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Carlo Spagnolo
Il passato della ricerca e il futuro degli istituti storici tedeschi

La storia è tradizionalmente una disciplina nazionale. Nazionale in due sensi. In primo luogo per il contenuto, che è consistito primariamente nello studio della formazione e dello sviluppo dello Stato-nazione. In secondo luogo per l'organizzazione, fortemente debitrice, in età contemporanea, del supporto statuale. La centralità della storia nella rielaborazione del passato collettivo di una nazione – intesa come comunità di destini – è quindi connessa alle forme della sua istituzionalizzazione e al grado di coesione dei valori su cui si fonda il sistema politico.

Tale statuto è in discussione in tutta Europa. Negli ultimi quarant'anni, l'obiettivo storiografico si è allargato verso l'estero e ha modificato il suo oggetto nella metodologia e negli interrogativi, rivolti sempre più alla sfera sociale. La discussione disciplinare ha così anticipato una tendenza più generale alla denazionalizzazione istituzionale, la quale coinvolge tutte le discipline, umanistiche e scientifiche. La forte riduzione dell'ambito di intervento statuale avvenuta negli ultimi venti anni, sia per motivi finanziari sia per una cessione di competenze verso l'alto e verso il basso, spinge infatti le università e i centri di ricerca sempre più all'esterno dell'ombrello dello Stato. Nuovi concetti si fanno largo nei centri classici di trasmissione del sapere: la sussidiarietà, l'efficienza e l'autonomia incalzano e rimpiazzano l'universalità, la qualità e l'indipendenza. Ne è una cartina di tornasole il dibattito sull'organizzazione della ricerca in Germania.

Nel corso del 2000, il Ministero della ricerca e dell'istruzione, guidato dalla socialdemocratica berlinese Edelgard Bulmahn, ha dichiarato di volersi liberare del controllo diretto sui numerosi istituti di ricerca storica all'estero che gravano sul suo bilancio. Quelli che erano un tempo fiori all'occhiello dell'amministrazione, strumenti della legittimazione della nuova Germania nel mondo capitalista del dopoguerra, sono ormai divenuti pezzi di un circuito culturale transnazionale che non è più sotto il controllo del centro. Con un occhio ai parametri di Maastricht, il ministro vuole alleggerire il bilancio dello Stato federale dal personale degli istituti storici, incassando un successo politico spendibile per la propria carriera. Così i cinque istituti storici tedeschi a Roma, Parigi, Londra, Washington e Varsavia, a cui si affiancano i due istituti di studi orientali di Tokyo e Beirut/Istanbul, sono in predicato di venire unificati in una fondazione di scienze sociali e culturali. Dalle fonti di stampa, nel mese di maggio 2001 la decisione sembra ormai presa ed irrevocabile. La sorpresa non è tanto nella soluzione adottata, quanto nelle sue modalità. Davanti all'opposizione dei direttori di tutti e cinque gli istituti storici, il ministro non ha fatto una piega. Se ne può dedurre una perdita di centralità della storia, a nemmeno tre lustri dall'Historikerstreit? Tutta la vicenda è ricca di paradossi.

Il ministro annuncia di voler “aumentare lo spazio di libertà per la ricerca” degli istituti, mentre i loro direttori resistono e invocano la protezione dello stesso Stato che li respinge. Il ministro minaccia l'introduzione del cartellino e la burocratizzazione degli studiosi, gli storici ritengono che l'indipendenza della ricerca sia meglio garantita dal rapporto di impiego pubblico. Così proprio la SPD, che più di ogni altro partito nella storia tedesca del Novecento ha tutelato l'indipendenza del lavoro e la centralità della nazione, si fa oggi latrice di una modernizzazione extra-statuale. Come in una separazione tra due coniugi di cui uno privo di reddito, pur di ottenere l'agognato divorzio Bulmahn promette finanziamenti senza contropartite. Dopo aver imposto il proprio concetto di riforma, nell'ultima riunione coi direttori degli istituti, il 14 maggio scorso, il ministro ha accondisceso ad alcune, pur significative, richieste della corporazione accademica senza però persuadere di aver apportato modifiche sostanziali che tenessero conto delle ragioni di fondo della protesta unanime da parte di tutti i direttori, comitati scientifici e membri degli istituti coinvolti.

Nel nuovo progetto ministeriale si rinuncerà alla totale privatizzazione originaria, accordando alla fondazione lo status di ente di diritto pubblico, e si trasformerà il presidente della nuova fondazione da organo del ministro a membro elettivo del consiglio di amministrazione. Si prevede infatti per la nuova fondazione un consiglio di amministrazione (Stiftungsrat) con mandati quadriennali e rinnovabili, nell'assunzione che il tempo indeterminato – che ai tempi della CDU di Kohl veniva rivendicato come barriera contro l'invadenza della politica – provochi incrostazioni di potere e blocchi lo sviluppo della ricerca. I responsabili e i membri dei comitati scientifici (Beiräte) degli istituti esteri respingono da tempo l'accusa ministeriale di conservatorismo e adducono contro le elezioni periodiche la possibile politicizzazione dei mandati e lo spettro di una accresciuta interferenza centrale, a cui peraltro il ministro assicura di essere totalmente disinteressato. Certamente i presidenti dei Beiräte rifuggono dalla formula della fondazione perché i singoli istituti perderebbero l'autonomia gestionale e culturale di cui sinora godevano. I loro timori potrebbero tuttavia ora, date le modifiche introdotte al progetto iniziale, apparire esagerati specie se si considera che nel consiglio della fondazione solo due seggi su dieci saranno affidati a burocrati, uno al ministero della ricerca, l'altro agli Affari Esteri, mentre tre saranno espressi da membri dei Consigli scientifici (Beiräte) dei sette istituti e gli altri da rappresentanti di grandi fondazioni di ricerca. E tuttavia l'intenzione del Ministero della ricerca di mantenere un potere di veto in materia di bilancio e di nomine dei direttori e di assunzioni del personale scientifico giustifica le fosche preoccupazioni dei quaranta storici firmatari di un appello al ministro, apparso sui principali quotidiani, circa una subordinazione della ricerca storica a logiche esterne. Ma se è vero quanto replica Bulmahn, ossia che il ministero ha sempre avuto l'ultima parola su queste materie e quindi non ci sarebbe ragione di contesa, perché preoccuparsi invece di gioire della maggiore autonomia?

