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Umberto
Baldocchi - Stefano
Bucciarelli “Teaching Europe”. Firenze, 15-16 giugno 2001 Si è svolto a Firenze, nei giorni 15 e 16 giugno, il convegno
di studio Teaching Europe, organizzato dall'Istituto Universitario
Europeo (prof. Raffaele Romanelli) e dal Centro Robert Schuman.
Si è trattato di un convegno di studiosi ed accademici, i
cui risultati ci sembrano però di grande rilievo anche per
insegnanti ed operatori scolastici. Il Convegno non ha visto infatti
solo l'intervento di rappresentanti del mondo universitario: erano
presenti rappresentanti di istituzioni europee legate all'insegnamento
scolastico della storia come il dr. Falk Pingel, direttore del Georg
Eckert Institut di Braunschweig per la ricerca comparativa sulla
manualistica scolastica, la dr. Joke van der Leeuw-Roord, direttore
esecutivo di EUROCLIO, l'associazione che raggruppa le associazioni
di insegnanti di storia europei ed il dr. Giuseppe Massangioli,
capo divisione del settore educazione e cultura della Commissione
Europea.
La dimensione sovranazionale del fatto
educativo in Europa è un obiettivo strategico recente dei
trattati e delle politiche comunitarie, ma anche un elemento sempre
più all'ordine del giorno, nonostante resistenze e perplessità
dei singoli Stati.
Un'Europa delle istituzioni è oggi in
piena costruzione. Ma l'educazione in Europa si è costruita
a partire dal XIX secolo attorno allo spazio culturale e geografico
dello Stato-Nazione. L'immagine dell'Europa si è intrecciata
e fusa con quella dello Stato-Nazione. Per chi si propone l'obiettivo
di aggiornare i sistemi educativi, rivedere i curricoli scolastici,
ridisegnare le finalità dei sistemi scolastici, il problema
dell'immagine dell'Europa e delle sue relazioni con l'immagine della
nazione è uno di quelli maggiormente ineludibili.
Il Convegno si è occupato, in rigorosa
successione logica, di tre aspetti del problema: quello dell'immagine
della nazione nei testi di storia, quello dell'immagine dell'Europa
nei testi di storia, quello delle possibili identità europee
da progettare e delle identità nazionali da rifondare. Alcuni
degli interventi ci sono sembrati di notevole rilievo per il loro
impatto sul ripensamento critico di alcuni aspetti della storia
insegnata. Aspetti che sono stati alquanto marginali sinora nel
dibattito italiano, un dibattito decisamente condizionato da una
attenzione eccessivamente rivolta più all'aspetto operativo
delle metodologie didattiche (viste come una sorta di passe-partout
per la soluzione di tutte le difficoltà della storia
insegnata), che alle strutture cognitive dei curricoli e dei moduli.
Non potendo qui dar conto di tutti gli interventi,
né pensando minimamente di poter offrire conclusioni ad un
dibattito che, lungi dal potersi considerare esaurito, appare per
molti aspetti appena agli inizi, ci limitiamo a presentare alcuni
stimoli offerti alla discussione da alcuni degli intervenuti.
Nella prima sessione, dedicata alla costruzione
delle identità nazionali attraverso l'insegnamento storico,
Mauro Moretti, docente alla Scuola normale di Pisa, ha offerto un
interessante panorama sui manuali di storia dell'Italia liberale
nel primo quindicennio della sua vicenda unitaria, con un approccio
legato essenzialmente alla storia della cultura. Il manuale di storia
non va considerato come la semplice trasposizione didattica del
sapere storiografico, così come vorrebbe una interpretazione
semplicistica e schematica che pone in linea di continuità
diretta la ricerca, la sintesi e il manuale. Il manuale di storia
è invece un oggetto culturale distinto che, nelle concrete
vicende storiche italiane, mostra alcune peculiarità di grande
significato. Nella tipologia di manuali che Moretti ricostruisce
sulla base della “relazione Cosci” del 1875 – un'ampia
e interessante inchiesta sui manuali allora in uso nei Licei – l'offerta
manualistica si presenta come estremamente differenziata da un istituto
all'altro, da una provincia all'altra. La prima cosa da dire è
che, in genere, i docenti universitari non scrivono manuali di storia.
