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Angelo
Varni Storici a confronto: L'insegnamento della storia contemporanea nella scuola italiana
L'ultimo decennio è stato attraversato
da un intenso dibattito sulle modalità e sugli obbiettivi
dell'insegnamento della storia contemporanea nella scuola italiana.
Come ha influito una simile realtà sulle proposte dei libri
di testo?
De Bernardi - Le questioni
chiave che sono da un decennio all'ordine del giorno della riflessione
sull'insegnamento della storia sono essenzialmente due. La prima
riguarda la necessità di accrescere e di articolare il panorama
delle strumentazioni didattiche andando oltre la lezione frontale
e lo studio individuale a casa sul libro di testo.
Da qui ha preso le mosse la riflessione
sul laboratorio di storia: uno spazio fisico nel quale lo studente
all'interno di una sorta di “bottega dello storico” apprende
non solo contenuti, ma procedure scientifiche, acquisisce non solo
saperi, ma anche “saper fare”, messo a contatto con le
fonti, la ricerca e con il lavoro storiografico nella sua dimensione
di pratica scientifica fortemente congetturale.
La seconda riguarda l'inserimento
del XX secolo nel curricolo di storia. Questo processo, pur accelerato
dalla scelta dell'ex ministro Berlinguer di imporre nell'ultimo
anno di tutti i cicli scolastici lo studio dell'ultimo secolo, ha
una data di inizio coincidente con la caduta del muro di Berlino
e la fine del fordismo. La percezione di essere di fronte ad una
effettiva “fine secolo” gravida di interrogativi ma al
contempo chiarificatrice sulle principali dinamiche che hanno caratterizzato
il Novecento, ha fatto emergere l'impossibilità a tenerlo
fuori dalla formazione storica.
L'effetto di questi due processi
sui libri di testo è stata dirompente, perché li ha
costretti a modificare un impianto didattico e una griglia di contenuti
che si era venuta consolidando in un lunghissimo arco di tempo.
Sabbatucci -
Qualcosa è sicuramente cambiato. Il gran parlare che
si è fatto circa l'utilità formativa della storia
contemporanea ha fatto cadere molti dei pregiudizi e delle remore
che bloccavano in sostanza lo studio alle colonne d'Ercole (sempre
le stesse) della seconda guerra mondiale. I testi scolastici hanno
dedicato spazi più ampi al cinquantennio successivo, fino
agli eventi del dopo-1989. Il mutamento è stato facilitato
proprio dalla presenza di una nuova vera data periodizzante, prima
ancora di essere accelerato dalla riforma Berlinguer (preceduta
dalla sperimentazione della “Commissione Brocca”). Oggi
si studia più Novecento, anche se non mancano le perplessità
fra gli insegnanti.
È sembrato per un lungo periodo –
ed ancora in parte sembra – che la tradizionale narrazione cronologica
dell'intrecciarsi degli eventi dovesse essere sostituita da una
soluzione dei “nodi” e delle problematiche via via affioranti
nelle diverse epoche. È una tendenza da sottoscrivere e potenziare,
oppure la ritieni un'ipotesi di lavoro di difficile assimilazione
per i giovani?
De Bernardi -
La necessità di superare la ciclicità dell'insegnamento
della storia, che, come è noto, non ha dato buoni frutti,
costituisce un tema di dibattito tra insegnanti e storici di professione
che dura da decenni. Attualmente gli studenti e le studentesse italiane
fanno per ben tre volte – alle elementari, alle medie e alla superiori
– lo stesso programma di storia, che prevede l'insegnamento della
cosiddetta “storia generale” dalla preistoria ai giorni
nostri. Le differenze tra i diversi ordini e gradi dell'istruzione
sono eminentemente di ordine quantitativo, perché le differenze
riguardano essenzialmente la mole di informazioni veicolate all'interno
di argomenti ormai standardizzati. Nonostante l'insistenza emerge
ricorrentemente la consapevolezza che i giovani non conoscono la
storia: in questo caso repetita non iuvant.
Abbandonare la ciclicità
non è dunque un capriccio di quanti vogliono innovare a tutti
i costi, ma una necessità di fronte a dei risultati formativi
insufficienti. Va detto preliminarmente che abbandonare la ciclicità
non significa tralasciare lo strumento e il criterio della ricorsività
nella formazione storica, che consente di graduare l'acquisizione
di una visione d'insieme della storia dell'umanità in funzione
dell'evoluzione delle capacità cognitive dei discenti; significa
più seriamente proporsi di definire un curricolo verticale
di storia che preveda una progressione non solo quantitativa ma
qualitativa dei contenuti e dei metodi dell'apprendimento.
