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La morte e l'immortale. La morte laica da Garibaldi a Costa Pietro
Caruso
commenta: ----------------------------------- Dino Mengozzi, La morte e l'immortale. La morte laica da Garibaldi a Costa, Manduria-Bari-Roma, Pietro Lacaita, 2000 ----------------------------------- La morte può diventare un sinonimo per la comunicazione politica e la regola vale oggi come ieri.
Ma se osserviamo il passato, soprattutto quello riferito alla storia del secolo alle nostre spalle e rivisitiamo il Risorgimento, ci rendiamo conto di come nella tradizione politica italiana la cerimonialità delle esequie abbia rappresentato una parte del conflitto ideologico fra impostazioni chiesastiche e laicismo, tra funzione privata del clero e amministrazione cimiteriale pubblica.
Il professor Dino Mengozzi, docente di Storia moderna all'Università degli studi di Urbino, ha scritto un saggio La morte e l'immortale – La morte laica da Garibaldi a Costa (Ed. Lacaita) nel quale, sviluppando le premesse teoriche di Michelle Vovelle, si giungono a formulare le differenze tra il modello “liberale” di esequie, discendente dal secolo dei Lumi e quello “socialista”, derivante dalla comparsa in termini protagonisti di nuovi ceti sociali che non disdegnano di assurgere al fasto borghese delle cronache.
Lo spartiacque laico, operato in Francia dalla Rivoluzione, senza fondamentalmente essere rimesso in causa dopo il 1815 con la Restaurazione, nella penisola italiana non prese piede completamente. Mengozzi fa osservare infatti come la “monumentalità” dei grandi cimiteri a Milano, Genova-Staglieno, Roma-Verano conservino un'impronta religiosa.
Le morti di Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi e Andrea Costa assumono dunque, fra la seconda metà del XIX e il primo decennio del XX secolo, una dimensione significativa come momento di enfatizzazione del discorso politico-simbolico. L'analisi minuta dello svolgimento dei tre funerali: il mito dell'eroe militare d'azione, il grande amministratore pubblico di religione mazziniana e il libertario socialista che scelse la via parlamentare sembra quasi scandire il tempo di una costruzione della “memoria democratica” rispetto alla quale gli studi non sono poi così numerosi nel nostro Paese.
Nella morte laica la prima cosa che veniva eliminata era quella del rischio della precoce sepoltura. Vero e proprio terrore dei ceti poveri nel Settecento che si riflesse successivamente nel dibattito scientifico ma consentì anche di fare svanire le paure della tumulazione durante fasi di morte soltanto apparente.
Ma il carattere imperituro, l'immortalità
– come spiega Mengozzi – passa attraverso una complessa gestione
ideologica non solo del corpo del leader defunto, ma anche della
formazione del corteo, della cerimonia e della sepoltura. In Romagna,
nelle Marche e in Toscana soprattutto l'usanza di dare rilievo pubblico
al funerale dei militanti repubblicani, anarchici e socialisti sopravvisse
fino all'instaurazione del regime fascista. Quella manifestazione
essoterica era una testimonianza tesa ad accreditare sulla “pubblica
via” l'appartenenza ora e per sempre ad un'ideologia, una militanza
coronata fino alla morte da una fede incrollabile. Non era forse
stato così anche nel cristianesimo primitivo?
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