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Ernesto
Petrucci Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico
Dolci valichi, fondo valle ubertosi e prospere città: una mobile “geografia degli interessi” tra le Marche e l'Umbria
La “questione ferroviaria” italiana,
nella sua dimensione storica di contenzioso nazionale tra fautori
dell'unità e interessi imperiali, si giocava tutta, come
abbiamo potuto vedere, all'interno di quell'area geografica che
da Bologna si estendeva sino a Roma ed entro la quale si ergeva
la giogaia appenninica il cui valico si rivelava così carico
di esiti politici e strategici.
Lo Stato pontificio si trovava così investito
in pieno da questo complesso di spinte contrastanti che riversavano
sulle vagheggiate strade ferrate delle sue provincie tutto il carico
di tensioni nazionali e patriottiche ormai prossime all'esplosione.
Da questo punto di vista non appare immotivata l'estrema prudenza
e la tattica dilatoria che sull'intera questione caratterizzarono
la politica del governo ecclesiastico.
Nelle provincie pontificie, come è ovvio,
si respirava tutt'altra aria e iniziò una vera e propria
mobilitazione cittadina attorno al tema ferroviario. Particolarmente
significativo fu il fiorire di iniziative, studi e polemiche nelle
provincie umbro-marchigiane dello Stato. Un intreccio di interessi
e prese di posizione all'interno del quale ci è sembrato
interessante penetrare con il fine di dimostrare la ricchezza di
notizie e di utili elementi storiografici reperibili sul terreno
degli studi locali.
Tutto nasceva da quegli abbozzi di rete ferroviaria
italiana che, come abbiamo già visto, nel 1845 aveva proposto
Carlo Ilarione Petitti di Roreto (al quale ci sentiamo di aggiungere
l'opera di Marco Antonio Sanfermo più volte chiosata dal
nobile piemontese)[34].
Il Petitti, come abbiamo visto, aveva dedicato
un'ampia sezione del suo libro proprio allo Stato pontificio e alla
necessità di collegare attraverso una ferrovia il mare Adriatico
con il Tirreno. Il tema si era arricchito, e complicato, con l'altra
questione che era costituita dai tracciati possibili per mettere
in relazione il collegamento tra i due mari con l'unione ferroviaria
di Roma e Firenze.
Vediamo per ora le proposte avanzate dal Petitti
per la Ancona-Roma che animarono il dibattito nelle provincie umbre
e marchigiane dello Stato. Il nobile piemontese proponeva per questa
linea alcune alternative di tracciato:
-
Valle del Chienti: Ancona - Loreto - Recanati - Macerata - Tolentino - Serravalle - Foligno (Km 123);
-
Valli dell'Esino, del Sentino e del Chiascio: Ancona - San Quirico - Sassoferrato - S. Emiliano - Scheggia - Nocera U. - Foligno (120 Km);
-
Valli del Potenza, del Giano e del Chiascio: Ancona - Recanati - Sanseverino - Castelraimondo - Matelica - Fabriano - Fossato di Vico - Nocera Umbra - Foligno.
Le proposte del Petitti avevano sollevato un
certo interesse a Roma dove, nonostante il pesante clima di chiusura
instaurato da Gregorio XVI, all'interno dell'amministrazione pontificia
si facevano ormai strada atteggiamenti di moderata apertura verso
la modernizzazione dello Stato e della società. L'anno successivo,
subito dopo l'ascesa al soglio pontificio di Pio IX, gli scritti
del Petitti furono ripresi da Angelo Galli[35],
computista generale della Camera Apostolica e braccio destro di
mons. Antonelli, Tesoriere Generale dello Stato. Il Galli, nel suo
opuscolo[36]
dedicato alla “questione ferroviaria” sostenne apertamente
la necessità di realizzare, anche nello Stato pontificio,
un sistema di strade ferrate e nel disegnarne la rete prese come
base le proposte avanzate dal Petitti.
Egli propose due tracciati che pur accogliendo
in parte le proposte del Petitti introducevano sostanziali modifiche
a proposito del valico dell'Appennino e dei centri urbani coinvolti.
Il primo tracciato proposto dal Galli riprendeva quello passante
per la valle del Potenza ma con una variante per il valico appenninico:
il nuovo andamento privilegiava un percorso che, toccando le città
di San Severino e Castelraimondo, passava l'Appennino dopo il Poggio
Sorifa, al Passo del Cornello (813 m s.l.m.) e di qui, attraverso
Nocera Umbra, giungeva sino a Foligno. Il secondo tracciato nella
prima parte adottava il percorso che il Petitti aveva fatto passare
lungo la Valle dell'Esino e del Sentino. Una volta raggiunta la
località umbra di Scheggia, però, invece di puntare
verso Nocera e Foligno, seguiva il torrente Chiascio sino al Tevere
nei pressi di Torgiano e di qui proseguiva sino a Todi da dove,
escludendo Terni, raggiungeva Narni per la Valle del Naja e San
Gemini.
Non sono di poco conto queste varianti introdotte
dal Galli. In esse è possibile leggere la preoccupazione
dell'uomo di Stato, dell'accorto amministratore che cerca di coinvolgere
il maggior numero di città e territori nelle proposte che
avanza (anche a scapito della coerenza tecnico-economica dei tracciati).
Un ventaglio di ipotesi così ampio, che
coinvolgeva, oltretutto, la gran parte dei centri urbani più
importanti dell'area umbro-marchigiana, determinò un allargamento
del fronte del dibattito stimolando molti interessi cittadini a
mobilitarsi sulla questione ferroviaria.
