'Arno, e dalle principali arterie stradali costruite per i contatti commerciali con l'esterno e specialmente con l'Italia settentrionale: dalla Francigena (che fu anche la “porta” terrestre europea per Roma e il Mediterraneo orientale) ai numerosi altri percorsi di valico per l'area padana/adriatica (Rombai, 1988; Greppi, a cura di, 1990, 1991 e 1993).

Nella sempre più viva e popolosa “Toscana di mezzo”, si determinò presto un rapporto nuovo tra città e campagna: gradualmente, in un mondo che sino ad allora era dominato dall'autosussistenza e dal controllo feudale, si sostituì un'influenza urbana che diffondeva il senso del profitto e sconvolgeva l'organizzazione produttiva e sociale del territorio, con la disgregazione dell'antico sistema curtense e delle correlate povere ‘comunità di villaggio’ e con la costruzione – grazie alla diffusione dei capitali cittadini (accumulati con il commercio, la banca e l'artigianato o l'industria) sulla terra – di una diffusa proprietà borghese funzionale ad una nuova e più evoluta economia agricola di mercato. Con l'introduzione della mezzadria, in vari secoli si venne a creare una sempre più densa maglia di aziende poderali di piccole dimensioni, fittamente coltivate a seminativi arborati, in cui viveva (in case isolate) una larga quota della popolazione contadina.

Tale subregione era caratterizzata da una vera e propria tricotomia insediativa: data dalle case poderali, dagli agglomerati di piccola o media dimensione (castelli o borghi non fortificati), con funzioni di servizio amministrativo e di mercato, spesso abitati pure dalla piccola borghesia legata alle pubbliche funzioni e all'artigianato, oltre che da sottoproletari non inseriti stabilmente nel sistema mezzadrile e agrario (“pigionali”), e finalmente dalle città vere e proprie che, approfittando del loro potere politico, erano riuscite a stabilire con i contadi un equilibrio stabile e di lunga durata, grazie anche agli interventi di “buon governo” consistenti nella sistemazione di strade, corsi d'acqua e acquitrini, e nella dispersione nel territorio di alcuni settori dell'industria (essenzialmente quelli tessile e della paglia), che era creata e diretta dai medesimi centri.

Invece, la montagna resta storicamente incardinata sull'accentramento insediativo (in castelli e villaggi anche piccoli che rappresentano autentici ‘microcosmi’ di vita socio-culturale ed economica, grazie soprattutto agli interessi comuni in materia di gestione collettiva dei boschi e dei pascoli, talora anche dei castagneti e dei coltivi di proprietà comunale) della grande maggioranza della popolazione, sulla piccola proprietà spesso particellare e precaria diretto-coltivatrice e sul sistema agro-silvo-pastorale, di norma integrato dalle cospicue migrazioni stagionali (specialmente di pastori transumanti) verso le aree maremmane, e non di rado da occupazioni artigianali nei settori del legno e del ferro o degli altri metalli, della filatura e tessitura dei panni, delle attività estrattive (come il marmo nelle Apuane). Tali integrazioni sono state possibili grazie anche alle ‘aperture’ (e quindi alle possibilità di commercio lecito o illecito) offerte dalle migrazioni stagionali dei montanini e alla presenza di innumerevoli vie di valico o di attraversamento colleganti le aree montane con quelle sottostanti toscane e padane.

La struttura produttiva montana, fatta in genere di economie familiari precarie alla continua ricerca di sbocchi occupazionali e di risorse per la sopravvivenza, usava tradizionalmente, con le piccole aziende polimeriche, tutte le risorse stratificate dal fondovalle o dalle fasce inferiori fino ai crinali o alle fasce superiori: vale a dire, i terreni ridotti a coltivazione per le modeste produzioni di cereali, legumi e alberi da frutta (e dal primo Ottocento della patata), i castagneti e i boschi (quest'ultimi sfruttati più per il pascolo che per ricavarne legname da costruzione e da ardere o carbone), i prati-pascoli spesso ricavati artificialmente con il diboscamento, sempre con appezzamenti (in proprietà, in possesso enfiteutico o con diritti d'uso) dispersi verticalmente nelle diverse zone bioclimatiche. Di sicuro, l'allevamento soprattutto ovino, praticato spesso per finalità di mercato nei boschi e nelle pasture anche comunali, e la coltivazione del castagno (vero albero del pane per la cronica carenza dei prodotti cerealicoli), in continuo sviluppo fino al XX secolo, costituivano i fondamenti economici delle ‘piccole patrie’ appenniniche e amiatine.

Grazie all'uso integrato dei beni locali propri e collettivi, alla versatilità professionale e alla mobilità degli abitanti, e grazie pure alle forme di vita molto socializzate, almeno fino alla seconda metà del Settecento o all'inizio del secolo successivo, la ‘società della montagna’ era povera, ma non miserabile e bisognosa di assistenza pubblica, a differenza delle regioni della mezzadria e del latifondo, dove la miseria connotava il sempre più esteso ceto dei sottoproletari (i braccianti detti pigionali che non possedevano bene patrimoniale alcuno).