Pesa di sicuro il sospetto che i finanziamenti ministeriali si potrebbero alla lunga ridurre e che il mercato diverrebbe condizionante per gli indirizzi scientifici. Una volta liberatosi dal fardello del personale nulla osterebbe a tagli degli stanziamenti, anche se oggi se ne assicura la permanenza. Inoltre non va sottovalutato il significato simbolico della centralizzazione della ricerca storica, che mentre invia segnali di modernizzazione e di razionalizzazione, evoca lo spettro del ritorno della Germania riunificata alla tradizione prussiana. Il futuro Stiftungsrat deciderà sugli indirizzi delle ricerche da Tokyo a Roma, da Washington a Beirut e gestirà in maniera centralizzata degli istituti che richiedono la conoscenza di almeno sei lingue straniere. Il rapporto con le identità plurali degli ambienti in cui questi centri operano rischia di essere drasticamente subordinato ad esigenze di legittimazione della ricerca che invece saranno radicate sul suolo tedesco.

Con ogni probabilità, però, il problema principale a lungo termine non va individuato soltanto nei rischi finanziari e di interferenze governative su cui si sono concentrate le polemiche pubbliche, ma nella subalternità della ricerca storica alle direttive generali promanate dalle fondazioni più importanti – la Max Planck, la von Humboldt, la DFG (equivalente al CNR italiano). Specialmente tenendo conto del potere di veto residuo di un ministero sempre più orientato alla ricerca tecnologica, alle scienze sociali potrebbero essere rigidamente applicati criteri elaborati principalmente per altre finalità. Al tempo stesso, nella ipotizzata fondazione, i Beiräte dei singoli istituti all'estero, sinora composti da specialisti della cultura del paese ospite, di solito provenienti dall'università, perderebbero funzione e la ricerca tenderebbe a separarsi dal mondo universitario. Se ne potrebbe dedurre che in Germania non si sta disputando una partita tra storici e politici di ambito nazionale, ma un pezzo di una più ampia dislocazione del ruolo e dello spazio degli storici nell'Unione Europea.

In gioco è quindi il rapporto tra libertà ed efficienza, che a sua volta coinvolge quello tra università e ricerca, ovvero la capacità dell'accademia di tracciare gli indirizzi della disciplina o la sua subalternità a logiche più applicative e ad una rete istituzionale meglio attrezzata a inserirsi nell'universo mediatico e nelle logiche comunicative transnazionali del secolo XXI.

Mutatis mutandis, non si può scorgere una partita analoga nella riforma universitaria italiana? L'università degli Stati nazionali è destinata a diventare solo una scuola di massa per una forza lavoro adeguata ad un'epoca di capitalismo dell'informazione o conserverà la sua tradizione alta di elaborazione dei modelli culturali? Nel caso tedesco l'elemento personale gioca un ruolo non indifferente nell'impostazione di questo scontro. Gli affermati studiosi che presiedono i Beiräte degli istituti esteri, tra cui Lothar Gall, Klaus Hildebrand, Horst Müller, prossimi alla FDP e alla CDU e direttori di altri importanti istituti di ricerca nel paese, ma anche altri loro colleghi più vicini alla SPD, come per esempio Wolfgang Schieder, non digeriscono che la proposta ministeriale sia stata elaborata e sostenuta da un collega, Winfried Schulze, proclive alle posizioni del ministro e candidato alla direzione del nuovo ente. Palese è il conflitto di interessi tra il latore di una proposta così scopertamente politica e il suo eventuale esecutore ma, in un'epoca di conflitti di interesse ben più eclatanti, come scandalizzarsi di un caso che non coinvolge grandi risorse materiali? In un intervento sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 14 maggio scorso, Schulze ha sostenuto che la proposta di una fondazione tra pubblico e privato si riallaccia alla tradizione storica di molti degli istituti, alcuni nati in forma associativa e privatistica con supporto pubblico, trascurando che la razionalizzazione giuridica stavolta taglierebbe le radici coi fondatori, provenienti dall'università e dalla borghesia nazionale. Sarà interessante vedere come reagiranno gli illustri studiosi coinvolti ora che la decisione di Edelgard Bulmahn apre le porte alla creazione della nuova fondazione e alla presentazione di un apposito disegno di legge entro l'anno prossimo. Si delineano già i termini del prossimo dibattito parlamentare. Chiederanno gli storici ulteriori garanzie per i vecchi circuiti della cultura umanistica o si accontenteranno del parziale compromesso offerto dal ministro? Cercheranno forme di mediazione con la nuova concezione della ricerca o si dimetteranno dai loro mandati e apriranno, nonostante la loro posizione di relativa debolezza, uno scontro che potrebbe coinvolgere l'intero mondo accademico?