Da questo punto di vista il progetto
elaborato dalla commissione Antiseri nominata da De Mauro per definire
il curricolo di storia costituisce indubbiamente un punto di riferimenti
di rilievo. Il progetto prevedeva la suddivisione del curricolo
in quattro fasi:
Della Peruta - Le recenti
modificazioni dei programmi di storia e l'accento posto sullo studio
del Novecento hanno portato ad una profonda modificazione dei libri
di testo. Una prima tendenza generale è stata quella di semplificare
e ridurre la parte “evenemenziale” alla ricerca di un
taglio più problematico: una contrazione quindi della scelta
dei “fatti” (politici, diplomatici, militari, amministrativi,
ecc.) a favore di un'opzione più concettuale. E questa tendenza
va condivisa; purché non si trascuri un elemento importante:
vale a dire che la storia è pur sempre un percorso di lunga
durata, un fluire nel quale si innestano gli avvenimenti, gli eventi.
Senza la conoscenza degli “eventi” essenziali la problematicità
rischia di essere astratta e di non applicarsi a contenuti concreti
e determinati, a quei fatti che fanno pur sempre la concretezza
della storia.
Una seconda linea di tendenza
è che, alla ricerca di una didattica più interattiva
fra docenti e studenti, a volte i manuali rischiano di trascurare
il “continuum” dei percorsi storici, con le loro specifiche
scansioni e specificazioni, riducendo troppo drasticamente il bagaglio
delle “nozioni”; questo in nome di una battaglia contro
il “nozionismo” giusta in linea di principio, ma che può
condurre a disdegnare “nozioni” essenziali e a temere
le date. Mentre invece è essenziale per gli studenti padroneggiare
una “linea del tempo” che permetta di situare e inquadrare
non soltanto i grandi “personaggi” (nei quali spesso si
compendia lo “spirito del tempo”) ma anche le trasformazioni
economiche, le acquisizioni culturali e civili, le rivoluzioni politiche,
le crisi istituzionali.
Credo dunque che compito essenziale
dell'insegnamento della storia sia quello di stimolare e aiutare
lo studente a rendersi conto della complessità del flusso
della storia, senza troppo indulgere a mode passeggere che privilegiano
di volta in volta il “secolo breve”, la storia materiale,
o le mentalità collettive.
Sabbatucci -
Non ho mai pensato che la trattazione per nodi o problematiche
o per tagli verticali – di per sé utile e stimolante – potesse
essere, nella scuola, sostitutiva della tradizionale esposizione
cronologica. Così potrebbe essere solo se la trama cronologica
fosse già nota, almeno nelle sue grandi linee: ma così
non è (e meno ancora sarà in futuro). Non dimentichiamo
che la conoscenza storica è conoscenza della realtà
attraverso il suo svolgimento nel tempo, è coscienza di un
prima e di un dopo, di una causa e di un effetto. È invece opportuno,
da una parte “potare” (quando ciò è possibile)
l'esposizione evenemenziale e insieme problematizzarla; dall'altra
interromperla e inframmezzarla con quadri di storia dell'economia
e della società, delle mentalità e delle culture meno
legati al dato cronologico.
I libri di testo si sono spesso modificati
nel senso di accogliere sempre più strumenti ausiliari
alla didattica svolta dall'insegnante. Cosa ne pensi?
De Bernardi - Il libro di testo costituisce ancora oggi l'unico strumento
didattico a disposizione degli insegnati e degli studenti. Ad esso
quindi è stato richiesto di adeguarsi progressivamente alle
molteplici domande di innovazione e cambiamento che emergevano dall'esperienza
concreta dell'insegnamento della storia. Ad una vera e propria rivoluzione
dei contenuti, che traspare solo da una analisi non superficiale
dei testi, si è combinata un altrettanto profonda trasformazione
dei supporti didattici a disposizione degli insegnati: esercizi
di verifica, prove di ingresso e di uscita, test di autovalutazione,
progetti di laboratorio, guide didattiche per l'insegnante, che inevitabilmente
hanno chiamato in causa la necessità di inserire nei testi
documenti commentati, dati, cartografie mirate, immagini sempre
meno esornative e sempre più coerenti con un progetto didattico.
Il manuale si è dunque
trasformato in una sorta di artigianale ipertesto cartaceo, che
richiede un'alta capacità di gestione da parte dell'insegnante
per uno studio che sempre meno può essere delegato allo studente.