Un po' ovunque fu grande, nell'età moderna, il controllo dei montanini sulle risorse locali. Tale importante rapporto è dovuto alla scarsa penetrazione dei capitali cittadini o principeschi nelle aree montane, effettuata soprattutto alla fine dell'età moderna per costituirvi grandi cascine, gestite a conduzione diretta o a mezzadria, per l'allevamento di bovini ed ovini (di proprietà anche di monasteri e abbazie locali, come lo Stale dei monaci di Settimo, di Montepiano, Moscheta, Vallombrosa, Camaldoli, Badia Prataglia, Badia Tedalda, ecc.), oppure per sfruttare in regime di monopolio le risorse forestali di pregio, come le abetine piantate o arricchite dai ricordati monasteri e abbazie e come quelle espropriate già nel XIV secolo, per pubblica necessità, da Firenze e Siena (rispettivamente a Campigna tra Romagna e Casentino per la cittadina Opera di S. Maria del Fiore e a Piancastagnaio nell'Amiata per le fortificazioni ed opere pubbliche). La localizzazione dell'industria siderurgica statale in alcune vallate della Montagna Pistoiese, intorno alla metà del Cinquecento, aveva determinato pure l'esproprio dei boschi comunali circostanti perché potessero rifornire di legna e carbone quegli stabilimenti moderni.

Fu sicuramente l'alienazione degli ovunque vasti patrimoni (per lo più boschivi e pascolativi) del demanio statale e comunale e degli enti, realizzata nella seconda metà del Settecento, specialmente nella Montagna Pistoiese dove interessò circa un terzo del territorio, a determinare, col tempo, la rottura irreparabile degli equilibri territoriali. Essa infatti, mentre finì col proletarizzare gli strati meno abbienti che traevano la loro sussistenza principalmente dalla fruizione dei “beni comuni” oppure dagli “usi civici” (anch'essi abrogati) esistenti sui beni privati, favorì non solo la borghesia cittadina ma anche quella montanina e non pochi possidenti locali. Da allora si formarono tante piccole proprietà diretto-coltivatrici accorpate e (almeno inizialmente, prima che le divisioni ereditarie comportassero la parcellizzazione aziendale), finalizzate alla sussistenza, non di rado dotate della casa contadina per la famiglia che poté trasferirvisi dal vicino paese; da allora, molte proprietà poterono organizzarsi sotto forma di aziende di mercato sia di ordine forestale (lo sfruttamento dei boschi fu ovunque intensissimo, dopo la legge liberistica del 1780), sia di ordine zootecnico (le cosiddette cascine dell'Appennino), in genere sotto forma di veri e propri poderi a mezzadria, ma con spiccato indirizzo silvo-pastorale, nelle fasce altimetriche superiori fino alle quote di 1000 metri ed oltre, e agro-silvo-pastorale incentrato sul castagneto e sull'allevamento in quelle inferiori: di regola con effetti negativi vistosi sugli equilibri idrogeologici locali che cominciarono ad essere corretti solo ad Ottocento inoltrato, grazie ai rimboschimenti effettuati dai granduchi nei comparti di Romagna-Casentino e Montagna Pistoiese, oppure da alcuni proprietari illuminati (come gli Antonini nella Montagna Pistoiese, i Ginori nel Monte Morello, gli Albizi tra Val di Sieve e Consuma, i Dapples a Grezzano, ecc.).

Pur all'interno di un assetto largamente omogeneo, come quello poderale, la Toscana delle colture promiscue era caratterizzata da una varietà estrema di situazioni locali, riguardanti la forma (poderi accorpati o frazionati in più prese e pezzi di terra, anche distanti l'uno dall'altro), l'intensità colturale e l'estensione dell'azienda, a seconda dei caratteri geo-morfologico-climatici dell'ambiente, e più ancora della vicinanza alla città e alle principali vie di comunicazione, dell'impegno imprenditoriale dei proprietari e della presenza o meno dei sistemi di fattoria.

Come dimostrano inequivocabilmente innumerevoli descrizioni catastali e mappe poderali dei secoli XVI-XIX, le unità minime erano costituite dai poderini o poderuzzi di 2-5 ettari che si mescolavano con aziende un po' più estese (quasi sempre però inferiori ai 10 ettari), sia all'interno delle cerchie urbane che negli immediati dintorni di Firenze e delle altre città, della pianura asciutta o delle aree basso-collinari suburbane di vecchia colonizzazione: emblematici esempi di ambiente produttivo “tutto domestico”, cioè affatto privo di boschi e incolti, fittamente alberato, con le sue terre lavorative, vitate, olivate, gelsate e fruttate (e non di rado con diffuse colture ortofrutticole), lavorate per lo più a forza di vanga. In queste zone di particolare pregio paesistico e di peculiare funzione residenziale – fenomeno dimostrato dalla densa maglia insediativa e dal numero elevatissimo delle ville, oltre che dalla notevole frammentazione della proprietà fondiaria – il valore delle colture arboree e ortofrutticole, che si andavano sempre più incardinando su sistemazioni idraulico-agrarie razionali come quelle di tipo orizzontale (ciglionamenti nei terreni sedimentari sabbiosi-ghiaiosi e terrazzamenti in quelli petrosi strutturali), era sicuramente preponderante rispetto ai cereali e alla zootecnia, e i piccoli poderi potevano raccordarsi con continuità e buon profitto al vicino mercato cittadino.