C'è un tipo di manuali che è semplicemente una traduzione
in italiano di manuali stranieri, francesi o tedeschi, ed in generale
si tratta di Storie d'Europa; vi sono poi semplici compilazioni
di modestissimo valore scritte da insegnanti e diffuse su scala
locale, prevalentemente a livello provinciale, talvolta adoperate
nelle classi dagli stessi autori; vi sono infine testi di storici
come il Sommario di storia d'Italia di Cesare Balbo, scritto
però prima dell'unificazione italiana e con una prospettiva
federale. C'è quindi una netta distinzione fra storico e
autore di manuale; un vero modello di storia nazionale non è
ancora emerso; all'epoca, la vera storia nazionale era quella affidata
alle storie della letteratura sul modello di quella di Francesco
De Sanctis.
Jean François Chanet, docente dell'Università
di Lilla, ha affrontato una questione che, a prima vista, può
sorprendere chi è abituato a considerare la vicenda dell'educazione
francese come una vicenda da leggere secondo lo schema astratto
e rigido della centralizzazione amministrativa introdotta dalle
leggi napoleoniche. J.F. Chanet ha illustrato i motivi della stretta
connessione fra educazione nazionale e appartenenza locale, che
avrebbe caratterizzato un secolo di educazione francese, dal 1850
al 1950. La formazione dello spirito repubblicano e unitario, la
costruzione di un habitus nazionale dai tratti decisamente
universalistie la promozione di una cultura locale, la formazione
alla “grande patria” e alla “piccola patria”
si sono mirabilmente conciliate fra loro nella tradizione didattica
della scuola primaria, che ha collocato il fulcro della sua azione
nell'adattamento all'ambiente ed ha fondato il sentimento nazionale
sull'attaccamento primordiale al focolare, al paese d'origine, all'orizzonte
familiare. Un localismo questo che non significava tanto ripiegamento
particolaristico ed esclusivistico o persino nostalgico e passatista
sulla “terra-patria” (anche se questa ambiguità
poi doveva servire alla “rivoluzione nazionale” del governo
di Vichy); un localismo che non significava tanto culto tranquillizzante
del passato, quanto piuttosto scoperta fiduciosa del mondo. L'educazione
storica si configurava così, nella scuola primaria, come
un'attività di stimolo e di promozione, nella linea della
pedagogia di Freinet. Attraverso la piccola patria, la Francia locale
e regionale, concreta e riconoscibile facilmente dall'alunno, si
arrivava alla grande Francia secondo uno schema che si è
chiamato “costruzione del territorio nazionale a matrioske”
per cui nel piccolo ritornano in scala ridotta e declinati secondo
le specificità del luogo, i grandi valori della nazione francese.
Halil Berktay, dell'Università di Sabanci
(Turchia), ha toccato con grande abbondanza di esempi concreti la
questione della “nazionalizzazione” dei manuali di storia
nel suo Paese. La vulgata della storia nazionale turca si è
formata in un periodo relativamente recente. Fra il 1908 e il 1922
– fra la rivoluzione dei “giovani Turchi” e quella di
Kemal Ataturk – è stata elaborata quella che l'autore ha
definito la “demonologia di base” della storia nazionale
turca. Più che gli eroi nazionali sono i “demoni”
stranieri a strutturare un'idea di nazione fortemente contrapposta
all'Occidente e da esso minacciata in successivi momenti della storia
del XX secolo. La demonizzazione è stata più importante
della mitizzazione per costruire l'immagine della nazione turca.
Una sorta di immagine simmetrica e speculare rispetto alla percezione
che del mondo turco e ottomano si ha in molta della manualistica
italiana. Nella visione dei manuali turchi i popoli stranieri sono
presentati come entità collettive, senza riferimenti a singoli
personaggi, e come entità minacciose viste nell'atto di mettere
a rischio l'integrità territoriale della madre-patria. Gli
eventi dell'anno 1915 sono, secondo H. Berktay, gli eventi decisivi
per strutturare l'immagine nazionale turca: la Turchia appare attaccata
dalle grandi potenze contemporaneamente alle sue due estremità,
ad oriente e ad occidente: ad occidente dalle “grandi potenze”,
dalle truppe anglo-francesi che si avventurano nella tragica e sanguinosa
impresa di Gallipoli e dei Dardanelli; ad oriente dal “pericolo”
armeno – gli Armeni sono accusati di preparare un'insurrezione contro
l'Impero turco. La vittimizzazione della Turchia, vista sotto la
minaccia delle grandi potenze, alimenta il senso della sconfitta
e spinge a recuperare la grandezza del passato ottomano ed a costruire
una struttura narrativa centrata su una nuova e orgogliosa immagine
della nazione.
