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Ernesto
Petrucci Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico
Il dibattito sui tracciati
Sin dal 1844 a Bologna alcuni eminenti cittadini
si uniscono in società[22]
con lo scopo di candidarsi alla costruzione di ferrovie nell'area
bolognese e romagnola.
Sempre a Bologna e nello stesso anno era stato
pubblicato il rapporto finale di una Commissione di Studio istituita
dalla Società agraria della provincia di Bologna[23]
onde verificare l'utilità, per l'agricoltura e l'economia
di quell'area geografica, di una ferrovia che, attraverso il capoluogo
emiliano, collegasse le regioni padane con la Toscana.
Nel 1845 il Granduca di Toscana regolò
le concessioni per i collegamenti ferroviari tra Pistoia e il confine
bolognese[24]
e tra Pistoia e Firenze[25]
mentre, sempre nello stesso periodo, si accendeva, in Toscana, la
questione del collegamento tra Firenze e Roma.
Queste proposte ebbero una eco immediata nelle
provincie umbre che si trovavano poste all'incrocio naturale di
questi vagheggiati collegamenti. Tra il 1846 e il 1847 a Perugia,
Foligno e nelle Marche furono prodotti diversi scritti[26]
su questo argomento e prese avvio un intenso dibattito, con polemiche
anche aspre tra i vari studiosi, circa l'itinerario migliore per
unire Roma con Ancona e con Bologna. Tale dibattito si inseriva
all'interno di una “questione ferroviaria” più
ampia che riguardava la possibilità di unire attraverso una
strada ferrata i due mari italiani, il Tirreno e l'Adriatico, e
di realizzare una ferrovia longitudinale nell'Italia Centrale che
collegasse Roma con Firenze e Bologna.
Le pur importanti e legittime aspirazioni economiche
espresse da qualche gruppo più attivo della borghesia provinciale
non spiegano però le dimensioni e i toni che assunse in quel
breve periodo la questione delle strade ferrate. Vi era a monte
ben altro e soprattutto vi erano gli interessi del Piemonte e il
montare della polemica anti-austriaca che convogliarono tante attese
attorno alle ferrovie. È questo, a mio avviso, un passaggio
cruciale dell'intera vicenda ferroviaria pre-unitaria, qui si trovano
i legami più forti con la storia del movimento risorgimentale.
La prima miccia si era accesa nel 1845 attorno
al tema, a quei tempi molto di moda, del commercio tra l'Europa
e l'Oriente. Si dibatteva allora in molte nazioni europee sulla
possibilità di captare le correnti di traffico che dall'Inghilterra
si avviavano per nave verso l'Egitto e l'India attraverso il porto
di Marsiglia. Tale flusso commerciale che veniva chiamato valigia
delle indie, rappresentava all'epoca una sorta di mito per gli
scrittori di cose economiche che vi vedevano il prodotto più
maturo e originale della forte espansione industriale e commerciale
inglese. Sembrava quasi che chiunque fosse stato toccato da questo
fiume di merci e prodotti ne avrebbe tratto per questo benefici
immensi e progressi commerciali inarrestabili.
In Italia si fece largo l'idea che la posizione
della penisola potesse far da tramite più rapido tra questo
flusso di traffico e le sponde meridionali del Mediterraneo. Sia
il Petitti che Cesare Balbo e Luigi Serristori[27]
si occuparono della questione sostenendo che per una simile impresa
erano necessarie due cose: un collegamento ferroviario nord-sud
che attraversasse l'Italia e un accordo doganale tra gli stati italiani
che rendesse economicamente appetibile il percorso italiano. Il
Petitti, avendo la necessità di difendere gli interessi politici
del Piemonte, si spinse anche più in là affermando
che occorreva far presto onde contrastare il progetto austriaco
di favorire, in questa partita, i porti imperiali di Venezia e,
soprattutto, di Trieste. Egli suggeriva quindi di affrettare il
progetto per realizzare un collegamento ferroviario tra Piacenza,
Bologna e Ancona assegnando al porto marchigiano la funzione di
sbocco adriatico per il traffico commerciale tra l'Europa e l'Oriente.
Il nobile piemontese, inoltre, affermava che sull'intera partita
delle ferrovie in Italia vi era un disegno austriaco che mirava
a isolare il Piemonte realizzando un complesso di relazioni ferroviarie
circoscritte ai territori italiani che giacevano sotto l'egemonia
asburgica (Lombardo-Veneto, Ducati, Toscana). Un progetto che avrebbe
diviso diagonalmente l'Italia separando irreparabilmente il Piemonte
dallo Stato pontificio e dal Regno di Napoli[28].
Il piemontese non aveva torto poiché in Austria si era già
ipotizzata una “Ferrovia dell'Italia Centrale” che da
Peschiera per Mantova e Modena valicasse l'Appennino e, attraverso
la valle dell'Arno, raggiungesse Livorno. Il progetto austriaco
non riusciva a celare lo scopo che lo sottendeva e che era evidentemente
quello di staccare definitivamente l'Italia “austriaca”
dal Piemonte, dalla Liguria e dalle altre regioni della penisola
isolando il porto di Genova[29].