C'è da dire che ben più numerosi e spazialmente diffusi erano i poderi di dimensioni medie-piccole (5-10 ettari) e medie (in genere 10-20 ettari), sempre a seminativi arborati (in genere con filari più distanziati), ma non di rado con qualche campo a seminativi nudi o appezzamento a prato, che occupavano i luoghi più umidi, e con qualche pezzo di bosco che serviva a soddisfare le esigenze produttive e domestiche aziendali, sia delle pianure asciutte più distanti dalle città che delle aree basso-collinari – la vera terra di elezione della mezzadria – della Val di Pesa e della Val d'Elsa, del Chianti e degli archi collinari che circoscrivono il corso dell'Arno e dei suoi affluenti e le stesse conche intermontane (Mugello, Casentino, Valtiberina). Negli ambienti di media collina di queste ed altre aree, i poderi assumevano dimensioni anche superiori ai 30 ettari per il ruolo sempre più importante rivestito dal bosco e dall'incolto a pastura fruiti in funzione dell'allevamento; in ogni caso, maggiore era il peso della cerealicoltura (coltivata in modo semi-estensivo, come dimostrano i frequenti campi privi di alberature e di regola orientati secondo le linee di massima pendenza) nei confronti delle colture arboree.

Moltissimi erano pure i poderoni (50-100 ettari e più) dai peculiari caratteri semi-estensivi o estensivi, e spesso ad indirizzo marcatamente zootecnico – e per questo detti significativamente cascine dell'Appennino – dell'alta collina e della bassa montagna apuana, garfagnina, pistoiese e pratese, del Monte Morello, del Mugello-Valdisieve, del Casentino e della Valtiberina, dove i boschi quercini decidui (più di rado di faggio), le selve dei castagni e gli incolti a pastura prevalevano nettamente sui coltivi, con tra quest'ultimi il seminativo nudo (di regola all'interno di avvicendamenti discontinui a ‘campi ed erba’) dominante su quello arborato; per certi aspetti analoghi erano i caratteri dei latifondi a mezzadria delle colline plioceniche a prevalente struttura argillosa della Valdera, del Volterrano, delle Crete Senesi e della Valdorcia che, rispetto alla montagna, si caratterizzavano per una base esclusivamente cerealicolo-zootecnica scarsamente incardinata alle sistemazioni idraulico-agrarie, per la mancanza pressoché assoluta (dovuta ai connotati geopedologici) del castagneto e del bosco, e invece per la notevole rilevanza degli incolti a pastura e dei riposi.

Tra gli altri tipi toscani, non vanno trascurati i connotati paesistici e, più in generale, i caratteri strutturali originali assunti dalle aziende poderali ubicate nelle umide pianure di tipo (almeno in parte) maremmano, sia del litorale pisano, apuano-versiliese e grossetano, sia soprattutto dei bacini già acquitrinosi interni di Valdichiana, Valdinievole e Bientina, di recente bonifica (o in via di definitivo risanamento dal paludismo, con quelli minori del Senese), sia anche delle sezioni più depresse e più prossime all'Arno e a tanti altri corsi d'acqua, non ancora ben regimati, della stessa conca fiorentina e delle altre vallate interne: qui le aziende risultavano alquanto più estese rispetto a quelle situate nelle pianure asciutte (anche contigue) di antico appoderamento, e la maglia dell'alberata si presentava più semplificata e rarefatta e priva dell'olivo. In altri termini, qui erano i seminativi nudi e i prati permanenti (e quindi il patrimonio zootecnico) ad improntare decisamente gli ordinamenti produttivi che di frequente investivano anche aziende non appoderate.

Di sicuro, dopo la graduale espansione avvenuta nei tempi comunali e tardo-medievali, è nell'età moderna, e soprattutto tra Sette e Ottocento, che la Toscana alberata, con i suoi poderi autonomi a mezzadria a conduzione familiare – fossero essi sciolti, oppure riuniti in piccoli tenimenti o padronelle aziendali, oppure concentrati in piccole e medie fattorie con relative case d'agenzia – era arrivata a coincidere, sostanzialmente, con tutto il sistema collinare e vallivo interno confluente sull'Arno.

Specialmente le riforme lorenesi permisero alla proprietà fondiaria una libera partecipazione al mercato nazionale e internazionale, in un periodo di crescita della domanda e dei prezzi delle derrate, stante la “rivoluzione demografica” in atto. Di conseguenza, tra la metà del Settecento e quella dell'Ottocento, andarono assai avanti i processi dei diboscamenti/dissodamenti e delle sistemazioni idraulico-agrarie (a quelle tradizionali del cavalcapoggio, del ciglionamento e del terrazzamento, si aggiunse la “spina” o “colmata di monte”), e di espansione e intensificazione delle coltivazioni, con particolare riguardo per quelle arboree tradizionali di pregio (vite e olivo) e per quelle di mercato collegate con la ‘manifattura diffusa e invisibile’ e con le ‘pluriattività domestiche’ (gelso, paglia, giaggiolo, tabacco) che rappresentavano (e continuarono a rappresentare, anche nella prima metà del Novecento) l'imbasamento industriale di un paese agricolo e rurale come la Toscanina.

Assai più dei bacini interni – ove i processi della bonifica avevano operato in profondità fin dalla seconda metà del Cinquecento, con un nuovo speciale impulso a decorrere dagli anni '70 e '80 del Settecento, insieme con il corollario della colonizzazione mezzadrile – le Maremme di Pisa e Siena-Grosseto erano organizzate dal grande o grandissimo latifondo e contraddistinte da un'agricoltura a carattere decisamente estensivo, quale la cerealicoltura a lunghe vicende connessa con l'allevamento brado stanziale e con il sistema armentizio transumante. Tale realtà si appoggiava, oltre che sui terreni agrari a riposo, componente generalmente minoritaria, sulle macchie per lo più cedue e sugli incolti (zone umide comprese) sfruttabili come pasture.

Dopo i primi interventi medicei dalla metà del Cinquecento in poi, l'avanzata della bonifica lorenese (con le operazioni di natura stradale e idroviaria, le alienazioni fondiarie, l'abolizione degli usi civici e del compascuo, ecc.) e della colonizzazione agricola contribuirono a trasformare, talora profondamente, gli elementari connotati paesistici e aziendali maremmani, indirizzandoli verso stadi più maturi e complessi.