Della Peruta – Un rinnovamento
dei metodi didattici relativi alla storia è opportuno e può
essere fecondo, quando aiuti a saldare il circuito dialettico fra
docenti e discenti. Ma più che ad astratte tecnologie didattiche
troppo spesso avulse dai contenuti specifici e fattuali delle singole
discipline da insegnare (si tratti di italiano, di filosofia o di
storia) è importante che l'insegnante abbia maturato una
conoscenza critica dei nodi problematici e fattuali, e sappia trasmetterla
con la sua capacità discorsiva e comunicativa. E non ritengo
che occorra essere molto corrivi nei confronti della pretesa di
trasformare gli studenti in tanti ricercatori in erba che debbono
scoprire di volta in volta una inattingibile “verità”
storica, trasformando l'insegnamento della storia in un “fai
da te” storiografico, da praticare con una “cassetta degli
strumenti” (documenti, moduli, fotocopie, e via dicendo). L'uso
di strumenti didattici diversi dalle pagine discorsivo-interpretative
del manuale (come il ricorso ai documenti o a pagine di studiosi
di storia) può essere assai utile per l'affinamento dell'abito
critico del giovane; ma non può sostituire la conoscenza
della “trama” che un buon manuale offre, e che si presta
anch'essa, sotto la guida dell'insegnante, al confronto delle idee
e al dibattito valutativo, soprattutto in una prospettiva interdisciplinare.
Sabbatucci -
Credo che la cosa risponda a un'esigenza largamente sentita
fra gli insegnanti (quella appunto di problematizzare l'esposizione,
facendo ricorso alle fonti e alla letteratura storiografica) e che
trovi un limite solo nella necessità di non rendere il testo
troppo pesante e troppo costoso. Certo, l'utilità di questi
materiali dipende in larga parte dalla capacità dell'insegnante
di sceglierli e di inserirli in un discorso critico. E può
anche accadere che il docente preferisca trovarsi da solo i suoi
materiali. Per questo è opportuno che le case editrici presentino
un'offerta differenziata.
La fase della diffusione in Italia della
c.d. "storia sociale" quanto ha influito in positivo e/o in negativo
nella preparazione dei manuali?
De Bernardi - Credo che l'acquisizione da parte della scuola italiana
della lezione della storiografia “annalistica” abbia rappresentato
il principale canale di innovazione dei contenuti dell'insegnamento
della storia da vent'anni a questa parte. Questo ha permesso di
uscire da una maglia rigida di contenuti essenzialmente incentrati
sulla storia politica per aprire lo studio ai temi della storia
materiale, delle mentalità, della popolazione, dei generi,
e più in generale della storia della società, arricchendo
così non solo il panorama delle conoscenze, ma soprattutto
quello delle competenze metodologiche, indispensabili per una formazione
storica moderna e criticamente avvertita.
Della Peruta - La storiografia
italiana e straniera ha affrontato negli ultimi decenni con nuovo
impegno metodologico e con nuovi strumenti analitici l'interpretazione
di aspetti, momenti e problemi salienti del nostro passato. Hanno
così trovato uno spazio sempre più ampio nella ricerca
scientifica le questioni relative al modificarsi delle strutture
produttive, della vita delle comunità associate, dei modi
di essere dell'individuo in società, e quindi della “socialità”
(ed è superfluo richiamare l'influenza del materialismo storico
e della storiografia degli “Annales”). E basterà
accennare – nel quadro di una più o meno articolata integrazione
fra storia e scienze sociali – al rilievo assunto dagli studi relativi
alle vicende demografiche, al mutare delle strutture familiari,
all'incidenza sulla società di malattie endemiche ed epidemiche
(peste, colera, tubercolosi, malaria, pellagra), alla condizione
e al senso dell'infanzia, alle pratiche alimentari, alla trama delle
istituzioni caritativo-assistenziali e al loro evolvere verso il
welfare state, alla storia della “pietà”,
alla trama dei rapporti economici, alla peculiarità delle
forme di vita e di lavoro dei vari strati sociali, al mutare della
stratificazione sociale, alle zone silenziose dell'emarginazione
(“carcere e follia”), alle forme di socialità,
all'utilizzo del tempo libero (dalle vacanze allo sport), e via
dicendo.
Il rinnovamento continuo della
ricerca storiografica ha inciso anche sulle opere generali, sulle
sistemazioni prospettico-sintetiche, sulle riletture complessive
dei vari periodi storici. E tra queste opere hanno una loro nicchia
i manuali per le scuole medie superiori, vari dei quali sono il
risultato di una riflessione organica che talora riesce a tener
conto dei risultati delle ricerche specialistiche (destinate ad
un pubblico ristretto) trasferendoli nelle proprie pagine. Quindi
anche l'ondata di favore per la “storia sociale” (nelle
sue varie accezioni) ha contraddistinto la storiografia dei decenni
trascorsi a noi più vicini e si è ripercossa sulla
manualistica; e si può ritenere con risultati positivi per
quanto riguarda l'allargamento degli orizzonti problematici, la
percezione delle connessioni e delle intersezioni esistenti fra
i vari piani delle società umane, l'atteggiamento critico
verso le vicende storiche, la capacità di sperare collegamenti
fruttuosi fra il passato e il presente.