Il secondo dopoguerra ha visto le diverse genealogie
nazionali riproporsi a fronte di un contesto molto cambiato, in
cui il quadro della guerra fredda portava a ridefinire le prerogative
nazionali ed in cui prospettive, da un lato globali, dall'altro
regionali sollecitavano una riconfigurazione generale dei ruoli
che le nazioni si attribuivano nel contesto mondiale. In questo
quadro, la sfida dell'Europa unita come entità politica transnazionale
ha fornito ulteriori stimoli ed occasioni per ripensare le tradizionali
identità. Non che i processi di cambiamento siano avanzati
univocamente; anzi essi hanno proceduto spesso contraddittoriamente,
su piani diversi, con esiti ancora tutti da definire.
Questo quadro assai composito è emerso
nella seconda sessione del convegno, che ha presentato una serie
di studi volti ad analizzare al riguardo, ora gli orientamenti della
manualistica storica (in Francia, nell'analisi di Jacques Hymans
della Harvard University; in Germania, in quella di Julian Dierkes
della Princeton University; nel confronto tra i due paesi condotto
da Sabine Mannitz, Yasemin Soysal e Teresa Bertilotti, della Università
di Essex), ora gli indirizzi di politica scolastica (i casi del
Regno Unito, presentato da Kate Taylor per l'Università Europea
e quello della Spagna, tratteggiato da Miguel Pereyra e Antonio
Luzón, dell'Università di Granada).
Le spinte al rinnovamento dei contenuti e dei
metodi dell'insegnamento della storia nel senso di un superamento
dei vecchi modelli nazionali sono scaturite anche come risultato
di movimenti culturali di lungo periodo. Del tutto esemplare è
il caso francese, in cui l'esplosione dei temi socio-economico-culturali
rispetto al precedente privilegiamento degli avvenimenti politico-diplomatico-militari,
quasi esaustivo nelle trattazioni di fine Ottocento, data dagli
anni '50 e rappresenta un caso di affermazione di un orientamento
culturale sentito come tipicamente francese, quello delle Annales,
nella divulgazione braudeliana. Si tratta di una indicazione che
pare aver ora esaurito la sua fase propulsiva; ma, nondimeno, il
certo qual ritorno alla storia evenementiel (più che
raddoppiata nelle trattazioni degli ultimi 30 anni, secondo i rilievi
quantitativi di Hymans) non si configura come mero ritorno al passato,
a causa dei rapporti molto modificati tra storia francese e storia
mondiale e, più in generale tra Occidente e resto del mondo,
in favore della seconda polarità.
Gli ultimi due decenni hanno poi visto, a livello
generalizzato, l'affermazione di una prospettiva interculturale,
particolarmente divulgata, è stato detto, proprio nella manualistica
tedesca, che pur sembra dare nuovo spazio alla storia nazionale,
nell'entusiasmo per la raggiunta unificazione.
Quella che appare meno attiva, o comunque meno
univocamente invocata come volano di rinnovamento, rischia di essere
proprio la prospettiva europeistica. Auspicata in molti testi tedeschi
con prevalente riferimento a tradizioni, ricongiungersi alle quali
pur impone una dura resa dei conti con la storia più recente;
oppure vagheggiata, come nell'impostazione di diversi testi francesi,
con una fiducia nella forza delle istituzioni fondata su un impulso
universalistico che rischia di non fare fino in fondo i conti con
residui retaggi nazionalistici, essa viene in molti casi contraddetta,
o quanto meno valutata ancora con una certa freddezza.