In definitiva – se nel vasto arco collinare dell'Antiappennino circoscrivente, a sud dell'Arno, le cimose costiere maremmane, i coltivi (di frequente arborati in campicelli recintati o “chiuse”) costituivano ristrette “isole” o corone intorno ai radi e compatti castelli o villaggi rurali che ospitavano pressoché tutta la popolazione residente nel territorio, difendendo gli insediamenti dal vasto “mare verde” dei boschi – larga parte della Maremma Grossetana continuava a rappresentare un autentico “deserto umano”, animato solo da pochi casali (centri direttivi dei latifondi che ospitavano alcuni salariati fissi e più numerosi braccianti stagionali) e soprattutto da ricoveri temporanei degli avventizi che stagionalmente scendevano in gran numero dall'Appennino e in minor misura dall'Antiappennino, come pastori, boscaioli, carbonai, vetturali, giornalieri agricoli, operai della bonifica, artigiani, imprenditori e faccendieri, pinottolai, ecc. Pochi erano i poderi (tutti di costruzione moderna) nelle esigue aree bonificate; la colonizzazione fu infatti un processo che incontrò molte difficoltà, almeno fino alla seconda metà dell'Ottocento, anche per il persistere di un flagello storico quale la malaria.

Il fatto è che nella Maremma Pisana e Grossetana – a causa rispettivamente della decadenza di Pisa dopo la battaglia della Meloria (1284) e della cruenta conquista senese della Toscana meridionale (prima metà del XIV secolo) – si erano innescati processi regressivi che, col tempo, avrebbero portato al generale disordine idrografico, all'estendersi degli acquitrini e della malaria nelle pianure sempre più abbandonate dall'uomo (con arretramento delle coltivazioni di autoconsumo e degli insediamenti nelle colline specialmente interne, ove gli scarsi abitanti continuarono a vivere poveramente fruendo di un'organizzazione peculiarmente comunitaria incentrata sui beni collettivi o sugli usi civici su quelli privati), e specialmente alla diffusione un po' dappertutto del latifondo pastorale, controllato da grandi famiglie ed enti ecclesiastici, pii laicali e cavallereschi di Firenze, Pisa e Siena. Per di più, fin dal 1353-1419, Siena aveva imposto su buona parte della Maremma Grossetana il rovinoso (per la realtà locale) ma lucroso (per le casse statali) monopolio della Dogana dei Paschi, con affitto di tutte le risorse pabulari esistenti (in boschi, incolti e campi coltivati dopo il raccolto dei cereali) ai pastori che transumavano un po' da tutti i settori dell'Appennino centro-settentrionale.

Questa anacronistica servitù (eliminata solo nel 1778) finiva per rafforzare singolarmente il legame di complementarietà economica e socio-culturale che (attraverso le migrazioni invernali, nelle basse terre, di tanti montanari) univa le due periferie della Toscana: l'Appennino e la Maremma appunto, al di là e al di sopra della Toscana di mezzo incardinata sulla mezzadria poderale.

Tale lunga fase regressiva – comune alle regioni mediterranee del latifondo, caratterizzate dall'assenza di vivaci organismi urbani e intraprendenti gruppi borghesi – non si era chiusa neppure con il passaggio dello Stato di Pisa (1406) e dello Stato di Siena (1555-59) a Firenze e poi ai Medici; e, anzi, si può dire che tali arcaici caratteri paesistici e tale anacronistica organizzazione territoriale erano destinati a mantenersi costanti fino almeno alla seconda metà del XVIII secolo e alle riforme lorenesi, a causa del disinteresse esemplare della proprietà cittadina e all'incoerenza e insufficienza delle politiche governative per essa elaborate: volte, queste ultime, soprattutto all'organizzazione di analoghe forme di sfruttamento ‘coloniale’ delle altre risorse locali (come i minerali e il sale, il legname e la pesca).

Analoghi erano i caratteri del territorio costiero a nord del Serchio che, ancora negli anni '30 dell'Ottocento, il grande geografo Emanuele Repetti denominava Maremme di Lucca (la Versilia di Viareggio) e di Massa (il litorale apuano). In effetti, anche queste “province” e quella intermedia del Pietrasantino (o Versilia di Firenze), fra tempi medievali e contemporanei, furono contrassegnate dal disordine idraulico e dalla costellazione degli acquitrini malarici, e dal sistema degli incolti e dei boschi, in gran parte di proprietà comunale (utilizzati per la caccia e la pesca, il pascolo e le semine saltuarie dagli abitanti dei retrostanti rilievi apuani o di Pietrasanta), dal deserto insediativo e demografico: scarso o non durevole fu il successo arriso ai tentativi di bonifica attivati dai Cybo, dai Medici e da Lucca nei secoli XVI-XVII, come pure a quelli di colonizzazione, con concessione livellaria o in affitto perpetuo di piccoli appezzamenti di terra, perseguiti soprattutto dalla Repubblica di Lucca e dai Cybo.

Semmai, mancava qui quella concentrazione fondiaria nelle mani di proprietari forestieri assenteisti che dava corpo all'organizzazione latifondistica della Toscana a sud del Serchio: al riguardo, si deve ricordare come eccezionale il caso del latifondo di Migliarino, costituito dai fiorentini Salviati tra Viareggio e l'Arno a partire dal XVI secolo.