D'altronde i disegni strategici dell'Austria si erano fatti sentire
anche a proposito del collegamento tra la Toscana e Bologna per
il quale da Vienna si erano esercitate pressioni sul Granduca Leopoldo
affinché anticipasse i tempi di una linea ferroviaria che
doveva varcare l'Appennino congiungendo Livorno con Pistoia, Bologna,
Ferrara e Venezia. Al riguardo non si nascondeva di preferire il
tracciato, già in corso di studio grazie all'iniziativa di
Leopoldo, che da Pistoia arrivava a Porretta per le valli dell'Ombrone
e del Reno. Era questo il tracciato più breve che consentiva
di attraversare l'Appennino e che, collegando successivamente Pistoia
con Livorno, avrebbe consentito di porre in comunicazione il Tirreno
con l'Adriatico attraverso una linea strategicamente controllata
dall'Austria che permetteva di spostare rapidamente truppe sul Tirreno,
alle porte della Liguria, e, attraverso una fortificazione della
città di Pistoia, il controllo militare della valle dell'Arno[30].
Come si può capire siamo nel cuore degli
argomenti che allora agitavano il rinnovato fronte moderato italiano.
Il conflitto con gli interessi austriaci non tardò ad accendersi
e fu Vienna che aggiunse nuovo combustibile alle fiamme già
accese. Nella capitale austriaca, oltretutto, si viveva in quel
periodo un momento di particolare acredine nei confronti della Francia
e in molti covava l'idea di sottrarre ai francesi la valigia
delle indie dirottando su Trieste l'imbarco delle merci che
sino ad allora era avvenuto a Marsiglia. In questo quadro le proposte
che al riguardo giungevano dall'Italia furono interpretate come
altrettanti siluri lanciati contro gli interessi imperiali. Sulla
questione fu mobilitata dagli austriaci la stampa e il 25 gennaio
del 1846 comparve un articolo sull'Osservatore Triestino particolarmente
duro nei confronti delle proposte avanzate dal Petitti, dal Balbo
e dal Serristori. Nell'articolo si sosteneva la centralità
del porto di Trieste anche per gli interessi italiani e si suggeriva,
senza molti convenevoli, alle provincie pontificie e toscane di
darsi da fare per collegarsi con l'Austria ribadendo la loro dipendenza
dagli interessi imperiali. Nello stesso articolo si trattavano con
disprezzo le aspirazioni piemontesi a collegarsi con il Lombardo-Veneto
e al Regno di Napoli si consigliava, con una certa arroganza, di
costruire una sola ferrovia tra Napoli e Manfredonia onde assicurare
ai domini borbonici un collegamento diretto, via mare, con il porto
imperiale di Trieste.
Questa presa di posizione austriaca, come è
facilmente intuibile, accese ancor di più gli animi in Italia
e rinfocolò le posizioni anti-austriache e filo-piemontesi
in seno al movimento moderato[31].
L'idea di una rete ferroviaria costruita esclusivamente sulla base
dell'interesse nazionale, unita all'esigenza di sconfiggere i disegni
che tendevano a contrapporre gli interessi delle provincie italiane,
divenne il tema della successiva mobilitazione attorno al problema
delle strade ferrate italiane[32].
Particolarmente unito e agguerrito fu il fronte degli economisti
stretto attorno agli Annali Universali di Statistica, tra
i quali ricordiamo, per la particolare importanza che assunsero
i loro scritti sulla questione ferroviaria, Gaetano Recchi, Michele
Erede, Luigi Serristori, I. Pezzato. Ma fu nel Congresso Scientifico
di Genova, svoltosi nella città ligure nel settembre
1846, che la “questione ferroviaria” fu posta ufficialmente
tra quelle che più urgevano per il progresso economico e
civile dell'Italia. Se ne occupò in particolare la Sezione
Geografica sotto la spinta di Cesare Cantù il quale indicò,
con i particolari più rilevanti, le principali linee da costruirsi
a complemento di quelle già esistenti o in corso di esecuzione
per formare la grande rete nazionale di strade ferrate. Il Cantù
si sforzò di dimostrare, con una particolare accentuazione
politica, la necessità che le linee del Lombardo-Veneto fossero
congiunte con quelle dei “fratelli vicini”.
La conclusione di questa storica assise fu, tra
l'altro, caratterizzata da un infiammato patriottismo che preludeva
ormai a una radicalizzazione della vicenda politica italiana. Tra
le molte cose decise dall'assemblea congressuale vi fu anche l'istituzione
di una Commissione di geografi ed economisti, capeggiata da Carlo
Luciano Bonaparte, incaricata per il successivo Congresso di Venezia[33],
di presentare una relazione approfondita sul problema dei collegamenti
ferroviari necessari alle provincie italiane. Della Commissione
facevano anche parte Michele Erede, il conte Lodovico Sauli, Antonio
Mazzarosa, Carlo Brunet, e Giuseppe Bruschetti.
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