Così, in Spagna, la prospettiva di un
rinnovamento in senso europeista dell'insegnamento della storia
si affida ad un nuovo protagonismo degli insegnanti, costretto a
destreggiarsi tra i condizionamenti dell'editoria e comunque sensibile
alle varianti locali (anche per effetto di una legislazione che
attribuisce quasi la metà delle scelte curricolari alle autonomie
regionali); in tal modo esso si trova a fare i conti, secondo Pereyra
e Luzón, con una percezione del processo europeistico, che
oscilla tra “storicismo narcisistico” e lusinghe della
modernizzazione.
Anche, ed ancor più, l'Inghilterra appare
essere rimasta lungamente isolata, nelle sue politiche educative
e nell'aggiornamento dei suoi curricoli, dall'influenza europea.
Una residua idea dell'eccezionalità e forse della superiorità
inglese rispetto al continente è stata messa però
a dura prova dalla sempre più acuta percezione dell'importanza
dell'Unione europea e della necessità di farvi parte. L'esame
condotto da K. Taylor su documenti, rapporti, atti ufficiali della
politica scolastica britannica ha evidenziato una crescente presenza
di questa preoccupazione. Questo genere di appelli europeistici
appare però sempre spurio: ora essi sono temperati dal richiamo
alla autonomia dei curricoli locali, cui sono in ultima analisi
demandate le scelte educative; ora l'apertura europea è messa
sullo stesso piano di altre parallele. Così avviene con la
recente introduzione di una specifica attività di educazione
civica: il documento Curriculum Guidance 8: Education for Citizenship
(1991), parla di una conoscenza da portare sul piano della “varietà
delle comunità alle quali le persone appartengono simultaneamente:
la famiglia, la scuola, la comunità locale, nazionale, europea
e mondiale; dove l'Europa, come comunità di individui (non
di popoli o di Stati), è solo uno degli ambiti, e non il
più vicino, da esperire. Ed anche i più recenti sforzi
sostenuti dal governo Blair (ne è documento il “rapporto
Crick” del 1998) non ci sottraggono all'impressione che, anche
quando il fuoco è posto sulla Europa unita, essa sia sempre
vista dal punto di vista del cittadino britannico, magari con un
occhio rivolto proprio all'obiettivo di superare problemi interni
al Regno Unito.
Da questo punto di vista la Scozia, che pur si
muove all'interno dello stesso contesto normativo di riferimento,
sembra guardare con maggior entusiasmo all'inserimento di contenuti
europei nell'insegnamento della storia, come testimoniano i documenti
prodotti ripetutamente negli anni '90 dallo Scottish Consultative
Council on the Curriculum, quasi a dar ragione al ricorrente giudizio
circa la maggior apertura verso l'estero degli scozzesi rispetto
agli inglesi.
Si tratta comunque di problemi che, con diverse
curvature, coinvolgono tutti i paesi europei e del resto non può
sorprendere, se guardiamo alla storia del continente, che nell'evoluzione
di quella struttura sopranazionale che è l'Unione Europea,
l'emergenza a livello comunitario di uno specifico problema educativo
abbia rappresentato un processo molto recente e graduale.
Lo sottolinea, nel suo intervento per la giornata
conclusiva, M. Giuseppe Massangioli, ricordando come l'educazione
non facesse originariamente parte dei temi comunitari e come essa
vi sia entrata definitivamente a pieno titolo solo con il Trattato
di Maastricht. D'altra parte, questo testo, proprio a riguardo dei
temi educativi, si volge ad enfatizzare quel principio di sussidiarietà,
che è invocato a garantire ancora una volta, in uno spirito
di cooperazione fra Stati più che di integrazione, la piena
autonomia degli Stati membri sui contenuti dell'insegnamento e sull'organizzazione
dei rispettivi sistemi scolastici.
Bandita così dall'inizio ogni ipotesi
di standardizzazione, si tratta di perseguire l'obiettivo di una
più faticosa e necessariamente più lenta armonizzazione,
attraverso il consenso sulle scelte, lo scambio delle esperienze,
l'incentivo alla mobilità, il coordinamento delle iniziative,
l'esperienza della cooperazione in progetti concreti, nell'ottica
di un'area educativa europea in cui “le idee possano circolare
facilmente come le merci e i capitali”.
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