Nelle Maremme di Pisa e Siena, i granduchi Medici, soprattutto a partire dalla metà del Cinquecento, si limitarono a intraprendere operazioni assai parziali di bonifica nella pianura tra Pisa e Livorno e tra l'Arno e il Serchio, ove acquisirono (spesso mediante esproprio dei beni comunali) numerosi latifondi, sia in quell'area, che più a sud fino al confine romano: questi vastissimi patrimoni granducali maremmani – così come quelli dei vescovi di Pisa, di Populonia-Massa e di Grosseto, o come quelli degli enti assistenziali e cavallereschi e più ancora della grande aristocrazia cittadina (anche di matrice feudale, come i Della Gherardesca, proprietari di tutta la comunità di Castagneto) di Pisa, Firenze e Siena, gratificata di numerosi titoli feudali con ampie possessioni e con anacronistiche giurisdizioni sulle derelitte comunità – per tutta l'età moderna vennero sempre gestiti come autentici latifondi.

In genere su questi latifondi – gestiti, da casali anche fortificati dislocati come sentinelle in campagne peraltro desertificate, oppure da castelli collinari non di rado privatizzati e ridotti a “case di fattoria”, quasi sempre da affittuari speculatori che garantivano alla proprietà una rendita sicura senza rischi imprenditoriali di sorta, con la collaborazione di un ridotto numero di salariati fissi specializzati nelle pratiche cerealicole e pastorali e di braccianti stagionali generici assunti al tempo delle grandi faccende agricole – gravavano diritti di uso civico di semina, pascolo e legnatico da parte delle semispopolate comunità maremmane; queste potevano disporre di sempre minori beni collettivi, a causa delle usurpazioni praticate dai potenti o delle vendite obbligate delle terre, da cui traevano invariabilmente vantaggio grandi personaggi ed enti cittadini.

Analoghi all'area grossetana furono i connotati dell'organizzazione territoriale (come grosso modo gli svolgimenti storici che li determinarono) che contrassegnarono la piccola Maremma Piombinese, un frammento di quella Pisana che, fra il 1399 e il congresso di Vienna, costituì un principato autonomo sotto gli Appiano, i Ludovisi e i Boncompagni-Ludovisi: costoro, come i Medici, espropriarono gran parte delle terre e zone umide comunali, limitandosi a sfruttarle in forma seminaturale, con regime di monopolio su terratici, pascoli, boschi e risorse ittiche, o addirittura provvidero a rivenderle a grandi latifondisti come i Desideri a Populonia-Poggio all'Agnello e i Franceschi a Vignale-Riotorto e a Scarlino. E similmente arretrato risultò l'assetto paesistico-agrario dei Presidios di Orbetello, il piccolo possedimento coloniale comprensivo anche di Talamone e dell'Argentario che, nel 1555, la Spagna si ritagliò nell'antico Stato Senese per ragioni prettamente geo-politiche e militari (e destinato a rimanere autonomo fino al 1801, con passaggio nel corso del XVIII secolo prima all'Austria e poi al Regno di Napoli); semmai, qui i latifondi regi e quello Expeco y Vera di Tricosto-Burano lasciarono uno spazio maggiore ai beni terrieri e lacustri comunali e alle corone di proprietà particellare tenute a coltivazioni intensive (vigneti, alberi da frutta e ortaggi) dagli abitanti dei piccoli centri.

È sicuro che il podere a mezzadria e la fattoria (in tutto o in parte appoderata) hanno avuto, in una regione dalle tante e ricche città come la Toscana, le più tipiche e concrete espressioni. Mentre però il podere a mezzadria risulta già largamente diffuso nei secoli XIII e XIV o almeno all'inizio del XV, la genesi della fattoria – nel senso di un'organizzazione economico-territoriale centralizzata prima sul piano amministrativo e poi su quello produttivo, che si impone sempre più decisamente alle singole aziende poderali, alle origini pressoché indipendenti per quanto riguarda la gestione, oltreché agli altri possessi condotti direttamente con lavoro salariato o con rapporti indiretti di produzione, come ad esempio l'affitto, il terratico e la compartecipazione – non si può far risalire oltre il secolo XV; è nell'ultima parte di questo secolo che si registrano i primi esempi isolati, a iniziare da quelli concernenti il patrimonio dei Medici nel Mugello e nella pianura ad ovest di Firenze, mentre nel secolo XVI la casistica si allarga ai patrimoni di enti ospedalieri, cavallereschi ed ecclesiastici e di grandi famiglie cittadine, ubicati anche in altre aree della Toscana.

Alla base del processo di formazione di questa impresa sta una strategia di acquisizione di terre, con concentrazione degli interventi in una sola area o in più aree anche distanti tra loro, al fine di pervenire all'aggregazione e all'accorpamento dei vari appezzamenti in una efficiente unità poderale o in più unità poderali contigue. La formazione di un certo numero di poderi, non necessariamente confinanti tra di loro ma comunque distribuiti in una stessa area, fu la premessa per la determinazione di una struttura unificatrice sul piano amministrativo rappresentato dal casamento di fattoria.