La discussione sui tracciati da quel momento
si accende in un crescendo di iniziative locali e di pubblicazioni.
Ognuno cerca di sostenere la bontà di una scelta piuttosto
che di un'altra e argomenti tecnici si intrecciano e si saldano
con analisi economiche, con previsioni di sviluppo di questo o di
quel territorio. Si ha l'impressione che ognuno coltivi il timore
di trovarsi di fronte a una occasione storica e irripetibile di
emancipazione e di sviluppo. Convinzioni forse ingenue e anche esagerate
se si riflette sui dati concreti della produzione, dei beni economici
reali e dei movimenti delle persone e delle merci relativi ai singoli
territori. Ma la presenza stessa di aspirazioni al cambiamento e
al progresso così vivaci e così diffuse, se pur limitate
a una cerchia ristretta di élites urbane, è assai
significativa se posta in relazione con il complesso degli avvenimenti
che agiteranno lo Stato pontificio nel triennio 1846-1848. La questione
ferroviaria, al di là dei suoi termini specifici di svolgimento,
ci offre in questo caso l'occasione per poter misurare, in un ambito
territoriale periferico rispetto alle due più grandi città
dello Stato, Roma e Bologna, il grado di maturazione raggiunto dai
corpi urbani più evoluti e dalle componenti economicamente
attive delle società provinciali. Sarà in questo variegato
mondo di ceti e professioni che il movimento di riforma attingerà
consenso e legittimazione, interpretando e traducendo in chiave
più politica e istituzionale aspirazioni al cambiamento che,
se pur limitate negli obiettivi e negli ambiti geografici, erano
ormai mature.
Nella provincia perugina la discussione sul tracciato
della ferrovia per Ancona monopolizza l'attenzione dell'opinione
pubblica anche perché il comune di Perugia ha istituito una
commissione di ingegneri[37]
con l'incarico di esaminare il problema. A Perugia si installa anche
una presidenza umbro-perugina della Società per le Strade
Ferrate nello Stato Pontificio[38]
il cui presidente Matteo Martini era anche membro della Commissione
di ingegneri istituita dal comune.
Il Martini avrà un ruolo di primo piano
in questa fase di avvio della questione ferroviaria in Umbria; a
lui si opporrà, in una serrata polemica, il folignate Antonio
Rutili Gentili, illustre rappresentante dell'amministrazione statale
(era membro della Giunta di Revisione del Censo). Il Martini, apertamente
sostenuto dalla Società Nazionale e dal comune di Perugia,
propugnava un tracciato ferroviario tra Ancona e Foligno che, in
accordo con la terza ipotesi del Petitti, seguiva le Valli del Potenza,
del Giano e del Chiascio. Il Rutili Gentili, al contrario, si faceva
sostenitore del tracciato, già proposto da Angelo Galli,
che collegava Foligno alla Valle del Potenza attraverso Nocera Umbra,
il valico del Passo del Cornello, Poggio Sorifa e Fiuminata. Dietro
il Rutili Gentili vi era la città di Foligno e la sua proposta,
inoltre, aveva ricevuto una sorta di imprimatur proveniente dai
vertici della Camera Apostolica (il Galli, cui il Rutili si rifaceva
era, infatti, Computista Generale di questo organo di governo e,
in più, influente collaboratore del Tesoriere Generale mons.
Antonelli).
È interessante notare come la questione
ferroviaria dia libertà all'espressione palese di interessi
divergenti tra le due città (contrasti probabilmente sopiti
ma agenti da più lungo periodo). A Perugia l'itinerario proposto
dal Galli, e ripreso dal Rutili, trova una fiera opposizione perché
la città teme di essere sostituita da Foligno quale centro
intermedio nel collegamento tra Ancona e Roma. Una ipotesi ancor
più preoccupante per i perugini se si pensa che, nello stesso
periodo, stavano maturando anche le proposte per una linea ferroviaria
tra Firenze e Roma. Le due cose erano in stretta relazione perché,
tra le ipotesi avanzate per quest'ultimo collegamento, vi era anche
quella di un tracciato che, attraverso Sansepolcro e Città
di Castello, si conducesse verso Roma lungo la Valle del Tevere
passando per Perugia. L'idea sottesa a questa scelta era quella
di utilizzare il capoluogo umbro per connettere questa linea centrale
con la trasversale Ancona-Roma. Un progetto che sarebbe entrato
in crisi se, come proposto dal Rutili, per quest'ultimo collegamento
fosse stata scelto il valico appenninico sovrastante la città
di Nocera Umbra (il Passo del Cornello) che allontanava molto il
tracciato da Perugia privilegiando, invece, Foligno. La linea Ancona-Roma
secondo il tracciato proposto dal Rutili, infatti, proseguiva dal
centro folignate per Spoleto, Terni e, infine, Orte dove incrociava
naturalmente il tracciato della ferrovia Roma-Firenze.
Al contrario, a Foligno, si vedeva con preoccupazione
un andamento della Ancona-Roma che, nel tratto umbro, utilizzasse
la valle del torrente Chiascio. Le ragioni erano diametralmente,
ma anche simmetricamente, opposte a quelle di Perugia. I folignati
temevano a loro volta che un simile andamento avrebbe reso superfluo
un passaggio della linea per la loro città e la seconda ipotesi
avanzata dal Galli (una ferrovia che, provenendo dalla valle del
Chiascio, si instradava, quasi naturalmente, verso Roma lungo la
valle del Tevere per Torgiano e Todi) era lì a dimostrare
la concreta fattibilità di una strada ferrata tra Roma e
Ancona che escludesse dal suo tracciato la città di Foligno.
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