Bisogna tuttavia rilevare che
alcuni manuali hanno ceduto alla tentazione di seguire una sorta
di “moda” accentuando all'eccesso il carattere “sociale”
della ricostruzione presentata; e hanno così trascurato il
momento politico, l'importanza delle istituzioni che si rifanno
alla politica (pur sempre centrale nel fluire della storia), la
valenza pregnante della cultura.
Sabbatucci -
L'influenza della storia sociale sui libri di testo si è
certamente fatta sentire in positivo: li ha resi più ricchi,
più aperti a problematiche interdisciplinari, meno legati
alla mera esposizione degli eventi politici, diplomatici, militari.
Questa dimensione però resta importante e imprescindibile,
perché la storia della politica, nella sua proiezione interna
e internazionale, non solo è importante in sé, come
ognuno sa, ma è anche quella che meglio si presta a offrire
lo “scheletro”, la base cronologica senza la quale la
storia diventa una confusa massa magmatica.
Europa, globalizzazione, mondo in rete:
in che modo la realtà di oggi e di domani deve influire
sulla formazione storica?
De Bernardi - Bisogna fare innanzitutto una distinzione tra strumenti
e contenuti. La rete informatica può fornire allo studio
del passato una notevole serie di strumenti didattici e di informazioni
utili alla formazione storica, che purtroppo non sono ancora entrati
stabilmente nelle pratiche didattiche più diffuse nella scuola.
È però un processo in corso che può trovare una accelerazione
se si diffonderà l'uso del laboratorio di storia che costituisce
il contesto didattico più efficace per l'uso degli strumenti
informatici.
Internet e la rete però
sono un mezzo non un contenuto dell'insegnamento della storia. Guai
se su questo piano ci sono delle confusioni e dei fraintendimenti,
perché il fine dell'insegnamento è la conoscenza storica
non l'informatica. Diverso è il ragionamento su Europa e
globalizzazione. È paradossale che in un insegnamento della storia
segnato pesantemente dall'eurocentrismo, il tema della costruzione
dell'unità europea sia espunto o peggio ancora faccia parte
dell'educazione civica, come se non costituisse un preciso oggetto
storico. Questo paradosso trova però la sua giustificazione
nel fatto che questo tema, come quello della globalizzazione possono
trovare posto nell'insegnamento se si risolvono i problemi relativi
all'insegnamento del XX secolo, in quanto è solo storicizzando
il passato recente che diventa possibile trattare il presente “come
storia”.
Della Peruta - Le prospettive
aperte dalla globalizzazione (o formazione di un mercato unico mondiale)
o dall'unità europea vanno certamente tenute presenti per
l'interpretazione degli avvenimenti più recenti. Ma non bisognerebbe
banalizzare la storia e il suo insegnamento con la ricerca sistematica
di un'attualizzazione che dovrebbe, tutto sommato, essere più
implicita che esplicita, e che dovrebbe evitare la rincorsa (tipica
di un costume giornalistico) all'avvenimento dell'ultimo minuto
(l'11 settembre 2001 o quel che sarà domani).
E mi si consenta infine di richiamare
una notazione di A. Gramsci – che ci sembra ancora valida – sulla
necessità di essere tutti, insegnanti e studenti, un poco
autodidatti: “Qualsiasi scuola, anche la più perfetta
scientificamente, non è mai sufficiente a educare e formare
l'individuo: ognuno si educa e si forma prevalentemente da sé,
ognuno è, prima di tutto, un autodidatta. La scuola accelera
la formazione, dà un metodo, insegna a studiare, abitua a
una disciplina intellettuale, non può sostituire lo spirito
di iniziativa nel campo del sapere”.
Sabbatucci -
La realtà del presente ha sempre influito sul modo
di studiare la storia. Da questo punto di vista non c'è nulla
di nuovo, salvo che nelle immense possibilità tecniche offerte
dalla rivoluzione elettronica e informatica sia alla ricerca sia
alla didattica. Ma è anche vero il discorso inverso: una
buona formazione storica può aiutarci a vivere con maggior
consapevolezza e minori angosce l'epoca che stiamo vivendo.
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