In effetti, prima dei tempi rinascimentali, non solo non si è rinvenuta una contabilità d'impresa riconoscibile come quella tipica dell'azienda fattoria, ma gli stessi documenti di natura patrimoniale parlano sempre di casa da signore, da padrone o da hoste, palazzo, villa: tutti termini che stanno ad indicare residenze padronali di campagna spesso turrite, in genere contigue ad uno o più poderi di proprietà e corredate di servizi quali il giardino o ‘prato’ e il parco o salvatico boschivo di specie soprattutto sempreverdi introdotte artificialmente (leccio e alloro, agrifoglio e pino), la ragnaia o il paretaio o l'uccellare per la caccia, talora il vivaio dei pesci e delle anguille o peschiera e anche la cappella; in altri termini, tali complessi padronali (che già alla fine del XIII secolo costituivano una rete fittissima intorno a Firenze, come ricorda Giovanni Villani nella sua celebre Cronica, con annotazioni sostanzialmente riprese da Gregorio Dati e Benedetto Dei nel XV secolo) stanno ad indicare funzioni strettamente residenziali anziché economiche. Solo successivamente, molti di essi diventeranno centri di amministrazione e organizzazione della produzione di poderi a mezzadria e di terre gestite ad economia o con altri rapporti di compartecipazione, mentre tanti altri saranno ‘declassati’ (per effetto del processo di ricomposizione fondiaria delle terre in un numero sempre minore di proprietari) addirittura a case coloniche.

Non mancano, comunque, in Toscana, esempi facenti riferimento a rapporti di produzione prettamente capitalistici, come dimostrano le cascine costruite, a decorrere dal tardo Quattrocento o dal primo Cinquecento, dai Medici nella pianura umida ad occidente di Firenze (Cascine dell'Isola e di Tavola-Poggio a Caiano), oppure in altri ambienti di recente bonifica, come la Valdinievole (Altopascio), il Valdarno di Sotto (Cascine di Bientina, Buti e Vicopisano) e la pianura pisana (Cascine di Coltano e S. Rossore), così come dai Salviati (a Migliarino-Vecchiano e nella piana tra Campi Bisenzio e Prato); tutte queste imprese furono mutuate dal modello padano e peculiarmente specializzate nella coltivazione, con operai salariati, del grano e più ancora del riso e delle foraggiere, in funzione dell'allevamento razionale di bovini da carne e da latte e anche di cavalli di pregio.

È significativo che tali aziende prettamente di mercato – dotate di adeguate strutture edilizie centralizzate, talora monumentali e disposte a corte chiusa come a Tavola, per ospitare il personale e per trasformare e conservare i prodotti (stalle e fienili, burraie e caciaie, magazzini e brillatoi per il riso, molini, ecc.) – non abbiano avuto molta fortuna, e che col tempo siano state riconvertite (almeno parzialmente) a fattorie appoderate, con il corollario delle colture promiscue secondo i dettami del classico rapporto mezzadrile.

La crescita demografica e lo sviluppo dei mercati cittadini, interagendo con le crisi ricorrenti del sistema finanziario e commerciale toscano nel processo di ristrutturazione del mercato internazionale a seguito della scoperta del “mondo nuovo”, fecero sicuramente da stimolo all'investimento fondiario e agrario e alla stessa riorganizzazione – secondo il sistema di fattoria – dell'agricoltura toscana in rapporto abbastanza stretto con i mercati cittadini. In effetti, il sistema di fattoria consentì di superare, a vantaggio del proprietario che preferiva la coltivazione di prodotti commerciali, meglio se di pregio, il tradizionale contrasto esistente fin dalle origini con il mezzadro che, invece, prediligeva le colture necessarie al raggiungimento della sua sussistenza fisica, peraltro non sempre possibile quando il podere era situato in terre marginali, di scarsa fertilità o di difficile lavorazione.

In altri termini, pur rimanendo invariati il modo di produzione e le tecniche, l'impianto della fattoria nei secoli XV-XVI, rispondendo a metodi di amministrazione tipicamente mercanteschi, garantì alla mezzadria di riprendere con decisione l'espansione agricola, grazie agli investimenti di capitali fissi in bonifiche e dissodamenti, in sistemazioni idraulico-agrarie di colle e di piano, in nuove coltivazioni (specialmente arboree, come principalmente le viti, e poi gli olivi e i gelsi e anche la paglia, le più richieste dal mercato) e in fabbricati (locali adibiti alla conservazione e trasformazione dei prodotti, come granai, magazzini, cantine, orciaie, tinaie, molini, frantoi, caciaie e burraie), oltre che di capitali circolanti in bestiami e “scorte morte”, e grazie anche allo sfruttamento sempre più intenso del sopralavoro colonico, forse il fattore più potente che spiega la fortuna plurisecolare di questo sistema mediterraneo.

Un processo solo in una certa misura analogo a quello in atto nella Toscana fiorentina e senese si verificò nella Lucchesia dove, soprattutto dalla seconda metà del Cinquecento in poi – in corrispondenza al generale decadimento economico e specialmente alla crisi della manifattura tessile e ai disastri delle grandi compagnie bancarie e mercantili di Lucca – molte energie finanziarie rifluirono dalla borghesia e dagli enti pubblici cittadini verso la terra. Contemporaneamente all'avanzata dei dissodamenti e al miglioramento delle coltivazioni, si assiste così alla moltiplicazione dei casini di caccia e delle ville, con il consueto corollario ornamentale degli oratori e dei parchi e giardini. Ma queste strutture residenziali sempre più monumentali solo raramente vennero organizzate in fattorie con gestione centralizzata ‘alla fiorentina’, pur costituendo il tessuto connettivo del nuovo sistema agrario a colture promiscue, incentrato su una rete sempre più fitta di piccole e piccolissime aziende familiari, concesse in gran parte a livello o enfiteusi (spesso con patti ad meliorandum) e solo in minima parte a mezzadria; l'altra specificità della Lucchesia è data dalla presenza non di case contadine monofamiliari isolate ma di complessi abitativi plurimi (dalla tipica forma a corte aperta o chiusa, con gli edifici disposti cioè in un sol corpo, oppure a due, a tre ed anche a quattro ali intorno ad un cortile interno dotato di aia e pozzo) che, col tempo, come nella Padania, tenderanno a riunirsi in piccoli aggregati o addirittura in veri e propri paesi nella piana di Lucca.

Nella Lucchesia, il ruolo della fattoria rimase modesto anche nella fase di grande trasformazione del sistema agrario che si aprì con l'anno 1799, quando l'antica Repubblica entrò nell'orbita napoleonica. Ancora nella seconda metà del XVIII secolo, la realtà agraria lucchese risultava, infatti, vistosamente arretrata, a causa del ruolo preponderante rivestito dalla proprietà assenteista. Circa metà delle terre che costituivano lo stato lucchese erano di proprietà della chiesa e molte altre erano vincolate a fidecommisso. Gran parte delle terre erano condotte ancora con il sistema del livello enfiteutico (e solo in parte minima con la mezzadria) da piccole imprese contadine che non disponevano dei capitali sufficienti a introdurre migliorie, per cui si può capire il perché dell'inerzia economica e della stasi demografica che contrassegnarono il territorio.

La situazione dei fondi per quasi i due terzi in proprietà inalienabile tra la chiesa e la nobiltà, le leggi proibenti ogni commercio esterno delle biade e che scoraggiavano di aumentarle, l'obbligo di ammassare l'eccedenza dei raccolti nei “magazzini dell'abbondanza”, la pessima condizione delle strade, la situazione idrografica non ancora assestata, costituirono motivi di preoccupazione e di disagio per la classe degli agricoltori. È ai governi francesi che si deve l'emanazione di leggi destinate ad incidere in profondità sulle strutture fondiarie ed agrarie lucchesi: nel 1799 furono aboliti i fidecommessi e nel 1801 resi perpetui i livelli sui beni ecclesiastici; nel 1807 vennero soppressi molti enti e i loro beni alienati. Grazie a questi provvedimenti, moltissimi coltivatori poterono diventare proprietari o possessori livellari perpetui; la maglia aziendale (incentrata sulle corti) si infittì vistosamente (nel 1840 un abitante su tre fu censito come “possidente terriero e livellario”) e la piana di Lucca – caso anomalo in una Toscana non montana dominata dalla fattoria – assunse la fisionomia di un giardino dalla proprietà frammentata, diviso in tanti piccoli appezzamenti regolari delimitati da scoli e filari alberati con viti, intensivamente coltivati da famiglie numerose di coltivatori diretti.

Il processo di sviluppo del sistema di fattoria in Toscana andò avanti con intensità nel corso dell'Ottocento, quando il dibattito tecnico-agronomico in corso e l'esempio pratico di conduzione aziendale moderna fornito da alcuni grandi proprietari (imprenditori e agronomi insieme influenzati dall'Accademia dei Georgofili), e dallo stesso granduca Leopoldo II di Lorena nelle sue tenute private, furono di stimolo all'ulteriore perfezionamento della mezzadria. In quasi tutte le fattorie che inviarono prodotti e bestiami alle esposizioni e alle fiere agrarie che si tennero a partire dagli anni '50, oppure che mandarono resoconti delle nuove applicazioni tecnico-agronomiche alla stampa specializzata (come gli “Atti dell'Accademia dei Georgofili” e il “Giornale Agrario Toscano”), troviamo esemplificati, nella pratica, i dettami dell'agricoltura miglioratrice a lungo predicati proprio dai Georgofili e da personalità culturali e imprenditoriali di spicco come Cosimo Ridolfi nella sua fattoria di Meleto in Val d'Elsa.

Naturalmente queste innovazioni toccarono vari aspetti della coltura promiscua propria della mezzadria, senza peraltro alterarla se non in alcune sperimentazioni di breve durata delle monocolture e della conduzione diretta – secondo i modelli padano ed europeo – condotte dallo stesso Ridolfi a Meleto, dal marchese Bartolommei nella fattoria delle Case in Valdinievole e da altri imprenditori illuminati. Certo è che in moltissime fattorie mezzadrili, già prima della metà del secolo, vennero eliminati i riposi a favore delle colture da rinnovo e in molte altre si arrivò ad introdurre la rotazione quadriennale che permise vistosi incrementi della produzione foraggiera, con notevole conseguente crescita del patrimonio bovino e del rendimento dei cereali; contemporaneamente, si assisteva al ridimensionamento degli allevamenti ovini e degli incolti utilizzati come pasture.

La mezzadria poderale e il sistema di fattoria su quella incentrato – tra i sempre più frequenti cambiamenti di proprietà che penalizzarono i demani statale e comunale, gli enti pubblici sopravvissuti agli espropri delle età lorenese e napoleonica e la stessa grande aristocrazia cittadina a vantaggio dei ceti borghesi, anche campagnoli – guadagnarono ulteriore terreno nella seconda parte dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento non solo nelle pianure umide dell'interno e nei sistemi pianeggianti/collinari della costa, ma anche negli ambienti montani. Riguardo ai processi di modernizzazione, spinte molteplici sono documentate in merito alla diffusione, nella rotazione, delle colture da rinnovo e da foraggio in luogo del riposo, alla generale intensificazione del seminativo arborato e, al suo interno, al ruolo sempre maggiore esercitato in alcune aree (Chianti, zone di Montalcino, Montalbano e Montepulciano) dalla vite, così come (nel Pesciatino, Pietrasantino, Monte Pisano e in Lucchesia) dall'olivo, oppure un po' ovunque dal gelso e dalla paglia e nelle pianure irrigue (non solo dei dintorni di Firenze, ma anche di Prato e Pistoia, Pescia e San Giovanni Valdarno/Montevarchi) dalle primizie ortofrutticole; dall'avanzata delle sistemazioni orizzontali nelle colline che contornano Firenze e in quelle della Val d'Elsa, del Chianti, della Val d'Orcia. Non pare trascurabile la capacità del sistema agrario mezzadrile di collegarsi con le attività proprie della protoindustria rurale, come quelle dell'intreccio della paglia, della filatura e tessitura di lana, lino, canapa e seta; della produzione, trasformazione e commercializzazione di vino, olio e giaggiolo.

La colonizzazione dell'area del latifondo (Maremme di Pisa e Grosseto) decorre a partire dalla metà del Settecento, da quando cioè la bonifica apparve non più rinviabile anche per la ripresa demografica in atto. In pochi anni, e specialmente nell'età della Restaurazione, la ‘guerra’ alle acque, con colmate e canalizzazioni, assunse ritmi incalzanti non solo in Valdichiana, nei bacini di Bientina e Fucecchio, nella Versilia/Apuania e nella pianura pisana a nord e a sud dell'Arno, ma anche nelle Maremme di Pisa e Grosseto, a Pian del Lago e negli altri bacini minori del Senese.

Pressoché ovunque, i provvedimenti idraulici si accompagnarono alla lotta contro il latifondo e alla riunione alla proprietà del suolo degli usi di pascolo e legnatico. Nella Toscana a sud del Serchio, occorre attendere, comunque, il XIX secolo o addirittura i primi decenni del XX secolo perché tali politiche favorissero la formazione o l'irrobustimento di una nuova grande e media proprietà borghese non di rado campagnola, già residente, o di nuovo insediamento con provenienza dall'Appennino, e in minor misura della piccola proprietà diretto-coltivatrice, attivando altresì i primi elementi di modernizzazione nel sistema agrario e più in generale nell'organizzazione territoriale.

Di sicuro, alla fine degli anni '30 di quest'ultimo secolo, delle 5666 fattorie censite nell'Italia centrale, ben 4125 erano dislocate in Toscana (soprattutto nella parte centro-meridionale della regione): esse coprivano il 40,9% della superficie agraria e forestale e riunivano oltre 70.000 poderi. È da considerare che, negli anni '30 e '40 del secolo precedente, si calcolava esistessero tra 50.000 e 60.000 poderi di grandezza estremamente variabile da area ad area e anche all'interno di una stessa zona agraria.

Soltanto il 29,7% delle fattorie toscane appaiono totalmente appoderate; d'altra parte, la mezzadria investe il 60,8% della superficie agrario-forestale. Ovunque (ma specialmente nelle grandi aziende, con in testa il Grossetano e il Pisano, ove mezzadria e conduzione con salariati praticamente si equivalgono) si verifica la prevalenza delle terre a mano padronale o in economia, spesso rappresentate da bosco o da pascolo, più raramente da seminativo e da colture legnose agrarie gestiti con salariati; tuttavia, il rapporto di salariato interessa solo il 38,7% della superficie agrario-forestale.

Prevalgono nettamente i poderi di dimensioni piccole e medie (i primi numerosissimi nelle province di Massa Carrara, Lucca e Pistoia le più interessate alle coltivazioni intensive orto-floro-vivaistiche, i secondi soprattutto in quelle di Firenze e Arezzo); i poderi di taglia grande e grandissima sono una prerogativa essenzialmente della Toscana meridionale (province di Livorno, Pisa, Siena e soprattutto Grosseto). Mediamente il podere risulta avere una superficie di 18 ettari, ma oscilla tra i 6 del Lucchese e i 68 del Grossetano: qui le numerose unità colturali di grande ampiezza oltre ai seminativi presentano pure vasti boschi e pasture. In genere, le unità più estese interessano, con le aree maremmane a seminativi estensivi, gli ambienti montani (ove è pure notevole l'incidenza del bosco e del pascolo) e quelle meno estese le aree collinari, le più improntate dalle coltivazioni intensive (seminativi arborati con vite e olivo).

Se la mezzadria costituisce il rapporto fondamentale nell'ambito della fattoria, essa non manca di caratterizzare profondamente il sistema agrario toscano anche al di fuori della fattoria, grazie ai numerosi poderi indipendenti, viventi di vita propria che prevalgono nella Toscana nord-occidentale e orientale.

Tra Otto e Novecento, all'interno di non poche grandi fattorie si registrano le prime significative innovazioni che guardano con coerenza al mercato, come l'impianto dei primi vigneti specializzati disposti su pendii collinari terrazzati (specialmente in aziende chiantigiane come quelle di Uzzano, di Meleto e di Brolio) o rimodellati dalle efficaci e belle sistemazioni a spina; il potenziamento dell'allevamento razionale dei bovini da latte; l'inserimento negli avvicendamenti di coltivazioni industriali come le foraggiere, le barbabietole e il tabacco. Tutti adeguamenti che non potevano impedire la crisi improvvisa e la disgregazione rapida del sistema nell'immediato ultimo dopoguerra, allorché la mezzadria si rivela inadeguata a garantire quei diritti (politici, sociali e culturali, prima ancora che economici) che la democrazia e la modernizzazione stavano diffondendo nelle campagne e soprattutto nelle città di un Paese che stava imboccando la pur lenta e difficoltosa strada dell'integrazione europea.